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Una seconda occasione per i giovani che hanno abbandonato gli studi, ecco i corsi dei Salesiani – Torino Oggi

Pubblichiamo l’articolo uscito su Torino Oggi.

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Il progetto “Spazio Labs” propone classi e progetti contro l’abbandono scolastico
per i ragazzi dai 16 ai 19 anni

salesiani provano a contrastare l’abbandono scolastico con “Spazio Labs”, una scuola per i ragazzi che faticano a frequentare un percorso classico. A Torino la dispersione scolastica ha raggiunto numeri preoccupanti, con gli studenti che lasciano gli studi che hanno raggiunto l’11,5% del totale, quando nel 2017 erano il 7,5%.

Spazio Labs partirà in autunno e mira a recuperare ragazzi che hanno abbandonato gli studi o che fanno fatica a seguire i percorsi tradizionali, ma che non sono ancora pronti per entrare nel mondo del lavoro. Il progetto è gestito dall’Agenzia Giovanile Salesiana per il Territorio (AGS) e propone classi e percorsi integrativi per ragazzi dai 16 ai 19 anni, in modo completamente gratuito grazie al finanziamento di Fondazione Tim.

Le proposte saranno 3, a partire dalla scuola parentale da 350 ore più 80/160 di tirocinio che fornirà la possibilità di avere certificato l’anno scolastico all’Istituto Edoardo Agnelli. L’obiettivo è formare due classi da circa 10/12 alunni, in modo da poter lavorare in modo più personalizzato coi ragazzi. Le altre due proposte sono un percorso integrativo per chi frequenta già un percorso scolastico, in modo da sostenere e accompagnare la normale frequenza, e corsi extrascolastici – come laboratori – per fornire formazione in specifici ambiti.

L’obiettivo – ha commentato Francesca Maurizio, project manager di AGS – è fornire una seconda occasione agli adolescenti che hanno abbandonato la scuola ma non sono pronti per il mondo del lavoro. Lavoriamo su tre parole chiave: supportare, potenziare le competenze e le soft skill, e contrastare la dispersione scolastica. L’equipe sarà formata da educatori, docenti, formatori, psicologi e professionisti aziendali“.

Abbiamo cercato di giocare sul limite tra quello che è un contesto scolastico e quello che potrebbe essere un peso per i ragazzi – ha spiegato Roberto, uno degli educatori di AGS – Per questo motivo è una scuola, perché si inserisce in un contesto istituzionale e c’è la componente didattica, ma contemporaneamente non lo è, visto che cercheremo di lavorare su quello che per i ragazzi non ha funzionato nel percorso classico“.

È possibile pre-iscriversi tramite un form sul sito spaziolabs.it. A settembre seguirà una fase di colloquio con l’equipe, per selezionare i ragazzi e avviare i progetti intorno alla metà di ottobre nelle due sedi degli oratori salesiani Valdocco e San Paolo.

Protocollo d’intesa tra Cnos-Fap Lombardia e la Cooperativa Sociale “L’Iride”

Firmato un protocollo d’intesa tra la Fondazione Cnos-Fap Lombardia e la Cooperativa Sociale “L’Iride” per un lavoro più inclusivo. Di seguito l’articolo pubblicato su ANS.

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È stata siglata giovedì 12 maggio la convenzione tra l’ente salesiano Fondazione CNOS-FAP Lombardia e la Cooperativa Sociale “L’Iride”, un accordo che mira a costruire processi e strumenti d’inclusione, che facilitino e supportino l’inserimento di persone fragili nel mondo del lavoro. La firma che ha sancito la convenzione è stata apposta da don Elio Cesari, Direttore delle Opere Sociali “Don Bosco” di Sesto San Giovanni, e dal Presidente del Consiglio di Gestione de “L’Iride”, Enrico Novara.

Cornice della siglatura è stata la sede operativa de “L’Iride” dove molti operatori erano al lavoro, accanto ai tirocinanti inviati dai Salesiani. Ospite d’eccezione, il Sindaco di Monza, Dario Allevi, che ha visitato la struttura e conosciuto diverse persone all’opera.

“Abbiamo scelto questo luogo inusuale per sancire una convenzione per il suo valore simbolico: qui ogni giorno adattiamo alla persona i processi e le fasi del lavoro; questa fatica ha senso perché valorizza l’umano e l’accordo che oggi firmiamo segna un passo avanti in questa direzione – ha spiegato Novara -. All’origine del nostro modo di operare c’è una scintilla comune, la passione per l’umano; è così che si è organizzata e costruita una risposta a bisogni concreti, generando un’esperienza di popolo, un fatto sociale”.

