NPG, Davide: un uomo appassionato

Riportiamo dal sito di Note di Pastorale Giovanile un approfondimento di Maria Ratta sulla storia artistica della salvezza. 

Riprendiamo la storia artistica di Davide dopo la sua vittoria su Golia. È un momento di trionfo: il giovane è acclamato da tutti, fa amicizia con Gionata, il figlio del re, e va a vivere a corte. La Bibbia narra un rapporto straordinario, nato tra due personaggi che avrebbero avuto buoni motivi per essere acerrimi rivali, in quanto entrambi aspiranti al trono. Cima da Conegliano (p. 3) immagina i due ragazzi subito dopo la lotta contro il gigante: camminano assieme, parlano… e nulla fa presagire il triste prosieguo della loro vicenda. Saul, infatti, accecato dalla crescente popolarità di Davide e dai suoi successi, comincia a nutrire invidia e gelosia nei suoi confronti. Anche Mical, una delle figlie del re, si invaghisce del giovane. Saul tenta allora di sfruttare questa circostanza per far perire Davide: in cambio della mano di sua figlia non chiede dote, ma cento prepuzi di Filistei. Ma anche questa volta il giovane ne esce vittorioso, e la Cantina dei Santi a Romagnano Sesia (Novara) narra in un affresco la sua impresa e l’offerta dei prepuzi, presentati a Saul in una cesta (p. 6).

L’ira del sovrano si manifesta allora ben presto apertamente: dopo una nuova vittoria riportata da Davide sui Filistei, il re tenta di ucciderlo con la propria lancia, come mostrano Guercino (p. 8) e Doré (p. 9). Sono opere in cui lo sguardo del ragazzo esprime lo sconcerto e il dispiacere per questa incomprensibile follia. Davide allora scappa con l’aiuto di Mical, poi si separa da Gionata, e qui l’arte esprime il momento da prospettive diverse (p. 13): Frederic Leighton crea una sorta di figura ideale dell’eroe bello ed elegante, quale è Gionata, raffigurato nel momento in cui sta per avvisare Davide delle sempre cattive intenzioni di Saul. Rembrandt sceglie invece la via dell’intensità psicologica, in una scena dal forte impatto drammatico, con Davide che si getta letteralmente fra le braccia dell’amico, scoppiando in un pianto irrefrenabile. Solo la morte metterà fine (tragicamente) a questa amicizia.

Saul e suo figlio periranno sul campo di battaglia, in quella guerra contro i Filistei che si combatterà sul monte Gelboe. Bruegel Il Vecchio (p. 30) realizza un’opera d’ampio respiro, in cui tenta di riconciliare figure umane e paesaggio, e dipinge la storia di quel momento come un evento contemporaneo, con armate abbigliate secondo la foggia del XVI secolo. Staccandosi dalla massa, su una rupe collocata sulla sinistra della tela, le figure di Saul e di Gionata, trafitti dalle lance, spiccano in solitaria, mentre sul fondo si consuma una battaglia di cui quasi si può udire il fragore. Raggiunto dalla notizia, Davide piange sull’amico perduto. Il suo lamento, immortalato probabilmente nelle figure bibliche disegnate da John Singer Sargent (p. 34), è straziante: pur nelle sue linee pulite e veloci, il foglio mostra chiaramente i sentimenti di questo giovane uomo che dirà, con parole stupende (e purtroppo spesso male interpretate): «Una grande pena ho per te, / fratello mio, Giònata! / Tu mi eri molto caro; / la tua amicizia era per me preziosa, / più che amore di donna» (2Sam 1,26). Ma a questo punto della storia è proprio una donna che acquista un ruolo di rilievo.

