Vivere in un mondo digitalizzato. Un invito a coltivare uno sguardo profondo

Pubblichiamo l’editoriale di don Rossano Sala sul prossimo numero di Note di Pastorale Giovanile.

Sono connesso dunque esisto!

È sempre più una realtà che il mondo giovanile viva immerso nella nuova atmosfera offerta dalla connessione alla rete virtuale: la vita reale tende a coincidere con l’interazione senza interruzione con la rete, creando non semplicemente un doppione della vita “in carne e ossa”, ma un suo perfezionamento o una sua mutazione. Attraverso i personal media in qualunque momento si può essere contemporanei con tutti gli eventi che avvengono nel mondo (pensiamo, ad esempio, alle potenzialità di “Twitter” che ci rende partecipi in tempo reale degli eventi che accadono). Il concetto stesso di vita diviene socializzato in un modo nuovo, in una forma deterritorializzata in cui lo spazio e il tempo assumono forme differenti rispetto all’esistenza passata.
In questo nuovo mondo ciò che viene a mancare radicalmente, dal punto di vista educativo, è la possibilità dell’assistenza nel senso classico del termine: per definizione i personal media sono individuali e prevedono un uso “asociale” e non accompagnato, perché l’educatore non può essere presente e non può quindi “assistere”. Se invece il personal media è utilizzato per relazionarsi ad altri – come di solito avviene –, attraverso un social network, allora in questo nuovo areopago è possibile che un singolo educatore o un’istituzione di pastorale giovanile sia presente, ma certamente in una maniera molto differente rispetto al passato: egli è presente, ma in forma leggera e amicale, paritaria e non gerarchica. È il giovane che decide con chi essere collegato e con chi relazionarsi: la privacy garantita dal personal media esclude di principio la presenza di un educatore e lascia il soggetto in situazione di sostanziale solitudine autoreferenziale nella gestione della propria relazione con le offerte della rete.
Il vero fulcro della decisione e dell’azione è il soggetto individuale ritenuto in genere responsabile e capace di decidere al meglio delle sue amicizie, delle sue frequentazioni e soprattutto delle sue azioni in rete. Sappiamo però, dai dati emergenti e soprattutto dall’esperienza educativa, che non è sempre così: gli adolescenti e i giovani appaiono troppe volte vittime sottomesse di questi strumenti più che gestori responsabili della loro “libertà virtuale”. Solo per fare un esempio, la diffusione a macchia d’olio della pornografia, del sexting e del gioco d’azzardo via internet sono piaghe del mondo giovanile – e non solo – che non si possono sottovalutare, ma emergono come segni di un autismo esistenziale e una relazione oggettivante che deve far riflettere seriamente la società nel suo insieme, nel momento in cui si vorrebbe proporre come società educante.

Continuare a pensare nell’era digitale

La rete allora, potremmo dire, non solo tendenzialmente ci rende più stupidi – in quanto indebolisce e riduce la capacità di lettura profonda della realtà e ci toglie quello spirito critico che ha bisogno di concentrazione e distanza riflessiva per essere vigile e reattivo – ma ci offre opportunità inedite e non filtrate di scadere in alcuni comportamenti che rischiano di non solo di essere moralmente inqualificabili, ma di diventare patologici sotto ogni punto di vista, disgregando un tessuto sociale, culturale e morale condiviso che sempre fa da piattaforma ad una civiltà umana degna di questo nome.
Per i giovani questo non può che aumentare la fatica nello sforzo di diventare adulti, accordando la propria esistenza con le esigenze di verità, di bontà, di bellezza, di giustizia e di santità che risiedono nel loro cuore e che rischiano di essere sempre più schiacciate:

Alla fine, quello che è davvero importante non è tanto il processo del divenire quanto ciò che diventiamo. Negli anni Cinquanta Martin Heidegger osservò: “La rivoluzione della tecnica che ci sta travolgendo nell’era atomica potrebbe riuscire ad avvincere, a stregare, a incantare, ad accecare l’uomo così che un giorno il pensiero calcolante sarebbe l’unico ad avere ancora valore”. La nostra capacità di impegnarci nel “pensiero meditante”, che Heidegger vedeva come la vera essenza dell’umanità, potrebbe soccombere a un troppo rapido progresso. L’avanzata tumultuosa della tecnologia rischierebbe di sommergere quei raffinati pensieri, emozioni, e percezioni che nascono soltanto dalla contemplazione e dalla riflessione[1].

