Tutti in campo per educare

TUTTI IN CAMPO PER EDUCARE

Approfondimenti e testimonianze sulla proposta pastorale MGS

Pubblichiamo l’indice del Dossier “Noi ci stiamo”

I. NOI CI STIAMO
L’orizzonte e la storia

1. L’orizzonte della chiamata. Ripartiamo con coraggio dalla “grande domanda”
Rossano Sala

2. “Share the dream”. Da Mornese ai nostri giorni
Eliane Petri

 

II. NON CON LE PERCOSSE MA CON LA MANSUETUDINE
Le declinazioni pedagogiche dello “starci”

1. “Non con le percosse. Le “ombre” dell’educazione e le violenze educative
Franco Santamaria e Katia Bolelli

2. L’istigazione alla violenza nella società dei media e nei social
Cecilia Costa – Claudia Caneva

3. “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore”
Guido Benzi

4. Il “quarto voto” salesiano, la bontà
Franc Maršič

5. Con un foulard. Educare alla/con mitezza
Raffaele Mantegazza

 

III. PAROLE E OPERE
Profeti e testimoni

1. Nel mondo e nella Chiesa

^ La Pira uomo di fraternità universale e di amicizia sociale
Mario Agostino

^ L’amore vince tutto. La storia di Chiara Lubich e compagne
Intervista a Saverio D’Ercole
a cura di Giancarlo De Nicolò

2. Educatori e giovani nel quotidiano

^ Con la mansuetudine “è” la carità
Giorgio D’Aniello

^ Rabbia, sofferenza e abbracci
Giuseppe Natile

^ Sbagliare e crescere
Stefano Siso Clerici

^ Violenza-“percosse” e “mansuetudine-mitezza”
Due mondi contrapposti, subdoli e nascosti
Andrea Calabrese

^ Amerai il prossimo tuo come te stesso (Mt 22, 39)
Elisa Aliverti

^ Leo, da lupo ad agnello
Miriam Spadaro

^ Creare le condizioni
Piergiorgio Musci

^ Chiara e gli altri
Chiara Succol

^ E se don Bosco non avesse saputo fischiare?
I “Bartolomeo Garelli” di oggi: violenza e mansuetudine negli oratori
Biagio Irene – Alessandro Cutrupi

^ La storia di D., al Centro Diurno
Francesca Banaudi

 

 

“Noi ci stiamo” #sharethedream: la nuova proposta pastorale MGS

Dal dossier di Note di Pastorale Giovanile sulla proposta pastorale 2022/2023, “Noi ci stiamo” «Non con le percosse, ma con la mansuetudine» #sharethedream

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L’orizzonte della chiamata. Ripartiamo con coraggio dalla “grande domanda”

di don Rossano Sala, autore del Quaderno di Lavoro.

“Noi ci stiamo!”. È questo il motto sintetico della proposta pastorale per l’Italia salesiana per l’anno 2022-23. È una chiamata a mettersi in gioco con coraggio, offrendo la propria disponibilità. Ma se questa parola è la punta di un iceberg, bisogna che noi andiamo in profondità, che scaviamo per trovarne le radici, che cogliamo i grandi orizzonti di questa chiamata alla corresponsabilità con Dio e alla collaborazione tra noi.

In questo contributo, che ha appunto lo scopo di indagare i dinamismi della chiamata, ci proponiamo di percorrere insieme alcuni piccoli e preziosi passaggi che ci possano assicurare una base sicura per riaffermare che davvero “noi ci stiamo” con cognizione di causa, e non semplicemente nella logica di un’emozione mutevole e passeggera. Partiamo da lontano, riconoscendo il dono di esistere, e arriviamo, passo dopo passo, alla necessità di prendere oggi delle decisioni coraggiose.

Il dono dell’esistenza

Prendiamo il via dalla nostra esistenza concreta. Dalla consapevolezza che quello che siamo non è primariamente opera nostra. Ovvero dal fatto incontestabile che siamo preceduti, che siamo figli. Sembrerebbe una banalità, ma spesso ce lo dimentichiamo proprio. Un modo di pensare molto aggressivo a volte ci convince che ci facciamo da soli, che siamo figli di noi stessi e che non abbiamo nessuna responsabilità verso gli altri.
Un pensiero onesto, che fa perno intorno al reale, ci restituisce una socialità originaria che caratterizza la nostra esistenza. Non c’è mai stato un momento nella storia in cui io esistevo e gli altri invece no. È vero esattamente il contrario: c’è stato un tempo in cui il mondo e gli altri esistevano e io invece non c’ero ancora. I nostri genitori esistevano prima di noi, così come i nostri nonni, e anche i nostri fratelli o sorelle maggiori.
Nelle diverse epoche che studiamo sui libri di storia il nostro nome non compare. Per molto tempo io non ci sono stato e ad un certo punto sono nato, sono venuto al mondo. E non per mia iniziativa. E questo vale per tutti. Ci sarà anche un momento in cui sarò chiamato a lasciare questo mondo, che continuerà senza di me.
In base a questa realtà sperimentiamo continuamente di essere stati amati e voluti prima ancora di averne la percezione. Non è stata opera nostra, ma un dono che abbiamo ricevuto da altri. Primariamente da parte di coloro che si sono presi cura di noi. La vita è un dono che abbiamo ricevuto, senza alcun nostro merito. Altri hanno impiegato senza troppi calcoli e con tanta generosità tempo, risorse e affetti per farci crescere.
Ecco allora la sintesi del primo passaggio: bisogna rifiutare la menzogna dell’autofondazione, riconoscendo che siamo stati donati a noi stessi e che la vita è prima di tutto un dono gratuito che abbiamo ricevuto. Ecco che il primo e più importante atteggiamento dell’esistenza rimane sempre la gratitudine.