“Vogliamo dare di più a chi ha avuto di meno dalla vita – ha spiegato don Cesari – ed è precisamente ciò che in questo luogo si realizza quotidianamente da 40 anni”.

L’obiettivo dell’accordo, infatti, è quello di facilitare l’interazione, il rapporto e la transizione fra il percorso formativo e quello lavorativo, con una particolare attenzione verso le fragilità e la sensibilizzazione delle aziende al tema dell’inclusione.

“Guardando questi volti le fatiche vengono dimenticate e le energie si ricaricano – sono le parole del Sindaco Allevi –. Assistiamo al rafforzamento di una partnership che dimostra che il lavoro in rete è la caratteristica chiave, che rafforza e rinsalda l’opera del terzo settore nella nostra città”.

La Cooperativa sociale “L’Iride” opera dal 1982 a Monza e sul territorio brianzolo nel campo delle fragilità – servizi socioeducativi diurni e residenziali, unitamente a percorsi di formazione e inserimento nel mondo del lavoro per persone con disabilità – anche attraverso un importante rapporto di collaborazione con i servizi alla persona presenti sul Comune di Monza. È una società cooperativa sociale che gestisce sul territorio di Monza e Brianza 3 centri socioeducativi e 2 comunità alloggio in cui vengono promossi percorsi per persone con fragilità finalizzati alla promozione delle autonomie unitamente all’integrazione sociale. Gestisce poi 2 siti produttivi, entrambi a Monza, in cui vengono promossi percorsi di inclusione e crescita in ambito lavorativo per persone con fragilità attraverso l’assemblaggio di prodotti elettromeccanici e l’esecuzione di lavorazioni meccaniche.

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“Investire in educazione”: incontro e mostra sul tema della scuola e del lavoro per la festa della scuola a Sesto San Giovanni

Dal sito dei Salesiani di Sesto San Giovanni.

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In occasione della Festa della Scuola che quest’anno cadrà sabato 21 maggio, le Opere Sociali Don Bosco, in collaborazione con la Fondazione Costruiamo il Futuro, promuovono un incontro e una mostra sul tema attuale e fondamentale, del rapporto tra il mondo della scuola e quello del lavoro.

Martedì 17 maggio 2022 alle ore 21 presso il Cinema Rondinella in viale Giacomo Matteotti 425 a Sesto San Giovanni si terrà l’incontro INVESTIRE IN EDUCAZIONE. Relatori saranno don Elio Cesari, direttore delle Opere Sociali Don Bosco, Giovanni Fosti, presidente della Fondazione Cariplo, Maurizio Lupi, presidente della Fondazione Costruiamo il Futuro, Monica Poggio, amministratore delegato Bayer Italia e presidente della Fondazione ITS Lombardia Meccatronica, Franco Tornaghi, dirigente scolastico dell’Istituto d’Istruzione Superiore Maxwell. Modererà Umberto Casotto, giornalista e curatore della mostra.

L’ingresso è libero previa registrazione a questo link di Eventbrite: PARTECIPA ALL’INCONTRO. Per accedere al Cinema Rondinella sarà necessario indossare la mascherina FFP2.

La MOSTRA sarà allestita presso la spazio “Acquario” delle Opere Sociali Don Bosco da martedì 17 a sabato 21 maggio. Sarà aperta per la visita guidata a gruppi organizzati di scolaresche. Per prenotare un turno di visita occorre inviare una mail a: comunicazione@salesianisesto.it

 

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Mani invisibili dell’economia e mani “con anima” degli operatori sociali

Di Marco Menni (Vice Presidente Confcooperative)