Un indebolimento e una maggiore fragilizzazione dell’umano sono delle conseguenze inevitabili al fatto che siamo sommersi da un’enorme quantità di materiale comunicativo, che non abbiamo il tempo di valutare, ma che siamo costretti ad assumere in forma bulimicamente irriflessa. Il sovraffollamento della carta stampata, delle centinaia di canali televisivi e di connessioni continue segnano certamente una vera e propria aggressione mediatica organizzata da cui difendersi e prendere distanza critica. Capacità che, senza ombra di dubbio, nessun adolescente e nessun giovane possiede per natura propria e nemmeno per grazia infusa. Ciò che fino a questo momento risulta essere assodato è che «siamo di fronte a una crisi di proporzioni epocali: si sta verificando una sorta di sfaldamento dello statuto antropologico tradizionale dell’individuo»[2].

 

La rosa dei venti

di Simone Bosetti [1]

Un punto importante della Christus vivit è la revisione della pastorale giovanile in chiave vocazionale. Nell’esortazione apostolica di Papa Francesco leggiamo infatti: “Siamo chiamati dal Signore a partecipare alla sua opera creatrice, offrendo il nostro contributo al bene comune sulla base delle capacità che abbiamo ricevuto. […] Di conseguenza, dobbiamo pensare che ogni pastorale è vocazionale, ogni formazione è vocazionale e ogni spiritualità è vocazionale”[2].
Per un giovane, specialmente nel momento delle grandi domande, ogni proposta concorre a costruire le scelte fondamentali della vita: un incontro di catechesi sulla politica, sull’accoglienza, sulle relazioni, un’esperienza estiva, una vita comune!
Sappiamo bene che nel momento in cui siamo in ricerca, non è necessario che, per renderla tale, l’etichetta “percorso di discernimento” sia visibile su ogni proposta a cui aderiamo.
È necessario allora che durante la costruzione di ogni proposta, secondo i più svariati argomenti, possa esserci un’attenzione particolare ai risvolti vocazionali e in generale alle domande vitali che essa può suscitare.
In quest’ottica prende forma “La Rosa dei 20”. Nata su un rilancio dell’Arcivescovo di Milano, Mons. Mario Delpini, tale iniziativa propone ai giovani un’esperienza di vita comune di nove mesi nei territori della nostra diocesi (nel mese di ottobre 2019 è partita la prima concreta esperienza, alla quale stanno partecipando 5 giovani, in un appartamento messo a disposizione da una parrocchia di Milano).

[1] Vicepresidente giovani dell’Azione Cattolica Ambrosiana

Vita comune come esperienza evangelica

 

Marco Fusi [1]

Da diversi anni a questa parte la vivacità pastorale di sacerdoti, religiosi/e ed educatori sta generando una esperienza di annuncio e insieme di consolidamento della fede in diverse parrocchie e in varie realtà ecclesiali. La vita comune si diffonde in modo particolare nelle Diocesi lombarde quale occasione speciale di fraternità tra adolescenti, 18enni e giovani. Alcuni oratori assumono sempre più il volto di una casa con stanze, cucina, sale da pranzo e per incontri; diversi luoghi della comunità vengono provvidenzialmente ripensati in chiave giovanile e fraterna, assumono una identità e un nome nuovo come ad esempio ‘Nazareth’, ‘Betel’, ‘Ermon’, ‘Betania’, per esprimere il desiderio di congiungere in modo armonico Parola e quotidianità, fede e vita, Dio e amicizia.
Si tratta di un sentiero promettente, un semplice e germinale segno dei tempi che domanda alla Chiesa di non abbandonare la sua anima domestica, anzi di svoltare sempre più verso la sua essenziale natura di comunità dei credenti chiamati da Gesù a stare insieme nella diversità.
La Christus vivit, esortazione post-sinodale consegnataci da papa Francesco, ci esorta a dirigerci con determinazione in questa direzione che i giovani stessi con i loro accompagnatori ci stanno suggerendo:
“Fare “casa” in definitiva «è fare famiglia; è imparare a sentirsi uniti agli altri al di là di vincoli utilitaristici o funzionali, uniti in modo da sentire la vita un po’ più umana. Creare casa è permettere che la profezia prenda corpo e renda le nostre ore e i nostri giorni meno inospitali, meno indifferenti e anonimi. È creare legami che si costruiscono con gesti semplici, quotidiani e che tutti possiamo compiere. Una casa, lo sappiamo tutti molto bene, ha bisogno della collaborazione di tutti. Nessuno può essere indifferente o estraneo, perché ognuno è una pietra necessaria alla sua costruzione» […]”

