Educare ancora, educare sempre

Dal numero di marzo di Note di Pastorale Giovanile, l’introduzione di don Rossano Sala al Dossier sull’educazione.

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Presentando il Dossier che occupa gran parte di questo numero di NPG, vorrei subito affermare che il “decalogo per l’educazione” è un convinto e coraggioso rilancio di un decennio dedicato dalla Conferenza Episcopale Italiana all’educazione. Come tutti sappiamo, gli “Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano” per il 2010-2020 erano intitolati Educare alla vita buona del Vangelo. Tutta la Chiesa italiana ci ha lavorato, a questo, per dieci anni in moltissime modalità.
Ma evidentemente non possiamo pensare che, finito questo tempo dedicato esplicitamente a pensare e proporre l’educazione, finisca anche il compito educativo che, in realtà, non è mai finito. Invece, ne siamo davvero convinti, che bisogna educare ancora, per il semplice motivo che bisogna educare sempre!
L’educazione ha un fine preciso, quello di far maturare ogni giovane verso la pienezza della vita; ma per questo compito non ha mai fine, perché abbiamo sempre davanti a noi degli spazi di perfezionamento, di crescita, di affinamento, di progresso. Si tratta appunto, di accompagnare il movimento della vita delle persone e la storia degli uomini, di un compito quindi permanente e ineludibile. Anche perché le giovani generazioni si susseguono continuamente e quindi è normale che siamo chiamati ogni volta a ripartire sempre di nuovo.

Il decennio che abbiamo appena concluso ha avuto vari momenti che ci hanno aiutato a camminare: il Sinodo sulla “nuova evangelizzazione”, che ci ha reso tutti consapevoli del cambio d’epoca in cui siamo inseriti; l’esortazione apostolica Evangelii gaudium, con cui papa Francesco ci ha consegnato la “Magna Charta” del suo pontificato, tutto pensato e realizzato nel pressante invito alla “conversione missionaria” della Chiesa; al centro del decennio c’è stato, a livello italiano, il grande Convegno di Firenze, vissuto in una forma sinodale, che ci ha fatto prendere coscienza che la questione educativa affonda le sue radici in un terreno antropologico e ultimamente cristologico; poi abbiamo vissuto i due sinodi sulla famiglia, che ci hanno aiutato a maturare una sensibilità per il lavoro pastorale sulla fragilità e nella fragilità; infine – non dimenticando la Laudato sì’, che ci ha aiutato a maturare una sensibilità non solo per l’ecologia in generale, ma per una “ecologia integrale” – ci siamo concentrati sull’universo giovanile attraverso un percorso partito nel 2016 con l’indizione del Sinodo dal tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” e rilanciato da papa Francesco con l’Esortazione Apostolica postsinodale Christus vivit del 25 marzo 2019.

Mi piace introdurre questo decalogo riconsegnandovi, nella forma della testimonianza, alcune sensibilità educative maturate durante il Sinodo sui giovani. Chiamato ad essere “Segretario speciale” di questo evento ecclesiale anch’io sono cresciuto camminando insieme con i giovani. Sinteticamente, mi permetto quindi di offrire alcune piste di lavoro maturate al Sinodo in merito all’educazione, che per sua natura è una realtà poliedrica e dinamica, in quanto si presenta sempre in movimento e con una quantità enorme di differenti sfaccettature. Si tratta evidentemente di sfide, intendendo con questa parola sia una dinamica di opportunità positiva che di rischio da affrontare. Lo faccio riprendendo alcune parole chiave tra le tante che sono state valorizzate durante i tre anni di lavoro in cui il Sinodo sui giovani ha preso corpo.

Il grande appello alla sinodalità

Prima di tutto riconsegno la necessità di metterci di nuovo in cammino con i giovani. L’educatore è prima di tutto uno che si mette in cammino e che non ha paura di mettersi in gioco. Mi impressiona sempre il vangelo, perché ci presenta sempre Gesù in movimento, mai fermo, mai bloccato. Alla domanda “dove abiti?” i primi discepoli sono invitati a venire e a vedere, e pian piano scopriranno che Gesù ha per casa il mondo intero! Effettivamente al Sinodo siamo partiti dalla domanda pratica “che cosa dobbiamo fare con i giovani?” e siamo arrivati alla domanda esistenziale “chi dobbiamo essere con i giovani?”. Si tratta di una chiara conversione dal “fare per” all’“essere con”, e non è cosa da poco. L’educazione cristiana dei giovani si gioca prima di tutto qui, in questa prima e decisiva sfida dello stare con i giovani e camminare con loro!

