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Spagna – Riprendono i lavori della Commissione Scuola Salesiana in Europa SDB-FMA

Dall’agenzia ANS.

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(ANS – Madrid) – Dal 25 al 28 ottobre 2023 si è svolto a Madrid l’incontro delle Scuole Salesiane d’Europa, al quale hanno preso parte 37 persone, rappresentanti di tutte le Ispettorie – sia dei Salesiani di Don Bosco (SDB), sia delle Figlie di Maria Ausiliatrice (FMA) – dell’Europa e del Medio Oriente.

Si è trattato del primo incontro in presenza per quest’importante commissione inerente alle scuole salesiane del Vecchio Continente dopo gli anni di sosta forzata a causa della pandemia.

Nella prima giornata di lavori, Antonio Rodríguez, membro del Settore Salesiano di Pastorale Giovanile e coordinatore della Commissione da parte SDB, ha presentato i risultati dell’indagine “Educobarometro” realizzata già alcuni anni fa, che ha contribuito a far conoscere i risultati e le necessità delle scuole salesiane in Europa. Le équipe di gestione delle scuole sono responsabili della definizione e dello sviluppo dell’azione educativa realizzata negli istituti. Il loro alto livello di motivazione, professionalità e sensibilità alla proposta educativa salesiana, insieme al lavoro di squadra e alla formazione continua, sono i fattori che maggiormente favoriscono la qualità dell’insegnamento offerto. In questo senso, attraverso le 402 risposte ricevute in quell’indagine, sono state suggerite alcune linee di lavoro comune, come: la formazione alle metodologie attive e la formazione specifica per aiutare il benessere emotivo di tutti i membri delle comunità educativo-pastorali. Ogni Ispettoria, inoltre, ha presentato la propria analisi dei dati, indicando punti di forza, aree di miglioramento, minacce e opportunità della propria realtà.

Da parte sua, Emanuela Chiang, anch’ella membro del Settore per la Pastorale Giovanile, guidato dal Consigliere Generale, don Miguel Angel García Morcuende, ha sviluppato una stimolante riflessione sull’Educazione Integrale, che è servita a tracciare alcune linee di azione per l’immediato futuro.

La scelta della sede dell’incontro a Madrid ha permesso di conoscere due presenze significative dell’opera salesiana in quella città: l’istituto ultracentenario “San Juan Bautista – Salesianos Estrecho”; e il Centro di Insegnamento Superiore in Scienze Umane e Scienze dell’Educazione “Don Bosco” (meglio noto come “CES Don Bosco”).

Un obiettivo importante di questo incontro è stato quello di presentare una linea di ricerca sul benessere emotivo degli allievi e dei docenti dei centri salesiani, che sarà portata avanti dall’Università Salesiana di Madrid, al fine di comprendere meglio la realtà quotidiana in cui vivono gli studenti e il personale.

Oltre a tutto ciò che è stato condiviso e celebrato in questi giorni, da parte degli organizzatori e del Settore per la Pastorale Giovanile si ribadisce la necessità di camminare insieme, Salesiani ed FMA, in un contesto scolastico e internazionale. Questi incontri, infatti, sfidano ad essere seminatori di speranza di fronte alla crisi dell’essere e alla complessità e all’ambivalenza del mondo di oggi.

Le scuole SDB-FMA hanno una lunga tradizione educativa che è stata arricchita dalla loro esperienza e dalla loro riflessione sull’essere e sull’operare delle scuole; sono state, sono e saranno piattaforme di evangelizzazione in cui si cerca di fare in modo che gli allievi possano integrare la loro vita, la loro cultura e la loro fede. Anche dai confronti dell’incontro di Madrid è stato osservato come i centri salesiani continuino a promuovere un’apertura verso tutti coloro che desiderano sceglierli, senza discriminazioni economiche, sociali, religiose, razziali o di nascita. Inoltre, tutte le persone che compongono la Comunità Educativo-Pastorali diventano protagoniste dell’azione educativa dei loro centri.

I Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice si impegnano per la formazione integrale degli allievi in tutte le loro sfaccettature, cosa che favorisce la loro crescita come individui nel rapporto con gli altri e con Dio. La proposta dei valori della scuola salesiana, insieme all’accompagnamento e all’attenzione personalizzata per ogni allievo o allieva, sono elementi chiave dell’offerta educativa salesiana.