[1] Ordinato sacerdote nel 2004, dopo aver svolto il suo ministero come vicario parrocchiale negli oratori di Rho (MI) e Vimercate (MB), dal 2019 è responsabile del Servizio per i Giovani e l’Università dell’Arcidiocesi di Milano.

 

L’odore dei giovani. Spirito di famiglia e maturazione vocazionale

Rossano Sala

Vivere in mezzo alla gente

Sono andato a rivedermi con calma gli appunti che ho preso durante l’Assemblea sinodale sui giovani che si è tenuta dal 3 al 28 ottobre 2018. Sono un resoconto vivo e vivace di ciò che abbiamo condiviso nell’aula sinodale per quasi un mese: oltre ai contenuti degli interventi dei padri sinodali, mi sono appuntato alcune emozioni e sensazioni che in quel preciso momento affollavano la mia mente e il mio cuore. In tutto è un file di Word consistente, composto di 87 pagine, 30.782 parole e 200.746 caratteri! Quando sarò (più) vecchio e avrò un poco di tempo a disposizione magari lo riprenderò con più distensione per farci qualcosa!
Ho cercato di passare in rassegna, in quel file, i tanti appelli dei padri sinodali e degli uditori, soprattutto i più giovani, a frequentare con continuità e serietà il mondo giovanile, a condividere la vita e superare un’imperdonabile e antievangelica lontananza dalla loro realtà, di cui tante volte nemmeno abbiamo coscienza. Tanti hanno denunciato la distanza e altrettanti hanno chiesto di ridurla o eliminarla attraverso azioni, iniziative ed esperienze concrete. E rileggendo alcuni interventi tra i più qualificati, vi notavo alcuni miei commenti che fissavano le emozioni una volta per tutte: “grande commozione”; “finalmente una parola chiara”, “questo giovane non ha peli sulla lingua”, “parole sante!”, “tantissimi applausi”, “intervento profetico”, “è quello che tutti dovrebbero fare”, “visione di futuro”, “proposta entusiasmante” e altre reazioni simili.
Vi riporto, evidentemente senza citare l’autore, un passaggio di un intervento di un padre sinodale molto rappresentativo di tanti altri, molto simili a questo sia per stile che per contenuto:

Europa e scuola

di Renato Cursi

Quella che in Italia definiamo “istruzione” non è una competenza concorrente, né tantomeno esclusiva, dell’Unione Europea. Detto in altri termini, in base al principio di sussidiarietà, le politiche in materia di istruzione sono stabilite da ciascun Stato Membro dell’Unione Europea, mentre quest’ultima è chiamata solamente a sostenere, coordinare e completare l’azione degli Stati in favore di una “istruzione di qualità”. Leggendo le disposizioni dei Trattati che fondano questa Unione, si legge anche l’azione dell’UE è intesa a “sviluppare lo scambio di informazioni e di esperienze sui problemi comuni dei sistemi di istruzione degli Stati membri”. Ebbene, un’attività di questo tipo gioverebbe a quei Paesi, come l’Italia, che hanno problemi con la libertà di educazione.
Se oltre ai Trattati dell’UE, infatti, si leggono anche le statistiche raccolte dal CEEC, ufficio per l’Educazione Cattolica in Europa, si scoprono dei dati apparentemente paradossali. Si scopre, ad esempio, che in Paesi come l’Italia e il Portogallo, in cui si dichiarano cattolici rispettivamente il 75% e l’80% dei cittadini, la scuola cattolica raggiunge solo il 7% e il 4,5% del totale degli studenti, mentre in altri Paesi europei dalla cultura politica notoriamente più secolarizzata, se non “laicista”, in cui i cattolici rappresentano una minoranza o comunque una maggioranza non così significativa della popolazione, l’educazione cattolica raggiunge una percentuale molto più alta del totale degli studenti in età compresa tra i 2 e i 18 anni.
Proviamo a fare qualche esempio. Nel Belgio fiammingo il 65% degli studenti frequenta scuole cattoliche. Nel Belgio francofono il 48% degli studenti. La percentuale più alta spetta all’Irlanda, che però è un Paese in cui l’insegnamento cattolico ha una lunga e consolidata tradizione e in cui i cattolici sono l’ampia maggioranza della popolazione, con il 75%. Ma le percentuali e i numeri assoluti sono molto più alti dell’Italia anche in altri Paesi europei: in Francia il 19% degli studenti frequenta scuole cattoliche (oltre due milioni di studenti); in Spagna il 18% (quasi un milione e mezzo di studenti). Persino in Olanda, dove i cattolici rappresentano appena il 23% della popolazione e il totale della popolazione è quasi quattro volte inferiore a quello italiano, ci sono più studenti nelle scuole cattoliche che in Italia.
In Italia spesso si tende a liquidare la questione con l’ironia: “Chissà che educazione cattolica offriranno queste scuole nel nord Europa…”. Piuttosto che leggere i numeri, comparare le realtà e considerare la possibilità di cambiare la propria, nel Bel Paese preferiamo spesso crogiolarci in una chissà quanto fondata superiorità morale o comunque in un atteggiamento che potremmo definire di “presunta superiore cattolicità” nei confronti degli altri Paesi europei. Ed ecco che in Italia movimenti e associazioni cattoliche fomentano le risse mediatiche a difesa della presenza del crocifisso nelle aule scolastiche statali, mentre rinunciano, chissà quanto consapevolmente, ad affrontare sul piano culturale e politico il tema della libertà di educazione e del suo rispetto sostanziale.

Famiglie e giovani nel recente cammino sinodale della Chiesa

Gustavo Cavagnari

La consapevolezza ecclesiale riguardo alla famiglia

Consapevole che il matrimonio e la famiglia sono tra i beni più preziosi «da cui la società non può prescindere»,[1] la Chiesa ha da sempre sostenuto, aiutato, accompagnato e illuminato coloro che vivono o si preparano a vivere il proprio progetto coniugale e familiare. La Costituzione pastorale sulla Chiesa del Concilio Vaticano II ha ricordato ancora una volta che il matrimonio è «l’intima comunità di vita e d’amore coniugale» stabilita dall’alleanza tra un uomo e una donna e strutturata con leggi proprie,[2] e la sua Costituzione dogmatica sulla Chiesa ha anche fatto presente che «da questo connubio procede la famiglia».[3]
Se tra le numerose questioni che destarono l’interesse del Concilio il matrimonio e la famiglia meritarono particolare menzione, questo è dovuto anzitutto al fatto che la loro verità ultima la si trova nel disegno divino rivelato pienamente in Gesù Cristo. Con la redenzione da Lui operata (Ef 5,21-32), il Signore riportò il matrimonio e la famiglia alla loro forma originale (Mc 10,1-12) restaurandoli a immagine della Trinità (AL 63). Per la fede cattolica, dunque, è proprio nel piano di Dio Creatore e Redentore che «la famiglia scopre non solo la sua “identità”, ciò che essa “è”, ma anche la sua “missione”, ciò che essa può e deve “fare”».[4]
In questa luce si comprende perché la Chiesa considera «il servizio alla famiglia uno dei suoi compiti essenziali».[5] Eppure, perché questo impegno pastorale possa avverarsi, la Chiesa è conscia che, oltre alla Sacra Scrittura e alla sua stessa tradizione magisteriale sull’argomento (AL 6), occorre «uno sguardo lucido e assolutamente realistico alla realtà della famiglia oggi, nella varietà e complessità dei contesti culturali in cui si trova».[6]

L’Insegnamento della Religione nella scuola e nel mondo di oggi: davvero una risorsa educativa?