Il primato comunitario nell’educazione

In secondo luogo desidero sottolineare con convinzione la forma comunitaria dell’educazione. Siamo partiti da una prospettiva piuttosto individualistica nel cammino sinodale, ma pian piano abbiamo riscoperto la bellezza di essere comunità che educa. Lo ripetiamo spesso, nel mondo dell’educazione, che “per educare ci vuole un villaggio”. Abbiamo riabilitato la forza e la fecondità dell’accompagnamento e del discernimento ecclesiale e comunitario. E solo dopo e dentro questo matura un’appartenenza ad un gruppo specifico e anche un cammino di approfondimento e discernimento personale. Creare luoghi ecclesiali aperti al confronto, al dialogo e alla condivisione è oggi sempre più essenziale per offrire solidità alle nostre proposte educative!

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Sentite il bisogno di aprirvi a un lavoro di rete?

Linee progettuali di PG /7

di don Michele Falabretti

Nel percorso di progettazione che stiamo portando avanti potremmo rimanere chiusi nel nostro gruppo di lavoro e sentirci a posto, con il rischio dell’autoreferenzialità. Aprirsi ad un lavoro in rete, e convocare associazioni, movimenti, comunità religiose, agenzie educative e (perché no?) anche le istituzioni civili esistenti nel territorio, aiuterebbe sicuramente il processo di elaborazione del progetto. Alcuni del gruppo potrebbero spaventarsi, altri percepire la ricchezza di tale passaggio. Vi offriamo una tecnica per mettersi in ascolto del gruppo e condividere in che termini un lavoro di rete si ritiene positivo e opportuno per la progettazione.

UNA TECNICA ATTIVA: PER NON RESTARE IMPIGLIATI
Per un buon lavoro di gruppo è importante che il confronto venga facilitato e vissuto nel migliore dei modi. Ciò dipende molto dalla guida, ma anche dalla disponibilità dei singoli: nel confronto sincero e aperto si sa che si perderà un pezzetto di se stessi e non sempre si è pronti a una tale perdita. Il lavoro di rete rischia di amplificare la fatica del confronto e di essere quindi ridotto a una forma di delega per certe questioni oppure di essere boicottato. Mettiamoci in ascolto del gruppo e di come percepisce il lavoro di rete. Realizzate una tabella a due colonne: una dei PRO e l’altra dei CONTRO. Quindi invitate il gruppo a esprimersi trovando almeno un pro e un contro ciascuno del lavoro di rete. L’attività può essere introdotta da una discussione su cosa significa fare un lavoro di rete e quali esperienze ciascuno può portare. Quando al gruppo sembra che la tabella sia completa si valuta insieme se e in che termini un lavoro di rete può essere ritenuto positivo e necessario per la progettazione.
L’obiettivo è quello di aiutare il gruppo ad esplicitare atteggiamenti impliciti di simpatia o antipatia che rischiano di sabotare una buona dinamica del processo di elaborazione.

UN CONFRONTO DI GRUPPO: UNA RETE SENZA FINE
Il lavoro di rete è più facile auspicarlo che compierlo. Appena il gruppo di progettazione si apre alla complessità di ciò che lo circonda rischia di esserne inghiottito perdendo il senso del proprio compito. È bene che il lavoro di rete sia avvertito da tutti come necessario, ma altrettanto come graduale e come una meta della progettazione, più che un prerequisito.
Leggete insieme le pp. 24-27; 44-45; 47 delle LP. In questi paragrafi è espressa la necessità di un lavoro di rete sia con i consacrati, che con le associazioni e i movimenti ecclesiali, ma anche con ogni espressione di Chiesa. Non va dimenticato inoltre l’ambito delle agenzie educative, del terzo settore e delle istituzioni. Provate a nominare in gruppo quali alleanze si potrebbero promuovere e con quali specifici obiettivi. L’obiettivo è quello di individuare, nel confronto, alcuni possibili alleati con cui condividere, anche parzialmente, il progetto senza perdere il proprio mandato specifico.