Europa e laicità

Di Renato Cursi

La parola “laicità”, tra le più abusate del nostro tempo, è radicata nell’idea di popolo. Sul piano etimologico, è laico ciò che è del popolo, di tutto il popolo, in contrapposizione a ciò che appartiene ad una o più parti separate dal resto. Se è in pericolo la laicità, è in pericolo l’esistenza stessa del popolo che la esprime.
I popoli europei hanno imparato a conoscere interpretazioni diverse di questo concetto nel corso della storia, con particolare riferimento al rapporto tra religioso e civile nell’ordinamento giuridico e nella vita sociale e politica. In questo percorso storico, certamente la parola di Gesù nel Vangelo (Mt 22,21; Mc 12,17; Lc 20,25) segna una forte discontinuità con il passato (come testimoniato da alcune descrizioni della vita delle prime comunità cristiane, non ultima la cosiddetta Lettera a Diogneto), anche se lo stesso non si può sempre dire delle sue interpretazioni e applicazioni successive da parte degli stessi cristiani.

Oggi la laicità in Europa è in pericolo, sotto i colpi di opposti fondamentalismi che fingono di combattersi per alimentarsi a vicenda. Una laicità di Stato che nega il diritto dei cittadini a vivere e testimoniare una fede trascendente o che comunque relega queste persone ad una cittadinanza di livello inferiore rispetto agli altri, è infatti la migliore alleata dei fondamentalismi religiosi. Non a caso, papa Francesco nel suo messaggio per le celebrazioni del 40° anniversario della Commissione degli Episcopati dell’Unione Europea (COMECE), ha affermato di sognare “un’Europa sanamente laica, in cui Dio e Cesare siano distinti ma non contrapposti. Una terra aperta alla trascendenza, in cui chi è credente sia libero di professare pubblicamente la fede e di proporre il proprio punto di vista nella società”. Papa Francesco afferma inoltre di sperare che sia finito, con il tempo dei confessionalismi, “anche quello di un certo laicismo che chiude le porte verso gli altri e soprattutto verso Dio, poiché è evidente che una cultura o un sistema politico che non rispetti l’apertura alla trascendenza, non rispetta adeguatamente la persona umana”. Una laicità atea non è laica: divide il popolo in se stesso e lo lacera.

Non si tratta quindi di abbracciare mode e ideologie dell’ultima ora, volte a negare acriticamente le radici per darsi slanci illusori con ali di cera. La sfida della cancel culture, ad esempio, forma moderna di ostracismo neopuritano, impone di educare al pensiero critico e ad una “coscienza storica”, come leggiamo nella Lettera Enciclica Fratelli Tutti (FT) dedicata da papa Francesco alla fraternità e all’amicizia sociale (FT 13-14). In quest’Enciclica papa Francesco rivolge due appelli fondamentali ai giovani, entrambi connessi esplicitamente con l’Esortazione Apostolica Christus Vivit. Il primo di questi due appelli è dedicato esattamente al tema che stiamo affrontando: «Se una persona vi fa una proposta e vi dice di ignorare la storia, di non fare tesoro dell’esperienza degli anziani, di disprezzare tutto ciò che è passato e guardare solo al futuro che lui vi offre, non è forse questo un modo facile di attirarvi con la sua proposta per farvi fare solo quello che lui vi dice? Quella persona ha bisogno che siate vuoti, sradicati, diffidenti di tutto, perché possiate fidarvi solo delle sue promesse e sottomettervi ai suoi piani. È così che funzionano le ideologie di diversi colori, che distruggono (o de-costruiscono) tutto ciò che è diverso e in questo modo possono dominare senza opposizioni. A tale scopo hanno bisogno di giovani che disprezzino la storia, che rifiutino la ricchezza spirituale e umana che è stata tramandata attraverso le generazioni, che ignorino tutto ciò che li ha preceduti» (FT 13, ChV 181).

 

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Lettere europee – Europa e democrazia

Dal numero estivo di NPG, di Renato Cursi, segretario esecutivo di Don Bosco International.