 

Gli occhi della bussola: le caratteristiche dell’accompagnatore

di Raffaele Mantegazza

… con ambo le braccia mi prese;
e poi che tutto su mi s’ebbe al petto,
rimontò per la via onde discese
Dante, Inferno, XIX, 124-126

Protegge, guida, lascia andare avanti, richiama indietro; scosta i sassi sulla via, ne posiziona alcuni dove non ve ne sono, scava buche, ne riempie, ne riscava; consola chi è stanco, incita i pigri, rallenta i troppo audaci; conosce la strada ma finge di non conoscerla, si è perso ma finge di conoscere la via: è l’accompagnatore educativo.
Ruolo difficile, che tocca nel profondo chi lo ricopre, che lo colpisce in profondità emotive che spesso nemmeno sapeva di possedere, ruolo che richiede il massimo delle competenze tecniche, relazionali, emotive. Professione impossibile, come la definiva Freud: “sembra quasi che quella dell’analizzare sia la terza di quelle professioni ‘impossibili’ il cui esito insoddisfacente è scontato in anticipo. Le altre due, note da tempo, sono quella dell’educare e del governare”[1]. Ruolo che richiede distanziamento, attimi di distacco, di completo riposo, coinvolgimento misurato, distanza calda; ruolo che ogni giorno è differente eppure ha bisogno di costanti per non smarrirsi nelle relazioni che di volta in volta cambiano protagonisti.
Educare è difficile, al punto che da qualche anno capita di incontrare educatori che non vogliono essere tali. “Io non posso educare nessuno”, “io non ho nulla da insegnare”: affermazioni che sembrerebbero manifestare umiltà ma che invece sono il segno della resa, della dismissione di un ruolo, come se un medico dicesse che non può curare nessuno o un politico affermasse di non avere nessun progetto da portare a termine per il bene dei cittadini. Affermazioni anche un po’ vili, perché portano alla dismissione della responsabilità, all’abbandono degli educandi, che saggiamente se ne vanno da un’altra parte.
La prima caratteristica dell’accompagnatore è la sicurezza; una sicurezza mai al riparo dal dubbio, che spesso si trasforma nella sicurezza di avere dubbi, ma che non può mai sfociare negli opposti estremismi dell’arroganza e del totale nichilismo. L’educatore deve mostrare sicurezza anche quando è insicuro, perché il suo ruolo prevede che conosca la strada o, se si è perso, conosca il modo per ritrovarla. Nessun relativismo alla moda potrà mai convincerci che esiste perfetta simmetria tra educatore ed educando, tra accompagnatore e accompagnato: in questo caso basterebbe parlare di amicizia senza scomodare l’educazione (“educazione” è forse uno dei termini della lingua italiana maggiormente abusato, o usato in modo scorretto). E ovviamente la prima sicurezza dell’educatore è che di fianco a sé, da qualche parte, ha un collega che può aiutarlo e dal quale può imparare. Dovrebbe essere vietato svolgere il ruolo educativo da soli; se vogliamo che educare sia insegnare a condividere la prima cosa da condividere è la nostra attività educativa, liberandoci da ogni protagonismo, narcisismo, senso di superiorità.

 

Scommettere ancora sulla scuola

“La scuola è senza dubbio una piattaforma per avvicinarsi ai bambini e ai giovani. Essa è luogo privilegiato di promozione della persona, e per questo la comunità cristiana ha sempre avuto per essa grande attenzione, sia formando docenti e dirigenti, sia istituendo proprie scuole, di ogni genere e grado. In questo campo lo Spirito ha suscitato innumerevoli carismi e testimonianze di santità”.[1]
Le parole dell’esortazione postsinodale Christus vivit di papa Francesco rendono l’idea della rilevanza e della complessità dell’ambito scolastico, un luogo imprescindibile per una Chiesa che voglia raggiungere ogni persona e spalancare ad essa l’orizzonte di una vita veramente buona.
Quanto il Sinodo dei Vescovi abbia mostrato attenzione per le istituzioni educative era emerso già nel documento finale, che in un denso passaggio invitava la comunità ecclesiale a esprimere una presenza significativa in questi ambienti, proponendo “un modello di formazione che sia capace di far dialogare la fede con le domande del mondo contemporaneo, con le diverse prospettive antropologiche, con le sfide della scienza e della tecnica, con i cambiamenti del costume sociale e con l’impegno per la giustizia”.[2]

 