L’esistenza come dono

Il secondo passaggio è logico rispetto al primo: se esistiamo nella forma del dono, la realizzazione della nostra esistenza avrà la medesima forma del dono. Di solito, di fronte ad un favore ricevuto, rispondiamo: “A buon rendere”. Come a dire, ho ricevuto un dono da qualcuno, magari inaspettato, e adesso questo diventa un impegno di restituzione, un piccolo debito da onorare. Non è un obbligo stringente, ma una risposta naturale, eticamente importante, una spinta che ci porta al contraccambio. Ne va della nostra dignità.
Se riconosciamo che siamo frutto di un dono inatteso, ecco che la nostra vita diventa se stessa se impostata come un’esistenza capace di dono e di servizio. San Francesco di Sales, di cui quest’anno celebriamo i 400 anni dalla morte, parla a questo proposito di “estasi della vita”. È una bella espressione, che non ha nulla di intimistico, ma tutto di apostolico. Egli, guardando all’esempio di Gesù, l’uomo per eccellenza che sa riconoscere la sua esistenza come un dono ricevuto, indica al cristiano la via del dono concreto. Al di là dell’estasi della contemplazione – che ci eleva a Dio in una preghiera particolarmente intensa – e di quella dell’intelletto – che ci fa conoscere in maniera limpida le cose di Dio e degli uomini –, l’estasi dell’azione è caratterizzata da una continua carità, dolcezza, benevolenza e dedizione. È la via della generosità sistemica verso tutti. Tale estasi diventa il criterio di discernimento radicale sulla qualità della vita umana e cristiana:

Quando dunque si incontra una persona che nell’orazione ha dei rapimenti per mezzo dei quali esce e sale al di sopra di se stessa fino a Dio, e tuttavia non ha estasi della vita, ossia non conduce una vita elevata e congiunta a Dio, con la mortificazione dei desideri mondani, della volontà e delle inclinazioni naturali, per mezzo di una dolcezza interiore, di semplicità e umiltà, e soprattutto per mezzo di una continua carità, credimi, Teotimo, tutti i suoi rapimenti sono dubbi e pericolosi; sono rapimenti adatti a creare ammirazione negli uomini, ma non a santificare chi li prova[1].

L’estasi della vita è quindi il criterio reale, autentico e decisivo per la santità, per il semplice motivo che è nella vita di tutti i giorni che essa si riceve, si costruisce e si esprime:

Ci sono molti santi in cielo che non sono mai andati in estasi né sono stati rapiti nella contemplazione; infatti, quanti martiri e grandi santi e sante troviamo nella storia che nell’orazione non hanno mai avuto altro privilegio se non quello della devozione e del fervore? Ma non c’è mai stato santo che non abbia avuto l’estasi o il rapimento della vita e dell’azione, superando se stesso e le proprie inclinazioni naturali. […] Chiunque è risuscitato a questa vita nuova del Salvatore, non vive più né a sé, né in sé, né per sé, ma con il suo Salvatore, nel suo Salvatore e per il suo Salvatore[2].

La vita come “estasi”

Papa Francesco è in pieno accordo con san Francesco di Sales quando invita i giovani a vivere nella logica dell’estasi. Ha il coraggio di provocare ogni giovane con queste parole: «Che tu possa vivere sempre più quella “estasi” che consiste nell’uscire da te stesso per cercare il bene degli altri, fino a dare la vita»[3]. Questo significa che l’incontro con Dio produce estasi non perché strappa il credente dalla realtà e dalla trama di relazioni in cui è inserito, ma perché lo spinge a uscire da se stesso, superando i suoi stessi limiti per lasciarsi conquistare dalla bellezza dell’amore per gli altri e consacrarsi alla ricerca del loro bene:

Quando un incontro con Dio si chiama “estasi”, è perché ci tira fuori da noi stessi e ci eleva, catturati dall’amore e dalla bellezza di Dio. Ma possiamo anche essere fatti uscire da noi stessi per riconoscere la bellezza nascosta in ogni essere umano, la sua dignità, la sua grandezza come immagine di Dio e figlio del Padre. Lo Spirito Santo vuole spingerci ad uscire da noi stessi, ad abbracciare gli altri con l’amore e cercare il loro bene. Per questo è sempre meglio vivere la fede insieme ed esprimere il nostro amore in una vita comunitaria, condividendo con altri giovani il nostro affetto, il nostro tempo, la nostra fede e le nostre inquietudini. La Chiesa offre molti e diversi spazi per vivere la fede in comunità, perché insieme tutto è più facile[4].

Il senso preciso dell’estasi, come spiegato dal santo savoiardo e dal pontefice argentino, ci aiutano a mettere in luce la struttura responsoriale dell’esistenza, ovvero il nostro originario “essere per gli altri”. Siamo noi stessi quando usciamo verso gli altri, quando abbandoniamo le angustie del nostro individualismo e ci apriamo alla bellezza dell’incontro. Quando ci chiniamo con umiltà sulle ferite degli altri e siamo disponibili a dare di più a chi ha ricevuto di meno dalla vita. Contro l’antropologia della prestazione, che in fondo genera una società della stanchezza e dello sfinimento, siamo chiamati a riscoprire con determinazione che la nostra esistenza è una risposta d’amore ad un amore che a nostra volta abbiamo ricevuto. Ciò va vissuto nella concretezza della nostra vita. Che è unica e singolare. Situata nel tempo e nello spazio, vissuta nella storia in cui siamo inseriti. Questo ci porta ad entrare nello spazio del discernimento vocazionale.