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La democrazia non è sempre stata una parola amica della pastorale giovanile. Ci son voluti quasi duemila anni e ben due guerre mondiali, perché il magistero pontificio arrivasse a riconoscerne esplicitamente l’importanza e l’idoneità. Era infatti la Vigilia del Natale del 1944, con il secondo conflitto mondiale che volgeva al termine, quando papa Pio XII apriva il suo “radiomessaggio ai popoli del mondo intero” affrontando “il problema della democrazia”. Dopo aver premesso che “la democrazia, intesa in senso largo, ammette varie forme”, Pio XII individuava due diritti del cittadino alla base del concetto di democrazia: quello di “esprimere il proprio parere sui doveri e i sacrifici, che gli vengono imposti” e quello di “non essere costretto ad ubbidire senza essere stato ascoltato”. Da allora, possiamo dire che questi diritti e questa visione sono stati necessariamente compagni di strada della Chiesa e della pastorale giovanile.
Più avanti, infatti, esattamente nel centesimo anniversario della promulgazione da parte di Leone XIII della celebre Enciclica Rerum Novarum, san Giovanni Paolo II indicò (nell’Enciclica intitolata appunto Centesimus Annus) che “la Chiesa apprezza il sistema della democrazia, in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce ai governati la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno”. Si capisce in questo modo come la democrazia non rappresenti in sé un principio fondamentale dell’insegnamento o dottrina sociale della Chiesa (DSC), quanto piuttosto “un sistema” apprezzabile nella misura in cui, tra le altre cose, garantisca un’autentica “partecipazione” (questa sì, tra i principi fondamentali della DSC, in qualità di “conseguenza” del principio della “sussidiarietà”).
A ben vedere, già nel corso del conflitto mondiale citato sopra, un professore francese che si trovava in quegli anni negli Stati Uniti d’America per sfuggire al nazismo, scrisse un’opera in cui argomentava come il Cristianesimo sia all’origine della democrazia stessa, individuando quegli elementi fondamentali della democrazia che il Vangelo ha saputo risvegliare nelle coscienze dei popoli nel corso del loro cammino storico verso questo determinato sistema di convivenza politica. Questo professore, Jacques Maritain, esponente di spicco del personalismo comunitario e propugnatore di un umanesimo integrale, avrebbe poi ispirato molti lavori del Concilio Ecumenico Vaticano II e del pontificato di Paolo VI. In quegli anni Maritain scriveva di “fine di un’epoca”, di “tragedia delle democrazie” e del problema per l’Europa di “ritrovare la forza vivificatrice del cristianesimo nell’esistenza temporale”. Ottant’anni più tardi, papa Francesco ci parla di “cambiamento d’epoca” e di “dimensione sociale dell’evangelizzazione”. Quelle sfide, insomma, sono ancora valide, sono anche le nostre sfide.
Nuove forme di totalitarismo e nuove condizioni di vita minacciano le democrazie oggi, non solo in Europa. Al termine della cosiddetta Guerra Fredda, onda lunga ed eredità del secondo conflitto mondiale, nonché epilogo del cosiddetto “secolo breve”, sempre più popoli del subcontinente europeo si sono cercati per trovare forme soddisfacenti di cooperazione regionale in un mondo improvvisamente globalizzato, dove presto nuovi grandi attori sono sorti con il progetto di contrastare il monopolio culturale, economico e politico del cosiddetto “occidente”. La democrazia fa parte di questa eredità pericolante? L’Unione Europea, sorta formalmente nel 1993, dopo decenni di sforzi tesi ad una maggiore integrazione tra i popoli dell’Europa occidentale, e allargata in particolare dal 2004 anche a molti popoli della sua parte orientale, come si colloca in questo scenario?
Alcuni osservatori del sistema decisionale delineato dal Trattato di Lisbona, che determina gli obiettivi, le competenze e il funzionamento dell’Unione Europea dal 2009, ritengono che oggi i cittadini europei si trovino a confrontarsi con una forma, più o meno partecipativa, di “tecnocrazia” piuttosto che con una vera e propria democrazia. Per trovare una via all’unità regionale rispettosa delle identità nazionali, i popoli europei hanno sostituito il concetto verticale di “government” statuale, semplice e chiaro a tutti ma non applicabile oltre i confini nazionali senza pregiudicare le pretese sovrane, con il concetto di “governance” multilivello, più complesso e di difficile comprensione, quanto basta per resistere ostinatamente ad una soluzione autenticamente federalista.
Se da una parte le elezioni europee del maggio 2019 hanno registrato un’affluenza alle urne senza precedenti, d’altra parte ricerche e sondaggi confermano che i cittadini europei rivendicano un ruolo più incisivo in un processo decisionale chiamato a diventare più trasparente e più efficace. La pandemia di covid-19 ha dimostrato una volta di più che l’Europa, così com’è organizzata oggi, non è in grado di proteggere e promuovere il bene comune dei propri cittadini. Con il proposito di rilanciare il processo di integrazione e di ridisegnarne dal basso le priorità, le istituzioni europee hanno quindi convocato una “Conferenza sul futuro dell’Europa”. Questo ambizioso esercizio democratico paneuropeo è stato aperto ufficialmente nella data simbolica del 9 maggio, giorno dell’Europa, ed è destinato a concludere i suoi lavori nella primavera del 2022. Più che in una classica conferenza, questa iniziativa consisterà in una serie di dibattiti e discussioni avviati su iniziativa dei cittadini, una moltitudine di eventi e dibattiti organizzati in tutta l’UE in presenza e tramite una piattaforma digitale interattiva multilingue.