L’esperienza di un insegnante di religione nella scuola secondaria di secondo grado

di Francesco Luppi

“Qui la meta è partire” (Ungaretti). Partire ti costringe a lasciare certezze, a selezionare ricordi, a cristallizzare volti, a sentire nostalgia. E’ toccato anche a me sperimentare un po’ di tutto ciò: quest’estate ho saputo che avrei lasciato la scuola dove sono stato per otto anni. Mi accingevo a partire per un mare sconosciuto lasciando un porto sicuro in cui, tra normali fatiche e altrettante gioie, avevo costruito legami belli e fecondi con colleghi e studenti.
Alcuni miei alunni, venuti a sapere di questo mio passaggio, mi hanno inviato bigliettini che mi hanno riempito il cuore di gioia e tenerezza. Sì, perché uno dei tratti privilegiati del mio mestiere è la possibilità di creare relazioni vere con ragazzi che vivono un’età fondamentale della vita: l’adolescenza. Ecco alcune delle cose belle che mi hanno scritto: “Grazie prof! In questi anni lei non ha fatto religione ma ci ha mostrato come vivere”; oppure: “Grazie perché l’ora di religione ci ha permesso di esprimerci davvero, attraverso il dialogo e il confronto, senza dover aderire a dogmi preconfezionati…”; e ancora: “Sono state lezioni interessanti perché l’attualità è entrata in classe e non ci ha riproposto qualcosa di già sentito e a noi lontano”.
Dopo aver letto questi bigliettini, al di là dell’affetto e della stima, è sopraggiunto in me un senso di sconforto e parziale fallimento; con tutta la fatica che faccio a spiegare e far comprendere il senso dei 10 comandamenti, mi vedo scritto che non faccio religione? O con lo sforzo di rendere ragione oggi di tematiche attinenti la bioetica, la morale sociale, l’affettività rimanendo fedele al patrimonio della Chiesa cattolica, mi trovo scritto che l’attualità è entrata in classe quasi a scalzare un passato religioso che sa di “vecchio”? O ancora: l’apparente novità del dialogo e del potersi esprimere che i miei studenti avrebbero fatto “quasi in esclusiva” nella mia ora e non in tutte le materie scolastiche? Insomma, come sempre, i ragazzi ti mettono in discussione, spingendoti a comprendere meglio sia questo tempo sia la disciplina. Sono proprio i cuccioli d’uomo a mostrare i segni di una possibilità che si affaccia all’orizzonte e che chiede di essere guardata con franchezza e senza paura.