Sbagliare e crescere

di Stefano Siso Clerici
Da Note di Pastorale Giovanile

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La scuola è un ambiente unico. Nascono relazioni, amicizie, si cresce, ma è anche il primo luogo dove i ragazzi iniziano a conoscere il fallimento, l’insuccesso e la frustrazione. Soprattutto alle medie, quando il cambiamento sia fisico che psicologico inizia a caratterizzare le giornate dei nostri ragazzi. Ed è qui che la figura dell’educatore è fondamentale, dove il carisma salesiano riesce ad incunearsi e a far sbocciare qualcosa di bello! È faticoso e impegnativo mettersi in gioco con i preadolescenti, ma è una vocazione che ripaga di tante cose; soprattutto nelle situazioni difficili. Mi è successo più volte di essere dentro a situazioni spiacevoli come quella volta con Marco, ragazzo semplice, ma al quale la vita aveva già messo davanti molti ostacoli; dalla separazione dei genitori, alle loro nuove famiglie, condite da un disturbo dell’apprendimento che lo faceva sentire diverso agli occhi dei suoi compagni. Mi ricordo bene quella mattina, Marco si era preparato per l’interrogazione di Storia, aveva studiato, ma al momento di rispondere si era bloccato, non riusciva ad interloquire con la professoressa, sembrava proprio che la sua mente fosse priva di ogni nozione e così il voto non potè essere che negativo.
Io non avevo assistito all’interrogazione e stavo lavorando nel mio ufficio organizzando i tornei del pomeriggio, ma sentii le urla provenire dal corridoio e le porte del bagno sbattere prepotentemente. Subito mi alzai per andare a vedere cose fosse successo e quando entrai in bagno vidi Marco sbattere forte i punti contro le porte dei bagni; non è mai facile entrare subito in empatia con un ragazzo pieno di rabbia, la prima cosa che ho fatto è stata esserci e premurarmi che non si stesse facendo male. Per un ragazzo così, già il fatto che qualcuno si interessi a lui è fondamentale, quante urla e manifestazioni di rabbia vengono lanciate nel nulla senza che nessuno risponda, sono richieste d’aiuto che noi adulti dobbiamo recepire e immagazzinare.
“Cos’è successo?” gli dissi.
“Niente!” tipica risposta dei ragazzi.
“Allora perché te la prendi con la porta?”
“Perché sono arrabbiato!”
“Allora sto qui a difendere la porta dal tuo niente! Ma appena finisci vieni con me in ufficio e facciamo 4 chiacchiere.”
Vedendo che non me ne andavo, ma anzi cercavo di interagire con lui, Marco ha cominciato a tranquillizzarsi e a lasciare in pace la povera porta verde del bagno ed è scoppiato a piangere. Ci sono pianti e pianti, quello di Marco era di frustrazione, come di rassegnazione dell’ennesimo insuccesso della sua vita. A quel punto l’ho accompagnato da me, l’ho fatto sedere, gli ho dato qualcosa di dolce da mangiare, che non fa mai male, e mi sono fatto raccontare tutto quello che era successo.
Anche solo raccontando il fatto, Marco stava già meglio, sentire che qualcuno era lì per lui solo per ascoltarlo era già un gran risultato, al giorno d’oggi i ragazzi cercano come oro qualcuno che li ascolti senza essere giudicati, qualcuno che dimostri loro che possono essere amati e compresi con i loro pregi e i loro difetti.
A scuola è più facile, ma non sempre scontato, di ragazzi come Marco ce ne sono tanti e tutti hanno bisogno di qualcuno che li aiuti a sbagliare e a crescere dai propri errori.

L’orizzonte della chiamata. Ripartiamo con coraggio dalla “grande domanda”

Dal numero estivo di Note di Pastorale Giovanile.

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di don Rossano Sala

“Noi ci stiamo!”. È questo il motto sintetico della proposta pastorale per l’Italia salesiana per l’anno 2022-23. È una chiamata a mettersi in gioco con coraggio, offrendo la propria disponibilità. Ma se questa parola è la punta di un iceberg, bisogna che noi andiamo in profondità, che scaviamo per trovarne le radici, che cogliamo i grandi orizzonti di questa chiamata alla corresponsabilità con Dio e alla collaborazione tra noi.
In questo contributo, che ha appunto lo scopo di indagare i dinamismi della chiamata, ci proponiamo di percorrere insieme alcuni piccoli e preziosi passaggi che ci possano assicurare una base sicura per riaffermare che davvero “noi ci stiamo” con cognizione di causa, e non semplicemente nella logica di un’emozione mutevole e passeggera. Partiamo da lontano, riconoscendo il dono di esistere, e arriviamo, passo dopo passo, alla necessità di prendere oggi delle decisioni coraggiose.

Il dono dell’esistenza

Prendiamo il via dalla nostra esistenza concreta. Dalla consapevolezza che quello che siamo non è primariamente opera nostra. Ovvero dal fatto incontestabile che siamo preceduti, che siamo figli. Sembrerebbe una banalità, ma spesso ce lo dimentichiamo proprio. Un modo di pensare molto aggressivo a volte ci convince che ci facciamo da soli, che siamo figli di noi stessi e che non abbiamo nessuna responsabilità verso gli altri.
Un pensiero onesto, che fa perno intorno al reale, ci restituisce una socialità originaria che caratterizza la nostra esistenza. Non c’è mai stato un momento nella storia in cui io esistevo e gli altri invece no. È vero esattamente il contrario: c’è stato un tempo in cui il mondo e gli altri esistevano e io invece non c’ero ancora. I nostri genitori esistevano prima di noi, così come i nostri nonni, e anche i nostri fratelli o sorelle maggiori.
Nelle diverse epoche che studiamo sui libri di storia il nostro nome non compare. Per molto tempo io non ci sono stato e ad un certo punto sono nato, sono venuto al mondo. E non per mia iniziativa. E questo vale per tutti. Ci sarà anche un momento in cui sarò chiamato a lasciare questo mondo, che continuerà senza di me.
In base a questa realtà sperimentiamo continuamente di essere stati amati e voluti prima ancora di averne la percezione. Non è stata opera nostra, ma un dono che abbiamo ricevuto da altri. Primariamente da parte di coloro che si sono presi cura di noi. La vita è un dono che abbiamo ricevuto, senza alcun nostro merito. Altri hanno impiegato senza troppi calcoli e con tanta generosità tempo, risorse e affetti per farci crescere.
Ecco allora la sintesi del primo passaggio: bisogna rifiutare la menzogna dell’autofondazione, riconoscendo che siamo stati donati a noi stessi e che la vita è prima di tutto un dono gratuito che abbiamo ricevuto. Ecco che il primo e più importante atteggiamento dell’esistenza rimane sempre la gratitudine.