TESTI DI APPROFONDIMENTO
Indichiamo due letture per introdurre una riflessione circa la rete in senso non strettamente ecclesiale, aiutando a capire che il lavoro in rete è “questione di tutti”. La prima è un estratto da un libro che si potrebbe facilmente leggere tutto, la seconda un articolo on line (NPG). Tutti i testi sono disponibili in pdf come allegato.
• Vito Orlando, Marianna Pacucci, La scommessa delle reti educative. Il territorio come comunità educante, LAS, pp. 27-37.
• Francesca Busnelli, Il lavoro di rete nel sociale, NPG (qui on line nel sito di NPG).

UN INCONTRO: METTIAMOCI IN RETE
L’incontro, in questo caso, potrebbe essere pensato per una conoscenza reciproca dei soggetti che potrebbero costituire un interlocutore nel lavoro di rete. Potrebbe essere utile convocare associazioni e movimenti ecclesiastici, persone della vita consacrata presenti nel territorio e, in un’altra occasione, le agenzie educative del territorio, l’amministrazione comunale, ecc.
L’obiettivo è di muovere i primi passi verso un lavoro di gruppo che tenga conto delle persone coinvolte e non solo delle funzioni che le varie realtà possono compiere.

Basilica Maria Ausiliatrice: la festa di San Giovanni Bosco

Domenica 31 gennaio 2021, grande festa per tutti gli amici di Don Bosco, per la Famiglia Salesiana e per la Congregazione stessa. San Giovanni Bosco parla nel cuore di tutti, portando un esempio di testimonianza di fede e di impegno sociale ancora oggi.

Presso la Basilica di Maria Ausiliatrice di Torino – Valdocco si sono svolte, per tutto l’arco della giornata, le celebrazioni in onore del “santo dei giovani”, in particolare alle 9.30 con la presenza dell’Arcivescovo di Torino, S.E. Mons. Cesare Nosiglia, e alle 18.30 con la presenza del Vicario del Rettor Maggiore dei Salesiani don Stefano Martoglio, con la consueta Messa dedicata al Movimento Giovanile Salesiano.

La parola di Gesù ed il suo stile di vita non sono un invito a dire una serie di no, ma indicano la vera via del sì, che può realizzare in pienezza anche i sogni impossibili ritenuti umanamente irraggiungibili.

Mons. Cesare Nosiglia – Dall’omelia per la festa di Don Bosco

Ognuno di noi, qui, ha un rapporto speciale con Don Bosco, e normalmente così lo chiamiamo; ma il rapporto speciale è ritrovarsi dentro la propria storia di salvezza, dentro il proprio dna, dentro la propria genealogia, questo grandissimo Santo, questo grande credente.

Don Stefano Martoglio – Dall’omelia per la festa di Don Bosco

I ragazzi delle medie

Una rinnovata attenzione e dedizione verso i preadolescenti

di don Rossano Sala

Uno snodo pastorale strategico

Nella conclusione del Dossier dello scorso mese di gennaio, don Michele Falabretti individuava alcuni “snodi pastorali” da affrontare per essere fedeli a questo tempo così come esso si presenta. Ne metteva cinque alla nostra attenzione: la necessità di raccogliere la sfida dettata dalla pandemia; il compito di suscitare narrazioni, ascoltare i vissuti e provocare le coscienze; la chiamata ad alzare le competenze negli spazi esistenti; avere una rinnovata attenzione verso le diverse età della vita; infine migliorare la nostra capacità di riconoscere luoghi ed esperienze da integrare in una visione più ampia[1].
A riguardo della quarta sfida, quella riguardante le età della vita, così scriveva:

Sempre irrisolto rimane il tema dell’accompagnamento negli anni della preadolescenza e dell’adolescenza, affidato all’oratorio (dove c’è) e a qualche esperienza associativa, ma mai radicato seriamente nell’ordinario della vita della comunità. […] La cosiddetta “mistagogia” rimane nell’immaginario comune la spiegazione dei misteri: una sorta di approfondimento teologico lontano dalle domande poste da un’identità personale che va formandosi, da una libertà che scalpita, da una vita che scorre altrove, lontana dalla Chiesa e dai suoi riti; dimensioni segnate da un corpo che si forma, da amicizie che quotidianamente appaiono come questioni di vita o di morte[2].

