Il gioco di Dio è un gioco di squadra

di Matteo Zuppi
Cardinale Arcivescovo di Bologna

(NPG 2021-04-14)

È difficile parlare di sport in tempo di Coronavirus, perché le tante limitazioni per tenere in sicurezza gli altri e, quindi, noi stessi sono state un freno alla pratica fisica. In questi mesi di duro lockdown abbiamo capito che cosa lo sport insegna. perché anche le persone più critiche nei confronti del professionismo sportivo hanno dovuto ammettere che gli atleti professionisti sono stati tra i più disciplinati, e per questo sono stati un esempio. E hanno fatto bene, perché grazie al loro carisma tanti hanno deciso di imitarli pensando che se la mascherina la portavano loro, allora la si doveva portare tutti.

Che cosa in generale lo sport ci insegna? Intanto che se si mette a disposizione degli altri qualcosa di proprio ci si ritrova con quel qualcosa moltiplicato, e questo è molto simile all’algebra di Dio dove chi perde trova e chi divide raddoppia. Ormai i cortili non esistono più, ma l’esempio può valere per una spiaggia o per un parco quando si potrà tornare a frequentarli senza essere distanziati. C’è un ragazzo con un pallone, ma se lo tiene per sé e non lo mette al servizio degli altri non serve a nulla, magari all’inizio potrà anche compiacersi del fatto che gli altri non possono giocare se lui non vuole, ma con il passare del tempo anche lui si stuferà di questa situazione. Solo se mette il suo pallone al servizio di tutti si potrà iniziare a giocare, e quindi lui insieme agli altri si divertiranno. Inizia la partita e tutti si mettono a giocare, ma se nelle due squadre c’è uno che quando ha il pallone tra i piedi o tra le mani non passa mai la palla, ecco che il divertimento incontra un altro ostacolo, lui difficilmente farà gol o canestro perché gli avversari capita l’antifona lo marcheranno stretto sapendo che gli altri possono essere lasciati liberi. La sua squadra è destinata a perdere perché lui è stato egoista. Anche in questo caso il divertimento sta a zero perché non ha saputo condividere e si è ritenuto più bravo degli altri. Questo esempio che può sembrare un po’ banale rispecchia quello che in realtà accade ogni giorno negli sport di squadra: quante volte abbiamo sentito dire quel tizio sarebbe un campione se non facesse tutto da solo e se imparasse a giocare di squadra?

Il vero campione è quello che sa mettere a frutto tutte le sue qualità al servizio degli altri, e che sa quando tirare o quando passare la palla. Immagino che a tutti sia venuta in mente la parabola dei talenti a cui io aggiungerei quella del seme che germoglia fino a diventare un albero che dà molto frutto, ma lo sport è proprio questo fare fatica insieme per arrivare ad un obiettivo. Non si vince mai da soli, ma c’è sempre un altro che vince con te, anche nelle discipline singole. C’è sempre un allenatore, un massaggiatore, un professionista che ha faticato insieme all’atleta, e anche in questo caso c’è stata la necessità di fare squadra.
Torniamo al nostro esempio. Supponiamo che il proprietario del pallone decida di cambiare le regole perché la sua squadra non vince. Se gli altri non accettano lui prende la palla e se ne va. Il gioco è comunque destinato a finire perché gli altri sanno che anche impegnandosi al massimo perderanno, ma anche i compagni di chi vuole vincere a tutti i costi non saranno così contenti di arrivare al successo non perché sono più bravi, ma perché sono migliori. Le regole sono, quindi, fondamentali, e il fatto che lo sport le pretenda ha una valenza educativa che spesso viene sottovalutata. La prima regola è che quando si gioca si può vincere e si può perdere, che la delusione per la sconfitta è un sentimento normale che, però, non cancella quanto di buono è stato fatto per arrivare a quella prova. Anzi, a volte aiuta a capire cosa è mancato, cosa si poteva fare di più per avvicinarsi alla vittoria, oppure se gli altri erano effettivamente così forti da non poter essere raggiunti. Le altre disposizioni sono, invece, scritte e il fatto di rispettarle è una delle migliori basi per diventare buoni cittadini, ovvero persone che sanno come non si possa convivere senza rispettare quelle norme necessarie per garantire a tutti il bene comune nella città degli uomini.

 

Giocando si impara. Il nuovo numero di NPG

Un primo approccio “ecclesiale” allo sport

di don Rossano Sala

L’approccio integrale del Sinodo sui giovani ha chiaramente incluso anche lo sport. L’Instrumentum laboris, che è di gran lunga il documento più sistematico dell’intero percorso sinodale – è la raccolta ordinata e sintetica di tutti i temi emersi nella lunga e articolata fase di ascolto del popolo di Dio – ha tre numeri interamente dedicati allo sport. Emerge sostanzialmente ciò che è largamente risaputo e condiviso in merito al tema. Riconoscendo fin dal subito che «lo sport è un altro grande ambito di crescita e di confronto per i giovani, nel quale la Chiesa sta investendo in molte parti del mondo»[1], si gioca un poco sulla difensiva, chiedendo di interrogare questo mondo sui valori e sui modelli che, «al di là della retorica, la nostra società trasmette attraverso la pratica sportiva, assai spesso focalizzata sul successo a ogni costo»[2]. Si riconosce fin da subito l’energia positiva dello sport, per esempio per «quanti patiscono forme di esclusione e marginalità, come provano molte esperienze, ad esempio quella del movimento paraolimpico».[3]
Così come emerge fin da subito – è un difetto congenito della Chiesa! – un utilizzo tendenzialmente “strumentale” dello sport: «Visto l’influsso dello sport, molte Conferenze Episcopali suggeriscono la necessità di valorizzarlo in chiave educativa e pastorale»[4]. Al di là dell’intenzione poi i redattori evidenziano le chiavi umanistiche della pratica sportiva:

