Meeting di Rimini, don Elio Cesari al panel sui giovani

Dal sito del Meeting di Rimini, organizzato da Comunione e Liberazione.

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IL GRANDE TRADIMENTO: RAGAZZI PERDUTI E RITROVATI

In collaborazione con CdO Opere Sociali.

Partecipano: Francesco Belletti, direttore CISF (Centro Italiano Studi Famiglia); Maria Teresa Bellucci, viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali; Silvio Cattarina, fondatore e presidente Cooperativa sociale L’Imprevisto; Elio Cesari, presidente CNOS (Centro Nazionale Opere Salesiane); Dario Odifreddi, presidente Consorzio Scuole Lavoro. Introduce Stefano Gheno, presidente CdO Opere Sociali

Risulta sempre più evidente una fragilità diffusa nella nostra società, al cui interno spicca il «male di vivere» delle generazioni più giovani, che va a sfociare in forme di violenza verso sé stessi e verso gli altri. Sembra che gli adulti abbiano perso la capacità di stare di fronte con coraggio, abdicando alla loro responsabilità educativa o soccombendo di fronte a condotte che appaiono senza speranza. Speranza che invece continua ad essere alimentata da quanti continuano a investire nella possibilità che i giovani possano fiorire, esprimendo il proprio potenziale senza essere determinati dal proprio disagio.

Cosa si prova a trovare una “casa” in Spagna

Dal sito di Note di Pastorale Giovanile, rubrica “Storie di volontari”.

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di Mariarosaria Marrone (28 anni, di origini campane. Ha studiato lingue e letterature straniere per la cooperazione internazionale e sognava da tanto un’opportunità che le permettesse di immergersi nella lingua e nella cultura di cui tanto aveva letto nei libri. Si reputa una ragazza affidabile e seria, e dichiara che i pilastri fondamentali della sua educazione sono sempre stati il rispetto e l’empatia verso il prossimo. Educare le future generazioni e contribuire alla loro formazione è la sua più grande aspirazione). 

Sarà forse una banalità dire che quella che si è vissuto o si sta vivendo è l’esperienza più bella, ecc. Ma non posso farci niente: per me è proprio così, e allora lo ridico chiaro e tondo: quella che racconterò è stata l’esperienza più bella e formativa che abbia fatto fino ad ora.

Da settembre 2023 sto svolgendo il servizio civile a Utrera, vicino a Siviglia. Del fatto che avrei voluto aderire ad un progetto con i Salesiani non ho mai avuto dubbi, dal primo momento che ho visto il loro nome nell’elenco delle associazioni partecipanti. I Salesiani e tutto ciò che li circonda sono un ambiente positivo, serio, genuino e con tanta voglia di fare. Dal mio punto di vista posso affermare che, dopo un anno vivendo a contatto con questa realtà, quelle che all’inizio erano impressioni si sono rivelate essere una verità e un dato di fatto. Mi sono trovata davvero bene, non mi sono mai sentita abbandonata dall’Ente e dal mio OLP e ho potuto vedere e vivere parte delle numerose iniziative svolte dai Salesiani qui a Utrera, cosa che ha confermato che questo ambiente è molto vivo e stimolante. Inoltre, la scuola salesiana di Utrera è la più antica (salesianamente parlando) di tutta la Spagna ed è una struttura enorme e bellissima, con tantissimo spazio e infrastrutture dedicate agli studenti. Prima di mandare la mia candidatura per Utrera ci ho riflettuto qualche giorno, dato che viene data la possibilità di candidarsi per tantissime città della Spagna e del mondo. Il servizio civile, purtroppo, si può svolgere solo per un anno e la scelta del luogo in cui ci si trasferirà è estremamente importante. Il cuore mi ha indicato questa città, senza una ragione ben precisa. L’anno 2023/2024 è stato il primo anno in cui anche la sede di Utrera ha iniziato ad accogliere volontari italiani, e io sono stata la prima volontaria a mettere piede in questa città.

La mia scelta si è rivelata essere più che giusta perché ad Utrera ho trovato una famiglia, persone amorevoli, pronte ad aiutarmi in qualsiasi difficoltà, una cittadina stupenda, tranquilla e con tutte le comodità. A due passi dall’aeroporto (cosa non scontata) e a due passi da Siviglia, famosa per essere la città più bella e autentica della Spagna. Accoglienza, cibo, clima e persone sono solo alcuni dei tanti motivi per il quale venire qui (o nei dintorni) non potrà mai essere una scelta sbagliata. L’Andalusia, con i suoi bar di tapas e con la loro meravigliosa maniera di parlare vi ruberà il cuore. Sulla lingua c’è da fare un piccolo appunto: l’andaluz non è esattamente la classica lingua castellana a cui siamo abituati, quella che ci viene fatta ascoltare nelle scuole durante le ore del listening. L’andaluso ha un fascino tutto suo e che io, personalmente, amo. Sarà che io sono originaria di Napoli e cresciuta in un ambiente in cui, oltre all’italiano, ho sempre ascoltato anche il napoletano, che il resto degli italiani fa fatica a comprendere, sarà che riesco bene a comprendere il sentimento che si vive in Andalusia, un po’ derisa dal resto della Spagna per i classici stereotipi che, ancora nel 2024, dividono nord e sud (gli stessi che viviamo in Italia), ma il fatto che qui si parli una lingua diversa dal classico castellano è stato un motivo in più per ritenermi contenta della mia scelta. Non è stato un problema abituare il mio orecchio, già allenato grazie al fatto che la lingua e la letteratura spagnola sono, da sempre, un mio interesse e che il mio obiettivo è quello di diventare una docente di lingue straniere oltre che un’educatrice (non bisogna mai dimenticare che ogni docente è prima di tutto un educatore).

Dopo questa personale introduzione ci tengo a parlare di quella che è l’esperienza a contatto con i ragazzi. Dal primo incontro con i destinatari ho cercato di conquistare la loro fiducia, e inizialmente credevo di non riuscirci ma, contro ogni aspettativa, fin da subito mi hanno aperto il loro cuore e, inevitabilmente, io gli ho aperto il mio. Il mio progetto prevede dare sostegno e aiuto a bambini e adolescenti con situazioni familiari non rosee. Il mio OLP è il direttore del progetto, è stato lui a volere fortemente la presenza di volontari italiani ed è grazie a lui se da quest’anno tanti altri ragazzi italiani potranno avere la fortuna di vivere quest’esperienza. Fin da subito mi ha spiegato molto bene quelli che sarebbero stati i miei compiti, senza mai lasciarmi sola. Da settembre a giugno i ragazzi di un quartiere di Utrera possono varcare la soglia del progetto e trovare un ambiente positivo, pronto a sostenerli e stimolarli quotidianamente. Sono molto fortunati perché ogni anno si trovano sempre tanti nuovi volontari pronti ad aiutarli nei loro compiti che, spesso, sono docenti veri e propri che dedicano il loro tempo libero per aiutare i ragazzi che vanno al progetto per studiare. Come ho già detto, questo è il primo anno che il Proyecto Oberti di Utrera ha accolto i volontari dall’Italia, però il progetto va avanti da molti anni grazie alla presenza di cittadini con un buon cuore e animati dalla voglia di aiutare il prossimo a cambio della soddisfazione di aver aiutato un ragazzino o una ragazzina a raggiungere un suo personale traguardo. Io mi sono occupata di lezioni di inglese, spagnolo e francese e posso ritenermi soddisfatta dei miglioramenti fatti dai ragazzi. Inoltre, ogni giorno ideavo un’attività di gruppo per sviluppare l’empatia e per formarli ad essere cittadini rispettosi del prossimo e della comunità in cui vivono. La bellezza del progetto sta nel fatto che non si limita ad essere solo un luogo di sostegno scolastico, al contrario si tratta di un’iniziativa che coinvolge loro e le loro famiglie a 360 gradi: non sono state rare le volte in cui abbiamo fatto attività extra come portarli a mangiare i churros, al cinema, in escursione, abbiamo festeggiato i compleanni dei ragazzi, li abbiamo portati a messa, a mangiare la pizza, abbiamo raccolto fondi per comprargli regali di Natale, gli abbiamo fornito materiale scolastico, vestiti, ecc. Loro sanno che possono contare su di noi per qualsiasi cosa e che tra quelle mura troveranno il sostegno di cui hanno bisogno. Li sproniamo quotidianamente ad intraprendere un cammino che li possa portare a un futuro migliore del presente che stanno vivendo, dato che stanno crescendo in un ambiente che, per forza di cose, li porta a crescere prima del previsto. Molti di loro sono frutto di un processo di immigrazione delle loro famiglie; in effetti il progetto accoglie famiglie di nazionalità spagnola, marocchina, rumena e sudamericana. Uno dei valori principali che cerchiamo di trasmettere ai nostri ragazzi è quello dell’uguaglianza: non devono, per nessun motivo, sottostare ad alcuna forma di discriminazione e, al tempo stesso, vogliamo che loro siano i primi ad evitare ogni forma di razzismo nei confronti di qualsiasi nazionalità. Devo ammettere che sono molto bravi in questo, perché si comportano come una grande famiglia e si sostengono a vicenda. In quest’anno ho avuto modo di relazionarmi con molteplici vicissitudini, perché ogni ragazzino/a ha una storia e quando esce da quella porta deve fare i conti con la propria battaglia, anche se non entrerò nei dettagli di ognuno di loro.