A noi di NPG è sembrato importante ripartire, in questo secondo numero del 2021, da una concentrazione maggiore verso le “età della vita”, riconoscendo che non sempre in questi ultimi anni siamo stati davvero capaci di inserire l’età giovanile nel ciclo dell’esistenza: sia verso ciò che segue – la vita adulta – sia nei confronti di ciò che la precede – in particolare l’adolescenza e la preadolescenza. Effettivamente, se guardiamo solo alla programmazione degli ultimi dieci anni, poco ci siamo occupati degli adolescenti e quasi per nulla dei preadolescenti. Anche perché ci siamo concentrati di più sull’allungamento della giovinezza, cioè sui cosiddetti “giovani adulti”, arrivando a prendere sul serio l’età universitaria e anche oltre…
Eppure siamo chiamati a pensare alla giovinezza in relazione di continuità e di discontinuità con ciò che precede e con ciò che segue questa promettente ed entusiasmante età dell’esistenza umana. La stessa teoria pedagogica lo afferma con chiarezza:

In quanto l’uomo attua la sua natura in una vicenda storica, l’educazione è cura degli itinerari di maturazione. Fuorviante è in tal senso la piega “progressistica” della pedagogia moderna, che riduce i figli a “bambini” e i bambini a “minori”. Promettente è invece lo sviluppo di una riflessione sulle età della vita: il nascere e il crescere dell’uomo non sono accidentali, ma sostanziali. […] L’“identità” dell’uomo si sviluppa in un itinerario di “identificazione”, ed afferma che l’educazione si caratterizza essenzialmente per l’attenzione ai significati specifici della crescita e delle età della vita, colti nella loro linearità e nelle loro cesure, nel “trascorrere” del tempo e nel “succedersi” delle stagioni, nelle “possibilità” che vengono dischiuse alla libertà e nell’“irreversibilità” delle sue decisioni[3].

Ecco perché diventa per noi strategico e decisivo attuare una concentrazione sulle diverse fasi di maturazione della libertà, incontrando i ragazzi, gli adolescenti e i giovani esattamente lì dove si trova la loro libertà. Mai altrove.

Vita pastorale gennaio 2021: don Rossano Sala – Il nuovo spazio dell’annuncio cristiano

Dalla “tradizione” alla “convinzione”: il nuovo spazio dell’annuncio cristiano. Un tema che durante il Sinodo sui giovani ha trovato ampio eco tra i padri sinodali. Un cambiamento lento e inesorabile che riguarda la vita intera della cristianità occidentale e che trova nei giovani una realizzazione più evidente che in altri strati della popolazione. Si riporta di seguito l’articolo a cura di don Rossano Sala sdb (professore ordinario di Teologia pastorale e Pastorale giovanile presso l’Università Pontificia Salesiana) pubblicato sul mensile “Vita pastorale” (periodico San Paolo) di questo mese, gennaio 2021.

Rossano Sala sdb
«Vita pastorale» 1 (2021) 54-55

SCELTA DI VITA CONVINTA

Dalla “tradizione” alla “convinzione”: è questo il nuovo spazio dell’annuncio cristiano

Non siamo più nella cristianità!

Era una cosa che gli studiosi andavano dicendo da tempo, ma adesso è di dominio pubblico: «Fratelli e sorelle, non siamo nella cristianità, non più! […] Abbiamo pertanto bisogno di un cambiamento di mentalità pastorale, che non vuol dire passare a una pastorale relativistica. Non siamo più in un regime di cristianità perché la fede – specialmente in Europa, ma pure in gran parte dell’Occidente – non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, anzi spesso viene perfino negata, derisa, emarginata e ridicolizzata». Queste le parole di Papa Francesco del 21 dicembre 2019, durante il tradizionale discorso alla curia romana per gli auguri di Natale. Il nostro tempo si trasforma: non è diventato “secolare” – dove il religioso non avrebbe più alcuno spazio – ma “post-secolare”, contraddistinto cioè dalla persistenza e dalla metamorfosi del fenomeno religioso.

Dalla “tradizione” alla “convinzione”

Come possiamo descrivere questo processo in atto? Per usare un’immagine, proviamo a pensarci mentre navighiamo su un fiume seguendo la direzione della corrente. Tutto è facile, perché anche se non remiamo la nostra imbarcazione sarà naturalmente portata ad andare avanti. In un contesto del genere ci possono certo essere difficoltà, e potremo anche essere chiamati a superare diversi ostacoli, ma in discesa. Immaginiamo ora la situazione rovesciata, navigando cioè controcorrente. Il fiume magari è lo stesso, ma le difficoltà e le fatiche aumentano perché siamo chiamati a salire. Questo è il mutamento epocale: se prima era scontato crescere in un mondo orientato cristianamente, oggi sembra essere ovvio esattamente il contrario. Se prima si poteva evitare di prendere posizione, lasciandosi trasportare dalla corrente della tradizione, oggi è necessario scegliere attraverso una decisione.