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Belgio – “La Formazione Professionale per l’educazione integrale e inclusiva in Europa: Educare e riqualificare la prossima generazione dell’UE e non solo”

Dal sito dell’agenzia ANS.

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(ANS – Bruxelles) – Per giovedì 3 giugno 2021, dalle 10 alle 12 (UTC+2), la Commissione delle Conferenze Episcopali Cattoliche nell’UE (COMECE) e Don Bosco International (DBI) hanno organizzato congiuntamente un evento online sulla Formazione Professionale (FP), dal titolo: “La Formazione Professionale per l’educazione integrale e inclusiva in Europa. Educare e riqualificare la prossima generazione dell’UE e non solo”. È ancora possibile registrarsi per partecipare.

La pandemia di Covid-19 ha avuto pesanti ripercussioni sulle società e le economie europee. L’impatto che la crisi sanitaria sta avendo attualmente su tutti gli stati membri dell’UE, nei settori dell’occupazione, dell’educazione e della formazione – tra i tanti – si farà sentire ancora nei prossimi mesi e anni. Davanti ad un’emergenza educativa che riguarda molti studenti che non hanno potuto frequentare le lezioni e alle perdite di apprendimento e di reddito previste per le generazioni future, i prossimi passi in questo settore saranno fondamentali per il futuro. La ripresa dalla crisi richiede il sostegno congiunto di tutti gli attori in tutti i settori, compresa l’educazione e la formazione, per garantire che le società dell’UE diventino più resistenti e pronte per le sfide future.

La Dichiarazione di Osnabrück recentemente adottata sulla FP e la Raccomandazione del Consiglio sulla FP per la competitività sostenibile, l’equità sociale e la resilienza, sottolineano che una FP flessibile, inclusiva e di qualità è essenziale per garantire il successo delle transizioni verdi e digitali, l’apprendimento permanente e la sostenibilità a lungo termine, così come per affrontare le disuguaglianze e le discrepanze sociali. La FP contribuisce a rafforzare l’integrazione e l’inclusione sociale, assicurando che i giovani formati possano trovare un percorso che porti allo sviluppo personale e all’occupabilità. La combinazione tra educazione e formazione pratica è fondamentale per comprendere e accompagnare le esigenze attuali e future della società e dell’economia, promuovendo al contempo una cultura dell’educazione che sia integrale, partecipativa e poliedrica.

L’evento organizzato da COMECE e DBI intende esplorare i recenti risultati delle istituzioni europee e degli Stati membri dell’UE nel campo della FP, nella prospettiva delle transizioni verdi e digitali e dei cambiamenti portati dalla pandemia. Intende anche evidenziare e discutere il contributo che gli enti che offrono FP stanno dando nei paesi dell’UE e anche oltre l’UE, fornendo una FP professionale di qualità, programmi di aggiornamento e riqualificazione e lavorando verso un’educazione inclusiva e integrale in tempi difficili.

L’evento, che sarà fruibile esclusivamente in lingua inglese, vedrà la partecipazione di Janine Costa, Rappresentanza permanente del Portogallo presso l’UE; Joao Santos, Commissione europea; Miriam Lexmann, Europarlamentare; Denis Leclerc, Associazione “Maisons Don Bosco”; Paolo Nardi, di “COMETA Formazione”, e Alfredo Garmendia, Centro “San Viator”, Redi EBI e HETEL; e servirà per creare una piattaforma di dialogo e scambio sulle questioni educative più urgenti e sulle soluzioni che la FP può offrire per il futuro dell’UE.

Le conclusioni saranno affidate a don Miguel Angel García Morcuende, SDB, Presidente del DBI e Consigliere Generale per la Pastorale Giovanile salesiana.

È possibile registrarsi all’evento qui.