La Chiesa produce da sempre responsabilità sociali: anche tra le nostre cooperatrici e i nostri cooperatori, le biografie sono piene di manifestazioni di questa chiamata. Veniamo da una storia di impegno, sostanza, opere comuni che sono state rese possibili da una forte volontà di “fare”. È una storia che si alimenta tutti i giorni e che parte dalle esperienze e dalla formazione.
Anche la mia storia è disseminata da percorsi formativi e umani, spesso nati e animati “nella sagrestia” di una parrocchia e capaci di generare volontà di impegno sociale e civile. Volontà che si sono espresse in vari modi nel Paese generando pratiche, oggi strutturate fino ad essere considerate “storiche”, incarnando una responsabilità sociale nata dal protagonismo attivo di sacerdoti e laici delle comunità locali.
La cooperazione ha applicato la diversità di approccio che sentiamo essenziale come cattolici: il fenomeno sociale che precede la teoria, dove la testimonianza è più urgente della regolamentazione; e l’economia che è pratica comune, collettiva, profondamente “reale”. Le esperienze delle banche di credito cooperativo nascevano nelle parrocchie per gestire il risparmio e i bisogni finanziari in maniera equa; le cooperative agricole erano essenziali per dare ai piccoli agricoltori un giusto riconoscimento di valore per i loro prodotti; la cooperazione sociale nasceva da un desiderio di “fare di più” per rispondere al bisogno degli ultimi che traeva la sua forza ideale da tante esperienze di volontariato ecclesiale locale.
La nostra e la mia storia è questa storia.
Chiesa e cooperazione sono fortemente assonanti e producono ancora oggi, coi fatti, legittimazione reciproca. Confcooperative richiama nello Statuto (art.1) i principi della Dottrina Sociale della Chiesa; la Chiesa riconosce l’opera e l’apporto della cooperazione.
Nel ‘900 si è alimentata una dicotomia Stato / Mercato: ma oggi riconosciamo con chiarezza che non sono sufficienti questi due fattori se non fanno spazio ai concetti di bene comune, relazioni, fiducia. Ne parlava già Antonio Genovesi nel 1765 nelle sue “Lezioni di commercio o sia d’economia civile”.
Abbiamo visto come la mano invisibile dell’economia non basti e tenda a provocare fallimenti di mercato: l’interesse individuale non produce sempre il bene collettivo.
Abbiamo visto altresì come la “potenza” dello Stato non basti e le istituzioni siano alle volte inefficaci e inefficienti.
Ma la crescente percezione che Stato e Mercato debbano rispondere a tutti i bisogni sta portando a una progressiva riduzione della capacità “propositiva” della Chiesa con i suoi laici e sacerdoti.
Anche per questo nascono meno cooperative: i bisogni ci sono sempre stati, e ancora oggi ci sono; ma c’è meno “intraprendenza”, meno “profeti” in grado di aggregare e portare speranza. Da qui dobbiamo ripartire, con una vera politica formativa e propositiva.
Oggi tra le principali priorità c’è certamente il lavoro, unito alla tutela dei territori in condizione di spopolamento e alla cura delle persone.