La cura e la disciplina del corpo, la dinamica di squadra che esalta la collaborazione, il valore della correttezza e del rispetto delle regole, l’importanza dello spirito di sacrificio, generosità, senso di appartenenza, passione, creatività, fanno dello sport una occasione educativa promettente per percorrere un vero cammino di unificazione personale[5].

Segue, nello stesso numero 164, una bella e sempre opportuna “lista dei desideri” che di solito accompagna i cammini ecclesiali, e che comunque ci può far bene risentire:

Successo e insuccesso scatenano dinamiche emotive che possono diventare palestre di discernimento. Perché questo accada occorre che siano proposte ai giovani esperienze di sana competizione, che sfuggano al desiderio di successo a tutti i costi, e che permettano di trasformare la fatica dell’allenamento in una occasione di maturazione interiore. Occorrono quindi società sportive – e questo vale in particolare per quelle che fanno riferimento alla Chiesa – che scelgano di essere autentiche comunità educanti a tutto tondo, e non solo centri che erogano servizi. Per questo è fondamentale sostenere la consapevolezza del ruolo educativo di allenatori, tecnici e dirigenti, curando la loro formazione continua. Al di là della sfera strettamente agonistica, sarebbe opportuno pensare a nuove configurazioni dei luoghi educativi che contribuiscano a rinsaldare il riconoscimento reciproco, il tessuto sociale e i legami comunitari, soprattutto in ambito interculturale[6].

Il Documento finale, ad uno sguardo attento, contiene un unico numero che solo in parte è dedicato allo sport, il n. 47. Esso si occupa di arte, musica e sport. Ecco la terza parte di quel numero:

Altrettanto significativo è il rilievo che tra i giovani assume la pratica sportiva, di cui la Chiesa non deve sottovalutare le potenzialità in chiave educativa e formativa, mantenendo una solida presenza al suo interno. Il mondo dello sport ha bisogno di essere aiutato a superare le ambiguità da cui è percorso, quali la mitizzazione dei campioni, l’asservimento a logiche commerciali e l’ideologia del successo a ogni costo. In questo senso si ribadisce il valore dell’accompagnamento e del sostegno delle persone nella pratica sportiva[7].

Il poco spazio dedicato allo sport nel Documento finale è dato dal fatto che nell’Assemblea sinodale solo un Padre sinodale ha fatto un intervento specifico e qualificato sul tema, che porta come titolo “L’importanza della fede nello sport” e che approfondisce l’idea che il mondo dello sport è un crocevia che la Chiesa non può evitare. Sporadiche battute sono poi rinvenibili sul nostro tema nei lavori dei “circoli minori”, cioè nei lavori di gruppo del Sinodo.
Christus vivit, l’Esortazione apostolica postsinodale di Papa Francesco datata 25 marzo 2019 non allarga di molto la questione. Allo sport viene dedicato il n. 227, che rispetto al fin qui detto aggiunge che diversi Padri della Chiesa, sulla scia di san Paolo, utilizzano la metafora sportiva per spingere i giovani ad affrontare con coraggio e intraprendenza la buona battaglia della fede.

Un mondo nuovo. Un’Enciclica dedicata alla fraternità e all’amicizia sociale

di Mario Toso
Vescovo di Faenza-Modigliana

Nel contesto della pandemia del Covid-19, che mette in luce non solo i problemi della salute dei popoli, dell’ecologia integrale, ossia dei cambiamenti climatici, dell’inquinamento, della distruzione della biodiversità, delle migrazioni ingenti di animali e di persone, ma anche i problemi connessi ad una cultura consumistica e dello scarto, delle ineguaglianze, delle ingiustizie, della fame, del deficit della politica, dello scisma tra singolo e comunità, papa Francesco promulga l’enciclica Fratelli tutti, [1] firmandola ad Assisi, ai piedi della tomba del Santo dell’amore fraterno, della semplicità e della gioia.

Il titolo Fratelli tutti è preso in prestito dalle Ammonizioni dello stesso Francesco d’Assisi. In particolare, papa Francesco, per comporre la «sua» Pacem in terris, ossia un’enciclica analoga a quella di san Giovanni XXIII,[2] avente però come perni centrali la fraternità e l’amicizia sociale, prende ispirazione da un episodio della vita del Santo di Assisi che, senza ignorare difficoltà e pericoli, va ad annunciare l’amore di Dio al Sultano Malik-al-Kamil in Egitto, senza nascondere la propria identità, invitandolo alla conversione. In un mondo pieno di torri di guardia e di mura difensive, di lotta tra cristiani e mussulmani, Francesco intende suscitare in tutti i popoli il sogno di una società fraterna, pacifica. Papa Francesco, che porta il nome del Poverello di Assisi, si fa missionario di un tale sogno nel contesto storico contemporaneo, per far rinascere tra tutti gli uomini l’aspirazione mondiale alla fraternità, alla pace. Se si vuole cambiare il mondo è importante «sognare» insieme come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne, come ospiti di una stessa terra. 