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Lettere europee: Europa o digitale?

di Renato Cursi

Meglio scrivere di propria mano al termine di un lungo discernimento o affidarsi ad un algoritmo professionale, dopo aver scelto qualche parola chiave e un obiettivo di fondo? Lo scopriremo solo leggendo. Certo, sembra improbabile che un algoritmo esegua il compito di redigere una riflessione sulle sfide digitali che ci troviamo a vivere oggi come umanità intera e, nel nostro caso, in Europa, ponendo una domanda del genere in apertura, sollevando sin dall’inizio dubbi sull’autenticità dell’autore del testo stesso.
Il solo fatto che una tale domanda sia oggi possibile ci mostra la complessità della condizione che ci troviamo a vivere. Non viviamo più solo uno stato di connessione intermittente (online/offline), bensì una condizione “onlife”, come descrive il filosofo Luciano Floridi. Vale a dire, una vita in continua interazione tra la realtà materiale e analogica e la realtà virtuale e interattiva. “Figitale”, direbbero altri, anche se in Italia non è ancora diffuso questo neologismo, frutto di una crasi volta a sottolineare la continua interazione tra realtà fisica e digitale.
Una condizione instauratasi progressivamente nel corso degli ultimi tre decenni, ma sicuramente amplificata dalla pandemia di covid-19. Nella definizione di “onlife” illustrata sopra, la parola chiave è l’aggettivo “continua”. Il riferimento alla (quasi?) totale assenza di interruzioni nella nostra interazione tra realtà materiale e analogica, da una parte, e realtà virtuale e interattiva, dall’altra. Questa continuità si è consolidata con l’ingresso nelle nostre vite dei dispositivi tecnologici portatili, nonché con il loro rendersi più potenti e più indispensabili. Le limitazioni all’interazione fisica tra persone, rese necessarie dalle misure di contrasto alla diffusione del virus, hanno quindi amplificato questo processo già da tempo in atto.
Alla dipendenza da schermi e al mal di riunioni e lezioni digitali, nei giovani sembrano accompagnarsi, tra le altre, due tendenze apparentemente contraddittorie. Da una parte, si avverte un certo fatalismo, un senso di impotenza e passività nei confronti di tutto ciò che è o in qualche modo dipende dal digitale. D’altra parte, si intravede un affidamento fideistico agli strumenti offerti dalle tecnologie digitali per cercare le risposte a bisogni e aspirazioni di ogni tipo. La condizione espressa dalla prima tendenza è quella che viene definita “powerlessness by design”, cioè la condizione di chi si sente progettato all’impotenza, consapevole ma costretto alla condizione di ingranaggio o variabile trascurabile di un grande algoritmo o di un’intelligenza artificiale progettati da altri. La seconda tendenza assume varie forme, tra cui quella descritta dall’antropologo Yuval Noah Harari con il nome di “dataismo”. Questa visione del mondo, che riconosce negli algoritmi e nei dati le uniche fonti di autorità in grado di sintetizzare criteri capaci di fondare e orientare le scelte delle persone, nelle sue forme più estreme arriva a concepire l’intero universo come un flusso di dati e la vita stessa come un mero algoritmo biochimico.

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Europa e migrazioni

di Renato Cursi

(NPG 2021-03-2)

Dopo secoli in cui è stata soprattutto terra di emigrazione verso altri continenti, in particolare quello americano, l’Europa da qualche decennio è tornata ad essere la meta di flussi migratori continui, multipli e misti. Continui, perché si assiste ormai da più decenni all’arrivo di centinaia di migliaia di persone in Europa ogni anno, con alti e bassi (compresi quelli registrati nell’anno della pandemia) che non alterano significativamente una tendenza crescente. Multipli, perché provenienti da diversi continenti e direzioni. Misti, perché questi flussi vedono protagoniste persone che migrano verso l’Europa con motivazioni differenti: dalla ricerca di migliori opportunità di vita in senso ampio, alla ricerca di asilo e protezione da catastrofi o persecuzioni di vario tipo. Da una parte, occorre riconoscere che anche nei secoli in cui è stata terra di emigrazione, l’Europa ha pur sempre assistito al continuo movimento delle popolazioni all’interno del suo territorio. D’altra parte, è pure evidente che la recente realtà delle migrazioni verso l’Europa da diversi continenti contemporaneamente rappresenta una sfida e un’opportunità inedita, cui sarebbe inadeguato paragonare altri episodi del passato come i movimenti delle popolazioni nord-asiatiche dei primi secoli dopo Cristo.

La storia dell’umanità e dell’Europa è da sempre segnata dalle dinamiche innescate da questi movimenti di popolazione, e la risposta che i popoli europei sapranno offrire oggi a questa sfida e opportunità ne segnerà certamente il futuro. Lo stesso Vangelo migrò in Europa due millenni or sono da quella regione chiamata oggi dagli europei “Medio Oriente”, segnando da allora profondamente il futuro dei popoli europei, che in fondo è anche il nostro oggi. Come sono chiamati a porsi oggi gli eredi di quel dono nei confronti di un fenomeno migratorio in parte inedito? Analizziamo il contesto di questo discernimento prima di presentare la proposta che oggi sfida su questo terreno la pastorale giovanile in Italia ed in Europa.
La storia consegna oggi ai popoli europei l’eredità di un processo di integrazione che assume nella sua forma più recente le vesti di un’Unione Europea. L’organo dotato di iniziativa legislativa all’interno di quest’organizzazione, la Commissione Europea, ha presentato il 23 settembre scorso un insieme complesso di misure volte a costituire un “Nuovo Patto sulla Migrazione e sull’Asilo”, con il proposito di offrire “un nuovo inizio in materia di migrazione in Europa”. L’aggettivo “nuovo” fa riferimento ad un “vecchio” sistema di regole comuni, in particolare in tema di esame delle domande di asilo.