L’esistenza come dono

Il secondo passaggio è logico rispetto al primo: se esistiamo nella forma del dono, la realizzazione della nostra esistenza avrà la medesima forma del dono. Di solito, di fronte ad un favore ricevuto, rispondiamo: “A buon rendere”. Come a dire, ho ricevuto un dono da qualcuno, magari inaspettato, e adesso questo diventa un impegno di restituzione, un piccolo debito da onorare. Non è un obbligo stringente, ma una risposta naturale, eticamente importante, una spinta che ci porta al contraccambio. Ne va della nostra dignità.
Se riconosciamo che siamo frutto di un dono inatteso, ecco che la nostra vita diventa se stessa se impostata come un’esistenza capace di dono e di servizio. San Francesco di Sales, di cui quest’anno celebriamo i 400 anni dalla morte, parla a questo proposito di “estasi della vita”. È una bella espressione, che non ha nulla di intimistico, ma tutto di apostolico. Egli, guardando all’esempio di Gesù, l’uomo per eccellenza che sa riconoscere la sua esistenza come un dono ricevuto, indica al cristiano la via del dono concreto. Al di là dell’estasi della contemplazione – che ci eleva a Dio in una preghiera particolarmente intensa – e di quella dell’intelletto – che ci fa conoscere in maniera limpida le cose di Dio e degli uomini –, l’estasi dell’azione è caratterizzata da una continua carità, dolcezza, benevolenza e dedizione. È la via della generosità sistemica verso tutti. Tale estasi diventa il criterio di discernimento radicale sulla qualità della vita umana e cristiana:

Quando dunque si incontra una persona che nell’orazione ha dei rapimenti per mezzo dei quali esce e sale al di sopra di se stessa fino a Dio, e tuttavia non ha estasi della vita, ossia non conduce una vita elevata e congiunta a Dio, con la mortificazione dei desideri mondani, della volontà e delle inclinazioni naturali, per mezzo di una dolcezza interiore, di semplicità e umiltà, e soprattutto per mezzo di una continua carità, credimi, Teotimo, tutti i suoi rapimenti sono dubbi e pericolosi; sono rapimenti adatti a creare ammirazione negli uomini, ma non a santificare chi li prova[1].

L’estasi della vita è quindi il criterio reale, autentico e decisivo per la santità, per il semplice motivo che è nella vita di tutti i giorni che essa si riceve, si costruisce e si esprime:

Ci sono molti santi in cielo che non sono mai andati in estasi né sono stati rapiti nella contemplazione; infatti, quanti martiri e grandi santi e sante troviamo nella storia che nell’orazione non hanno mai avuto altro privilegio se non quello della devozione e del fervore? Ma non c’è mai stato santo che non abbia avuto l’estasi o il rapimento della vita e dell’azione, superando se stesso e le proprie inclinazioni naturali. […] Chiunque è risuscitato a questa vita nuova del Salvatore, non vive più né a sé, né in sé, né per sé, ma con il suo Salvatore, nel suo Salvatore e per il suo Salvatore.

Il mistero della Visitazione racchiuso in un cortile

di Valentina Laici – Note di Pastorale Giovanile

Mi presento, anche se sento sempre abbastanza imbarazzante parlare di me, ma lo faccio soprattutto per parlare di una cosa che mi sta davvero a cuore!
Ho 29 anni e vivo nell’oratorio di Figline Valdarno nella provincia di Firenze, da 8 anni presto servizio come operatrice pastorale nell’oratorio che mi ha accolta da adolescente e dove da pochi mesi realizzo uno dei miei sogni nel cassetto.
C’è stato un momento della mia vita che mi sono chiesta se stessi facendo qualcosa di serio, qualcosa per cui valesse la pena vivere. La mia vita era abbastanza mediocre, ma nel punto più basso mi sono sentita dire: “Valentina, tu sei amata!”. Macché non è vero, come è possibile, non sono amata sono una fallita.
“Valentina tu sei amata” per un attimo mi sono chiesta se fosse vero e di lì è iniziata la ricerca di Chi mi stesse amando in quelle condizioni, ho cercato insistentemente e l’ho trovato in oratorio attraverso i ragazzi e i giovani che Dio mi aveva messo accanto.

L’8 settembre del 2017 ho fatto il mio ingresso nella Fraternità della Visitazione a Piandiscò per iniziare il cammino di consacrazione; qui mi hanno accolto tre suore Simona, Letizia e Lucia che da vent’anni hanno fondato questa fraternità che si occupa di una casa famiglia per mamme con bambini e donne in difficoltà. Mi hanno accompagnato per tutti questi anni e ora, nell’ultimo anno di noviziato, mi hanno permesso di realizzare il progetto “CiVivo16” nell’oratorio di Figline, in accordo con il parroco e il Vescovo.

Cosa lega una casa famiglia ad un oratorio? Il filo conduttore che per me è sempre stato evidente è l’accoglienza. Il legame profondo che lega due porte aperte, due soglie pronte per accogliere Cristo in chiunque si presenti. Capisco che il nesso non è così immediato ma ogni ragazzo porta in sé il mistero dell’incontro tra Maria e Elisabetta, porta un dono da scoprire, da cercare, da annunciare; e allo stesso tempo la mia persona può essere uno strumento trasparente e silenzioso che porta all’incontro con Gesù. Oratorio come luogo di incontro e di missione, per mettersi al servizio di giovani e ragazzi con aspetti e modalità molteplici e creative, una testimonianza semplice e genuina ma contemporaneamente profonda ed esigente che richiede tempo, amorevolezza e pazienza. Nel cortile le vere partite si giocano sugli incontri e sulle relazioni, sulla testimonianza e sulla quotidianità vissuta per far sentire amato ognuno di loro come Gesù ama me. Tutto questo non si può racchiudere esclusivamente sotto il cappello dell’accoglienza, se pur estremamente affascinante, ma c’è qualcosa di più. C’è una fraternità che vive le stesse cose che vivo io, con altre persone, con altre povertà; una fraternità che desidera incontrare Cristo in chiunque gli viene incontro, ogni viso porta impresso il volto di quell’Amato che tanto cerchiamo. La fraternità è un abbraccio che può tenere insieme molteplici diversità e carismi; in questo la Fraternità della Visitazione ne è un esempio vivo.