San Giuseppe, la forza eloquente del silenzio

Nell’anno Giuseppino, Note di Pastorale Giovanile pubblica una serie di riflessioni sulla figura di San Giuseppe. DI seguito, “San Giuseppe, la forza eloquente del silenzio” del card. Ravasi.

San Giuseppe, l’uomo giusto e mite, capace di ascoltare Dio, viene celebrato oggi come Sposo della Beata Vergine Maria e Patrono della Chiesa universale. Il suo silenzio che si oppone alla parola “urlata, brutale, aggressiva, come ormai siamo abituati a vedere” – spiega nell’intervista il cardinale Gianfranco Ravasi, biblista e presidente del Pontificio Consiglio della Cultura – rimane esempio e monito costante. San Giuseppe lavoratore, falegname, dormiente, sono alcune delle rappresentazioni del padre putativo di Gesù. “Una presenza abbastanza marginale” – sottolinea il porporato – ma nel suo silenzio, estremamente eloquente.

 

 

Europa e migrazioni

di Renato Cursi

(NPG 2021-03-2)

Dopo secoli in cui è stata soprattutto terra di emigrazione verso altri continenti, in particolare quello americano, l’Europa da qualche decennio è tornata ad essere la meta di flussi migratori continui, multipli e misti. Continui, perché si assiste ormai da più decenni all’arrivo di centinaia di migliaia di persone in Europa ogni anno, con alti e bassi (compresi quelli registrati nell’anno della pandemia) che non alterano significativamente una tendenza crescente. Multipli, perché provenienti da diversi continenti e direzioni. Misti, perché questi flussi vedono protagoniste persone che migrano verso l’Europa con motivazioni differenti: dalla ricerca di migliori opportunità di vita in senso ampio, alla ricerca di asilo e protezione da catastrofi o persecuzioni di vario tipo. Da una parte, occorre riconoscere che anche nei secoli in cui è stata terra di emigrazione, l’Europa ha pur sempre assistito al continuo movimento delle popolazioni all’interno del suo territorio. D’altra parte, è pure evidente che la recente realtà delle migrazioni verso l’Europa da diversi continenti contemporaneamente rappresenta una sfida e un’opportunità inedita, cui sarebbe inadeguato paragonare altri episodi del passato come i movimenti delle popolazioni nord-asiatiche dei primi secoli dopo Cristo.

La storia dell’umanità e dell’Europa è da sempre segnata dalle dinamiche innescate da questi movimenti di popolazione, e la risposta che i popoli europei sapranno offrire oggi a questa sfida e opportunità ne segnerà certamente il futuro. Lo stesso Vangelo migrò in Europa due millenni or sono da quella regione chiamata oggi dagli europei “Medio Oriente”, segnando da allora profondamente il futuro dei popoli europei, che in fondo è anche il nostro oggi. Come sono chiamati a porsi oggi gli eredi di quel dono nei confronti di un fenomeno migratorio in parte inedito? Analizziamo il contesto di questo discernimento prima di presentare la proposta che oggi sfida su questo terreno la pastorale giovanile in Italia ed in Europa.
La storia consegna oggi ai popoli europei l’eredità di un processo di integrazione che assume nella sua forma più recente le vesti di un’Unione Europea. L’organo dotato di iniziativa legislativa all’interno di quest’organizzazione, la Commissione Europea, ha presentato il 23 settembre scorso un insieme complesso di misure volte a costituire un “Nuovo Patto sulla Migrazione e sull’Asilo”, con il proposito di offrire “un nuovo inizio in materia di migrazione in Europa”. L’aggettivo “nuovo” fa riferimento ad un “vecchio” sistema di regole comuni, in particolare in tema di esame delle domande di asilo.

Se già nei primi decenni del processo di integrazione intrapreso all’indomani della seconda guerra mondiale, i singoli Stati europei iniziarono a dotarsi di misure nazionali per adeguarsi al fenomeno delle migrazioni da Paesi non europei, è solo all’indomani della cosiddetta “guerra fredda”, che si arrivò ad un accordo comune sulla determinazione dello Stato competente per l’esame di una domanda di asilo presentata in uno degli Stati Membri delle Comunità Europee. Questa Convenzione, siglata nel 1990 a Dublino a partire da quanto già previsto dalla Convenzione internazionale di Ginevra del 1951, è il pilastro su cui si sono fondate negli ultimi trent’anni le politiche europee in tema di asilo e rifugiati. Le disposizioni europee adottate nel frattempo, infatti, hanno sempre confermato la regola per cui lo Stato Membro competente all’esame della domanda d’asilo è il primo Stato attraverso cui il richiedente asilo ha fatto il proprio ingresso nell’Unione Europea. Questa regola comportava un sistema iniquo, per cui l’onere dell’esame delle domande di asilo, cresciute in maniera significativa nel tempo fino a superare il numero di un milione all’anno nel biennio 2015-16, ricadeva esclusivamente sui Paesi posti alla frontiera meridionale e sudorientale dell’Unione (Cipro, Grecia, Italia, Malta, Spagna).