I giovani nel nuovo contesto

Allo stesso modo in cui un testo è comprensibile nel suo contesto, la vita concreta dei giovani lo è solo all’interno dell’ambiente in cui nascono, vivono e crescono. I giovani sono sismografi e sentinelle, perché percepiscono prima e meglio di altri i cambiamenti in atto. Non è più ovvio crescere in un’ambiente sociale connotato da un contesto religioso; non è più normale che i loro genitori siano i primi testimoni della fede; tante volte nell’ambiente scolastico e universitario c’è ostilità verso la fede. Se poi assommiamo a questo la digitalizzazione in atto e l’elevata mobilità a livello globale, è facile rendersi conto che i giovani più di altri siano lasciati a sé stessi da tutti i punti di vista. La fede sarà per loro possibile, più che per altre categorie sociali, solo come il frutto di una ricerca spirituale personale e di una scelta di vita convinta.

Il dato statistico più evidente

L’abbandono della pratica religiosa ufficiale è l’effetto più visibile della fine della cristianità. Come dire, quando si tratta di remare controcorrente i più si tirano indietro. Ne rimangono pochi, un piccolo resto, una minoranza. E i giovani sono i primi a non partecipare più alla vita ordinaria della comunità cristiana. È il dato più eclatante, tra l’altro previsto da alcuni teologi, tra cui il giovane J. Ratzinger nel lontano 1969. Per lui era l’effetto della necessaria purificazione operata dal Concilio Vaticano II: la Chiesa del futuro «diventerà più piccola, dovrà ricominciare tutto da capo. Essa non potrà più riempire molti degli edifici che aveva eretto nel periodo della congiuntura alta. Essa, oltre che perdere degli aderenti numericamente, perderà anche molti dei suoi privilegi nella società. Essa si presenterà in modo molto più accentuato di un tempo come la comunità della libera volontà, cui si può accedere solo per il tramite di una decisione» (Fede e futuro, Queriniana, Brescia 20053, 115).

Un tempo per la purificazione

Non è quindi un male la fine della cristianità occidentale. Dice solo che il contesto entro cui vivere la fede si è trasformato. Non si tratta di giudicare questo fatto, ma di prendere atto della diversità di condizioni di accesso alla fede rispetto alle epoche precedenti. Per esempio, a proposito della pandemia che sta accelerando questo processo, in una recente intervista all’agenzia AdnKronos del 30 ottobre 2020, Papa Francesco ha affermato: «Ho saputo di un vescovo che ha affermato che con questa pandemia la gente si è “disabituata” – ha detto proprio così – ad andare in chiesa. […] Io dico che se questa “gente”, come la chiama il vescovo, veniva in chiesa per abitudine allora è meglio che resti pure a casa. È lo Spirito Santo che chiama la gente. Forse dopo questa dura prova, con queste nuove difficoltà, con la sofferenza che entra nelle case, i fedeli saranno più veri, più autentici. Mi creda, sarà così».

Lo spazio promettente dell’autenticità

Secondo Charles Taylor, uno dei maggiori pensatori cattolici viventi, il nostro è “il tempo dell’autenticità”: significa che le cose che faccio devono essere il frutto di una mia libera elezione, che nelle mie opzioni di vita – che oggi si sono moltiplicate a dismisura – non posso né devo essere costretto da nessuno. Questo significa per lui “autenticità”: una scelta realmente personale, frutto di una convinzione, esito di un discernimento. I giovani oggi sono immersi in questo “contesto di autenticità”: chi potrebbe, nel mondo occidentale, imporgli qualcosa? È questo il nuovo spazio dell’annuncio cristiano, perché oggi «nelle società secolari assistiamo anche a una riscoperta di Dio e della spiritualità. Questo costituisce per la Chiesa uno stimolo a recuperare l’importanza dei dinamismi propri della fede, dell’annuncio e dell’accompagnamento pastorale» (Documento finale del Sinodo sui giovani, n. 14).