Il “CiVivo16” nasce dalla lettura di un’esigenza nei giovani e nei ragazzi di avere una casa accogliente dove poter condividere un pezzo di strada della propria vita insieme ad altri giovani. Un luogo fraterno e informale senza i limiti e le esigenze di un gruppo parrocchiale, ma accogliente e con la porta aperta per avere la libertà di entrare e sostare quando se ne ha più bisogno. Secondo Don Bosco l’oratorio è “una casa che accoglie, una chiesa che evangelizza, una scuola che avvia alla vita ed un cortile per incontrarsi da amici e vivere in allegria”, il desiderio di avere una casa per i giovani è quello che ci ha mosso nel far partire questa esperienza. L’oratorio, a partire dalla casa, è vissuto dai giovani e per i giovani; non solo per coloro che già frequentano gli ambienti parrocchiali, ma anche per coloro che si sono allontanati o sono curiosi di scoprire cosa ci muove in quest’avventura. Il nome del progetto prende ispirazione dalla frase di Piergiorgio Frassati “Vivere, e non vivacchiare” e ai numerosi inviti di Papa Francesco nell’essere protagonisti della Chiesa realizzando i nostri sogni. Il nostro desiderio è quello di condividere la nostra vita quotidiana per affrontare le scelte importanti della nostra giovinezza al fianco di qualcuno che ci sostiene e che vive le nostre stesse domande esistenziali. Il progetto consiste in un periodo di vita fraterna condiviso con altri giovani che desiderano cogliere questa opportunità e mettersi in gioco in prima persona per conoscersi meglio e sperimentarsi nel servizio. Fare casa sarà luogo di incontro, di studio e di confronto in un clima familiare e accogliente. Lo stile che identifica questa esperienza è semplice e sobrio, attento all’essenzialità e alle tematiche di ecologia e sostenibilità. L’oratorio in mano ai giovani che lo abitano e che fanno famiglia con chiunque voglia farne parte. Il filo conduttore che collega stile e obiettivi è la crescita spirituale e umana nel confronto continuo. In poche parole è un cammino condiviso nella vita quotidiana: a tavola e nelle relazioni, nell’accoglienza, nel servizio e nella preghiera. È rivolto a giovani dai 20 ai 30 anni, universitari, lavoratori o servizio civile con un massimo di 5 persone. Ad ognuno verrà chiesto un contributo per la cassa comune ed un impegno nel servizio in oratorio, o altrove, proporzionato alle possibilità ed agli impegni. Il tempo di permanenza può essere da 1 a 2 anni. In ogni momento si può aggiungere un membro, se ci sono posti liberi, ed in ogni momento si può andare via se si ritiene concluso il proprio percorso. Per accedere a questa esperienza occorre il desiderio di far proprio lo stile della casa: dall’accoglienza al servizio, alla condivisione dei pasti e della vita ai momenti di preghiera insieme.
Se sei rimasto a leggere fino in fondo forse un po’ interessa anche a te questa esperienza di vita fraterna, basta un messaggio su istagram #civivo16 per venire a cena e conoscerci, la porta rimane sempre aperta!

Un bene che è “comune”

di Alessio Cantaluppi, per la rubrica “I mille volti della solidarietà”

“Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica”
Questa frase di don Lorenzo Milani mi ha accompagnato nel percorso politico che mi ha portato ad essere dapprima Consigliere Comunale e in seguito Sindaco di Lipomo, il paese in cui sono cresciuto e in cui, fin da piccolo, ho frequentato l’oratorio e la parrocchia.
Ho scelto proprio questo motto perché sono convinto che politica è occuparsi del bene comune, cioè farmi carico dei problemi degli altri come se fossero problemi miei.
Da questo approccio derivano alcune interpretazioni del concetto di politica per me imprescindibili.
Fare politica significa schierarsi, non rimanere indifferenti.
Fare politica significa lavorare per creare comunità.
Fare politica significa non lasciare indietro nessuno.
Fare politica è, in un certo senso, una forma di amore. Una forma di carità.
Non ho frequentato una vera e propria scuola di politica, ma gli anni di formazione ed educazione cristiana sono stati importanti perché intuissi che anche io -come tutti- avrei potuto contribuire alla costruzione di una società più giusta.
E una società giusta è quella in cui i più deboli non sono lasciati soli e in disparte.
Nel cammino di crescita ho avuto la fortuna di incontrare persone che con le parole, ma soprattutto con l’esempio della loro vita, mi hanno mostrato cosa significhi dare concretezza a questi pensieri. Don Roberto Malgesini è stata la persona che più di tutte mi ha insegnato il significato e la bellezza di mettersi a servizio degli altri.
Ci tengo a sottolineare che non c’è un unico modo di mettersi al servizio degli altri. La politica è uno di questi, ma non è certo l’unico. Anzi sono convinto che ciascuno nella propria vita può trovare la strada che più è nelle sue corde. Quel che conta e che può fare la differenza è il coraggio di scegliere. Nel lavoro, in famiglia, nelle relazioni personali. È lo sguardo con cui ci approcciamo ad ogni ambito di vita che fa la differenza.
Personalmente ho provato ad esprimere la ricerca del bene comune attraverso l’impegno politico nel mio paese. Una scelta impegnativa, perché ogni giorno mi pone di fronte a situazioni in cui non è sempre semplice intuire quale sia la cosa giusta. Negli anni mi sono costruito una “bussola”, indispensabile per orientarmi.
Fermo restando che politica e religione non sono e non devono essere la stessa cosa, sono proprio i valori e lo stile di vita cristiano ad essere la mia bussola.
Attenzione ai più deboli, dialogo, ricerca del bene comune, sostenibilità ambientale: ecco alcuni punti cardinali che orientano le mie scelte.
Si sente spesso dire che la politica è una cosa sporca e che “tanto sono tutti uguali”.
Al contrario io sostengo con forza che la politica che guarda al bene comune è una cosa bella.
Ciascuno può dare il proprio contributo.

 

Canto per te!

di Romilda Cozzolino

Avevo 11 anni e non volevo fare la cantante, sebbene frequentassi regolarmente scuola di canto e facessi tantissimi concorsi canori, regionali e nazionali. La mia voce era circondata da aspettative, dovevo diventare famosa, calcare il palco dell’Ariston. Studiavo e allenavo le mie corde vocali per quello, per diventare una cantante famosa. Mi dicevo: “A cosa serve avere una bella voce se poi non diventerò famosa? A cosa serve avere un’ottima tecnica se poi rimarrò nella mia città a cantare in qualche locale?”. Ecco, se fosse stata proprio questa la mia strada (anche se non ne fossi pienamente convinta, anche se già dentro di me avvertivo di essere chiamata ad altro) avrei dovuto raggiungere i massimi livelli della professione, altrimenti, nulla, non avrei più cantato.