Un rilancio dell’educazione in ampiezza, lunghezza, altezza e profondità

di Salvatore Currò – Docente di pastorale giovanile presso l’Università Pontificia Salesiana

Per un’educazione più “ampia”

L’impegno educativo ecclesiale, se vissuto bene, ci rende aperti; permette l’incontro con tanti giovani, tendenzialmente con tutti. Infatti, la crescita in vera umanità, che è in gioco nell’educazione, riguarda tutti. Nessuno può sottrarsi ad essa, se non per una fuga da una pro-vocazione che comunque è scritta dentro di sé, nella vita stessa. Grazie all’azione educativa la pastorale ecclesiale si allarga e si amplifica. Con essa si permette a tanti di sperimentare che le risorse cristiane sono perle preziose di vita e che la compagnia di Cristo apre alla pienezza e verità della propria umanità. La Chiesa, con l’educazione, mostra anche che la sua pastorale non è per se stessa (non è per fare proselitismo) ma è a servizio della crescita piena e integrale delle persone, e a servizio della società.
Abitando il terreno educativo si riconosce la soggettività e l’apporto di tutti, si dialoga, si pratica la corresponsabilità, si fanno alleanze. La Chiesa ha maturato la mentalità delle alleanze educative; ha imparato a realizzarle non solo all’interno della comunità cristiana ma anche nel contesto della comunità umana, nel territorio, nella città. Si riscopre, così, il senso di essere cristiani nel cuore del mondo, in cammino con tutti.
Papa Francesco, grande testimone dell’importanza dell’educazione, ha allargato gli orizzonti proponendo un patto educativo globale. C’è molta affinità tra i dieci punti del nostro decalogo e i sette punti richiamati dal Papa lo scorso 15 ottobre quando ha voluto rilanciare la sua proposta . L’invito è a una mentalità aperta, ampia. Si può fare alleanza anche con i credenti di altre religioni o con i non credenti, perché l’educazione è, appunto, terreno di tutti e perché la costruzione di un mondo nuovo richiede la condivisione delle energie migliori. Si può (e si deve) costruire cammino insieme a partire da istanze di vera umanità: l’ecologia integrale, la pace, la giustizia, la responsabilità per i più vulnerabili, l’impegno a costruire cultura dell’incontro, ecc.; a condizione di essere sempre aperti alla sincerità e all’integralità dell’umano.

Per un’educazione più “lunga”

È possibile costruire un mondo rinnovato. Papa Francesco ci trasmette questa fiducia. Ha osato rilanciare la fraternità come orizzonte per costruire un mondo nuovo (Fratelli tutti). Ci ha invitati ripetutamente a leggere il richiamo a rinnovare il mondo nella stessa drammatica esperienza della pandemia. Ciò richiede uno sforzo squisitamente educativo.
L’educazione sa mettere insieme il piccolo e il grande, l’impegno nel quotidiano e la capacità di sognare. Educare significa credere nei processi: lasciarsi guidare nel quotidiano da grandi sogni, saper vedere nel piccolo il grande; soprattutto saper lavorare sui tempi lunghi. Nel tempo del “tutto e subito”, dell’impazienza e dell’incapacità di attendere, l’educazione sa andare sapientemente controcorrente e si allunga: sa accompagnare processi, sa vedere la meta nel processo stesso, sa operare con gratuità e al di là della ricerca del successo immediato.
Serve oggi una profezia della pazienza e dei tempi lunghi. Il senso del processo, d’altra parte, è strettamente connesso col senso del cammino insieme. I veri cambiamenti, e quindi la vera educazione, si fanno nella corresponsabilità, nella fiducia nelle relazioni, scommettendo su dinamiche sinodali. Meglio andare insieme piuttosto che di fretta, anche perché insieme si va più lontano. Papa Francesco ce lo ricorda con un proverbio africano: «Se vuoi andare veloce, cammina da solo. Se vuoi arrivare lontano, cammina con gli altri» (Christus vivit, 167).

Un decalogo per l’educazione

Ufficio Nazionale per l’Educazione, la Scuola e l’Università della CEI

(NPG 2021-03-9)

L’educazione della persona è parte essenziale della missione della Chiesa; educando, in maniera unica essa vive e condivide la gioia del Vangelo che ha ricevuto.
L’educazione è un’opera complessa che si sviluppa in ambiti, figure e ambienti diversificati. In essa la relazione occupa un posto determinante, perché al suo centro sta la persona che cresce e che chiede di essere orientata e accompagnata in «un cammino di libertà che porta alla luce quella realtà unica di ogni persona, quella realtà che è così sua, così personale, che solo Dio la conosce» (Christus vivit, 295).
La Chiesa sa di avere alleati in tante persone e istituzioni; essa stessa vuole mettersi a servizio dell’educazione di tutti, offrendo la sua originale visione della persona umana, della vita e della società, entrando in dialogo con quanti hanno a cuore il bene comune. A muoverla è una “speranza affidabile” in quel Dio che, donandoci di educare, ci rende suoi collaboratori nell’opera della creazione attraverso l’amore che salva.
Vogliamo indicare di seguito alcuni punti per disegnare quel «nuovo umanesimo in Cristo Gesù» indicato da papa Francesco sotto la cupola del Brunelleschi, a Firenze, il 10 novembre 2015. «Possiamo parlare di umanesimo solamente a partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in Lui i tratti del volto autentico dell’uomo». È, questo, uno dei cardini della pedagogia cristiana: educare alla fede fa crescere un’umanità piena e riuscita.
La Chiesa prende la parola nel campo dell’educazione e la indirizza oltre i propri confini, consapevole – come ricorda papa Francesco – che «solo cambiando l’educazione si può cambiare il mondo».