Dal CIOFS una proposta pastorale nelle scuole (e non solo)

Anche quest’anno, come da due anni a questa parte, la Commissione Fede e Cultura del CIOFS/Scuola Nazionale ha preparato alcuni spunti per declinare la proposta pastorale dell’MGS Italia in modo specifico per la scuola FMA, in supporto ai sussidi nazionali, per facilitare l’assunzione della proposta anche in questo ambiente educativo. Crediamo, infatti, che la scuola sia parte integrande delle proposte pastorali del nostro Istituto.

Gli spunti che offriamo  non vogliono essere un sussidio o del materiale direttamente rivolto ai bambini o ai ragazzi ma uno strumento di riflessione per i Coordinatori dell’Educazione alla fede e per i Collegi docenti perché tutti gli spazi della scuola formali (dalle discipline alla didattica in senso stretto) e informali (dai corridoi ai pomeriggi) diventino spazi di educazione evangelizzatrice, spazi pastorali da abitare carismaticamente.
Per praticità abbiamo individuato, come Commissione Fede e Cultura del CIOFS/Scuola FMA nazionale, alcuni ambiti e punti di snodo per la scuola, a partire dalla proposta pastorale MGS Italia.

La proposta MGS si snoda su un triennio a partire dallo sfondo carismatico del sogno dei nove anni:
– nel primo anno (2020-21) si cercherà di ascoltare e vedere il mondo nel quale viviamo e a cui siamo mandati: la missione della Chiesa non è autoreferenziale, ma è una chiamata a mettersi nel cuore del mondo, guardando al Padre che ha tanto amato il mondo da donare suo Figlio;
– nel secondo anno (2021-22) si vuole sottolineare il tema dell’educazione affettiva e dell’essere amati e chiamati, che rimanda in maniera forte alla dimensione vocazionale dell’esistenza umana, che ha bisogno di essere sviluppata attraverso una vera proposta di discernimento capace di riscoprire l’azione della grazia nella vita dei giovani;
– nel terzo anno (2022-23) saranno sviluppati i grandi temi della corresponsabilità apostolica e del protagonismo giovanile, che hanno bisogno di svilupparsi adeguatamente come conseguenza di una chiamata esplicita ad essere collaboratori di Dio nella missione della Chiesa.

Questo percorso di declinazione si svolge in collaborazione con le Consigliere di pastorale giovanile dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice in Italia.
Lo slogan di quest’anno ‘Nel cuore del mondo’, come vedrete dalle pagine allegate, ci spinge davvero ad abitare i cortili in cui si trovano i nostri ragazzi e dove si fa presente Dio con il suo invito a metterci a servizio.
Nel dialogo tra l’Associazione e le Consigliere di Pg, è maturata anche la necessità di curare la figura del Coordinatore dell’Educazione alla fede delle nostre scuole perché la proposta cristiana sia significativa, in dialogo con la cultura e con le modalità tipiche di questo ambiente, in un tempo così difficile e in continua evoluzione.
L’anno scorso si è iniziato con un semplice questionario per raccogliere alcuni dati, quest’anno vorremmo proseguire il percorso con alcuni momenti di formazione.

I due webinar per i Coodinatori delle attività educative e didattiche, i Coordinatori dell’Educazione alla fede e le persone dell’equipe che li affiancano sono:

– per le Scuole dell’Infanzia e Primarie: mercoledì 20 gennaio 2021 ore 16.30 -18.00.

– per le Scuole Secondarie di I e II grado: martedì 23 febbraio 15.00-16.30.

Il relatore che ci aiuterà in questi incontri sarà don Roberto Carelli sdb.

Sono disponibili anche dei video da utilizzare con adolescenti e adulti:

Sui temi socio-politici sono 4 piccoli video in successione
Realizzati per noi dal Prof. Giovanni Ponchio, docente di una scuola FMA, ex referente della scuola di educazione socio politica della Diocesi di Padova e ed ex Coordinatore delle scuole di educazione socio politica delle diocesi italiane.

Prima parte: La logica del castoro
Seconda parte: L’esperienza del bosco
Terza parte: non evitare la storia
Quarta parte: la giustizia

Sui temi di educazione affettiva e di riflessione sul rapporto spiritualità – corpo altri 4 piccoli video

Educazione socio emotiva, dott.ssa Serena Tamburini, collaboratrice di una scuola FMA Lecco
Intelligenza emotiva

Corpo e interiorità, prof.ssa Sonia Marcon, docente IUSVE (Venezia –Mestre)
Il corpo è sempre più del corpo

Due interventi sul corpo di sr Linda Pocher FMA docente di Teologia all’AUXILIUM.