NPG, è uscito il nuovo numero: La disciplina dell’ascolto

Non rinunciamo alla “parte migliore”

di don Rossano Sala

La musica si ascolta. È evidente. Tutti lo sappiamo e tutti lo facciamo. Lo fanno in particolare i giovani, che quotidianamente ascoltano musica.
Per questo, prima di lasciar spazio alla musica, tema dell’originale e intrigante Dossier di questo numero di NPG, vorrei parlare dell’ascolto. Perché di musica si è parlato durante il cammino sinodale in vari momenti, ma il tema dell’ascolto è stato uno dei nuclei centrali e generativi sul quale è bene sostare con particolare attenzione, perché ne va del nostro modo di essere Chiesa per e con i giovani.
“Con la bocca molto grande e le orecchie molto piccole”. È una delle immagini sintetiche della Chiesa che ci viene restituita da un giovane partecipante all’Assemblea sinodale. Sembrerebbe una caricatura, ma purtroppo tante volte si è rivelata la realtà dei fatti. Ricordo con chiarezza uno degli interventi più “criticati” al Sinodo (cioè che hanno avuto una chiara levata di cori negativi da parte dei giovani presenti nell’aula sinodale), che più o meno diceva così: “Certo, oggi nella Chiesa abbiamo bisogno di fare silenzio, soprattutto i giovani devono fare silenzio. Così noi Vescovi possiamo parlare, possiamo insegnare, possiamo istruire”. Come a dire che l’ascolto va a senso unico, cioè ha come soggetti i giovani e non gli altri membri della comunità ecclesiale, soprattutto non chi ha autorità in essa.
Invece con grande onestà, il 3 ottobre 2018 papa Francesco aveva anticipato tutti. Nel primo giorno dell’Assemblea sinodale incominciava mettendo al centro la necessità di ascoltare i giovani. La Chiesa tutta – Papa, Vescovi, sacerdoti, consacrati, laici – nasce dall’ascolto della Parola e si rigenera ascoltando dove essa si trova, quindi anche nei giovani, riconosciuti come un “luogo teologico” (cfr. Documento finale, n. 64). In quel discorso iniziale la parola “ascolto” è citata per ben 21 volte, tanto che potremmo dire che è l’invito più forte che ci è venuto dal percorso di preparazione sinodale. Tra i vari passaggi, eccone uno di grande rilievo:

Siamo segno di una Chiesa in ascolto e in cammino. L’atteggiamento di ascolto non può limitarsi alle parole che ci scambieremo nei lavori sinodali. Il cammino di preparazione a questo momento ha evidenziato una Chiesa “in debito di ascolto” anche nei confronti dei giovani, che spesso dalla Chiesa si sentono non compresi nella loro originalità e quindi non accolti per quello che sono veramente, e talvolta persino respinti. Questo Sinodo ha l’opportunità, il compito e il dovere di essere segno della Chiesa che si mette davvero in ascolto, che si lascia interpellare dalle istanze di coloro che incontra, che non ha sempre una risposta preconfezionata già pronta. Una Chiesa che non ascolta si mostra chiusa alla novità, chiusa alle sorprese di Dio, e non potrà risultare credibile, in particolare per i giovani, che inevitabilmente si allontaneranno anziché avvicinarsi.

Ascoltare evidentemente significa essere aperti alla parola e all’esperienza di altri, che evidentemente posso “alterarmi” nelle mie convinzioni e nel mio equilibrio personale. È molto più facile parlare, esprimendo i propri punti di vista e argomentando le proprie convinzioni. Nel parlare non mi metto in discussione, mentre nell’ascoltare potrei sentire ciò che non mi aggrada, magari qualcosa che mi mette in crisi, forse parole che mi provocano una (sana) inquietudine. Per questo ascoltare è prima di tutto un esercizio di umiltà e di apertura alle novità dello Spirito, che non sempre (o forse quasi mai) corrispondono al nostro punto di vista.
Già l’Instrumentum laboris era stato abbastanza severo su questo tema dell’ascolto, perché portava impresse le denunce dei giovani. Tutto il capitolo V della prima parte è una sintesi molto stringata dell’ascolto della voce dei giovani, che si sono espressi in vario modo nel cammino di preparazione al Sinodo (nn. 64-72). Il numero 65 è significativamente intitolato “La fatica di ascoltare” e così si esprime:

Come ben sintetizza un giovane, “nel mondo contemporaneo il tempo dedicato all’ascolto non è mai tempo perso” (Questionario on line) e nei lavori della Riunione presinodale è emerso che l’ascolto è la prima forma di linguaggio vero e audace che i giovani chiedono a gran voce alla Chiesa. Va però registrata anche la fatica della Chiesa ad ascoltare realmente tutti i giovani, nessuno escluso. Molti avvertono che la loro voce non è ritenuta interessante e utile dal mondo degli adulti, in ambito sia sociale sia ecclesiale. Una Conferenza Episcopale afferma che i giovani percepiscono che “la Chiesa non ascolta attivamente le situazioni vissute dai giovani” e che “le loro opinioni non sono considerate seriamente”. È chiaro, invece, che i giovani, secondo un’altra Conferenza Episcopale, “domandano alla Chiesa di avvicinarsi a loro con il desiderio di ascoltarli e accoglierli, offrendo dialogo e ospitalità”. Gli stessi giovani affermano che “in alcune parti del mondo, i giovani stanno lasciando la Chiesa in gran numero. Capire i motivi di questo fenomeno è cruciale per poter andare avanti” (Riunione presinodale 7). Certamente tra questi troviamo l’indifferenza e la mancanza di ascolto, oltre al fatto che “molte volte la Chiesa appare come troppo severa ed è spesso associata a un eccessivo moralismo” (Riunione presinodale 1).

 

“Il magistero dell’Amazzonia può vincere lo scetticismo”

Si è aperto in Vaticano l’importante Sinodo dei Vescovi sull’Amazzonia. Un Sinodo, per alcuni versi, dall’intreccio “esplosivo”. Un Sinodo strategico per il Pontificato di Papa Francesco. Ne parliamo con il teologo Andrea Grillo. Grillo è docente ordinario di Teologia al Pontificio Ateneo “Sant’Anselmo” di Roma.

Professore, domani, in Vaticano, si apre l’importantissimo Sinodo dei Vescovi sull’Amazzonia. Un Sinodo, definito “speciale”, strategico per il Pontificato di Jorge Mario Bergoglio. Perché è così importante per Francesco?

Direi che la rilevanza del Sinodo dedicato alla Amazzonia deriva da due fattori: il primo è il rapporto con una “periferia integrale”, a differenza dei Sinodi su Famiglia e sui giovani, che hanno affrontato un tema universale, di cui hanno poi scandagliato elementi periferici. Qui il centro è la “periferia amazzonica”, come pienezza di espressione ecclesiale con un “rostro” peculiare. Per questo, ed è il secondo elemento, questo Sinodo esige risposte immediatamente praticabili: non essendo rivolto ad una Chiesa universale, chiede concrete decisioni sulla liturgia, sul ministero, sull’annuncio, sui soggetti autorevoli e sulle forme ecclesiali davvero credibili.

Sappiamo che è un Sinodo, come già detto “”speciale”, che ha un doppio livello uno geopolitico, la difesa del bioma Pan-Amazzonico, e l’altro la ricerca di un cammino per una Chiesa dal volto amazzonico. L’intreccio è esplosivo: solo una chiesa non coloniale può preservare il bioma amazzonico. Bioma visto come “luogo teologico” fondamentale per la testimonianza evangelica. È così professore?

Direi che proprio questo intreccio, che lei ha bene rilevato, chiede al Sinodo un respiro profondo e una vista lunga. Difendere una “forma di vita”, senza nessuna concessione al tradizionalismo, e “giocare il gioco linguistico ecclesiale” con regole più semplici e insieme più articolate diventa una sfida per il pensiero e per la prassi ecclesiale. Si tratta, in fondo, di ripetere ciò che Dante diceva quando distingueva tra “ciò che non muore e ciò che può morire”. E questo deve essere fatto, in modo intrecciato, tra forme di vita locale e gioco linguistico ecclesiale. Sarà una esperienza di crescita e di maturazione, per la Amazzonia e per tutta la Chiesa.