Mi dicevo che Dio si era sbagliato nel darmi quel dono: non ero ricca per poter investire tanti soldi nella discografia, non ero abbastanza ‘personaggio’ per poter accedere alla tv e, soprattutto, non sapevo a cosa potesse servire quel talento nell’evangelizzazione, anzi, per me era un ostacolo profondo nella mia relazione con il Signore. Finché un giorno, sono arrivata dalle sorelle clarisse della mia città, le quali mi hanno cambiato la vita e mi hanno fatto comprendere che quel dono non era un errore di distrazione di Dio, ma la chiave della mia felicità: lì ho capito come il canto fosse la forma di preghiera più alta che un uomo possa elevare al cielo e di come Dio si serva di una voce per trasmettere il suo amore. Solo 7 anni dopo, però, ciò che avevo capito davanti a quella grata finalmente si concretizza: inizio a cantare per il Signore come servizio a 360º con la mia canzone ‘Al posto tuo’ che diventa l’inno nazionale della XXXIX Marcia Francescana, e da lì molte altre canzoni che parlano della bellezza della fede. Realizzo un album che volevo incidere a 12 anni per diventare famosa, ma stavolta è dedicato a Lui e parla di speranza, di come il dolore sia un’occasione preziosa per diventare ciò che da sempre sei chiamato ad essere, per essere la versione migliore di te e potenziare le tue capacità. Dio si è servito di molte cose per farmi comprendere che mi aveva pensato per cantare e, oggi, il Suo sogno è diventato il mio. Non riesco a immaginare un solo giorno senza cantare o scrivere canzoni.

Inventare il futuro. La testimonianza di Armida Barelli

di Paola Bignardi

La beatificazione di Armida Barelli è un evento di grande significato, in particolare per la Chiesa e per la società italiane. La sua spiritualità, i suoi linguaggi, il suo modo di fare sono quelli tipici del suo tempo, eppure sono percorsi, come linfa sotterranea, da una tensione verso il futuro che molte delle sue scelte hanno indicato e precorso. Penso in particolare a ciò che la Barelli ha fatto per le giovani donne, in un tempo in cui erano semplicemente “angeli del focolare”, con espressione poetica a coprire tante storie di umiliazione, di sfruttamento, di subordinazione.
Con la sua beatificazione, la Chiesa propone un modello cui guardare, in un tempo in cui la promozione della donna nella Chiesa e nella società è un processo tutt’altro che compiuto.

Una vita straordinaria

Armida Barelli nasce a Milano nel 1882, seconda di sei figli. La sua è una famiglia borghese che guarda con sospetto il mondo clericale. Tuttavia Armida frequenta la scuola delle Orsoline e poi il collegio in Svizzera. Qui vive le sue prime esperienze religiose; non una folgorazione ma la scoperta a poco a poco del valore dei passi che conducono verso Dio. E Dio la condusse a scegliere di vivere verginità e apostolato, restando nel mondo.
Profonda è la sua gioia nello scoprire come nella sua vita di laica permaneva la possibilità di una comunione con il Signore: «Mi canta nell’animo l’amore del Signore; in strada dico ogni giorno il Rosario intero e mi pare di essere sola con lui anche in mezzo al frastuono; Dio mi ha investita». Si è colpiti dalla gioia di questa scoperta che è una grande acquisizione per la vita dei laici: la possibilità della comunione con il Signore dentro la vita ordinaria, dentro il frastuono della città, dentro un’esistenza fatta delle cose comuni a tutti, in tram o tra gli impegni, facendo anticamera o incontrando le persone.

Promuovere le donne: la Gioventù Femminile di Azione Cattolica

La grande opera della Barelli fu soprattutto la fondazione della Gioventù Femminile di Azione Cattolica, L’avventura ha inizio nel ’17, quando il card. Ferrari, arcivescovo di Milano, le propone di impegnarsi per incrementare l’associazionismo cattolico ambrosiano, presente in appena quattro parrocchie della città. Armida, in pochi mesi, favorì la nascita di 90 circoli con 5000 iscritte. Dopo l’eco di quei successi Benedetto XV la nominò vicepresidente delle donne cattoliche, con particolare incarico per il settore giovanile: è il 1918. In ogni diocesi nacque la Gioventù Femminile di Azione Cattolica (GF), che riunì oltre un milione di giovani. Esse venivano formate ad una religiosità consapevole e matura che doveva esprimersi in famiglia e nella società.
L’opera di formazione e di alfabetizzazione religiosa compiuta dalla Barelli attraverso la GF fu veramente straordinaria. Si pensi ai catechismi e ai corsi di esercizi spirituali, che coinvolsero un numero imponente di giovani donne in un’esperienza di formazione spirituale che non poteva non lasciare un’impronta. Nel 1936 si iscrissero alla gara di “cultura religiosa” per giovani donne più di 500 mila socie. Nel 1938 “Squilli di risurrezione”, il giornale che arrivava alle socie, raggiunse 1 milione e 119 mila copie che arrivavano nelle case: una cifra sbalorditiva, soprattutto considerando i tempi.
Nel 1928 la Barelli fondò insieme a padre Gemelli l’Opera della Regalità, impegnata nella promozione del movimento liturgico, attraverso iniziative per convegni e ritiri e la diffusione di un opuscolo settimanale che illustrava i testi della messa. La celebrazione eucaristica, infatti, era in latino e la gente non capiva la Parola di Dio e il senso della liturgia: ben prima del Concilio, dunque, Armida promuove la vita liturgica della comunità cristiana attraverso dei sussidi che, settimana dopo settimana, intendevano porre alla portata di tutti la Parola di Dio e il contenuto della liturgia. Ancora una volta un’azione formativa, mossa dalla necessità di una vita cristiana consapevole, che non fosse fideistica e fondata su un volontarismo vuoto, bensì capace di esprimere ragioni prima di tutto davanti a se stessi.
La Barelli si è adoperata moltissimo per portare le donne fuori dalle mura domestiche in un tempo in cui questo non era abituale; per aiutarle a superare un atteggiamento di sottomissione affidando loro una missione ecclesiale e sociale; per favorire l’emancipazione ecclesiale e sociale della donna attraverso la cultura e la responsabilità: due ambiti in cui ancor oggi nella Chiesa le donne più difficilmente riescono ad essere coinvolte.
Si tratta di iniziative che, tutte, parlano di intraprendenza, di coraggio, del gusto di inventare il futuro.