Il tema del lavoro

Sul tema lavoro, l’esperienza del Progetto Policoro è una manifestazione di questa intenzionalità a portare un contributo in questo senso. Rappresenta un Patto tra chiese locali e associazioni laicali. Nello specifico riconosce il fattore “lavoro” come centrale, da rafforzare, da orientare sui giovani. Dalle collaborazioni tra Chiesa e privato sociale sono nate moltissime esperienze esemplari.
Anche Papa Francesco, nel suo discorso davanti ai Giovani del Progetto Policoro, il 5 giugno 2021, ha sottolineato come occorra dare un’anima all’economia. Siamo chiamati a dare anima e senso a un’economia che sembra, soprattutto dopo la pandemia, dividere tra vincitori e vinti, tra aree forti e deboli, tra generazioni, tra generi.
L’economia a cui guardiamo è quella reale che si nutre di relazioni, di fiducia, di capitale umano. Il punto di atterraggio è sempre lo stesso: il “lavoro”, non a caso una delle 3 parole che caratterizza il Progetto Policoro assieme a “giovani” e “vangelo”.
Come dice Papa Francesco, bisogna pensare al lavoro come “atto creativo”, come “imitazione del Dio Creatore”. E allora, su questa strada dobbiamo continuare ad operare per farlo di più, e meglio. Mettiamo assieme tutte le componenti che possono giocare un ruolo in questa creazione: il mondo della cooperazione rappresentato da Confcooperative, insieme ad altre associazioni che si fondano sulla Dottrina Sociale della Chiesa, ha questo obiettivo e questa responsabilità.
Sono diverse le realtà di ispirazione cattolica che si parlano, e parlano questo linguaggio. Nostro dovere è favorire questo processo di attivazione: crediamo che da questo confronto, che è prima di tutto incontro, possano emergere percorsi concreti sul tema del lavoro: prima formativi, poi di accompagnamento e supporto.
In questo senso dobbiamo sviluppare relazioni e collaborazione tra tutti i componenti la nostra Chiesa, triangolandole con gli attori associativi ed economici che hanno a cuore il tema giovani e “lavoro”.
Il “lavoro” che abbiamo in mente ha alcune caratteristiche:
– come diceva il Santo Padre, è frutto di un atto creativo e va quindi creato, soprattutto dove scarseggia: abbiamo la responsabilità di creare le condizioni per cui i nostri giovani sappiano creare lavoro per sé e per (ma vorrei dire “con”) gli altri;
– è elemento di realizzazione personale e collettiva: il lavoro permette la realizzazione di percorsi di vita, la costruzione di famiglia e la generatività; permette anche lo sviluppo in senso ampio dei territori e delle comunità;
– è frutto di un pensiero lungo: il lavoro che abbiamo in mente non è predatorio, non è inutile, non è dannoso, ma è costruttivo, solido, capace di durare nel tempo, frutto di un impegno comune.
Per questo crediamo che in linea con le parole di Papa Francesco abbiamo voluto mettere la componente “lavoro” al centro delle associazioni di ispirazione cattolica, rendendolo ancora più strategico nelle formazioni di ogni livello, negli obiettivi, nella misurazione dei risultati prodotti.
Nel documento di audizione alle Settimane Sociali di Taranto abbiamo sottolineato la necessità di un patto di corresponsabilità tra le diverse generazioni, tra le diverse categorie lavorative, tra chi ha responsabilità educative e formative.
Papa Francesco nella Fratelli Tutti (162) diche che “Il grande tema è il lavoro. Ciò che è veramente popolare – perché promuove il bene del popolo – è assicurare a tutti la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze.”
Il lavoro è una dimensione fondamentale per lo sviluppo integrale delle persone perché ci permette di garantire il sostentamento e il futuro della nostra famiglia, di esprimere i nostri talenti. Con esso ci poniamo al servizio della comunità di appartenenza secondo “un patto di reciprocità”, contribuendo alla sua crescita e al suo sviluppo, dato che il lavoro implica sempre relazione e condivisione e non è mai fine a se stesso.
Confcooperative ha tra gli ambiti di maggiore cura, nella promozione, alcuni temi che sono a cavallo tra lavoro e tutela dei territori “fragili” che vanno spopolandosi. Pensiamo ai workers buy-out (imprese in crisi rilevate dai lavoratori e trasformate in cooperativa) e alle cooperative di comunità (presenti nelle aree interne e periferiche e capaci di rappresentare un argine allo spopolamento e impoverimento dei territori).
Il workers buy-out ci consente di “ricreare” il lavoro, che rischia di scomparire, tramite la forma cooperativa. Si tratta di un insieme di processi, competenze, strumenti finanziati che anche Confcooperative fornisce per costruire opportunità cooperative. Dalle crisi a volte si può ripartire con speranza. Sono decine le esperienze di questo tipo e il protagonista è sempre il territorio, con gli attori che lo animano. In questo senso, serve la collaborazione di tutti: per questo sarebbe utile richiamare con forza come Papa Francesco abbia più volte sottolineato che il “lavoro recuperato” ha un valore particolare che ci vede tutti impegnati. Su questo fronte possiamo e dobbiamo crescere nella collaborazione.

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Corriere della Sera – Gli studi ad hoc e la corsa delle aziende. La fucina salesiana che sforna talenti

Dal Corriere della Sera, ed. Milano.

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Il cortile è quello che chiunque abbia frequentato o visitato un centro dei salesiani potrebbe riconoscere al primo sguardo. Ma al posto delle campane, a scandire le ore è una sirena recuperata da una fabbrica dismessa, e gli edifici interni non portano nomi di santi, bensì di industrie – Falck, Breda, Marelli – e del cardinale Schuster, l’arcivescovo che intuì il bisogno di una scuola in quel territorio industriale alle porte dei Milano e trovò la collaborazione attiva delle famiglie imprenditoriali che hanno lasciato il segno nella storia della «Stalingrado d’Italia». Era il 1948. Ma ancora adesso le «Opere sociali don Bosco» di Sesto San Giovanni sono al centro delle attenzioni del mondo  produttivo: aziende di ogni dimensione assediano di richieste gli uffici che governano l’orientamento al lavoro degli oltre 2.800 ragazzi che frequentano i diversi livelli di formazione.