Un approfondimento dedicato in particolare alle ragazze: il ciclo della vita e il corpo della donna 

E il legame tra linguaggio del corpo e preghiera: Pregare con il corpo

 

Oltre la vetta

di Raffaele Mantegazza

Poi, a un certo punto, si arriva. La meta si staglia sempre più vicina all’orizzonte, resta da superare l’ultimo canalone, l’ultima cresta, quegli ultimi metri che fanno venire il dubbio sull’opportunità dell’impresa, e poi è finita. Un percorso educativo deve raggiungere le mete che si prefigge; magari in tempi differenziati, apprezzando le deviazioni, però chi educa deve sforzarsi di realizzare ciò che ha programmato. Troppo spesso la progettazione educativa è attuata in modo poco serio e perciò non ottiene i risultati; troppo spesso le finalità dell’intervento educativo sono indicate in modo fumoso. “Favorire la socializzazione, aumentare l’empatia, integrare, potenziare l’autostima” sono frasi che non significano nulla, come se per definire la finalità di una gita sul Cervino si scrivesse “arrivare in cima a un cono di pietra”. Le finalità devono essere definite in modo specifico, gli scopi educativi devono essere pensati sulla base della persona che si vuole guidare; e non sono mai definiti una volta per tutte, perché vanno ripensati riletti e riadattati a seconda del percorso. Ma una volta che si arriva ad una definizione sufficientemente condivisa, lo scopo dell’educatore è e deve essere portare l’educando a raggiungere questi fini. Quando non accade, c’è sempre l’alibi per le mete non raggiunte: è colpa della scuola, è colpa della famiglia, è colpa di internet, è colpa della società. L’arte di educare consiste nel proporre mete raggiungibili, con tempi diversi, anche con strade differenti, arrivare che è l’unico modo per saper ripartire. E nell’assumersi la responsabilità delle vette non raggiunte; non è colpa della montagna se l’alpinista è stato bloccato a metà strada da una bufera; è lui che non ha ascoltato la montagna per programmare la sua scalata.

 

Volete esercitarvi a leggere la realtà dei (vostri) giovani?

Dal numero di dicembre 2020 di Note di Pastorale Giovanile.

di don Michele Falabretti

Un gruppo di lavoro che si ritrova a progettare un percorso per i giovani, che ha il desiderio di incontrarli e soprattutto di parlare al loro cuore, è chiamato ad aprirsi a un cammino di cambio di sguardo sui giovani perché troppo spesso siamo chiusi nei pregiudizi e nelle paure. “I giovani siano guardati con comprensione, stima e affetto e che non li si giudichi continuamente…” (Christus Vivit, cfr 243).
Segue un laboratorio semplice e efficace per mettersi in ascolto dei giovani e incontrarli con cuore libero!

UNA TECNICA ATTIVA: COME LI VEDIAMO?
Per mettersi in ascolto dei giovani è importante esplicitare a se stessi e al gruppo quale è il proprio sguardo. Se le precomprensioni sono inevitabili (non esiste un ascolto neutro assoluto), ammetterle e stemperarle nel confronto è certamente un modo per prepararsi al meglio. Si propone di comporre una word cloud attraverso un iniziale brain storming. Word cloud è la rappresentazione visiva di quanto una parola-chiave è utilizzata-votata. Più la parola è votata e più è grande rispetto alle altre (sono forme comunicative utilizzate spesso nei blog, esistono programmi on line che le realizzano visivamente).
La domanda, a cui è necessario rispondere con una parola singola (non una frase), da proporre al gruppo è: “In quali luoghi e in quali occasioni i giovani si sentono stimolati a porsi domande intorno al senso della vita?”. A turno una persona scrive la propria parola su una lavagna; chi segue, se lo ritiene, può votare quelle che condivide con una x accanto alla parola e aggiungerne una propria. Si fanno almeno 3 giri. Al termine si vede quale parola è la più votata e si può esprimere la votazione del gruppo con un word cloud. Sarebbe interessante chiedere a un gruppo di giovani di fare la stessa attività e confrontare le due word cloud.
L’obiettivo è quello di aprire il gruppo a uno sguardo complessivo sui giovani, cercando di superare i pregiudizi e la banalità dei luoghi comuni su di loro. I giovani non sono un oggetto di analisi ed esperimenti, ma un soggetto vitale da incontrare.