Se già nei primi decenni del processo di integrazione intrapreso all’indomani della seconda guerra mondiale, i singoli Stati europei iniziarono a dotarsi di misure nazionali per adeguarsi al fenomeno delle migrazioni da Paesi non europei, è solo all’indomani della cosiddetta “guerra fredda”, che si arrivò ad un accordo comune sulla determinazione dello Stato competente per l’esame di una domanda di asilo presentata in uno degli Stati Membri delle Comunità Europee. Questa Convenzione, siglata nel 1990 a Dublino a partire da quanto già previsto dalla Convenzione internazionale di Ginevra del 1951, è il pilastro su cui si sono fondate negli ultimi trent’anni le politiche europee in tema di asilo e rifugiati. Le disposizioni europee adottate nel frattempo, infatti, hanno sempre confermato la regola per cui lo Stato Membro competente all’esame della domanda d’asilo è il primo Stato attraverso cui il richiedente asilo ha fatto il proprio ingresso nell’Unione Europea. Questa regola comportava un sistema iniquo, per cui l’onere dell’esame delle domande di asilo, cresciute in maniera significativa nel tempo fino a superare il numero di un milione all’anno nel biennio 2015-16, ricadeva esclusivamente sui Paesi posti alla frontiera meridionale e sudorientale dell’Unione (Cipro, Grecia, Italia, Malta, Spagna).

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Il saluto del Presidente Sassoli all’incontro “Next Generation Edu”

In occasione dell’incontro online organizzato da Don Bosco InternationalNext Generation Edu. L’EDUCAZIONE PER IL FUTURO DELL’EUROPA” svoltosi venerdì scorso, 29 gennaio 2021,  ha preso parte ai saluti iniziali David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo.

Stiamo vivendo un tempo di grandi sfide. La pandemia ha sconvolto le nostre vite. In questo momento è necessario fissare bene gli obiettivi, lavorare insieme con grande senso di responsabilità. Lo abbiamo detto più volte: l’Europa che uscirà da questa emergenza non potrà più essere la stessa ma dovrà dar prova di coraggio, guardare al futuro, alle prossime generazioni con rinnovato ottimismo e molta fiducia. Per questa ragione credo fortemente che l’educazione e la formazione siano due elementi essenziali per favori la comprensione reciproca, per accrescere nuove competenze, la capacità di interpretare la rapidità delle trasformazioni delle nostre società. Ma come ci insegna San Giovanni Bosco “educare” è anche “cosa di cuore”.

(David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo)

Di seguito il video:

Don Bosco International

Europa e ambiente

di Renato Cursi

Il 24 maggio scorso, nel giorno in cui si celebra la memoria liturgica di Maria Aiuto dei Cristiani, la pastorale giovanile e tutta la Chiesa italiana sono potute tornare a celebrare l’Eucaristia domenicale con il popolo, dopo oltre due mesi di sospensione per prevenire il contagio pandemico. In tale data ricorreva, inoltre, il quinto anniversario della prima Lettera Enciclica di Papa Francesco: Laudato si’, sulla cura della casa comune. Questa coincidenza provvidenziale ha probabilmente aiutato molte persone a fare sintesi tra il desiderio di un nuovo inizio, pur tra nuove e non semplici sfide, e il richiamo alla cura del creato. Questo richiamo è risuonato in questi mesi tanto nelle iniziative intraprese a più livelli per celebrare il quinto anniversario di quest’Enciclica, quanto nelle immagini che molti di noi hanno ammirato a distanza nei giorni dell’isolamento forzato: immagini di un ambiente e di una natura che tornavano a respirare dopo anni di sofferenza sotto i colpi della progressiva antropizzazione del pianeta. Acque di nuovo limpide, animali a loro agio negli spazi urbani, immagini satellitari ripulite dalle nuvole dell’inquinamento atmosferico.