 

NPG, “No balconear” la rubrica ispirata (da) a Papa Francesco

Il gergo di Francesco
Non “balconear” la vita, ma tuffarsi come ha fatto Gesù
Jorge Milia

Nel gergo del lunfardo [i] argentino il verbo “balconear” significa “stare a guardare dalla finestra” o dal balcone. Come in italiano, descrive un atteggiamento di pura curiosità, dove non c’è partecipazione, come uno spettatore davanti al quale sta accadendo qualcosa che non lo riguarda, e quindi può permettersi di criticare sempre degli aspetti che non gli piacciono o su cui non è d’accordo; lui, comunque, non si coinvolge mai, si tiene da parte.
Negli anni della nostra infanzia e adolescenza, quando il giovane insegnante Bergoglio era nostro professore, la scuola dell’Immacolata Concezione di Santa Fe partecipava con altre scuole cattoliche alla processione del Corpus Christi assieme ai fedeli. Durante il lungo percorso che attraversava tutto il centro cittadino, era comune vedere molti “balconeros”: famiglie che con qualche immagine religiosa e un paio di candele sul balcone attiravano l’attenzione e si dedicavano a salutare i fedeli in processione e a fare dei commenti. In certe zone, quasi ogni cento metri, c’erano una o due case con delle persone che si dedicavano alla stessa “pratica”. A me stupiva un po’ perché i miei nonni materni, quelli che erano ancora vivi, anche se anziani e pieni di acciacchi camminavano con i membri della loro parrocchia e non avevano mai preso in considerazione l’idea di “balconear”.

 

“Caro prof, quali sono i bravi docenti?”

Dalla rubrica di Note di Pastorale Giovanile: “Parole adolescenti”

Caro Prof,
anche in questa lettera voglio parlarle della scuola e spero di non stancarla visto che lei la vive tutti i giorni; del resto è così pure per me, forse più difficile visto che quest’anno è un mondo nuovo. Nuovo sì, ma ogni giorno mi piace sempre di più e il latino e il greco sono lingue meno morte di quanto si dica. Faccio fatica, studio con impegno, e poi non posso trascurare le altre materie, per quanto abbia una passione per il mondo classico come avrà capito. Con i miei compagni al momento tutto bene, ma perché ci sia una buona scuola e un buon ambiente servono dei bravi professori (e qui tocco un po’ il suo ambito, spero non si arrabbi se le dico io cose che certamente Lei conosce già). E quali sono i bravi professori? Per me è bravo un professore che, al posto di mettersi davanti a una classe di ragazzi semi-addormentati e ripetere in modo stanco ciò che è scritto sul libro, riesce a mettere un po’ del suo sapere e dei suoi studi in ciò che spiega, e faccia capire che la cosa che sta spiegando è la più importante del mondo, e che ha cambiato lui quando l’ha scoperta. Un bravo professore, secondo me, non perde la voglia di spiegarti dieci venti cento volte lo stesso concetto e, soprattutto, non perde la voglia di farti mettere in gioco, di darti anche un tuo spazio dove poter condividere il tuo personale pensiero. Un professore che non perde la voglia di farti essere assetato di conoscenza e di essere assetato lui stesso di conoscenza. Perché in fondo è così, un bravo professore fa imparare ai ragazzi ma, allo stesso tempo, impara tantissimo da loro. È per questo tipo di confronto e di scambio che vorrei essere una professoressa, un giorno. Per essere in grado di dare e ricevere, per dare le cose belle che avrò dentro, per ricevere le cose belle che incontrerò negli allievi.
Comunque, sia con bravi che con pessimi professori, a scuola bisogna anche fare dei sacrifici. Ad esempio ci sono delle materie che, indipendentemente dai professori o dai compagni, ci “pesano”. A quel punto tocca a noi fare qualche sacrificio, impegnarsi un po’ di più, dire di no a qualche uscita con gli amici piuttosto che un pomeriggio di ozio. È successo a tutti di essere stanchissimi e di non avere voglia di studiare o fare i compiti. Ma bisogna fare la nostra parte, faticare ogni tanto se si vuole arrivare in alto. Se si vuole arrivare alla cultura, alla conoscenza, al “sapere” che, a parer mio, è la miglior risorsa su cui un uomo possa contare. Può farci vivere consapevoli di ciò che ci sta intorno e di noi stessi, rendendo tutto un po’ più interessante o almeno meno superficiale, meno grossolano.
Ma il primo passo per avere una cultura è essere curiosi. La curiosità è uno dei pregi che preferisco nelle persone (anche se a volte può diventare un difetto, un’invadenza). La curiosità ci spinge “oltre”, elimina tanti limiti. Ci fa rendere conto del fatto che c’è sempre qualcosa in più da sapere, da fare, da chiedersi. Quindi quando mi chiedono come mai la scuola, tutto sommato, mi piaccia, io rispondo che sono una persona curiosa. E attenzione, una persona curiosa non è “secchiona” né “pazza”. Conosco tante persone curiose che hanno amici, hanno il tempo di uscire e avere hobby e piaceri.
Visto che prima ho parlato di “arrivare in alto”, voglio concludere con una frase che davvero racchiude tutto ciò che mi sta a cuore e che ho cercato di dire in questa lettera scritta tra un giorno di scuola e un altro. Le ha dette un “classico”, un greco la cui lingua dicono che sia morta, ma il cui pensiero ancora esprime civiltà: Plutarco. Egli scriveva: “La mente non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere”.
Buona scuola, La saluto.
Virginia