Al via l’evento ‘Economy of Francisco’ dal 19 novembre

Si segnala a partire da oggi 19 novembre fino al 21 novembre avrà luogo ‘Economy of Francisco’. La partecipazione è libera e caldamente consigliata.

Si rendono noti alcuni link utili per seguire l’evento:

Inoltre si segnala che in data odierna partirà ‘EoF Marathon’, tour virtuale con passaggi a staffetta che visiterà paesi di tutti i continenti. Il primo appuntamento è alle 18:00 in collegamento dal Portogallo.

Di seguito il link per partecipare:

Di seguito i link alle dirette giornaliere:

NPG di dicembre- Economia civile: con i giovani si può

In uscita il numero di dicembre di Note di Pastorale giovanile, con il dossier ECONOMIA CIVILE: CON I GIOVANI SI PUÒ, a cura di Alessandra Smerilli. Ne pubblichiamo l’introduzione e il sommario.

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Non è semplice parlare di economia: si corre sempre il rischio di banalizzare, oppure di farlo in modo complicato. Il risultato è che alcuni grandi temi, che pur rappresentano il quotidiano di tanti giovani, rimangono fuori dai nostri percorsi pastorali. Questo dossier vuole essere un tentativo di confrontarci con essi, dal lavoro, alla finanza, alle imprese, e di farlo anche attraverso l’esperienza di tanti giovani. Se da una parte, infatti, si propongono riflessioni teoriche sugli scenari che ci aspettano, dall’altra si propongono i percorsi che sono stati avviati nel grande processo di Economy of Francesco, l’evento lanciato da Papa Francesco a maggio 2019, in cui chiamava a raccolta giovani imprenditori ed economisti ad Assisi, per fare un patto per cambiare l’economia attuale e dare un’anima all’economia del futuro. La pandemia ha fatto saltare l’evento in presenza, che si sarebbe dovuto tenere a marzo 2020, ma ha creato al contempo le condizioni favorevoli per un lavoro più prolungato e profondo da parte dei giovani. Più di 2000 giovani, infatti, hanno iniziato a lavorare a distanza, divisi in 12 villaggi tematici, per elaborare proposte da presentare a Papa Francesco.

Per 9 mesi, lasso di tempo anche simbolico, si sono incontrati, hanno partecipato a webinar, si sono divisi in sottogruppi, hanno studiato, si sono confrontati con i ‘senior’ che si sono messi a disposizione. In altre parole, hanno avviato un processo e hanno costituito una rete mondiale, che può essere una cellula di trasformazione del mondo economico. I loro riferimenti erano San Francesco e il magistero di Papa Francesco: l’abbraccio al lebbroso e il contrasto alla cultura dello scarto. Di conseguenza un’economia che sa disegnare i tratti della fraternità, che include e non esclude, che è a servizio dello sviluppo. Il fatto che nel percorso ci siano giovani economisti, imprenditori e change makers, lo rende concreto, ma non schiacciato sulla realtà: teoria e prassi si illuminano a vicenda per costruire nuovi cammini. Nel dossier si racconta la vita di questi villaggi, ma anche le esperienze concrete di alcuni giovani che nel mondo tentano di dare vita a questo tipo di economia. Ci soffermiamo anche sulla commissione Covid-19 vaticana, voluta da Papa Francesco per le conseguenze economiche e sociali della pandemia: in essa confluisce Economy of Francesco, con il pensiero e il contributo dei giovani, anche nel dare idee e mostrare esempi di come aiutare il mondo a ‘preparare il futuro’. Se riusciamo ad ascoltarli e ad accompagnarli con audacia e discrezione, credo che davvero i giovani abbiano le potenzialità per rigenerare l’economia e la società.

SOMMARIO

Introduzione
1. L’economia del terzo millennio
1.1. Stefano Zamagni: Il lavoro del futuro nell’era digitale
1.2. Andrea Roncella: Una finanza davvero sostenibile
1.3. Luca Mongelli e Simone Budini: Imprenditori come musicisti, nell’esercizio dell’auctoritas
2. Per un’economia civile all’altezza delle sfide del presente
2.1. Luigino Bruni e Paolo Santori: Alle radici dell’economia civile
2.2. Elena Granata: Tre parole per un’economia civile: biodiversità, esperienza, creatività
3. L’ Economy of Francesco vista dai Villaggi
4. La Buona Economia
4.1. Maria Gaglione: Storie di un’economia che non esclude
4.2. Martina Giacomel: Commissione Vaticana COVID