Nostalgia, viaggio dal passato al futuro

Da Note di Pastorale Giovanile.

di Maria Rattà.

Nostalgia: parola potente, evocativa di un viaggio nel tempo e nello spazio; in mondi lontani, passati o futuri; fra volti conosciuti e incontro a persone e paesi ancora distanti; verso dimensioni possedute o da possedere; termine che scatena nell’uomo sentimenti contrastanti e che scava nell’animo con la trivella del rimpianto, del dolore… o della speranza.
Nostalgia è vocabolo a noi tutti familiare, ma non antico quanto ciò che significa. Fu “inventato” nel 1688 da un medico, Johannes Hofer, giovane laureando all’università di Basilea. La parola nacque con connotati prettamente scientifici, per descrivere lo stato patologico dei soldati mercenari svizzeri di Luigi XVI, afflitti dalla mancanza del proprio paese.
Un termine nuovo per indicare qualcosa di ancestrale come l’uomo, così “secolare” che già al mondo greco si deve il primo poema della nostalgia: l’Odissea, storia di un uomo che si lascia muovere dal desiderio struggente della propria terra e della propria famiglia, rifiutando, pur di farvi ritorno, finanche i doni dell’immortalità e dell’amore di una dea.
Per lungo tempo la nostalgia rimase un “malanno”, così come era nata. E in effetti, anche se poi essa si è staccata da questa sua connotazione strettamente patologica, non si può negare che contenga in sé un aspetto oscuro, dato che la tristezza che essa ingenera può portare fino alla malinconia e alla depressione. Lo stesso Ulisse, in diverse rappresentazioni pittoriche, appare ora come impietrito dalla sua nostalgia, ora come in corsa verso ciò di cui sente il richiamo. Perché, come scrive anche lo psichiatra Eugenio Borgna, «ci sono nostalgie che fanno vivere, e nostalgie che fanno morire» (L’arcipelago delle emozioni, 2001). La nostalgia, allora, può essere una malattia che pietrifica e paralizza oppure una risorsa che fa guardare a ciò che rappresenta la casa dell’uomo in senso lato: le sue radici (abitazione fisica, infanzia, affetti, patria, in primis), ciò che ne forma l’identità più profonda e che fa andare avanti, per costruire il futuro senza dimenticare il passato.
E, così, la nostalgia, a ben vedere, se parla di radici, di identità e di origine, parla – volente o nolente – anche di Dio, vera e propria sorgente di ogni essere umano. E vera meta, anche, verso cui andare. Furono sempre gli antichi Greci a teorizzarlo per primi, con il filosofo Plotino, secondo cui l’anima del saggio, comprendendo che tutto è “uno”, si può innalzare verso l’Alto, verso il divino, verso l’Uno da cui proviene, per fare ritorno alla propria casa.
Nella letteratura spirituale cristiana è Agostino l’uomo che forse meglio canta questa nostalgia di Dio. Quel Dio di cui si ha spesso desiderio senza saperlo, come poi ammette lo stesso santo nelle sue Confessioni (10, 27.38) prorompendo nelle famose parole: «Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai». L’esperienza di Agostino è il paradigma di chi vive inconsapevolmente la nostalgia del divino come nostalgia di molte, mille altre cose, a cominciare soprattutto da quelle materiali, sulle quali gettarsi “deforme” (dice sempre Agostino), ma senza mai esserne appagati. Solo prendendo coscienza del limite che la nostalgia stessa comporta (non tutto si può “ritrovare” o trovare” in maniera totale e definitiva in questo tempo terreno; non ogni cosa che che desideriamo di riavere è un bene per noi; quanto bramiamo è rimando a una realtà più alta) è possibile intraprendere un cammino di fede, in cui la nostalgia non è più una catena che imprigiona, ma una chiave di libertà.
Non è però facile o scontato arrivare a questa consapevolezza, e l’arte ha saputo e sa esprimere bene questa lotta interiore, questo conflitto fra passato, presente e futuro, fra mondo materiale e mondo immateriale, fra tempo interiore e tempo cronologico. Ungaretti scriveva nella sua poesia Dannazione: «Chiuso fra cose mortali / (Anche il cielo stellato finirà) / Perché bramo Dio?» (Vita d’un uomo. Tutte le poesie, 1992), esprimendo il tormento dell’uomo che comprende che il solo mondo terreno non basta e che finanche le cose più vaste e lontane, come il cielo, danno in verità sete di bellezza, di eterno, di infinito… sete di Dio. Una sete colma dell’interrogativo esistenziale sul futuro ultimo dell’uomo. Così ogni nostalgia contiene in sé il “dubbio” del “non ancora”: non ancora raggiunto, non ancora visto, non ancora esistente, non ancora ritrovato. Viaggiare nella nostalgia è come imbarcarsi per mare, proprio al pari di Ulisse, e attraversare anche la nebbia, come ben rappresenta Il viandante sul mare di nebbia ritratto da Caspar David Friedrich nel 1818.
Incognita e possibilità sono i due poli entro cui ci si muove nella mappa della nostalgia, e l’arte, quale linguaggio della nostalgia stessa, consente di recuperare con arte il passato, proprio come si evince dalla conclusione dell’opera di Proust, Alla ricerca del tempo perduto.
«Forme di linguaggio quali la poesia e la narrazione mostrano come quello a cui non si può tornare possa trovare una nuova presenza. Mostrano come dall’irreversibile possano salire parvenze, immagini, figure con cui dialogare. E come il finito possa rivivere, facendosi ritmo di un dire e di un pensare» (Prete, Nostalgia. Storia di un sentimento).
La nostalgia, che si declina attraverso mille sfaccettature (nostalgia dell’amore, della bellezza, del cielo, del proprio paese), può diventare un viaggio di ritorno verso la nostra personale Itaca, quell’Itaca vista dal poeta greco Kavafis quale metafora della vita. Perché «non provare nostalgie non è vita, o almeno non è vita che si riconosca fino in fondo nei suoi orizzonti di senso. Certo, i luoghi, le stagioni della vita, e soprattutto il tempo, a cui ci portano i sentieri tracciati dalla nostalgia, sono, o almeno possono essere, lieti o dolorosi, oscuri o luminosi, ma in ogni caso ci fanno pensare agli sbagli commessi, al bene che non abbiamo fatto; e allora la nostalgia ci consente (anche) di ripercorrere il cammino, più o meno lungo, della nostra vita, aiutandoci a riconoscere le cose che avremmo dovuto fare, e quelle che potremmo ancora fare: rimeditandole, e modificandole, nella loro realizzazione» (Borgna, La nostalgia ferita, 2018).
Fanno eco a queste parole quelle di una canzone di Enrico Ruggieri, Nostalgia del futuro: «Ogni rimpianto di questa giornata / sarà una commedia lasciata nel tempo / Ogni occasione che è stata perduta / non può ritornare in un altro momento / La nostalgia del tuo futuro / non deve incatenarti più / Ogni ripiego sul sicuro / è una limitazione / Prendi la vita al volo / e portala via».
In questa nuova rubrica online cercheremo di prendere la vita al volo, parlando delle varie declinazioni della nostalgia, dei suoi mille volti di un’unica sostanza: la nostalgia di Dio, di ciò che è l’Altro per eccellenza, ma che assume poi le fattezze delle molte nostalgie che attanagliano il cuore dell’uomo e lo uccidono dentro o, al contrario, lo fanno rinascere a vita nuova, in attesa di quella vita eterna in cui non ci sarà più nostalgia, ma appagamento totale di ogni desiderio buono che alberga già in noi.