A sostegno di questo appello alle nostre coscienze, sono poi stati pubblicati diversi studi scientifici internazionali che hanno certificato la correlazione tra inquinamento dell’aria e diffusione del contagio del coronavirus. Tutto ciò faceva sperare che avremmo imparato la lezione. “Andrà tutto bene”, “questa crisi è un’opportunità”, “ne usciremo migliori”, ci ripetevamo nelle settimane di isolamento domestico. Eppure appena si è potuti ripartire, in Italia abbiamo preferito, per fare un esempio tra i tanti possibili, la produzione all’educazione. Molte fabbriche sono tornate a produrre senza tradurre questo tempo in un’opportunità di conversione ecologica, mentre milioni di studenti, docenti ed educatori sono rimasti a casa senza indicazioni chiare per una ripartenza. Diversi fiumi sono tornati ad essere inquinati, code chilometriche di macchine si sono riproposte in luoghi di consumo non sostenibile e alcune altre brutte abitudini sono riemerse.

Guardando oltre queste prime reazioni, tuttavia, possiamo riconoscere di avere imparato qualcosa. Volenti o nolenti, abbiamo constatato di essere impreparati, in Italia come altrove, a sfide globali come questa. Abbiamo appurato che la globalizzazione comporta anche la condivisione mondiale dei rischi di uno sviluppo incurante di quelli che etichetta come “effetti collaterali”. Una volta di più, l’Italia e gli altri Stati Membri dell’Unione Europea hanno risposto inizialmente in ordine sparso, mostrando la debolezza e le contraddizioni di un’Unione fondata quasi unicamente sui valori del mercato. Non paghi, quando hanno compreso di dover rispondere insieme, è ancora all’economia e alla finanza che questi Stati hanno voluto affidare la cosiddetta “ripresa” (“Recovery”), concetto peraltro che guarda ad un ritorno al passato piuttosto che “ricostruire” o “ripensare” il futuro.

 

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Europa e scuola

di Renato Cursi

Quella che in Italia definiamo “istruzione” non è una competenza concorrente, né tantomeno esclusiva, dell’Unione Europea. Detto in altri termini, in base al principio di sussidiarietà, le politiche in materia di istruzione sono stabilite da ciascun Stato Membro dell’Unione Europea, mentre quest’ultima è chiamata solamente a sostenere, coordinare e completare l’azione degli Stati in favore di una “istruzione di qualità”. Leggendo le disposizioni dei Trattati che fondano questa Unione, si legge anche l’azione dell’UE è intesa a “sviluppare lo scambio di informazioni e di esperienze sui problemi comuni dei sistemi di istruzione degli Stati membri”. Ebbene, un’attività di questo tipo gioverebbe a quei Paesi, come l’Italia, che hanno problemi con la libertà di educazione.
Se oltre ai Trattati dell’UE, infatti, si leggono anche le statistiche raccolte dal CEEC, ufficio per l’Educazione Cattolica in Europa, si scoprono dei dati apparentemente paradossali. Si scopre, ad esempio, che in Paesi come l’Italia e il Portogallo, in cui si dichiarano cattolici rispettivamente il 75% e l’80% dei cittadini, la scuola cattolica raggiunge solo il 7% e il 4,5% del totale degli studenti, mentre in altri Paesi europei dalla cultura politica notoriamente più secolarizzata, se non “laicista”, in cui i cattolici rappresentano una minoranza o comunque una maggioranza non così significativa della popolazione, l’educazione cattolica raggiunge una percentuale molto più alta del totale degli studenti in età compresa tra i 2 e i 18 anni.
Proviamo a fare qualche esempio. Nel Belgio fiammingo il 65% degli studenti frequenta scuole cattoliche. Nel Belgio francofono il 48% degli studenti. La percentuale più alta spetta all’Irlanda, che però è un Paese in cui l’insegnamento cattolico ha una lunga e consolidata tradizione e in cui i cattolici sono l’ampia maggioranza della popolazione, con il 75%. Ma le percentuali e i numeri assoluti sono molto più alti dell’Italia anche in altri Paesi europei: in Francia il 19% degli studenti frequenta scuole cattoliche (oltre due milioni di studenti); in Spagna il 18% (quasi un milione e mezzo di studenti). Persino in Olanda, dove i cattolici rappresentano appena il 23% della popolazione e il totale della popolazione è quasi quattro volte inferiore a quello italiano, ci sono più studenti nelle scuole cattoliche che in Italia.
In Italia spesso si tende a liquidare la questione con l’ironia: “Chissà che educazione cattolica offriranno queste scuole nel nord Europa…”. Piuttosto che leggere i numeri, comparare le realtà e considerare la possibilità di cambiare la propria, nel Bel Paese preferiamo spesso crogiolarci in una chissà quanto fondata superiorità morale o comunque in un atteggiamento che potremmo definire di “presunta superiore cattolicità” nei confronti degli altri Paesi europei. Ed ecco che in Italia movimenti e associazioni cattoliche fomentano le risse mediatiche a difesa della presenza del crocifisso nelle aule scolastiche statali, mentre rinunciano, chissà quanto consapevolmente, ad affrontare sul piano culturale e politico il tema della libertà di educazione e del suo rispetto sostanziale.