Li ringrazierò per sempre perché il mondo dell’immigrazione l’avevo affrontato solo sui libri universitari, e grazie a loro mi sono immersa in una realtà che non pensavo avrei mai conosciuto e che ho scoperto appassionarmi particolarmente. Sapere di essere stata utile a qualcuno, sapere che un ragazzino/a stia aspettando il pomeriggio per venirmi a parlare di un qualcosa che lo turba, sapere di aver fatto colpo nei loro cuori è motivo di grande soddisfazione per me. Perché non si tratta solo di averli aiutati a superare l’anno scolastico, bensì di essere stata una spalla per loro, una persona con la quale si sono sfogati e in cui hanno trovato ascolto e comprensione. Ogni giorno ci ritagliamo un’ora di tempo in cui ci sono sempre tanti bei momenti di confronto. A luglio organizzeremo una escuela de verano, una bellissima iniziativa per non abbandonarli neanche d’estate, faremo ripasso scolastico e tante attività. Sport, giochi di squadra e attività educative saranno il nostro pane quotidiano per tutta l’estate. Ogni venerdì li porteremo in piscina e, infine, andremo con loro una settimana in un camping dove avranno modo di stare insieme e passare tanti momenti indimenticabili. Sarò sempre grata ai miei ragazzi e a questo meraviglioso progetto per avermi regalato momenti molto formativi e avermi dato la conferma che il mondo dei ragazzi è quello a cui voglio dedicare la mia vita. I Salesiani sanno essere casa e sono diventati la mia.

Il pensiero sportivo di p. Didon nel “discorso di Le Havre”

da Note di Pastorale Giovanile.

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di Angela Teja

Il discorso pronunciato da p. Henri Didon (1840-1900)[1] a Le Havre nel 1897 è tra quelli che meglio rappresentano il celebre Domenicano, inventore del motto olimpico Citius, altius, fortius, come paladino del nascente Olimpismo. In esso infatti egli affrontò il tema dell’influenza morale degli sport atletici, uno degli argomenti portanti del suo metodo pedagogico ma che si sarebbe mostrato anche un percorso impegnativo per il nascente Movimento olimpico. Pronunciato il 29 luglio 1897, dunque nell’anno successivo alla prima edizione dei Giochi olimpici, la sua prima pubblicazione è della fine di quell’anno[2]. Presidente del Congresso di Le Havre fu lo stesso Coubertin, che ne aveva predisposto il programma in tre momenti (pedagogia, igiene e sport), in presenza di pochi stranieri e con prevalentemente un pubblico locale[3].
Coubertin stesso introdusse p. Didon in apertura della quarta giornata congressuale annunciando l’argomento che avrebbe trattato nella sua lectio per mostrarne i tratti non solo pedagogici e psicologici ma anche spirituali. Il titolo dell’intervento del Domenicano era piuttosto lungo: «Dell’azione morale degli esercizi fisici sul fanciullo, sull’adolescente e dell’influenza dello sforzo sulla formazione del carattere e lo sviluppo della personalità». Coubertin aveva autorizzato quel titolo e quell’ampia tematica da trattare perché sapeva di potersi fidare dell’aiuto di p. Didon, con la speranza di meglio indirizzare il nascente Movimento olimpico, che sembrava invece subire già deviazioni e tentennamenti rispetto alle intenzioni del suo Ideatore.
P. Didon per la prima volta si trovò a fare riferimenti precisi ed esclusivi agli «esercizi fisici en plein air», come amava chiamare gli sport, o meglio agli «esercizi atletici», altra denominazione che preferì utilizzare rispetto al termine inglese di fronte a un pubblico di esperti, medici e pedagogisti in prevalenza francesi. Egli sapeva bene che il tema che avrebbe trattato sarebbe stato interessante per tutti i presenti, genitori, politici, insegnanti, «tutti quelli che [avevano] a cuore l’avvenire del paese».[4] Per illustrarlo egli si servì di alcuni argomenti relativi ai risultati che gli esercizi en plein air  riuscivano a produrre, operando una costante “cucitura” tra il mondo della corporeità e quello morale, sapendo che così sarebbe stato utile a Coubertin e alle sue finalità: la pace tra i popoli e l’internazionalismo, grazie al rafforzamento delle giovani generazioni da ogni punto di vista, sia fisico che morale. Pierre de Coubertin voleva infatti recuperare gli aspetti storici, filosofici e intellettuali alla base del nuovo Movimento che apparivano già trascurati nei quindici mesi appena trascorsi dalla prima edizione dei Giochi e forse già assenti da essi dove sembrava esserci stata solo «la tecnica vestita da storia»[5].

L’esercizio fisico, virtù psico-morale

P. Didon a Le Havre si mostrò più spontaneo del solito e, se vogliamo, anche un po’ istrionesco nei modi, forse perché voleva rendere chiare e appetibili le sue convinzioni riguardo allo sport, in modo che tutti capissero e ne approvassero anche gli aspetti più profondi. Servendosi di argomenti concreti, egli iniziò citando i tre vantaggi di una pratica sportiva costante, che egli chiamò “virtù”: chiamò «morale» il primo vantaggio, la componente materiale e più consistente degli esercizi, quindi «psico-morale» il secondo che si manifestava nello spirito di lotta e di competizione, e infine la terza, la virtù della forza e della resistenza. Era evidente, infatti, che egli volesse sostenere il progetto del suo amico Pierre de Coubertin, in un periodo in cui tutti avvertivano la necessità di rinnovare i metodi pedagogici scolastici, per combattere il surménage intellettuale in vigore tra i banchi, pericoloso perché causava l’indebolimento dei giovani e la loro scarsa preparazione nei momenti critici, con la necessità invece di competere nelle conquiste coloniali. Didon dunque avvertì l’importanza di trovarsi in un’occasione che gli avrebbe permesso di presentare la novità dei metodi pedagogici da lui seguiti nella sua scuola ad Arcueil, ma nello stesso tempo capiva che non avrebbe potuto citare le sue intuizioni tomiste sullo sport, ovvero come questo fosse una «palestra di virtù» per i giovani. Pochi infatti lo avrebbero compreso e per il pubblico di Le Havre qualsiasi apertura al trascendente non sarebbe stata capita.
P. Didon iniziò dunque il suo discorso descrivendo l’«attività fisica» come elemento fondante della «virtù morale». Egli spiegò che i fanciulli inerti e pigri nel fisico lo erano anche dal punto di vista morale, mentre i fanciulli attivi «fino alla turbolenza» racchiudevano i germi delle Virtù, il primo vero traguardo degli «sport atletici». Il secondo frutto di questi ultimi dipendeva dal senso di combattività e di competizione che essi racchiudevano e che egli definiva una virtù «psico-morale». L’attività fisica aiutava infatti a combattere il timore e la timidezza perché, egli disse:

«… i combattivi sono forti, i forti sono buoni, ma i pigri sono furbi e deboli, e i deboli sono pericolosi perché sono traditori.

Sviluppiamo dunque lo spirito di combattività, cioè l’amore della lotta: il fine è questo. Se c’è un ostacolo, buttiamolo giù, e se dobbiamo aggirarlo e siamo inseguiti, non esitiamo ad attaccare. Ecco lo spirito combattivo, una delle più belle virtù psico-morali dell’uomo, poiché se l’uomo possiede in germe una viltà con cui nasce, egli possiede anche il germe di una bravura con cui nasce. Si tratta di capire cosa gli interesserà, la viltà o la bravura. Gli sport fanno prevalere lo spirito di combattività, cioè lo spirito di valore e di bravura originari che dormono nel fanciullo. Gli sport fanno del fanciullo un adolescente di valore…»[6].

Queste parole descrivono in realtà la virtù della Fortezza, che a livello teologico è tra le maggiori perché aiuta a superare il timore con un’audacia calibrata, condizione molto importante in situazioni estreme. Tuttavia p. Didon, si diceva, preferì utilizzare dei toni laici che rendessero facilmente accessibile ai più il suo allenamento alle Virtù attraverso quello sui campi sportivi, anche per raggiungere il terzo risultato dell’esercizio fisico, quello della forza e della resistenza. Forte, infatti, era colui che sapeva resistere con tenacia, chi non indietreggiava mai.
Didon concluse la prima parte del suo discorso aggiungendo qualche cenno all’ultima delle Virtù definite «psico-morali», la Temperanza. Questa era infatti ben visibile in chi praticava lo sport, perché gli atleti non bevevano vino né alcol, non fumavano e sapevano dominare il piacere. Infine nelle parole del Domenicano non poteva mancare un cenno a quelle che egli definiva «virtù civili», ovvero la fraternità (lo sport infatti univa in una contesa cavalleresca in campo) e la libertà (nella organizzazione delle associazioni sportive). Il discorso sulla libertà in ambito sportivo ci pare tra i più interessanti e moderni che egli abbia fatto, alludendo all’autonomia dei giovani nell’organizzarsi. Libertà dunque nella stessa fondazione delle associazioni

«… perché bisogna che i giovani organizzino da soli le loro piccole società. Devono nominare i loro presidenti, i loro segretari, i loro tesorieri, creare i loro direttivi. Essendo costituiti da loro stessi, li accettano come un’autorità liberamente riconosciuta. […]  La centralizzazione è dappertutto ed è quello che non posso accettare. Così mi sono ripromesso che quando avessi avuto un complesso da gestire, avrei fatto un buco attraverso il quale far entrare la libertà nelle associazioni e negli istituti educativi. Ora, Signori, la libertà, ben collocata lì e praticata lì, finirà, statene sicuri, per stabilirsi nel paese come padrona sovrana»[7].