1. Crescere ed educare nel cambiamento d’epoca
Viviamo in un mondo saturo di informazioni e in una babele di linguaggi. Tra i primi sono gli educatori ad esserne interpellati, perché hanno la responsabilità di essere veri “testimoni” e “maestri” per guidare chi viene loro affidato nei labirinti del nostro tempo. Senza cedere alla tentazione di ridurla a ricettario di “istruzioni per l’uso”, l’educazione distingue fini e mezzi, indicando i primi e utilizzando i secondi con competenza e senso critico. Educare significa praticare e insegnare l’arte del discernimento, tanto più di fronte alla sfida della rivoluzione tecnologica (e digitale), della quale comprendere il senso per imparare a dominarla più che ad esserne dominati; una proposta educativa improntata a un “nuovo umanesimo” apprezza l’apporto della tecnologia senza perdere di vista il bene integrale della persona.

2. Chiamati ad educare
Educare è vocazione umana fondamentale. È pressante il bisogno di persone conquistate dalla bellezza del compito educativo, che si dedichino alla crescita di bambini, ragazzi e giovani venuti alla ribalta della vita e che, a tale scopo, scelgano di formarsi e di farlo permanentemente. Non si nasce educatori, seppure siano importanti predisposizioni o, addirittura, carismi. Un adulto (genitore, insegnante, catechista, animatore, allenatore, istruttore, ecc.), consapevole della propria responsabilità educativa, si prende cura anzitutto di sé e della propria formazione; solo così diventa persona equilibrata e matura, testimone di vita ed educatore competente. Veri educatori sono persone autentiche e umili, autorevoli e capaci di mettersi in ascolto.
Per molti adulti sono forti le tentazioni della delega e della rinuncia educativa, mossi magari da un senso di inadeguatezza. Poiché “non si può non educare”, un adulto sa trovare il coraggio della propria responsabilità e del compito di aiutare e sostenere le nuove generazioni. La Chiesa accompagna con convinzione questo impegno educativo diffuso, che custodisce il presente e prepara il futuro prendendosi cura di chi sta crescendo nutrendolo con l’esempio di adulti maturi.

3. Educare è generare il nuovo
Educare è una scommessa sul futuro, promozione di novità, apertura al cambiamento. Ogni educatore fa suo un atteggiamento positivo, fiducioso nelle potenzialità delle nuove generazioni e nella loro capacità di costruire un futuro migliore.
L’educazione è un processo generativo, aperto sul nuovo e mirante alla crescita della persona nella sua totalità e allo sviluppo di tutte le sue migliori potenzialità. L’educazione è un atto creativo che genera il nuovo.
Perciò la prima virtù dell’educatore è la speranza; non la speranza ingenua che alla fine le cose si aggiusteranno come per magia, ma quella speranza affidabile fondata su Qualcuno che non delude.

4. La persona è il fine unico dell’educazione
La persona è il centro e il fine dell’educazione; non può mai diventare il mezzo di un progetto educativo sia pure animato delle migliori intenzioni.
L’educazione non è uno sviluppo solo intellettuale ma un processo che investe l’intera persona. Ogni educatore è consapevole di essere il mediatore di un umanesimo centrato sulla promozione di ciascuna persona per quello che è e per quello che può diventare. Fondamento di ogni azione educativa è l’amore. Amare chi si educa vuol dire rispettare la sua libertà e farne al tempo stesso il fine e il mezzo dell’azione educativa: educare con libertà alla libertà. Solo così viene riconosciuto il valore della persona da educare, alla cui disposizione l’educatore si pone con spirito di servizio. La stessa educazione religiosa, compito proprio della Chiesa, si fonda sulla libertà personale, senza la quale essa finirebbe per tradire la natura della persona: la religione è per l’uomo e non l’uomo per la religione.

5. L’educazione è relazione
Se il centro dell’azione educativa è la persona, l’educazione è essenzialmente relazione tra persone, ognuna delle quali deve prendersi cura di sé e dell’altra. Spersonalizzare l’educazione significa snaturarla, cosificarla, trasformarla in azione tecnica o strumentale, chiusa all’apertura generativa nei confronti dell’altro e della realtà tutta.
La relazione educativa non isola le persone coinvolte, poiché si colloca in un determinato contesto di tempo e di spazio; essa si svolge all’interno di una rete di relazioni significative che danno forma a luoghi e ambienti e a sua volta ne risente. Essa ha come fine la fraternità, alla quale l’educazione si apre e conduce, fino a contemplare la relazione con l’Altro, l’Assoluto, il Trascendente, sempre presente come confine delle esperienze umane e al tempo stesso condizione della piena e autentica realizzazione della persona.