Cercano manodopera formata e sanno che nelle aule che circondano quel cortile possono trovarne. Soltanto da aprile sono giunte 681 richieste di curriculum (considerata la pausa estiva, sono quasi 100 al mese). Dal piccolo artigiano alla multinazionale si rivolgono ai salesiani alla ricerca di lavoratori. «I più richiesti sono i tornitori, i fresatori e anche i meccatronici – spiega Raffaele Crippa, direttore dell’Its, cioè il livello più alto di formazione tra quelli offerti dai salesiani sestesi -. Ma le aziende sanno che qui possono trovare ragazzi a tutti i livelli della filiera formativa». All’interno del centro, infatti, ci sono tre scuole: il Cfp che offre istruzione professionale, l’Itt ovvero l’istituto tecnico e l’Its per la formazione post-diploma. Le aziende stesse sono molto coinvolte anche nella didattica e nell’orientamento, con molte ore di formazione offerte direttamente nei luoghi di lavoro. «Perché spesso per i ragazzi è fondamentale sapere esattamente cosa c’è dietro a una mansione, cosa fa ciascuna figura, e quando hanno le idee chiare su cosa li aspetta sono più motivati».

Attorno al cortile di via Matteotti 425, mentre la sirena scandisce le ore che scorrono, si aprono aule e laboratori che preparano il futuro delle «risorse umane» della manifattura lombarda. Infatti, racconta il direttore del centro don Elio Cesari, non è raro ricevere la chiamata diretta di un imprenditore o di un manager che domanda: «Ce l’avete qualche bravo ragazzo che sappia lavorare?». E non solo da Milano, ma da tutta la Lombardia, perché ormai il centro salesiano è un riferimento per piccole, medie e grandi aziende di tutta la regione, al punto da indurre la Fondazione Its ad aprire succursali a Bergamo, Brescia, Lecco e Pavia, «con la collaborazione di circa 450 aziende».

Le statistiche sul tasso di occupazione successiva agli studi sono eloquenti: 72% per i diplomati Itt e 97% per chi ha frequentato l’Its. E quelle 681 richieste da parte delle aziende confermano uno dei temi del momento, a proposito del mercato del lavoro: la domanda di formazione mirata, tecnica ma non necessariamente in senso stretto. Come dimostra l’avvio di un nuovo Its per Manager culturale per lo Sviluppo del territorio, promosso da Innovaprofessioni (ente che fa capo alla Confcommercio milanese), che si aggiunge a quello a indirizzo moda e design creato dalla Afol metropolitana con la Triennale.

Il CFP di Sampierdarena in un servizio su Rai Tre: studiare per diventare tecnico elettrico

I ragazzi e i formatori del CFP di Sampierdarena (Genova) sono i protagonisti del servizio andato in onda a “Il posto giusto”, su Rai Tre, in cui viene mostrato come si possa imparare un lavoro con passione

Guarda il servizio

 

Don Bosco Genova Sampierdarena: convegno sui giovani al centro del mondo del lavoro

L’Istituto Don Bosco di Genova Sampierdarena segnala per giovedì 13 Febbraio 2020,  il convegno  sulla “Formazione, competenze, impegno: i giovani al centro del mondo del lavoro” dalle ore 9.30 alle 13.00, presso il Salone Convegni dell’Istituto (via San Giovanni Bosco, 14r). Si riporta di seguito il programma dedicato.

FORMAZIONE COMPETENZE IMPEGNO:
I GIOVANI AL CENTRO DEL MONDO DEL LAVORO

Programma:

Apertura del convegno:

  • Don Maurizio Verlezza, Direttore dell’Opera Don Bosco di Genova Sampierdarena.
  • Don Maurizio Lollobrigida, Delegato Cnos Fap Liguria.

Saluti:

  • S.Em. Card. Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova.
  • Don Luigi Enrico Peretti, Presidente Nazionale CNOS-FAP.
  • Giovanni Toti, Presidente Regione Liguria.
  • Marco Bucci, Sindaco di Genova.

Conduce:

  • Rosanna Piturru – Giornalista Mediaset.

Relazioni

  • Don Pascual Chavez, Rettor Maggiore Emerito della Congregazione Salesiana.
  • Anna Barbieri, Commissione Europea-Dg Formazione.
  • Mauro Migliavacca, Sociologo Università degli Studi di Genova.
  • Paolo Crepet, Psichiatra, Scrittore.