I diritti dei minori e la responsabilità degli educatori

di Andrea Farina  – Silvia Campagna  – Micol Trillo 

L’età contemporanea è caratterizzata da profonde trasformazioni. Non c’è ambito o settore della società che non sia interessato e che non stia passando per un qualitativo processo di cambiamento.
Il presente Dossier si propone di evidenziare, alla luce di un quadro sociale e culturale in movimento, gli strumenti normativi per la promozione e la tutela della persona di minore età.
Il contesto civile, nelle sue varie articolazioni, ha individuato nel “paradigma dei diritti” una sorta di “bussola” in grado di orientare strategie politiche e risposte efficaci ai bisogni dei bambini e degli adolescenti. In modo sintetico l’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza afferma: “nel movimento continuo che contraddistingue la società liquida in cui viviamo, i diritti conferiscono stabilità, tengono a galla, sono compatti, non polverizzati, sono effettivi e di tutti. Riconoscere che i bambini e i ragazzi sono titolari di diritti non significa delegarli ad avventurarsi da soli nei meandri della vita, rinunciare a far loro da guida, e da guida solida. Al contrario, i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza chiamano in causa la responsabilità degli adulti La sfida corrente consiste nel ritrovare un nuovo punto di equilibrio nel rapporto tra generazioni”(Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza, Relazione al Parlamento 2018).
I diritti vengono così intesi come punti di riferimento che tutta la società è chiamata a riconoscere per la protezione, la cura e la promozione dell’infanzia e dell’adolescenza.
Chi opera in ambito pastorale si muove in un contesto ecclesiale che ha sempre più a che fare con altre istituzioni: amministrazioni pubbliche, fondazioni, imprese, associazioni, enti del Terzo Settore.
L’azione ecclesiale non può prescindere da una conoscenza appropriata e da un confronto costruttivo con il “paradigma dei diritti” che offre tanti punti in comune per operare in sinergia e suscita talvolta perplessità per l’enfasi che agli stessi viene data. Il presente lavoro vuole aprire una finestra di conoscenza per un dialogo costruttivo. L’esperienza pastorale della Chiesa e di Istituzioni carismatiche al suo interno vede un ricco patrimonio pedagogico, frutto di secoli di pratica e di studio, che si è sempre confrontato con l’evoluzione culturale e ha contribuito fattivamente, spesso in modo riconosciuto, alla “costruzione della città” a misura della dignità dei “figli di Dio”.

Riunione di redazione della rivista “Note di Pastorale Giovanile”

Il 30 gennaio si è svolta la riunione di redazione della rivista Note di Pastorale Giovanile che conta circa 1.800 abbonamenti. La mattinata di studio sulla situazione dei cattolici in Italia, soprattutto dei giovani, è stata condotta dal prof. Pagnoncelli, Direttore del maggiore istituto di ricerca demoscopica italiana IPSOE, e docente alla Cattolica di Milano. Nel pomeriggio ha avuto luogo una riunione tecnica nella quale si è discusso dei nuovi dossier e dell’impianto generale della rivista, di cui è Direttore don Rossano Sala, SDB, redattore don Giancarlo De Nicolò, SDB, e membri della redazione i quattro principali Uffici della Conferenza Episcopale Italiana (Pastorale Giovanile, Scuola, Vocazioni, Oratori). (fonte: ANS)

NPG, è uscito il nuovo numero di febbraio

La strategia preventiva. A proposito di un utile e necessario “vademecum”

Rossano Sala

Prevenire, non reprimere!

San Giovanni Bosco è famoso perché ha indicato nel “sistema preventivo” il suo programma educativo. Storicamente questa idea è stata abbozzata, nei suoi primordi, dall’incontro con i giovani nel carcere.
Appena dopo l’ordinazione, il giovane sacerdote piemontese ha frequentato per ben tre anni il Convitto Ecclesiastico (1841-1844), sotto la guida sapiente e audace di san Giuseppe Cafasso. In questo tempo, secondo le Memorie dell’Oratorio, incominciano le sue prime “esperienze oratoriane”, i suoi primi “esperimenti pastorali” che pian piano matureranno fino a diventare una scuola di santità per i giovani e per gli educatori. Egli segue il suo maestro, vivendo con fiducia le esperienze che questo uomo santo gli indica. E per questo va anche in carcere:

Per prima cosa egli prese a condurmi nelle carceri, dove imparai tosto a conoscere quanto sia grande la malizia e la miseria degli uomini. Vedere turbe di giovanetti, sull’età dei 12 ai 18 anni; tutti sani, robusti, d’ingegno svegliato; ma vederli là inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentar di pane spirituale e temporale, fu cosa che mi fece inorridire. L’obbrobrio della patria, il disonore delle famiglie, l’infamia di se stesso erano personificati in quegli infelici. Ma quale non fu la mia maraviglia e sorpresa quando mi accorsi che molti di loro uscivano con fermo proposito di vita migliore e intanto erano in breve ricondotti al luogo di punizione, da cui erano da pochi giorni usciti (Memorie dell’oratorio, Seconda decade, 11).