6. Solo una comunità educa
Non ci si educa e non si educa da soli. L’educazione è il risultato dell’azione congiunta di una molteplicità di ambienti e contesti; non è realistico immaginare di prevenire o limitare gli effetti educativi mediati, oggi, da attori spesso incontrollabili.
La prima comunità educante è la famiglia. La sua attività generativa ed educativa è un riflesso dell’opera creatrice del Padre. Alla famiglia spetta il primario diritto e dovere dell’educazione dei figli; con essa sono chiamate a collaborare la Chiesa e tutte le altre agenzie educative e sociali.
È noto il proverbio africano: “per educare un bambino ci vuole un villaggio”. Tutti siamo coinvolti nell’impegno educativo e ne portiamo una responsabilità che non può essere delegata solo ad alcuni. È indispensabile recuperare lo spirito di comunità, oggi potentemente minacciato dall’individualismo. Al sospetto nei confronti di educatori e agenzie educative deve sostituirsi la reciproca fiducia, che consenta di stabilire nuove e fattive alleanze educative: tra le diverse generazioni, tra famiglia e scuola, tra società civile e istituzioni, tra Chiesa e territorio, tra singoli e gruppi.

7. Educare sempre
Il processo educativo dura tutta la vita (lifelong learning) e coinvolge ogni contesto di vita (lifewide learning). L’educazione si compie sempre e in qualsiasi ambiente: formale (nelle istituzioni dedicate), informale (nell’esperienza quotidiana) e non formale (scelta volontariamente). Ogni esperienza di vita può essere fonte di educazione personale, perciò richiede grande attenzione (da parte del potenziale educatore) e disponibilità (da parte del potenziale educando).
L’educazione non è tutto, ma tutto ha bisogno di educazione e contribuisce ad essa: il lavoro, la politica, l’economia, la sanità, la scienza, la comunicazione, lo sport, l’arte. Anche la Chiesa deve scoprire sempre nuove modalità di evangelizzazione e di educazione, nella fedeltà costante al messaggio evangelico.

8. Educare con un progetto
Anche se esistono contesti di educazione informale, l’educazione non può essere un’azione casuale: occorre un progetto preciso, frutto di una esplicita intenzionalità educativa, senza il quale gli effetti rischiano di essere diversi, se non opposti, da quelli attesi.
La missione educativa della Chiesa abbraccia innanzitutto il compito di annunciare il Vangelo; in essa ognuno viene educato ai valori del bene, del vero e del bello. La sua opera educativa è efficace solo se essa agisce come una vera comunità. L’educazione offerta dalla Chiesa è offerta indivisibilmente alla persona e al credente, cerca la pienezza della sua umanità.

9. Abbiamo fiducia nella scuola
La scuola attraversa da tempo un periodo di crisi, che le fa perdere identità e prestigio sociale: in una società mediamente alfabetizzata, l’istruzione di base offerta dalla scuola non fa più la differenza e tende ad essere svalutata. La comunità cristiana intende dare fiducia alla scuola, sostenere la sua credibilità, stringere con essa un’alleanza educativa basata sulla reciproca stima, eliminando distanze e forme di reciproco sospetto. Non si tratta di “occupare” la scuola, ma di restituirle il ruolo sociale che merita, essendo rimasta uno dei pochi presìdi culturali in una società che non sembra credere al valore della cultura.

10. Ampliare la missione educativa delle comunità cristiane
Le comunità cristiane legano spesso la loro azione educativa ad alcuni momenti tradizionali (preparazione ai sacramenti, catechesi ai più piccoli, omelia domenicale), trascurando la formazione permanente di cui, oggi più di ieri, c’è incondizionatamente bisogno. In un vuoto educativo generalizzato le comunità cristiane (parrocchie, istituti religiosi, associazioni, movimenti, gruppi) sono chiamate a riscoprire la loro funzione educativa e ampliare la loro offerta con iniziative di formazione permanente: percorsi di formazione biblica e teologica, corsi di formazione etica e politica, attività educative rivolte ai genitori, proposte educative rivolte ad adolescenti e giovani, ecc. La stessa pratica del volontariato chiede di essere accompagnata da proposte di riflessione e formazione per non scadere in un generico attivismo. La formazione offerta dalla comunità cristiana non si può limitare alla sfera religiosa ma si deve aprire, con provata competenza, a tutta la realtà umana. In questo contesto si colloca anche la missione della scuola cattolica e delle altre istituzioni formative cattoliche o di ispirazione cristiana, fino all’università. Esse sono il segno concreto di una azione corale di tutta la Chiesa che, al termine del decennio pastorale dedicato a “Educare alla vita buona del Vangelo”, è ancora più consapevole della necessità e della bellezza di educare ancora e di educare sempre.

 

Educare ancora, educare sempre

Dal numero di marzo di Note di Pastorale Giovanile, l’introduzione di don Rossano Sala al Dossier sull’educazione.