P. Didon sapeva infatti che il processo educativo si basava sulla capacità di tirar fuori dai giovani le loro virtù e possibilità, incoraggiandole e sostenendole, dando fiducia, facendo dei giovani gli artefici della loro vita, con una forte sottolineatura del senso dell’onore e della dignità che l’atleta doveva avere:

«E dato che le associazioni sportive producono tutti i loro effetti, vorrei che fossero assolutamente intransigenti per quanto riguarda l’onore e la dignità dell’atleta. Niente compromessi. – Signore, avete violato la legge, siete squalificato. – Signore, avete imbrogliato, siete squalificato. – Signore, avete maltrattato il vostro avversario, siete squalificato. Punto e basta. Con questo sistema, forse andremo con successo contro queste coscienze di caoutchouc che la politica ha sfortunatamente sviluppato, perché la politica, essendo fatta di interessi, spinge al compromesso, e il compromesso è sempre una distorsione della coscienza. »[8]

Parole adattabili a qualsiasi epoca e che comunque fanno pensare che sin dal suo nascere lo sport, per il fatto di essere uno spettacolo che dava fama e premi a chi si batteva per la vittoria, abbia avuto un cammino attraversato da molteplici problematiche di tipo morale. Se era importante infatti che i giovani conoscessero e amassero l’onestà, p. Didon sembrava guardare soprattutto alla necessità di costruire nazioni democratiche, costituite da cittadini liberi e coscienziosi, convinto che se si fossero formati cittadini passivi, spinti solo da logiche di potere, e da questo malleabili, sarebbe stato impossibile dar vita a stati democratici. Ecco le sue infiammate e convinte espressioni al riguardo:

«Non possiamo dimenticare che viviamo in una vasta democrazia, non solo francese, ma universale. Che si viva sotto un monarca o un presidente della repubblica, si è sempre cittadini liberi. Il vantaggio di una democrazia come la nostra, è che l’individuo partecipa per dare un indirizzo generale. Dunque, in democrazia, bisogna formare uomini illuminati e capaci di iniziativa. Se formate esseri passivi, che agiscono solo per l’impulso del potere, come costituirete una seria democrazia? Avrete solo persone sotto tutela, che saranno battute a ogni colpo, come sarà battuto in campo chi non avrà ricevuto alcuna educazione atletica»[9].

In queste parole, ricche di metafore sportive che ci colpiscono per la loro attualità, specie per lo sguardo “universale” necessario nei confronti delle diverse nazioni del mondo e che oggi chiameremmo “globalizzante”, p. Didon guardava alla vita dei colleges britannici.

La parte finale del discorso è forse quella più accattivante, nel senso che p. Didon si esprime in essa in modo spigliato e ironico, accogliendo una grande quantità di applausi entusiasti. Egli infatti vi descrive con sagacia i tre «nemici dello sport»: gli individui passivi, quelli affettivi, cioè i sentimentali, e gli intellettuali[10]. Alla fine egli cerca di giustificare le sue posizioni a volte eccessive, se non eccentriche, con una frase piuttosto netta e rivelatrice dei suoi modi di uomo schietto e sincero: «Io sono quel che sono; ho le mie idee, ho il coraggio di dirle e cerco di farle trionfare»[11], in un’atmosfera di applausi «frenetici e prolungati», come riporta il testo stenografato del discorso di Le Havre. P. Didon era infatti un ottimo retore e dietro alle sue parole si intravede ancora oggi la novità del suo metodo educativo che definiremmo “esperienziale”, l’unico che considerasse valido per la formazione di cittadini in grado di sottoporsi alla pratica austera, leale e cavalleresca del rispetto e della tolleranza reciproci. Il discorso di Le Havre si presenta dunque come una vera e propria summa della nascente pedagogia sportiva di fine Ottocento, che in p. Didon ha visto prendere vigore e che ancora oggi mostra tutta la sua attualità”.

NOTE

[1] Per alcuni cenni alla vita e all’operato di p. Henri Didon si veda A. Teja, P. H. Didon, un domenicano alle radici dell’olimpismo. Citius altius fortius tra corpo e spirito, Ave, Roma 2024, e NPG 4/2024, pp. 70-72.
[2] La prima edizione è consultabile in https://gallica.bnf.fr e i numeri delle pagine citate si riferiscono a questo testo: Le p. Didon, Influence morale des sport athlétiques. Discours prononcé au Congrés Olympique du Havre le 29 juillet 1897, J.Mersch impr., Paris 1897, (https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k73110q.texteImage consultata nel maggio 2017). La seconda edizione si trova nella raccolta L’éducation présente cit. pp. 372-394.
[3] Cfr. in particolare gli Atti del Congresso del suo Centenario: N. Müller (ed.), Coubertin et l’Olympisme. Questions pour l’avénir. Le Havre 1897-1997, Raport du Congrès du 17 au 20 septembre 1997 à l’Universitè du Havre, Comité International Pierre de Coubertin – CIPC, Lausanne 1998.
[4] Le p. Didon, Influence morale des sport cit., pp. 6-7.
[5] N. Müller, Après un siècle d’Olympisme cit. Cfr. P. de Coubertin, Memorie olimpiche, a cura di R. Frasca. Mondadori, Milano 2003 (ed. orig. 1931), p. 39.
[6] P. H. Didon, Influence morale des sport athlétiques cit., p. 8.
[7] Ivi p. 12.
[8] Ibid.
[9] Ivi p. 15.
[10] Per uno sguardo più approfondito a queste tre categorie si veda Teja, P. H. Didon, un domenicano alle radici dell’olimpismo, cit. Con queste tre categorie si allude ai pigri e sedentari, alle madri apprensive e a chi dedica la sua vita allo studio, senza troppo capire dello sport agito.
[11] Ivi p .20.

Assemblea di Pastorale Giovanile dell’Italia Salesiana

Il 12 luglio si è tenuta l’Assemblea di Pastorale Giovanile dell’Italia Salesiana a Roma, al Centro Nazionale delle Opere Salesiane. L’appuntamento estivo, il secondo dopo quello di gennaio, raduna i Coordinatori degli Uffici nazionali e gli incaricati dei Collegamenti, con i responsabili degli enti Cnos, oltre ai direttori Laici delle Associazioni Nazionali e laici con ruoli di responsabilità nazionale, la Comunità San Lorenzo e il consiglio della CEP del Centro Nazionale.

Un primo momento dell’assemblea è stato dedicato all’ascolto dell’esperienza dei Frati del SOG, il Servizio Orientamento Giovani dei frati minori di Umbria e Sardegna con fra Mirko Mazzocato che ha raccontato la nascita del SOG e il tema del primo annuncio così come viene realizzato nei corsi proposti ai giovani.

Il SOG  è da oltre 40 anni un’esperienza di incontro con i giovani: è nato da un’intuizione di padre Giovanni Marini, il quale avvertì la necessità e l’urgenza di andare a cercare i giovani per annunciare loro la bellezza di ascoltare una Parola che salva e che spalanca la possibilità di mettersi in cammino per rispondere al progetto di amore che Dio da sempre ha verso ciascun uomo. A partire dai primi anni Duemila, dopo l’intuizione di creare un centro aggregativo a Santa Maria degli Angeli, si costituisce una fraternità stabile, la comunità di “Casa Tre Compagni”. Da circa dieci anni il SOG propone un master di Pastorale Vocazionale, per aiutare religiosi e laici nella missione di accompagnamento.

Questo momento di confronto è stato propedeutico alle informazioni relative al seminario sul primo annuncio della Regione Mediterranea che si terrà a Madrid a ottobre: le linee principali del seminario si sono delineate a giugno, durante l’incontro tra i centri nazionali di Italia e Spagna; nelle prossime settimane verranno diffusi i dettagli per le iscrizioni e il programma definitivo.

Nella seconda parte dell’incontro c’è stato lo spazio per le relazioni di fine anno pastorale degli uffici nazionali  durante il quale si sono affrontati questi temi:

  • Affettività: seminario all’UPS (marzo 2024) con relazione di Aurora Perris, responsabile nazionale dei Collegi universitari che sta seguendo il corso, avvio percorso formazione incaricati ispettoriali per la redazione di percorsi nelle ispettorie e nelle case.
  • Note di Pastorale Giovanile: condivisione delle note rilevanti post – redazione del 17 giugno
  • Giubileo 2025: condivisione di note organizzative
  • Animazione Vocazionale: presentazione del libretto realizzato dall’ufficio
  • Animazione Missionaria, con la preparazione al 150mo della prima spedizione missionaria
  • Oratorio e Parrocchia: note rilevanti post-seminario
  • Scuola: aggiornamento dall’ufficio

La riunione è proseguita poi con ispettori e delegati di Pastorale Giovanile per affrontare il tema del Servizio civile universale.

 

 

 

Un ponte tra scuola e Chiesa, a doppio senso di circolazione

Da Note di Pastorale Giovanile di luglio e agosto, l’introduzione al dossier sull’Insegnamento della religione cattolica: IRC, Comunità cristiana e pastorale giovanile. 