NPG – Il compito della recezione. Le “Linee progettuali” per la pastorale giovanile italiana

di Don Rossano Sala

Noi di NPG siamo sempre contenti e onorati di accogliere, condividere e amplificare le parole dei Convegni Nazionali di Pastorale Giovanile della Conferenza Episcopale Italiana. Quest’anno eravamo tutti a Terrasini (PA) dal 29 aprile al 2 maggio. Come sempre un’esperienza coinvolgente e luminosa, ben articolata tra le diverse relazioni, le qualificate esperienze sul territorio e un clima sempre amichevole e costruttivo.
È stato un piccolo tassello del compito che non solo ci attende, ma che sta diventando in molti nostri ambienti educativo-pastorali una realtà tangibile: la ricezione del Sinodo. Ricezione viene da “ricevere”, da “fare proprio”. Il Sinodo è dunque un dono di cui dobbiamo appropriarci, facendolo diventare vita della nostra vita. È una dinamica di incarnazione operativa, quella della ricezione. Cioè bisogna ascoltare ciò che la Chiesa universale ha detto e fatto in questi ultimi tre anni per poterlo creativamente e coraggiosamente ritradurlo nelle nostre Chiese locali, mettendo in campo scelte educative e pastorali concrete.
È evidente infatti che tra il livello mondiale, quello nazionale e quello locale va fatta un’opera di mediazione sapiente che non né semplice, né immediata, né automatica. Papa Francesco dice cose per tutti e porta nel suo cuore le gioie e le speranze della Chiesa universale, e al Sinodo ci siamo accorti che il mondo è sì piccolo ma anche molto diverso nei diversi contesti, nelle differenti sfide e nelle dissomiglianti opportunità. D’altra parte chi ha un minimo di conoscenza della situazione sociale, giovanile ed ecclesiale italiana sa che anche qui c’è molta continuità, ma insieme tanta discontinuità. Non si può proporre una cosa che vada bene per tutti senza metterci mano con sapienza e prudenza.
La parola giusta nel tempo della ricezione è allora creatività. Per essere più precisi: fedeltà creativa. Ci può essere infatti una “fedeltà ripetitiva”, che applica senza intelligenza e senza criterio. E ci può anche essere una “creatività infedele”, incapace di inserirsi nei percorsi della Chiesa, sia universale che nazionale. Invece si tratta davvero di fedeltà creativa: cioè di quella capacità di liberare le proprie qualità innovative e i talenti ricevuti in un autentico spirito di continuità con i cammini ecclesiali in atto.
Mi preme a questo proposito ricordare che la prima parola d’ordine del cammino sinodale di questi tre anni è stata discernimento. La Chiesa, in un cambio d’epoca dove non è possibile applicare delle ricette pronte (per il semplice motivo che non ne abbiamo!) deve mettere tutte le proprie energie in campo – energie del cuore, della mente e delle mani – per aprire cammini di rinnovamento pastorale:

Non possiamo pensare che la nostra offerta di accompagnamento al discernimento vocazionale risulti credibile per i giovani a cui è diretta se non mostreremo di saper praticare il discernimento nella vita ordinaria della Chiesa, facendone uno stile comunitario prima che uno strumento operativo. Proprio come i giovani, molte Conferenze Episcopali hanno espresso la difficoltà di orientarsi in un mondo complesso di cui non hanno la mappa (Instrumentum laboris, n. 139).

In tale direzione, la mia convinzione è chiara e radicata: la pastorale giovanile può e dev’essere un laboratorio permanente e un banco di prova per il rinnovamento della pastorale della Chiesa intera nel cambio d’epoca che stiamo vivendo. Se fallisce la pastorale giovanile, la Chiesa sta preparando il suo tracollo; se la pastorale giovanile riesce a trovare vie inedite e creative di coinvolgimento dei giovani, il rinnovamento ecclesiale sarà inevitabile e il cambio di passo avverrà con una certa naturalezza! Proprio perché avere a che fare con le giovani generazioni significa frequentare il futuro che ci attende come Chiesa nella società del nostro tempo.
E questo bisogna farlo insieme. Per questo la seconda parola d’ordine al Sinodo è stata proprio sinodalità. Bisogna fare squadra, costruire relazioni lavorando in rete, è necessario cercare alleanze, soprattutto essere convinti che da soli non si va da nessuna parte. I giovani al Sinodo ce lo hanno ripetuto in mille declinazioni: siate davvero fratelli, lavorate insieme, prediligete la comunione come via regale della missione e così sarete credibili ai nostri occhi e anche noi potremo essere con voi come protagonisti del cambiamento che tutti auspichiamo:

La pastorale giovanile non può che essere sinodale, vale a dire capace di dar forma a un “camminare insieme” che implica una «valorizzazione dei carismi che lo Spirito dona secondo la vocazione e il ruolo di ciascuno dei membri [della Chiesa], attraverso un dinamismo di corresponsabilità. […] Animati da questo spirito, potremo procedere verso una Chiesa partecipativa e corresponsabile, capace di valorizzare la ricchezza della varietà di cui si compone, accogliendo con gratitudine anche l’apporto dei fedeli laici, tra cui giovani e donne, quello della vita consacrata femminile e maschile, e quello di gruppi, associazioni e movimenti. Nessuno deve essere messo o potersi mettere in disparte» (Christus vivit, n. 206).

“Parole adolescenti” è la nuova rubrica online di Note di Pastorale Giovanile

“Parole adolescenti” è una nuova rubrica online di Note di Pastorale Giovanile: una adolescente di oggi in dialogo con un professore sui temi caldi della sua nuova età.

***

Caro Prof,
mi sono presentata, ora le presento (o ricordo) l’adolescenza.
(Di passaggio, La ringrazio per la risposta. A dire il vero poi mi sento un po’ “presuntuosa” a parlarle di una realtà con cui certamente ha contatto ogni giorno, e che ha imparato a conoscere e a trattare con essa nel quotidiano della scuola… ma chissà che anche questa “presunzione” non faccia parte dell’età in cui sono entrata!).
Adolescenza, dunque: età di transizione e cambiamento, delle prime gioie e tristezze, dove non ci sentiamo (e non vogliamo sentirci) né piccoli né grandi. Leopardi dice:

Cotesta età fiorita
È come un giorno d’allegrezza pieno,
Giorno chiaro, sereno,
Che precorre alla festa di tua vita

paragonando l’adolescenza al sabato di preparativi per la festa dell’indomani. Così avverto e mi figuro l’adolescenza: periodo di preparativi per l’età adulta (e con il rischio di viverla “di corsa”), età in cui nascono i sogni che domandano di essere inseguiti, in cui nasce l’amore qualunque cosa esso sia, età in cui nasce la curiosità che verrà poi rimpiazzata dalla conoscenza e dalla cultura, in cui nascono la fragilità e la forza, età in cui abbiamo più bisogno degli altri e quella in cui vogliamo fare tutto per conto nostro, senza aiuti.
È davvero difficile spiegarla. È difficile spiegare la confusione che si prova quando si prova qualcosa per la prima volta. Ad esempio, quando per la prima volta ci si rende conto di avere un vero amico, o quando per la prima volta ci si rende conto che chi consideravamo un vero amico non lo è in realtà. La prima volta che si litiga con i genitori senza motivo, quando si sente il bisogno di farlo e basta. E ci sono tantissime altre occasioni in cui la confusione ha la meglio su di noi. Questa confusione è ciò da cui nascono le mille domande che ci passano continuamente per la testa. Domande insolite, talvolta considerate “stupide” dagli altri (anche se sono dell’idea che l’unica cosa stupida sia non porsi alcuna domanda. E non sa quanto mi fa rabbia sentire un adulto sbarazzarsi facilmente di esse – e di noi -, con la frase condiscendente: sono cose da adolescenti, passeranno!). Sono domande a cui gli altri tante volte non sanno dare risposte adeguate, perché le vere risposte devono essere provate sulla pelle, così come sono le domande: solo così possono essere comprese e diventare patrimonio di vita.

 

“Sollevare dalla paura”: l’omelia del card. Bassetti al convegno CEI di Pastorale Giovanile

Il testo del Vangelo e l’omelia del Card. Bassetti durante il convegno di PG della CEI a Palermo dal 30/04 al 2/05.

Subito dopo costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: “È un fantasma!” e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”. Pietro allora gli rispose: “Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”. Ed egli disse: “Vieni!”. Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: “Signore, salvami!”. E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”. Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: “Davvero tu sei Figlio di Dio!”.
Matteo 14,22-33

Questa sera abbiamo il dono di pregare in un luogo straordinario: la bellezza e la storia sembrano guardarci attraverso gli occhi di decine e decine di figure che raccontano il legame fra Dio e l’uomo. In particolare gli occhi di quel Gesù Pantocratore ci rivelano la mitezza del cuore del Padre. Sono contento di essere qui con voi che rappresentate la cura della Chiesa italiana per i bambini e i ragazzi, gli adolescenti e i giovani.
Il brano di Matteo potrebbe essere riletto in chiave di pastorale giovanile, una sorta di piccolo “romanzo di formazione”, perché questo forse sono i vangeli: l’ostinato tentativo di Gesù di “tirar grandi” o educare i suoi discepoli. Introdurre nella vita, offrendo la fiducia come lo stile con cui noi possiamo “stare al mondo”. Le cose che Gesù compie sono, innanzitutto, in chiave pedagogica: Gesù sente il compito di preparare i suoi al drammatico “dopo di lui”. C’è un “dopo di lui” per ogni uomo. La fede/fiducia che serve per non sprofondare nelle acque (nella morte, nella depressione, nel senso del fallimento…) è sempre un voler vivere con lui sapendo del “dopo di lui”. Questo episodio racconta già il dopo-Gesù. Qui, il protagonista è Pietro, ma Pietro in nome di tutti i discepoli spaventati, terrorizzati dalla morte del maestro, e l’unica domanda è: come vivere quando lui non c’è o non ci sarà più? Come si fa a vivere se si spezza il legame con la fonte? Come continuare a vivere credendo che davvero il maestro non ci ha abbandonato? Quindi, siamo davanti a un racconto di resurrezione, come spesso accade nei vangeli.