***

Presentando il Dossier che occupa gran parte di questo numero di NPG, vorrei subito affermare che il “decalogo per l’educazione” è un convinto e coraggioso rilancio di un decennio dedicato dalla Conferenza Episcopale Italiana all’educazione. Come tutti sappiamo, gli “Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano” per il 2010-2020 erano intitolati Educare alla vita buona del Vangelo. Tutta la Chiesa italiana ci ha lavorato, a questo, per dieci anni in moltissime modalità.
Ma evidentemente non possiamo pensare che, finito questo tempo dedicato esplicitamente a pensare e proporre l’educazione, finisca anche il compito educativo che, in realtà, non è mai finito. Invece, ne siamo davvero convinti, che bisogna educare ancora, per il semplice motivo che bisogna educare sempre!
L’educazione ha un fine preciso, quello di far maturare ogni giovane verso la pienezza della vita; ma per questo compito non ha mai fine, perché abbiamo sempre davanti a noi degli spazi di perfezionamento, di crescita, di affinamento, di progresso. Si tratta appunto, di accompagnare il movimento della vita delle persone e la storia degli uomini, di un compito quindi permanente e ineludibile. Anche perché le giovani generazioni si susseguono continuamente e quindi è normale che siamo chiamati ogni volta a ripartire sempre di nuovo.

Il decennio che abbiamo appena concluso ha avuto vari momenti che ci hanno aiutato a camminare: il Sinodo sulla “nuova evangelizzazione”, che ci ha reso tutti consapevoli del cambio d’epoca in cui siamo inseriti; l’esortazione apostolica Evangelii gaudium, con cui papa Francesco ci ha consegnato la “Magna Charta” del suo pontificato, tutto pensato e realizzato nel pressante invito alla “conversione missionaria” della Chiesa; al centro del decennio c’è stato, a livello italiano, il grande Convegno di Firenze, vissuto in una forma sinodale, che ci ha fatto prendere coscienza che la questione educativa affonda le sue radici in un terreno antropologico e ultimamente cristologico; poi abbiamo vissuto i due sinodi sulla famiglia, che ci hanno aiutato a maturare una sensibilità per il lavoro pastorale sulla fragilità e nella fragilità; infine – non dimenticando la Laudato sì’, che ci ha aiutato a maturare una sensibilità non solo per l’ecologia in generale, ma per una “ecologia integrale” – ci siamo concentrati sull’universo giovanile attraverso un percorso partito nel 2016 con l’indizione del Sinodo dal tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” e rilanciato da papa Francesco con l’Esortazione Apostolica postsinodale Christus vivit del 25 marzo 2019.

Mi piace introdurre questo decalogo riconsegnandovi, nella forma della testimonianza, alcune sensibilità educative maturate durante il Sinodo sui giovani. Chiamato ad essere “Segretario speciale” di questo evento ecclesiale anch’io sono cresciuto camminando insieme con i giovani. Sinteticamente, mi permetto quindi di offrire alcune piste di lavoro maturate al Sinodo in merito all’educazione, che per sua natura è una realtà poliedrica e dinamica, in quanto si presenta sempre in movimento e con una quantità enorme di differenti sfaccettature. Si tratta evidentemente di sfide, intendendo con questa parola sia una dinamica di opportunità positiva che di rischio da affrontare. Lo faccio riprendendo alcune parole chiave tra le tante che sono state valorizzate durante i tre anni di lavoro in cui il Sinodo sui giovani ha preso corpo.

Il grande appello alla sinodalità

Prima di tutto riconsegno la necessità di metterci di nuovo in cammino con i giovani. L’educatore è prima di tutto uno che si mette in cammino e che non ha paura di mettersi in gioco. Mi impressiona sempre il vangelo, perché ci presenta sempre Gesù in movimento, mai fermo, mai bloccato. Alla domanda “dove abiti?” i primi discepoli sono invitati a venire e a vedere, e pian piano scopriranno che Gesù ha per casa il mondo intero! Effettivamente al Sinodo siamo partiti dalla domanda pratica “che cosa dobbiamo fare con i giovani?” e siamo arrivati alla domanda esistenziale “chi dobbiamo essere con i giovani?”. Si tratta di una chiara conversione dal “fare per” all’“essere con”, e non è cosa da poco. L’educazione cristiana dei giovani si gioca prima di tutto qui, in questa prima e decisiva sfida dello stare con i giovani e camminare con loro!

Il primato comunitario nell’educazione

In secondo luogo desidero sottolineare con convinzione la forma comunitaria dell’educazione. Siamo partiti da una prospettiva piuttosto individualistica nel cammino sinodale, ma pian piano abbiamo riscoperto la bellezza di essere comunità che educa. Lo ripetiamo spesso, nel mondo dell’educazione, che “per educare ci vuole un villaggio”. Abbiamo riabilitato la forza e la fecondità dell’accompagnamento e del discernimento ecclesiale e comunitario. E solo dopo e dentro questo matura un’appartenenza ad un gruppo specifico e anche un cammino di approfondimento e discernimento personale. Creare luoghi ecclesiali aperti al confronto, al dialogo e alla condivisione è oggi sempre più essenziale per offrire solidità alle nostre proposte educative!