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di Ernesto Diaco (Direttore dell’Ufficio Nazionale per l’educazione, la scuola e l’università e del Servizio Nazionale per l’insegnamento della religione cattolica della CEI)

“La Chiesa non si serve della scuola per finalità estranee ad essa, ma si ritiene sua alleata e la considera un bene primario della comunità umana”. E ancora: “Nelle forme di proposta e di elaborazione educativa e culturale proprie della scuola stessa, e nel rispetto del pluralismo che caratterizza questo ambiente così come la società attuale, la Chiesa offre il suo primo e fondamentale servizio alla scuola presentando la bellezza dell’umanesimo cristiano”[1].
In queste due brevi citazioni del documento “Educare, infinito presente. La pastorale della Chiesa per la scuola”, pubblicato dalla Commissione Episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università della CEI nell’estate del 2020, è racchiuso l’orientamento di fondo con cui la comunità cristiana guarda a quella scolastica, ossia con spirito di testimonianza, di responsabilità e di servizio.

Un’alleanza educativa a favore dei giovani

L’insegnamento della religione cattolica (IRC) nella scuola è forse il massimo esempio che si può citare a tale riguardo. Esso infatti si configura come una vera e propria alleanza educativa, pubblicamente riconosciuta e regolata, e concretizzata in “patti educativi” che prendono forma nella quotidianità delle aule grazie all’operato delle autorità scolastiche e dei vescovi diocesani, degli insegnanti di religione, delle famiglie e degli alunni che scelgono di frequentare tale insegnamento. Alla base dell’IRC così come è presente da circa quarant’anni nelle scuole italiane, infatti, ci sono la libertà e la responsabilità della scelta, la definizione di obiettivi e strumenti adeguati, l’incontro fra le domande educative dei ragazzi e dei giovani e proposte culturali pienamente integrate nel contesto scolastico. Tutti elementi indispensabili per un’esperienza formativa di qualità durante l’età della crescita.
Sull’identità scolastica di tale disciplina non ci sono dubbi. L’IRC è condotto nel quadro delle finalità della scuola, che il Ministero dell’istruzione definisce così: “Nella consapevolezza della relazione che unisce cultura, scuola e persona, la finalità generale della scuola è lo sviluppo armonico e integrale della persona, all’interno dei principi della Costituzione italiana e della tradizione culturale europea, nella promozione della conoscenza e nel rispetto e nella valorizzazione delle diversità individuali, con il coinvolgimento attivo degli studenti e delle famiglie”[2]. Non che manchino questioni aperte o difformità nell’interpretazione e nell’applicazione delle norme, ma – anche a fronte dell’altissima percentuale di studenti che se ne avvalgono – non è possibile oggi vedere l’IRC come un’anomalia o un corpo estraneo alla scuola.
Nei quarant’anni trascorsi dalla revisione del Concordato, a cui si deve l’attuale configurazione dello studio della religione nelle aule, l’IRC ha trovato casa nella scuola e nei suoi ordinamenti, nella riflessione pedagogica e nella sperimentazione didattica, nella definizione dei traguardi per le competenze e degli obiettivi di apprendimento, nei nuovi percorsi di formazione teologica e nella produzione editoriale. La scelta del presente dossier, dunque, riguarda l’altra faccia della medaglia, ovvero il legame dell’IRC con la comunità cristiana.

La responsabilità della comunità cristiana verso l’IRC

L’insegnamento scolastico della religione è una risorsa per la scuola. E per la Chiesa? Trattandosi di una disciplina con finalità proprie, complementari ma distinte da quelle della catechesi o della pastorale in senso stretto, quale ricaduta può avere nella vita della comunità ecclesiale? E quale attenzione merita da parte sua?
Il rischio dei percorsi paralleli, lo sappiamo, è sempre in agguato. D’altronde i vescovi italiani mettevano in guardia da questo già nel 1991, nella nota pastorale che accompagnava l’avvio del nuovo sistema dell’IRC: “Urge che la comunità ecclesiale cresca nella consapevolezza delle sue precise responsabilità circa l’insegnamento della religione cattolica. Non sempre infatti l’insegnamento della religione cattolica e il servizio del docente di religione sono collegati con l’azione pastorale che deve esistere fra la Chiesa e la scuola e fra la Chiesa e il mondo giovanile. Le nostre comunità devono considerare l’insegnamento della religione cattolica parte integrante del loro servizio alla piena promozione culturale dell’uomo e al bene del Paese”[3].
La comunità ecclesiale può ricevere molto dall’IRC in termini di ascolto e vicinanza al mondo giovanile, di sperimentazione di linguaggi e itinerari formativi adatti alla vita delle persone, di educatori preparati dal punto di vista teologico e pedagogico. Non solo. Con l’IRC è sollecitata la responsabilità della Chiesa “perché offra se stessa come segno storico, concreto e trasparente di quanto viene insegnato nella scuola”[4]. Con l’insegnante, in aula, “entra” tutta la comunità.

IRC e pastorale “per” la scuola
L’attenzione della Chiesa per il mondo scolastico si compone di diverse forme e occasioni. Oltre al compito proprio della scuola cattolica, vi è un’articolata serie di iniziative che si pongono a servizio della formazione e della testimonianza degli insegnanti, degli studenti, delle famiglie. Momenti culturali e di spiritualità, progetti di solidarietà e animazione, percorsi offerti dalle associazioni professionali, doposcuola e iniziative di sostegno allo studio e contrasto alla povertà educativa. Tutto finalizzato a contribuire alla crescita delle persone e ad una scuola di qualità, fedele alle sue finalità e creatrice di cultura veramente umana. L’IRC si colloca in questo alveo, ne è protagonista e ne riceve a sua volta sostegno. La pastorale per la scuola prende forma per lo più negli istituti scolastici e nei luoghi educativi, ma non solo. Diverse iniziative sono promosse a livello diocesano e nelle stesse parrocchie. È soprattutto nella vita ordinaria delle comunità cristiane che l’IRC può essere promosso e valorizzato, e “restituire” il frutto dell’incontro quotidiano con studenti e insegnanti. È in parrocchia, inoltre, che nascono spesso nuove vocazioni all’educazione e all’insegnamento della religione in particolare. Anche questo è un segno di vitalità per una Chiesa.

L’insegnante di religione, uomo della sintesi
Il primo “luogo” di incontro fra Chiesa e scuola non è nelle attività, ma nelle persone che incarnano l’alleanza fra questi due mondi. “La Chiesa vive già dentro la scuola – ricordano i vescovi – perché in essa operano adulti e giovani credenti: insegnanti, studenti e famiglie”[5]. E i docenti di religione, “senza confondere missione evangelizzatrice e insegnamento scolastico, assolvono un servizio prezioso di testimonianza e di animazione cristiana nella scuola, innanzitutto attraverso il migliore svolgimento del loro insegnamento”[6]. Essi appartengono pienamente alla scuola e alla Chiesa. L’idoneità che ricevono dal vescovo, infatti, non è da vedere come un ulteriore titolo per l’insegnamento, ma come una relazione viva, che abilita, sostiene, dà formazione e fiducia. Come tutte le relazioni, essa non è a senso unico, ma si rafforza nella reciprocità: nel contributo che l’insegnante porta alla scuola e in quello, diverso certamente ma non meno importante, che offre alla Chiesa. Per questo egli è uomo della sintesi: tra fede e cultura, tra Vangelo e storia, tra i bisogni degli alunni e le loro aspirazioni profonde[7].
Non è possibile assolvere a questo compito senza coltivare un’adeguata spiritualità: “una spiritualità cristiana ed ecclesiale, ma anche, in rapporto alla struttura in cui si opera, una spiritualità laicale, forgiatrice e animatrice di una nuova umanità nella scuola”[8].

NOTE

[1] CEI – Commissione Episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università, Educare, infinito presente. La pastorale della Chiesa per la scuola, 4 luglio 2020, pp. 23 e 21.
[2] Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione, settembre 2012, p. 9.
[3] Conferenza Episcopale Italiana, nota pastorale Insegnare religione cattolica oggi, 19 maggio 1991, n. 27.
[4] Ivi.
[5] Educare, infinito presente, cit., p. 9.
[6] Ivi, p. 28.
[7] Cf. Insegnare religione cattolica oggi, cit. n. 23.
[8] Ivi, n. 24.

 

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Settimane Sociali dei Cattolici Italiani e pastorale giovanile, un resoconto e una rilettura

Le Settimane Sociali dei Cattolici Italiani a Trieste hanno visto anche la presenza del Centro Nazionale Opere Salesiane con il presidente d. Elio Cesari, il presidente di Salesiani per il Sociale d. Francesco Preite e il direttore Generale CNOS-FAP d. Giuliano Giacomazzi. D. Elio Cesari ha scritto un breve resoconto con agganci pastorali e riferimenti al mondo salesiano.