Bellezza e salvezza

Giuliano Zanchi (Segretario generale della Fondazione Bernareggi di Bergamo e direttore del Museo Bernareggi)

Se dovesse avere un qualche fondamento la convinzione che «la bellezza salverà il mondo», quantomeno nella diffusione forfettaria del suo luogo comune (l’ho visto scritto a lettere cubitali sulla vetrina di una parrucchiera), noi dovremmo sentirci nel migliore dei mondi possibili. Non esiste civiltà quanto quella eretta sui paradigmi dell’attuale occidentali’s karma che abbia tanto innalzato la «bellezza» a precetto performativo di così estesa influenza. La «salvezza» dovrebbe già avere trasfigurato questa terra così animata dai suoi pervasivi standard estetici. Naturalmente i dubbi in merito sono molti.

Oggi tutto deve essere bello, dalle unghie delle signore al manico di un cucchiaino da caffè. La cura della forma ha assunto dignità di conferimento del senso. La nostra civiltà sembra aver reso strutturale e programmatica quella specie di profezia che Nietzsche, un attimo prima di impazzire, ha depositato a futura memoria nei Frammenti postumi: «La verità è brutta: abbiamo l’arte per non perire a causa della verità» (1888, 16[40]6). Il suo significato è immediato e terribile. La condizione umana, a questo portano gli sviluppi dei suoi saperi, è totalmente priva di senso, venendo dal caso e dirigendosi verso il nulla. Possiamo solo accettare di conferirgliene uno modellandoci esteticamente. La verità è brutta, costruiamocene una bella. Sembra il grande comandamento in vigore nella città-mercato postmoderna. Il «profilo» delle nostre soggettività, proprio come accade nei social, scaturisce sempre più dalla somma dei suoi adempimenti estetici, nel look, nel food, nei cult, nei mood, e in tutte le varie forme di life styling promosse dal nostro creativo mercato del benessere.[1] Il design non è più semplicemente una qualità del prodotto industriale, quanto proprio una categoria dell’esistenza. Quella dell’«essere» sembrerebbe una forma indissociabile dalla sua intrinseca necessità di «apparire». Come Jessica Rabbit, ci disegnano così.

Il tratto tirannico di questo primato comincia a rendere palesi i suoi effetti collaterali. Il suo potere ingiuntivo, ancora più dispotico delle vecchie morali di cui ci siamo liberati, anima le molte euforie pubbliche dell’homo cosmeticus ma alimenta anche la frustrazione endemica indotta dagli standard di questo regno della beautitudine. Beati i belli, perché se sei brutto ti tirano le pietre, cantava Antoine nel 1967. Il sottobosco del disagio giovanile e il brusio neotribale dei social traboccano di evidenze circa la ferocia bullistica che si scatena regolarmente, e con la brutalità primaria di un villaggio arcaico, attorno agli inabili, ai mancanti, ai diversi, ai disfunzionali, ai ciccioni, alle bruttine, ai molti «brutti anatroccoli» che tirerebbero un sospiro di sollievo se fosse almeno loro concesso di vivere in solitudine in un angolo dello stagno. Al netto degli stanchi dibattiti che finiscono per far parte dello stesso spettacolo, non sembra che tutto questo abbia ha a che fare con una giustizia dell’essere fatta coincidere, in mancanza d’altro, con la perfezione della forma? Esiste una «bellezza» in nome della quale si colpevolizza senza remissione e in modo più inesorabile dei vecchi scrupoli religiosi. Nella pur asfissiante morale cattolica, se eri peccatore potevi confessarti; nel regno dell’attuale imperativo estetico [2] se sei «brutto» non c’è rimedio. Non esiste assoluzione. Nelle periferie di certe metropoli asiatiche o sudamericane questa sorta di giudizio universale anticipato sulla terra è clamorosamente visibile nella spartizione dantesca di quartieri reciprocamente alieni. Di là il glamour dei prati all’inglese e l’high-tech dell’architettura contemporanea; di qua le baracche, il fango e le fogne a cielo aperto. Una linea sottile divide, già in questo mondo, il paradiso dall’inferno. I segni della «bellezza», intesa come artificiale e ingiuntiva cura della perfezione, sono spesso indici di «sentenze definitive» proclamate nell’aldiquà. «Lasciamo le belle donne agli uomini senza immaginazione» ammoniva già quasi cento anni fa Marcel Proust.