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Anno giuseppino: Magistero, Bibbia, Riflessioni, Arte

Sul sito di Note di Pastorale Giovanile c’è una rubrica a cura di Maria Rattà sull’anno giuseppino indetto da Papa Francesco.

«Dopo Maria, Madre di Dio, nessun Santo occupa tanto spazio nel Magistero pontificio quanto Giuseppe, suo sposo. I miei Predecessori hanno approfondito il messaggio racchiuso nei pochi dati tramandati dai Vangeli per evidenziare maggiormente il suo ruolo centrale nella storia della salvezza: il Beato Pio IX lo ha dichiarato Patrono della Chiesa Cattolica, il Venerabile Pio XII lo ha presentato quale “Patrono dei lavoratori” e San Giovanni Paolo II come Custode del Redentore. Il popolo lo invoca come «patrono della buona morte».
(papa Francesco)Ann

Sentite il bisogno di aprirvi a un lavoro di rete?

Linee progettuali di PG /7

di don Michele Falabretti

Nel percorso di progettazione che stiamo portando avanti potremmo rimanere chiusi nel nostro gruppo di lavoro e sentirci a posto, con il rischio dell’autoreferenzialità. Aprirsi ad un lavoro in rete, e convocare associazioni, movimenti, comunità religiose, agenzie educative e (perché no?) anche le istituzioni civili esistenti nel territorio, aiuterebbe sicuramente il processo di elaborazione del progetto. Alcuni del gruppo potrebbero spaventarsi, altri percepire la ricchezza di tale passaggio. Vi offriamo una tecnica per mettersi in ascolto del gruppo e condividere in che termini un lavoro di rete si ritiene positivo e opportuno per la progettazione.

UNA TECNICA ATTIVA: PER NON RESTARE IMPIGLIATI
Per un buon lavoro di gruppo è importante che il confronto venga facilitato e vissuto nel migliore dei modi. Ciò dipende molto dalla guida, ma anche dalla disponibilità dei singoli: nel confronto sincero e aperto si sa che si perderà un pezzetto di se stessi e non sempre si è pronti a una tale perdita. Il lavoro di rete rischia di amplificare la fatica del confronto e di essere quindi ridotto a una forma di delega per certe questioni oppure di essere boicottato. Mettiamoci in ascolto del gruppo e di come percepisce il lavoro di rete. Realizzate una tabella a due colonne: una dei PRO e l’altra dei CONTRO. Quindi invitate il gruppo a esprimersi trovando almeno un pro e un contro ciascuno del lavoro di rete. L’attività può essere introdotta da una discussione su cosa significa fare un lavoro di rete e quali esperienze ciascuno può portare. Quando al gruppo sembra che la tabella sia completa si valuta insieme se e in che termini un lavoro di rete può essere ritenuto positivo e necessario per la progettazione.
L’obiettivo è quello di aiutare il gruppo ad esplicitare atteggiamenti impliciti di simpatia o antipatia che rischiano di sabotare una buona dinamica del processo di elaborazione.

UN CONFRONTO DI GRUPPO: UNA RETE SENZA FINE
Il lavoro di rete è più facile auspicarlo che compierlo. Appena il gruppo di progettazione si apre alla complessità di ciò che lo circonda rischia di esserne inghiottito perdendo il senso del proprio compito. È bene che il lavoro di rete sia avvertito da tutti come necessario, ma altrettanto come graduale e come una meta della progettazione, più che un prerequisito.
Leggete insieme le pp. 24-27; 44-45; 47 delle LP. In questi paragrafi è espressa la necessità di un lavoro di rete sia con i consacrati, che con le associazioni e i movimenti ecclesiali, ma anche con ogni espressione di Chiesa. Non va dimenticato inoltre l’ambito delle agenzie educative, del terzo settore e delle istituzioni. Provate a nominare in gruppo quali alleanze si potrebbero promuovere e con quali specifici obiettivi. L’obiettivo è quello di individuare, nel confronto, alcuni possibili alleati con cui condividere, anche parzialmente, il progetto senza perdere il proprio mandato specifico.

TESTI DI APPROFONDIMENTO
Indichiamo due letture per introdurre una riflessione circa la rete in senso non strettamente ecclesiale, aiutando a capire che il lavoro in rete è “questione di tutti”. La prima è un estratto da un libro che si potrebbe facilmente leggere tutto, la seconda un articolo on line (NPG). Tutti i testi sono disponibili in pdf come allegato.
• Vito Orlando, Marianna Pacucci, La scommessa delle reti educative. Il territorio come comunità educante, LAS, pp. 27-37.
• Francesca Busnelli, Il lavoro di rete nel sociale, NPG (qui on line nel sito di NPG).

UN INCONTRO: METTIAMOCI IN RETE
L’incontro, in questo caso, potrebbe essere pensato per una conoscenza reciproca dei soggetti che potrebbero costituire un interlocutore nel lavoro di rete. Potrebbe essere utile convocare associazioni e movimenti ecclesiastici, persone della vita consacrata presenti nel territorio e, in un’altra occasione, le agenzie educative del territorio, l’amministrazione comunale, ecc.
L’obiettivo è di muovere i primi passi verso un lavoro di gruppo che tenga conto delle persone coinvolte e non solo delle funzioni che le varie realtà possono compiere.