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La 50ª edizione delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani si è svolta a Trieste e il luogo non è stato certamente scelto “a caso”, perché si tratta di una città che ha vissuto e continua a vivere il tema dell’intreccio di confini da più punti di vista: culturali, geografici, linguistici… Dal 3 al 7 luglio 2024 si sono incontrati circa 1500 delegati oltre a tanti altri partecipanti che hanno animato gli stand in tutta la città di Trieste, per presentare le buone prassi e le diverse realtà che in questo momento sono interessate e coinvolte con un ruolo importante nella dinamica politica e sociale italiana. Hanno partecipato alcune personalità illustri: il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il Cardinale e Presidente della CEI Matteo Zuppi e infine e non ultimo il Santo Padre: tutto
questo ha segnalato l’importanza di questi giorni, che hanno sono stati caratterizzati da incontri e riflessione approfondita nella condivisione delle diverse esperienze. Se potessi riassumere in  pochi punti quanto mi sembra più importante di questi giorni, sottolineerei i seguenti:

  • Il cuore della democrazia (tema di questa edizione) non è un metodo, ma sta nella partecipazione libera delle persone di buona volontà e della loro passione a volere cercare con tutto il cuore e con tutte le forze il Bene comune, cioè un bene che sia tale per tutti, nessuno escluso.  Approfittando delle parole di Mons. Renna (Presidente del Comitato Organizzatore e Scientifico), l’obiettivo è “portare a casa questa esperienza nella convinzione che i Cattolici, nei vari ambiti, sentono l’importanza di ripensare la dimensione comunitaria, partecipando alla vita sociale e democratica, in Italia come in Europa”. Una conclusione che non chiude, ma che al contrario nutre la promessa di nuove opportunità da esplorare per costruire un futuro democratico, partecipato e per tutti. Insieme.
  • Si è percepito il grande lavoro di preparazione del Comitato Scientifico e Organizzatore, che ha fatto tesoro della storia di questi eventi e ha corretto la rotta proponendo delle
    intelligenti correzioni. Nulla accade a caso! Degna di nota la presenza di Sr Angela Elicio FMA tra i membri del Comitato stesso e la valorizzazione della presenza della Famiglia Salesiana, anche con gli Exallievi e i Salesiani Cooperatori.
  • C’è stato un grande spazio per la condivisione attraverso il metodo sinodale, che ha fatto emergere la parola di ciascuno, solo così si costruisce insieme un percorso che ha avuto come linea comune il fatto che non ci si può disinteressare del fatto sociale e politico, ma bisogna fare in modo di interessarsi e intervenire in tutti quegli spazi in cui la voce della Chiesa può ancora esprimersi in modo efficace. Nulla che sia importante per l’uomo può non essere importante per la Chiesa.
  • Ci sono state tante occasioni in cui si è coinvolta la città di Trieste in una forma inedita nelle edizioni passate: ci sono stati stand e incontri in tutta la città. Non si è trattato di una scelta organizzativa, ma di una vera e propria linea e indicazione progettuale: l’intersezione tra gli spazi dell’uomo e quelli ecclesiali devono avere sempre più intrecci e intersezioni.
  • Hanno partecipato tanti giovani e tutto questo mi ha dato molta speranza per il futuro. In particolare, mi ha colpito la loro voglia di essere protagonisti, di partecipare, di dire la propria e di essere attivi e propositivi per costruire un Bene che torni a vantaggio di tutta la nostra società. Questa realtà interroga la nostra Pastorale Giovanile, che spesso ha evitato di trattare alcune tematiche ritenendole poco apprezzabili (o, forse, scomode?) per la sua missione con e tra i Giovani.
  • Dai dibattiti e contributi di questi giorni, mi è sembrato che per quanto riguarda il pensiero e l’azione sociale e politica il proprium della Chiesa sarà quello di portare un contributo che vada al di là degli schieramenti di destra e di sinistra, recuperando il valore e il senso del “lievito”, principio attivo e sostegno alla base dell’impegno e del successivo ed eventuale schieramento politico.

Penso che questa 50ma edizione delle Settimane Sociali possa segnare un vero e proprio passaggio perché il mondo cattolico possa non solo non sentirsi estraneo, ma addirittura “soggetto attivo” nel dibattito e nell’azione sociale e politica, portando un contributo inedito in un momento in cui ne sentiamo tutti un gran bisogno.

L’amore è assurdo perché esiste

Dalla rubrica “Voci dal mondo interiore” a cura del MGS su Note di Pastorale Giovanile.

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di Giuseppe Fusaro (26 anni, animatore salesiano e volontario del Servizio Civile Universale presso l’oratorio di Corigliano Rossano (ispettoria meridionale). Laureato in Storia e Filosofia, quasi laureato in Scienze Filosofiche. Consigliere Comunale della propria città, giocatore semiserio di padel e ama scrivere cose che assomigliano alle poesie. Zio di Sila e di Nives.

Due anni e mezzo fa ho perso mia madre, dopo un periodo terribile di malattia, proprio il giorno del suo compleanno, con una torta in frigo che non è mai stata tagliata. Potrei scrivere migliaia di parole su quei giorni, ma non servirebbe adesso. Mi basta dire che era per me la persona più cara al mondo: più di una madre, era una maestra, una guida, un faro. O forse era proprio veramente una madre.

“Sei bravo solo se scrivi una canzone che non parla solo di te” sentivo in una canzone qualche anno fa. Questo motivetto mi è sempre rimasto impresso ed è forse il motivo per cui non ho mai pubblicato nulla. Raccontare il dolore molto spesso serve solo a chi scrive, raccontare ciò che ha generato il dolore nel cuore serve a chi sta vivendo una situazione simile in un certo momento, ma raccontare ciò che il dolore ha generato nella testa può servire a tutti. Nella mia testa generò questa domanda quasi bizzarra che mi accompagnò in tutti quei mesi: “ma perché non sto perdendo la fede?” Mi sentivo quasi in colpa, pensavo che forse non stessi soffrendo abbastanza per mia madre, forse non stavo provando abbastanza rabbia per disconoscere Dio in quel momento e incolparlo in tutti i modi. Ma ora forse c’è bisogno che dica qualcosa del me adolescente, visto che per molti dovrebbe/potrebbe essere normale rinsaldare la propria fede in un momento di grande sofferenza.
A 15 anni ero marxista (per quel che potevo capire, ma a me sembrava di esserlo davvero), anticlericale, filosofetto da quattro soldi che cercava qualsiasi tipo di dio tranne quello di Abramo, di Isacco e di Giacobbe (e di Gesù). I momenti di difficoltà non erano occasioni per riscoprire il rapporto con Dio, ma solo altre argomentazioni da aggiungere all’elenco dei motivi per non credere in lui. Frequentavo l’oratorio ma solo perché riconoscevo la sua funzione aggregativa, solo per giocare a calcio e stringere nuove amicizie.

Non c’era nulla di strano per me, finché un bel giorno un don mi disse: “Ti va di fare l’animatore del gruppo delle medie?”. “Ma io non credo in Dio” gli risposi. Quello che mi ribattè, probabilmente con un ghigno, è una delle cose più divertenti e assurde che io ricordi: “Non ti ho chiesto di credere in Dio, ti ho chiesto di fare l’animatore delle medie”.
Era ovviamente l’occhio lunghissimo di un salesiano esperto, e io quindi non so dire il momento esatto in cui ho “sentito” di credere in Gesù, però ad un certo punto la mia fede c’era. Quasi magicamente, nei giorni, nei mesi, negli anni. C’è uno spazio meraviglioso dentro di noi che definirei di germogliazione… è quello spazio che c’è fra il momento in cui sorge qualcosa dentro di noi e il momento in cui ti rendi conto che questa cosa è un FATTO evidente, scontato, incontestabile della tua vita. La mia fede è nata in questo spazio. Un po’ come la nascita delle parole secondo Saussure (lui filosofone, non filosofetto), non si riesce a capire come una nuova parola passi dall’avere significato solo per qualche individuo e all’avere significato per tutta una popolazione. Però accade. Ad un certo punto te la trovi nel dizionario, lì, incontestabile. Come un fatto. Allo stesso modo si era piantata quella domanda nella mia testa dieci anni dopo: “Ma perché non sto perdendo la fede?”, mi era già capitato di fare questa domanda a me stesso qualche anno addietro, quando per una serie di dinamiche ho scoperto che per un animatore salesiano il luogo dove più si può soffrire al mondo è il proprio oratorio. Il paradosso della vita è che più forte è un amore, più grande è il dolore che può nascondersi dietro. Mi sono ritrovato fuori dal mio oratorio, ho sofferto molto, perché senso di appartenenza e amarezza dell’esilio sono due linee che crescono parallelamente. Lì ho scoperto che don Bosco non è perfetto e forse per questo è ancora più bello. Don Bosco è un essere umano come tutti gli altri.

Sono momenti dove arrivi ad autoconvincerti che forse la tua fede è finta, questa fede è finta oppure è assurda, perché il presupposto banale e implicito che spesso guida i nostri cammini spirituali è che Dio dovrebbe farci stare bene o perlomeno ridurre il dolore che stiamo provando. Ma quando il dolore è immenso, come è possibile che non si perda la fede? Anche questo è un mistero assurdo. L’assurdo. Mi piace rubare qualche riga da una riflessione di Ignazio Silone:

“Se diciamo che l’assurdo è l’illogico, il contrario alla ragione, lo stiamo raffreddando parecchio. L’assurdo arriva a una dimensione intellettuale, ma ha una sostanza percettiva. Non serve un ragionamento per cogliere l’assurdo, l’assurdo si sente – e in origine lo si sente letteralmente. L’absurdus latino è il dissonante, lo stonato. La sua costruzione resta un po’ enigmatica, abbiamo un prefisso ab che di solito indica allontanamento mentre qui forse ha un valore rafforzativo, e una radice forse onomatopeica, forse indoeuropea, che trova connessione col sordo e col sussurro. Fatto sta che questa dissonanza tutta sonora già in latino prende la dimensione di qualcosa che per la ragione è immediatamente inaccettabile.”