Progetto TGS18+, per il sesto anno il percorso di educazione alla cittadinanza europea

“Progetto TGS18+” è il percorso di educazione alla Cittadinanza Europea proposto per il sesto anno consecutivo da TGS Eurogroup. Il viaggio studio a Bruxelles, nell’edizione 2020, si è da poco concluso con il rientro in Italia dei 33 giovani partecipanti (21 del Triveneto, 12 dal Piemonte). Un programma ricco di impegni quello proposto da TGS Eurogroup dal 25 al 29 gennaio nella capitale europea.

Il giorno stesso dell’arrivo a Bruxelles, Sabato 25 Gennaio, era programmato un incontro con la comunità cattolica italiana, in occasione della Santa Messa celebrata da Don Claudio Visconti presso il Foyer Catholique Européen.

Il giorno seguente, Domenica 26 Gennaio, il gruppo è stato accolto nel Parlamentarium, il Centro Visitatori del Parlamento Europeo, dove attraverso un appassionante “Role Play Game” gli studenti si sono immedesimati nel ruolo di Membri del Parlamento Europeo per imparare a conoscere e a sperimentare il processo legislativo dell’Unione Europea.

Lunedì 27 Gennaio era organizzata la visita ufficiale al Parlamento Europeo, momento centrale del viaggio studio, comprendente una conferenza e dibattito introduttivo con un rappresentante della direzione visite e seminari del Parlamento e, a seguire, una emozionante visita dell’Emiciclo all’interno del Palazzo Paul Henri Spaak. A conclusione della giornata una visita alla Casa della Storia Europea, istituzione culturale nata per iniziativa del Parlamento Europeo per promuove una migliore comprensione della storia e dell’integrazione europee.

Il gruppo di studenti ha visitato nella mattinata di Martedì 28 Gennaio i Palazzi Justus Lipsius e Europa, sedi del Consiglio dell’Unione Europea, novità 2020 del Progetto TGS18+. La pausa pranzo al ristorante di Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Europea, ha riservato al gruppo di studenti un inatteso quanto gradito incontro con Paolo Gentiloni, Commissario agli Affari Economici, che si è gentilmente prestato per un breve scambio di parole con gli studenti e una foto ricordo. La visita alla Commissione Europea è proseguita nel pomeriggio al vicino Palazzo Charlemagne.

La giornata di mercoledì 29 Gennaio, con il sostegno e il coordinamento di Don Bosco International, ha visto i partecipanti a colloquio con alcune organizzazioni della società civile impegnate a portare la voce dei cittadini, in particolare i giovani, all’attenzione delle istituzioni europee: oltre a Renato Cursi, segretario esecutivo dello stesso Don Bosco International, erano presenti anche Aubérie Samson, segretario generale di Don Bosco Youth-Net, la rete giovanile salesiana presente in tutta Europa e della quale fa parte la stessa associazione TGS, Giulia Bordin, project officer dello European Volunteer Centre (CEV), oltre a Markus Vennewald, in rappresentanza della Commissione delle conferenze episcopali dell’Unione Europea (COMECE) che ospitava l’incontro.

Tutti i ragazzi che hanno partecipato al Progetto TGS 18+ edizione 2020 sono tornati a casa entusiasti dell’esperienza, arricchiti e ispirati per ciò che anno vissuto e toccato con mano a Bruxelles. Esperienze come questa possono aiutare i nostri ragazzi a mettere in luce le proprie potenzialità e a crescere come giovani adulti, “buoni cristiani e onesti cittadini”, nel segno di don Bosco.

Prossimi appuntamenti con il Progetto TGS18+ ad Aprile, con un gruppo di studenti dell’Istituto Don Bosco di Verona in visita a Bruxelles, e a Novembre, con un doppio appuntamento aalla capitale europea per gli studenti del Collegio Salesiano Astori di Mogliano Veneto (Treviso) e per gli studenti dell’istituto Opere Sociali Don Bosco di Sesto San Giovanni (Milano), nell’ambito del programma “TGS for Schools” dedicato alle scuole.

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