La raccolta fondi della Fondazione Opera Don Bosco di Milano per la Siria raccontata dall’Osservatore Romano

Pubblichiamo un articolo uscito su L’Osservatore Romano che parla dell’iniziativa della Fondazione Opera Don Bosco onlus di Milano a favore dei giovani della Siria.

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Una raccolta fondi per trasformare in realtà un sogno di tanti giovani siriani, cristiani e musulmani: costruirsi un futuro e mettersi definitivamente alle spalle anni di sofferenze e di fragili speranze. È l’iniziativa, o meglio ancora, la sfida lanciata dalla Fondazione Opera Don Bosco onlus di Milano che, in partnership con quella di Lugano, ha avviato un progetto riguardante la costruzione di un centro salesiano a Jaramana, quartiere popolare a maggioranza cristiana nell’area metropolitana di Damasco, in cui migliaia di persone vivono in condizioni di estrema vulnerabilità e povertà. Qui i salesiani animano una parrocchia e un piccolo centro giovanile che accoglie un numero rilevante di bambini e ragazzi che arrivano – e arrivavano anche durante i giorni più intensi di combattimenti – da molte zone della città. La nuova struttura, per la quale è già stato acquistato un primo terreno ora in fase di ampliamento, si aggiungerà a parrocchia e centro salesiano permettendo di «ampliare e migliorare gli spazi adibiti alle attività sportive e offrendo la possibilità di estendere l’impegno educativo e il bacino di giovani beneficiari anche in ambito formativo», è scritto sul sito dell’organismo.

Numerosi gli edifici che sorgeranno all’interno del complesso: un centro di formazione professionale che assicurerà a giovani e adulti in condizioni di disagio sociale di Jaramana percorsi educativi tecnico-professionali in vari campi accuratamente scelti per soddisfare le esigenze del mercato locale. I destinatari del progetto potranno scegliere tra una varietà di programmi di diverso livello e indirizzo a seconda del background e delle competenze di base. Attraverso l’offerta di borse di studio e costi commisurati alle possibilità economiche individuali, si garantirà la possibilità di accesso ai più bisognosi e meritevoli. Previsti inoltre un ambulatorio medico “so ciale” aperto sia agli studenti e a coloro che frequentano l’oratorio sia all’intera collettività della zona, garantendo l’offerta di adeguati servizi sanitari di base soprattutto alle fasce sociali più povere. La struttura sarà attrezzata per il primo intervento, per visite mediche specialistiche, odontoiatriche e oculistiche. A ciò si aggiungono anche un luogo di incontro giovanile costruito per ospitare oltre un migliaio di bambini e giovani e dedicato allo svolgimento di attività pastorali (catechismo, ritiri, animazione, incontri di formazione e condivisione), ludico ricreative (teatro, musica, giochi, feste) ed educative (doposcuola); una chiesa in grado di accogliere circa settecento fedeli, un auditorium multifunzionale per ospitare eventi e iniziative del centro giovanile, di quello di formazione professionale, di eventuali gruppi salesiani ed anche esterni, e per svolgere ritiri spirituali, convention, convegni e conferenze, oltre a campi da gioco sportivi, una palestra e un’area verde. Un impegno complesso e affascinante ma anche arduo dal punto di vista dei costi, spiegano i responsabili del programma, che però non hanno timori sul raggiungimento degli obiettivi: «La cosa importante – sottolineano – è non fermarsi all’aspetto economico, ma provare a ribaltare la prospettiva, partendo dal sogno e unendo le forze per fare del bene».

Da questa visione, infatti, è partito il percorso per ridare la fiducia nel cambiamento, in un paese dilaniato negli ultimi anni da un conflitto senza fine e ancora alle prese con una situazione potenzialmente esplosiva generata anche dalla pandemia di coronavirus. Situazione che non ha lasciato indifferente l’oratorio Don Bosco di Aleppo il quale ha distribuito gratuitamente ventimila mascherine, prodotte da quindici volontari, a bambini e ragazzi che frequentano il centro salesiano e quelli catechistici della città, e ai giovani degli altri oratori del paese, a Damasco e Kafroun. «Don Bosco stesso sperimentò un’epidemia simile a quella che viviamo oggi – hanno affermato i promotori dell’iniziativa – quando nell’O ttocento scoppiò l’epidemia di colera a Torino: insieme ai suoi figli spirituali e a mamma Margherita visse quel periodo in un autentico spirito di servizio verso i più bisognosi, e lui stesso e i suoi ragazzi poterono sperimentare per primi l’accompagnamento della Provvidenza. Oggi, ai nostri tempi, la nostra risposta è stata un’idea attuale e pragmatica che potesse rispondere alle esigenze delle famiglie, dei giovani e dei bambini».

L’educazione ai tempi del Covid

Pubblichiamo l’articolo uscito sul settimanale Credere in cui Don Virginio Ferrari, parroco alla basilica salesiana di Sant’Agostino a Milano , racconta come si sono organizzati per svolgere l’attività estiva.