Ho in mente una canzone di Anastasio, artista che io seguo con grande attenzione. Nel primo ritornello dice: “il dolore è assurdo perché esiste”, semplicemente perché esiste, è una presenza che la ragione non riesce a metabolizzare da millenni. Quando diciamo che nessuno merita di soffrire intendiamo dire forse proprio questo, che nessuno dovrebbe convivere con questa cosa inspiegabile. Però la cosa divertente è che esiste un’altra presenza assurda con la quale abbiamo a che fare quotidianamente e alla quale non ci ribelliamo con la stessa insistenza. Il secondo ritornello di Anastasio: “l’amore è assurdo perché esiste”. È questa la risposta che mi sono dato alla domanda di cui parlavo sopra: penso di non aver perso la fede perché ho contemplato bene entrambi i lati del mistero, e prima di chiedermi cosa ho fatto per meritarmi questo dolore, mi chiedo anche cosa ho fatto per meritarmi tutto questo amore. Perché è assurdo che io sia ritornato in oratorio, è assurdo che il nostro oratorio si sia nuovamente riempito, è assurdo che la mia ragazza oggi sia qui con me, dopo esserci lasciati più volte. È assurdo che il mio migliore amico oggi sia qui con me, e che ci riparliamo… dopo non esserci parlati per anni. È assurdo che io sia di nuovo animatore di uno splendido gruppo di ragazzi, è assurdo che io sia stato scelto per rappresentare l’MGS meridionale all’assemblea nazionale di Firenze qualche mese fa, è assurdo che io venga invitato a scrivere per questa rubrica. È assurdo che fra milioni di donne io sia stato proprio figlio di mia madre. Non è assurdo che Dio esista, ma Dio è assurdo perché esiste.

Spagna – “Una pastorale giovanile per il nostro tempo”

Dall’agenzia ANS.

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Sanlúcar la Mayor, Spagna – giugno 2024 – L’equipe di Pastorale Giovanile dell’Ispettoria Salesiana Spagna-Maria Ausiliatrice (SMX) ha celebrato il 26 e 27 giugno l’ultima sessione dell’anno accademico 2023/24 con un incontro ampliato che ha riunito i rappresentanti delle équipe degli ambienti di Scuole, Oratori e Centri Giovanili, Parrocchie, Piattaforme di Educazione Sociale, insieme ai settori di Animazione Vocazionale, Animazione Missionaria, Itinerario di Educazione alla Fede, all’ONG Bosco Global e alla Delegazione di Comunicazione. La prima sessione di lavoro è stata incentrata sulla revisione dei processi catechetici, nell’ambito delle azioni previste nel Progetto Educativo Pastorale Salesiano Ispettoriale (PEPSI), centrato soprattutto sui cambiamenti di tappa e sulla riflessione avviata dall’Itinerario di Educazione alla Fede. Il secondo blocco di lavori, dopo la riunione d’équipe e l’incontro del gruppo di lavoro per l’inserimento socio-lavorativo, è stato dedicato alla proposta di evangelizzazione digitale. “Per il prossimo anno accademico, in linea con il PEPSI, vogliamo realizzare un’iniziativa di evangelizzazione digitale. Per questo riteniamo importante fare una riflessione preliminare che ci porti a dire cosa intendiamo per evangelizzazione digitale e quali iniziative promuovere”, ha spiegato don Jordi Lleixà, Delegato Ispettoriale per la Pastorale Giovanile. Nella seconda giornata si è riflettuto sul “protagonismo giovanile”, nell’ambito delle opzioni previste dal Progetto Organico Ispettoriale e dopo la recente celebrazione del Capitolo Ispettoriale, dove sono state approfondite le modalità per concretizzarlo, insieme alla riflessione sul libro “Una pastorale giovanile per il nostro tempo”. L’incontro si è concluso con la revisione degli obiettivi PEPSI, delle informazioni trasversali e una revisione degli obiettivi e del calendario di cui tenere conto.

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Pastorale giovanile del quotidiano. Comunità, giovani e scuola

Da Note di Pastorale Giovanile, numero di luglio e agosto.

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di Rossano Sala

Una lamentela spesso ricorrente

Una delle critiche regolari che vengono rivolte alla pastorale giovanile è la sua concentrazione sugli “eventi”. Il loro primato di visibilità e di organizzazione d’altra parte emerge: pensiamo alla Giornata Mondiale della Gioventù, che è il “grande evento” che ad intermittenza si ripropone. Ma pensiamo anche al prossimo anno giubilare, dove molti momenti riguardanti il mondo giovanile sono già calendarizzati, primo fra tutti il “Giubileo dei giovani” a cavallo tra luglio e agosto 2025.
Tale focus alimenta legittimamente l’idea che la pastorale giovanile sia lontana dalla vita quotidiana dei giovani. E che, in fondo, la Chiesa stessa lo sia. Vite parallele che talvolta si incrociano senza lasciare segni né dall’una né dall’altra parte, mantenendo la divaricazione un dato scontato e incontestabile: la Chiesa nel suo insieme non sembra essere toccata se non tangenzialmente dall’esperienza di fede dei giovani, e i giovani nel loro insieme non entrano nei circuiti ecclesiali se non occasionalmente, ma senza esserne intimamente toccati.
Effettivamente, sulla questione degli “eventi” la riflessione pastorale ha già fatto il punto: se non riescono a fecondare la vita quotidiana sono sostanzialmente avvicinabili all’esperienza di alcune sostanze stupefacenti, come ad esempio all’eroina: quest’ultima fa entrare in un mondo altro e ci fa andare altrove, e non ci aiuta ad affrontare le sfide dell’esistenza. Ci porta ad essere distopici rispetto alla vita quotidiana.

Immersi nel quotidiano dei giovani

Una pastorale giovanile seria e incisiva non ha paura del quotidiano. Non ha timore di vivere e operare dove la vita dei giovani si svolge concretamente. Non teme di giocare sul campo dell’esistenza concreta. Anzi, al contrario e con entusiasmo si posiziona strategicamente lì dove i giovani vivono e crescono, gioiscono e soffrono.
Questo è il caso specifico – e con un grande peso specifico – del mondo della scuola e della formazione professionale. La scuola, lo si deve riconoscere, è uno degli spazi privilegiati in cui la vita di un giovane avviene. Molto del loro tempo tutte le giovani generazioni lo vivono a scuola: luogo di socializzazione primaria, spazio privilegiato di istruzione, casa per la formazione, esperienza di affetti e legami condivisi. Questa è la scuola, anche quella italiana, che con tutti i suoi difetti continua ad essere una struttura accogliente e generativa per i giovani. E non dimentichiamo, per tutti i giovani, nessuno escluso.
Dove la scuola non arriva o non è incisiva lì c’è degrado, criminalità, inciviltà. Lì si cresce allo stato brado, lì tutto diventa possibile. Abbiamo esperienza continua di tutto ciò, perché dove la scuola non riesce a far scattare la scintilla della passione tutto si deprime, si appiattisce e diventa spazio aperto per ogni barbarie.
Questo la pastorale giovanile lo deve vedere, apprezzare e coltivare. E, senza nessuna indecisione, è chiamata a fare alleanza con chi in questo mondo spende la vita da sempre: dirigenti scolastici, insegnanti, educatori e formatori. È strategico più che mai, soprattutto oggi, perché siamo nel tempo della sinodalità!

In alleanza con il mondo della scuola

E così arriviamo al Dossier che viene presentato, curato magistralmente da E. Diaco e E. Cesari. Una pietra miliare che vuole confermare l’interesse della pastorale giovanile per il mondo della scuola. Qui, e non altrove, sta la vera sinodalità, quella capacità di camminare insieme che ci fa crescere tutti. La scuola è uno spazio privilegiato di alleanza, e la nostra Rivista da anni oramai batte questa strada.
Lo ha fatto qualche anno fa – cfr. il Dossier del dicembre 2018, intitolato La Chiesa e la scuola. Un rapporto che viene da lontano e che vuole rinnovarsi alla luce delle nuove sfide pastorali, culturali, educative, reperibile on line sul nostro sito – a cui è seguita una rubrica che ci ha accompagnato dal 2019 al 2022, significativamente intitolata La Chiesa per la scuola, anch’essa completamente on line sul nostro sito.
Tutto materiale di alta qualità facilmente fruibile da non lasciar cadere, ma da legare al Dossier di questo numero di NPG, perché si tratta di una vera continuità e un autentico approfondimento tematico.
Noi a tutto questo ci crediamo! Siamo convinti che il mondo della scuola e quello della pastorale (giovanile, ma non solo) si debbano incontrare, debbano collaborare, siamo chiamati per vocazione a vivere in unità d’intenti un’inclusione reciproca. Se ciò non avviene uno degli ambienti privilegiati della vita dei giovani viene escluso dal nostro raggio d’azione, generando pericolosi cortocircuiti civili ed ecclesiali.