Comunicazioni

  • Ilaria Cavo, Assessore alla Comunicazione, Formazione, Politiche giovanili e Culturali di Regione Liguria.
  • Giovanni Berrino, Assessore al Lavoro e alle Politiche attive dell’Occupazione di Regione Liguria.
  • Andrea Benveduti, Assessore Sviluppo Economico, Industria, Commercio, Artigianato, Ricerca e Innovazione Tecnologica, Energia, Porti e Logistica di Regione Liguria.

Testimonianze di buone prassi

  • Paolo Pandozy, A.D. Engineering.
  • Ugo Salerno, A.D. RINA.
  • Alberto Maestrini, Direttore Generale FINCANTIERI s.p.a., Presidente PER GENOVA.
  • Nicola Meistro, A.D. PER GENOVA Giuseppe Marino, A.D. Ansaldo Energia Michele Montanella, Presidente Gruppo GE.

Segue Buffet

Per informazioni

Contattare tel. 010 4694493

Mail: c.fasce@cnos-fap.it

Genova – Sampierdarena
Salone Convegni – Istituto Don Bosco, Via San Giovanni Bosco, 14r

Scarica la locadina

Visita il sito ufficiale

 

Il lavoro in oratorio come spazio di ascolto e di narrazione: il progetto “Work in Progress”

Da Note di Pastorale Giovanile di dicembre
di Filippo Binini, Fabio Cigala, Marco Uriati (Parma)

Spesso i giovani Neet sono considerati dal mondo degli adulti dei giovani not. La stessa definizione di Neet, più che entrare nella sostanza del fenomeno a cui si riferisce, procede ad una descrizione «per difetto»: i Neet sono giovani che non studiano, non lavorano, non sono impegnati in percorsi di formazione professionale. Tuttavia, il fatto che tanti giovani non siano presenti nelle istituzioni e nei percorsi attualmente a loro rivolti non significa automaticamente che in loro non ci siano, in positivo, competenze preziose e attitudini ricche di esperienza e di futuro. In realtà, infatti, il fenomeno dei Neet sembra tante volte mettere sotto una lente di ingrandimento non tanto le mancanze dei giovani coinvolti, quanto i difetti e le storture dell’attuale «mercato» del lavoro, dei nostri percorsi di istruzione e formazione professionale.
Ma allora come mai all’interno di tali percorsi tradizionali i Neet sembrano non avere niente da dire? Quali sono le ragioni della loro «afasìa»? Questo è stato il primo campo d’indagine, per poter dar testa e gambe a un progetto che coinvolgesse questi giovani che quotidianamente frequentano gli spazi e i cortili della nostra parrocchia.
Le ragioni nel tempo individuate sono diverse. La prima, è che molte volte i Neet non hanno a disposizione gli strumenti linguistici necessari per farlo. Buona parte dei Neet che frequentano il nostro oratorio, ad esempio, è cresciuto in orizzonti linguistici diversi da quello in cui si trova ora, e continua ad abitare in frammenti isolati di quel mondo, operando continuamente in sé una scissione linguistica. Quindi una prima ragione della loro «afasìa» è di tipo cognitivo.
Una seconda ragione è invece di tipo emotivo. Essi sono molto (troppo!) esposti a compiti esistenziali molto impegnativi, non di rado più esigenti di quelli dei loro coetanei, ai quali devono dedicare le loro energie migliori. La sfida che occupa le loro giornate è anzitutto quella della custodia di una identità minima, continuamente minacciata: un sufficiente senso di soddisfazione di sé, un sufficiente gruppo di persone di riferimento, una sufficiente autonomia economica, una sufficiente tranquillità d’animo. In altri termini: c’è un’inquietudine che li costituisce e che chiede loro un continuo accudimento. Non possono applicarsi al racconto di sé perché troppo assorbiti dalla necessità di trovare un po’ di serenità.
Molto spesso, poi, i Neet non vogliono parlare di sé, mantenendo un atteggiamento marcatamente oppositivo nei confronti del mondo adulto. Ciò attiene, almeno in parte, all’età adolescenziale che stanno attraversando, ma soprattutto a un moto di ribellione per la percezione di ingiustizie presenti nei contesti di vita da loro abitati, prima di tutto la crescente disparità economica tra famiglie di ceto sociale differente. La povertà e l’indigenza sono realtà con le quali i Neet sono più spesso a contatto e di cui sono più consapevoli rispetto ai loro coetanei.