Agenti “in incognito” di pastorale giovanile

Veniamo ora al tema specifico di questo Dossier, ovvero alla focalizzazione sul docente di IRC. Mi piace definirlo un “agente in incognito di pastorale giovanile”. Nell’ordinamento italiano è un professore riconosciuto come tutti gli altri, ma ha la particolarità di avere un legame diretto con la Chiesa, perché secondo il Concordato vigente egli deve avere un’approvazione ecclesiastica, oltre che i titoli adeguati derivanti da una formazione specifica.
È una doppia appartenenza la sua, civile ed ecclesiale. E se il suo compito è primariamente legato ad una presentazione “culturale” del fenomeno religioso in generale e del cristianesimo in particolare – chi potrebbe vivere non solo in Italia, ma anche nel mondo attuale, senza conoscere la storia (e il presente) delle istituzioni religiose e dei dinamismi di ricerca spirituale dell’umanità tutta? – non possiamo pensare che la sua presenza sia pastoralmente insignificante.
È esattamente vero il contrario. Egli è mandato dalla Chiesa per dire la verità della fede. Senza alcun intento proselitistico, ma con una missione di verità e di chiarezza. Per combattere l’ignoranza religiosa, per istruire sul fenomeno permanente e pervasivo della fede, per mostrare come essa ha plasmato il mondo in cui viviamo e come dobbiamo sempre fare i conti con i suoi dinamismi.
Un autentico docente di IRC vive di una missione ecclesiale e cerca di farla emergere entro i confini del suo ruolo istituzionale. Non confonde il suo ruolo con quello del catechista parrocchiale e nemmeno con il predicatore carismatico, ma fa valere lo spessore culturale del cristianesimo con professionalità impeccabile, passione profonda e sapienza pedagogica.

Parte di una comunità di fede

Il Dossier che segue ha anche – ultimo ma non ultimo! – un’intenzionalità decisiva: quella di riportare il mondo della scuola, l’insegnamento dell’IRC e la pastorale giovanile in dialogo e all’interno di una comunità cristiana che sa riconoscere e vivere la sua apertura verso il mondo.
La pastorale della scuola è una “pastorale in uscita”, ovvero capace di vivere in un contesto non direttamente legato alla comunità cristiana, ma con i tratti assunti dalla frequentazione della vita della Chiesa. È la Chiesa missionaria questa, che sa abbattere le barriere per essere presente altrove, ma senza abbandonare gli stili amorevoli e i passi educativi imparati dalla frequentazione della pedagogia della fede che affonda le sue radici nel vangelo.
Pedagogia che sa coltivare la certezza che non di solo pane vive l’uomo, e che questo fa parte dell’umano che è comune a tutti gli uomini. Proprio così: si sta nel mondo della scuola da cristiani quando si insegna che non solo di istruzione vivono i ragazzi, adolescenti e i giovani, che per loro natura sono creati per l’infinito e nessun sapere potrà mai saziare la loro inquietudine spirituale. Aprire spiragli di trascendenza nel mondo della scuola e della formazione professionale è l’impegno prioritario di un docente di IRC.
E questo lo si fa a nome e per conto di una Chiesa locale che ha a cuore i giovani: tutti i giovani, nessuno escluso. È importante, anzi decisivo, per un docente di IRC essere e sentirsi parte di una comunità. Purtroppo spesso ciò non capita, soprattutto quando un docente non partecipa alla vita di fede e al cammino di una comunità locale e di una Chiesa particolare.
Altrettanto importante per una comunità cristiana è riconoscere, sostenere e accompagnare queste persone che si impegnano con la Chiesa e per la Chiesa. Non solo con corsi di aggiornamento specifici, ma soprattutto con cammini ecclesiali di appartenenza e di condivisione. A loro modo, tutti i docenti di IRC sono missionari dei giovani. Possono fare molto se non vengono lasciati soli.

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Il tempo attorno – La stagione delle stragi narrata dallo sguardo di un adolescente

Dalla rubrica “Sguardi in sala tra cinema e teatro” a cura del CGS.

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Myriam Leone e Gianpaolo Bellanca (docenti e responsabili della compagnia teatrale “Volti dal Kàos” del CGS Don Bosco – Villa Ranchibile di Palermo)

Il tempo attorno è un suggestivo spettacolo teatrale d’ispirazione autobiografica, scritto e diretto da Giuliano Scarpinato, che ha debuttato per la prima volta al Teatro ‘Biondo’ Stabile di Palermo lo scorso dicembre. È il racconto di cinque vite che sono state travolte dalla storia degli anni Ottanta e Novanta nel capoluogo siciliano, la storia di Cosa Nostra e delle stragi ma anche di coloro che hanno coraggiosamente combattuto contro tutto questo: in scena due agenti della scorta, due magistrati e il loro unico figlio, Benedetto, che da bambino diviene adolescente sperimentando tutte le contraddizioni della sua condizione. Ed è proprio il suo punto di vista quello attraverso il quale viene narrata l’intera vicenda: le insicurezze, le fragilità e l’instabilità della sua storia personale s’intersecano con la Storia che incombe dall’esterno e che sembra costantemente minacciare l’intimità domestica della sua famiglia. In una dialettica pubblico / privato che rappresenta la chiave interpretativa del dramma, Scarpinato ricostruisce la memoria di eventi oscuri quanto cruciali per la storia del nostro paese raccontandoci la sua storia e facendola diventare, nel contempo, una vicenda universale. E intanto… attorno scorre il tempo…

“Nella mia stanza quel pomeriggio pensai un sacco alla domanda di Paola,
se volevo che uno sconosciuto mi facesse fuori, se volevo sparire.
È una bella domanda quando sei quasi adolescente
e una parte di te sta andando via, la più intatta:
quella cosa di essere felice
perché sei al mondo, semplicemente,
perché appartieni alla vita e vai bene così come sei,
cade giù a tocchi
come la pelle a settembre,
dopo il sole che sembrava eterno”.

Queste le parole di Benedetto, un bambino che sta diventando adolescente e che narra la sua difficile quotidianità attraverso lo scorrere de Il tempo attorno, spettacolo teatrale andato in scena in prima assoluta al Teatro ‘Biondo’ Stabile di Palermo lo scorso dicembre, scritto e diretto da Giuliano Scarpinato, regista di origini palermitane diplomatosi alla scuola del Teatro Biondo Stabile di Torino e vincitore di numerosi premi nazionali e internazionali (fra cui, con lo spettacolo Fa’afafine – mi chiamo Alex e sono un dinosauro, il Premio Scenario Infanzia e il Premio Infogiovani al Festival Internazionale di Lugano).
Benedetto appare come un alter-ego del regista stesso o, piuttosto, come un suo riflesso autobiografico, così come autobiografica è tutta la vicenda rappresentata: si tratta infatti di una narrazione ispirata al reale vissuto di Scarpinato il quale, figlio unico di due noti magistrati antimafia dei tempi del maxi-processo, Roberto Scarpinato e Teresa Principato, sceglie coraggiosamente di tradurre teatralmente la sua esperienza tramite un racconto mai didascalico che mostra senza pretendere di insegnare, che descrive senza illustrare e che ricorda senza fare facili moralismi. Così Giuliano diviene Benedetto, Roberto Michele (Vetrano, interpretato da Giandomenico Cupaiuolo) e Teresa Paola (Randazzo, interpretata da Roberta Caronia): le loro sono ipostasi teatrali che incarnano e, nel contempo, portano in scena la reale identità dei personaggi rappresentati. Insieme a loro due agenti della scorta, sul palco chiamati Liborio Mansueto e Diego De Piccolo, i quali, individualizzandosi, racchiudono in sé l’immagine di centinaia di colleghi che hanno vissuto vicende ed esistenze fin troppo simili alle loro.
La scena è semplice ma terribilmente efficace. Al centro una montagna, un cono, forse un vulcano: cosa simboleggia? Credo che buona parte dell’interpretazione venga lasciata allo spettatore (come avrebbe suggerito Umberto Eco): tale promontorio viene scoperchiato al vertice, a un certo punto della rappresentazione, e da esso emerge il magistrato, Michele Vetrano, che pronuncia veementemente la sua arringa mentre i fogli che legge vanno “esplodendo” dall’interno come un caotico flusso magmatico che scorre da un vulcano. È dunque una verità che viene fuori dall’inconscio quella cui allude l’elemento scenografico? O quest’ultimo rappresenta forse una salda montagna che simboleggia l’ultimo baluardo di stabilità in un mondo privato che si sta sgretolando tutto intorno? O forse esso allude piuttosto a quel cono d’ombra che si dipana dagli anni ’80 fino al termine della trattativa Stato / mafia, tanto nota al pubblico di oggi? Di certo si tratta di un espediente di grande suggestione che viene opportunamente usato in più momenti della rappresentazione teatrale: sui suoi fianchi, spesso usati come superficie su cui vengono proiettati video e filmati, sono inglobati un frigorifero, un televisore e un divano, simboli di una dimensione domestica e familiare che sembra contrastare aspramente con quella prospettiva “pubblica” che incombe continuamente dall’esterno. Ed è proprio su questa dialettica fra pubblico e privato, fra intimità della vita quotidiana ed esposizione pubblica e mediatica della realtà professionale (dei due magistrati) che si innesta l’intero spettacolo. Afferma Scarpinato: «La commistione di pubblico e privato si è rivelata vincente perché l’aspetto sentimentale delle vicende aiuta a veicolare la storia grande senza un approccio retorico, didattico, scolastico. Io sono sempre convinto del fatto che una narrazione in cui le emozioni siano raccontate in modo autentico, sincero, sia una narrazione capace di veicolare qualsiasi cosa». Ed è proprio in questo continuo dialogo fra universale e particolare che, a nostro parere, consiste la straordinaria originalità della scelta del regista.
Per le suddette ragioni, Il tempo attorno acquisisce un’altissima valenza culturale ed educativa per dei giovani spettatori e per degli adolescenti in particolare. Infatti, come ci rivela Giuliano stesso, sarebbe opportuno che, appunto, i ragazzi venissero ad assistere allo spettacolo «per ricostruire la memoria di eventi oscuri quanto cruciali per la storia del nostro paese, il cui oblio – purtroppo una tendenza eminentemente italiana – genera un pericolo per la democrazia e la crescita antropologica culturale e politica delle società a venire, di cui i nostri ragazzi sono il seme vivo.»
Al centro della rappresentazione, come accennato prima, c’è Benedetto interpretato da Emanuele Del Castillo un talentuoso giovane attore palermitano: in scena egli è un bambino che gradualmente diviene ragazzo e poi adulto (come testimoniano i video che guarda alla televisione, dapprima cartoni animati poi trasmissioni sempre meno infantili), che sperimenta un coacervo di vissuti e stati d’animo differenti. Si tratta di un personaggio estremamente complesso che riflette e incarna tutte le contraddizioni della sua esistenza. Il fatto di vivere continuamente sotto scorta, lo porta ad avvertire un continuo senso di minaccia attorno a sé, una spada di Damocle costantemente sospesa sulle sue giornate: perfino quando entra in ascensore egli deve avvisare gli agenti dei suoi spostamenti. Stima e ammira i suoi genitori per il loro lavoro in prima linea contro gli atti di Cosa Nostra che culmineranno nella stagione delle stragi ma, nel contempo, sperimenta un senso di inadeguatezza e, forse, anche di inferiorità nei loro confronti. Si vergogna di ammettere con i suoi amici la peculiarità della condizione in cui vive e tenta di cancellarne le tracce prima che essi possano notarle. In tal modo, Benedetto svilupperà frustrazioni che sfogherà sul cibo e che lo porteranno a diventare sovrappeso: la sua autostima ne risentirà ancora di più, ricadendo in un circolo vizioso che lo porterà a sentirsi sempre più fragile e insicuro. Così egli continua il suo monologo:

“Ed è incredibile quanto ci si senta soli, all’improvviso,
anche se la casa, le persone attorno, sono sempre quelli;
soli coi peli, nei bagni, coi corpi che… boh, e i primi desideri.
Quello di morire anche, un po’, che prima non c’era,
e non sai perché adesso ci sia…
perché ci sia la vergogna, la malinconia…”

Quando abbiamo chiesto ad Emanuele quale fosse stato l’aspetto più difficile nell’interpretazione di un ruolo del genere, lui ci ha risposto così: «Dall’inizio del lavoro Giuliano mi aveva detto che Benedetto era una specie di ‘maghetto’, come quelli della televisione a cui lui è tanto affezionato. La sfida più grande è stata sicuramente ritrovare quella magia dentro di me e farla venire fuori. Più concretamente potrei dire che il doppio aspetto del mio personaggio – ovvero quello del narratore/creatore della messinscena e quello del personaggio vero e proprio (bambino di 8-9 anni, ragazzino e poi adolescente) – è stata la parte più impegnativa. Stare dentro e fuori allo stesso momento, ricordare da “adulto” ma allo stesso tempo rivivere tutto quanto con la sorpresa e lo smarrimento del bambino: questo è ciò su cui ho dovuto lavorare di più.»
Anche i due genitori “teatrali”, i magistrati Michele e Paola, sperimenteranno sulla loro pelle la graduale disgregazione dell’unità familiare, incessantemente concentrati sulla frenetica attività professionale che irromperà bruscamente nelle loro vite private fino a calpestarne del tutto l’intimità domestica e a provocarne la definitiva separazione. Infatti, quella “proiezione ideale in un futuro migliore per la polis”, per la comunità “politica” (nel senso di “collettiva”) a cui appartenevano ha richiesto loro un prezzo altissimo: il sacrificio della propria famiglia. È come se la dialettica pubblico / privato su cui si impernia tutto il dramma si fosse risolta con la dissoluzione delle loro relazioni, travolte dalla prepotente irruzione della storia che le trascina con sé , proprio come il violento flusso che fuoriesce idealmente dal cono vulcanico al centro della scena: le stragi Falcone e Borsellino, il sequestro e la successiva uccisione del piccolo Di Matteo, il processo a Giulio Andreotti, da molti considerato “il processo del secolo”… A proposito, vorremmo soffermarci su un altro interessante aspetto della rappresentazione: essa si apre con la proiezione di una nota intervista al politico, quella in cui lui cade in una sorta di catalessi dopo una domanda della conduttrice Paola Perego: davanti a milioni di telespettatori, un inebetito Giulio Andreotti rimane pietrificato per alcune decine di secondi – che sembrano secoli – con lo sguardo perso nel vuoto, finché l’intervistatrice, intuendo la gravità della situazione, invoca uno stacco pubblicitario. Quello che trovo più inquietante, in questa strana vicenda che , appunto, coincide con l’avvio della rappresentazione di Scarpinato, è che la domanda posta dalla Perego prima del malore fosse stata «Presidente, quale futuro si augura per i nostri bambini?»: è chiaro che si è trattato di una strana coincidenza, ma credo che il regista abbia abilmente sfruttato il fatto che il “Divo” piombi in uno stato catatonico proprio dopo che era stato interpellato dalla conduttrice sul futuro delle nuove generazioni, come se tale questione lo avesse lasciato ammutolito, privato della parola.
Ogni aspetto della messa in scena di Giuliano Scarpinato è studiato, pensato, mai lasciato al caso: vivendo a Palermo siamo abituati a sentir parlare, di stragi, mafia e Cosa Nostra. Anche noi eravamo adolescenti negli anni ‘Novanta e abitavamo a Palermo, proprio come il regista e come il giovane protagonista che incarna il suo “io” scenico: ma quello che abbiamo trovato particolarmente azzeccato ed efficace ne Il tempo attorno la prospettiva dalla quale le vicende “storiche” vengono narrate del dramma, una prospettiva personale, individuale, un osservatorio privilegiato che coincide con il punto di vista di Benedetto, l’adolescente protagonista del dramma. E questo espediente narrativo, che potremmo definire “affettivo”, conferisce alla rappresentazione un valore particolare, rendendola più verosimile e, di conseguenza, molto coinvolgente. È lo stesso Scarpinato ad affermare che in tutto questo c’è moltissimo della sua esperienza personale: «Ovviamente la ricerca storiografica non è il mio mestiere, però mi sembrava interessante raccontare questi fatti da un punto di vista nuovo, molto intimo. La mia vita si è svolta sul tracciato di questa relazione tra la storia piccola e la storia grande: i due momenti non sono mai stati separati».
Così, l’inserimento di due figure apparentemente secondarie, gli agenti della scorta, conferisce veridicità alla vicenda rappresentata e, contestualmente, focalizza un ulteriore aspetto della dialettica pubblico / privato esplorando le relazioni dei due poliziotti fra di loro e nell’ambiente domestico in cui sono chiamati ad operare. La storia delle stragi, infatti, ha tristemente dimostrato come le vite di tali agenti, distrutte insieme a quelle dei magistrati che proteggevano, siano state a malapena ricordate, così come i loro nomi, troppo spesso dimenticati… quasi che le loro esistenze avessero avuto un valore differente, meno prezioso… I loro dialoghi in scena riflettono sì l’orgoglio di un ruolo assunto con serietà e consapevolezza, ma, contestualmente, la paura e il desiderio di una quotidianità “normale”.
In conclusione, attraverso il racconto di quegli anni, Scarpinato si pone l’obiettivo di dare vita a un teatro “politico”, inteso come teatro “civico”, dalla forte valenza sociale: egli vuole creare un teatro “per la polis“, per una comunità, comunità che, come la nostra palermitana, è stata troppo spessa ferita e lacerata nel suo corpus civico, nella sua coscienza cittadina. Così commenta il regista: «Volevo un’inchiesta partecipata dal pubblico, che ponesse delle domande. Per esempio l’Edipo parte dalla cronaca cittadina, ma poi questa si riversa nel mondo interiore del protagonista, per ritornare infine nella cronaca. Mi interessa questo rifluire delle cose tra il dentro e il fuori. Siamo abituati a pensarci come delle monadi che consumano, quando in realtà facciamo parte di un quadro generale: e questa cosa non facciamo altro che scordarcela». Un “teatro della polis”, dunque, che narri l’universale rappresentando il particolare, che descriva vicende storiche note a tutti tramite il racconto di personaggi fittizi, e l’aspetto più delicato, e prezioso nel contempo, di tale processo drammaturgico è l’inserimento della dimensione autobiografica e personale che, tuttavia, non diviene mai autoreferenziale. E intanto, fuori, scorre… il tempo attorno…

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