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Don Virginio Ferrari è parroco alla basilica salesiana di Sant’Agostino a Milano. A occuparsi direttamente dell’oratorio è poi don Giovanni Conti, anch’egli salesiano. Ci saranno mascherine colorate, guanti, fiumi di gel igienizzante, distanze di sicurezza, aule sanificate e controlli, rigorosi e continui. Ma, soprattutto, ci saranno loro: 100 bambini, pronti a vivere un’estate diversa. Un’estate post Covid, dopo mesi di isolamento a casa. Un’estate di regole, certamente, e tuttavia di divertimento, condivisione e impegno. Insomma, un’estate all’oratorio. «Il cuore della nostra azione pastorale è l’oratorio», spiega don Virginio Ferrari, parroco della basilica salesiana di Sant’Agostino, a Milano, la parrocchia meneghina che, il 22 giugno, riaprirà ai bambini. «Dopo mesi di scuole chiuse e di permanenza forzata a casa, per molti questa sarà la prima esperienza di ritrovo», gli fa eco don Giovanni Conti, responsabile dell’oratorio.

«I protocolli da rispettare sono numerosi, ma non temiamo: anche le regole possono diventare occasione educativa e momento di crescita». Per i salesiani di don Bosco, l’oratorio è molto più di un impegno: «Rappresenta la nostra essenza», dice don Virginio. «Lo stesso don Bosco ha fondato la sua congregazione attorno a un oratorio, che radunava con lo spirito di una famiglia i ragazzi poveri e abbandonati nella Torino dell’Ottocento». A Sant’Agostino, ogni anno, in estate erano circa 500 i bambini coinvolti. «Quest’anno, ovviamente, non sarà possibile ripetere un’esperienza identica alle edizioni passate. Tuttavia, insieme a tutta la Chiesa, anche noi Salesiani ci siamo posti la domanda se, nonostante le difficoltà, potessimo comunque essere vicini alle famiglie». La risposta è stata affermativa. Non poteva essere diversamente in questa parrocchia nella cui basilica sono conservate le spoglie del venerabile Attilio Giordani, padre di famiglia che, proprio nell’oratorio, ha espresso quelle “virtù eroiche” che hanno dato avvio al processo per la sua canonizzazione. «In questo periodo particolare non possiamo riproporre uno schema tradizionale, vogliamo pensare a qualcosa di inedito, come ha suggerito a tutta la diocesi il nostro arcivescovo, monsignor Mario Delpini, coinvolgendo tutta la comunità», spiega ancora don Virginio.

Nasce così Summerlife2020, dal 22 giugno al 31 luglio: tre turni di due settimane ciascuno con 100 bambini delle elementari, dal lunedì al venerdì per l’intera giornata (8.30-16.30). «Abbiamo preso atto delle linee guida della Regione Lombardia e della Chiesa italiana», aggiunge don Giovanni, «consapevoli di doverci mettere in gioco per offrire un aiuto anche a tanti genitori che riprenderanno il lavoro ordinario». Proprio per questo si è scelto di dare la precedenza ai piccoli delle elementari, che difficilmente possono rimanere da soli a casa. Ma ci sono proposte anche per i più grandi: Extra Summer, nel pomeriggio, per i ragazzi delle scuole medie; Summer Ago, per gli adolescenti, la sera. Certo, le difficoltà non sono poche, ma non spaventano: «I protocolli vigenti ci costringono a limitare il numero dei bambini e ad avere un educatore maggiorenne per ogni sette ragazzi, coadiuvati da animatori minorenni», specifica don Virginio. «Inoltre, gli ambienti devono essere sanificati e questo ci impone uno sforzo, anche economico, non indifferente. Per questo è indispensabile un vero patto educativo con le famiglie». Come tutti gli anni, le giornate voleranno tra momenti di gioco, sport, musica, teatro, ma anche preghiera: ci saranno attività di svago, e poi “lezioni” sul rispetto delle regole, sotto 10 sguardo vigile e bonario di Maurizio, lo storico sacrestano della parrocchia. «Abbiamo pensato di valorizzare l’esperienza vissuta durante 11 lockdown», dichiara don Giovanni. «Lo slogan della Summerlife è infatti Together, insieme si può, per rileggere i mesi trascorsi nell’ottica della condivisione, del servizio, del prendersi cura». Un tempo e uno spazio di socializzazione, in un ambiente educativo che sappia offrire un’esperienza di vita cristiana: è così che don Bosco sognava l’oratorio, perché potesse essere nello stesso tempo «una casa che accoglie, una parrocchia che evangelizza, una scuola che avvia alla vita e un cortile per incontrare gli amici».

Come un po’ dappertutto in Italia, anche in questa parrocchia nel cuore produttivo di Milano, che conta 12 mila residenti ma tantissime persone di passaggio (essendo adiacente alla stazione centrale e al Palazzo della Regione), la ripresa delle Messe non ha coinciso con il ritorno in chiesa dei ragazzi: «Non ci sono attività per loro, non c’è catechismo, non ci sono momenti di svago e di sport, che riempivano i cortili nelle domeniche e nei pomeriggi primaverili… Dobbiamo metterci in gioco per offrire un’estate serena e costruttiva a tanti bambini, soprattutto a quelli che non hanno possibilità alternative», commenta sconsolato don Virginio. Ragazzi che, in oratorio, sperimentano molto più di una proposta per l’estate. Lo sa bene Fabio, che da piccolo era in prima fila a scorrazzare nei cortili salesiani e, crescendo, è diventato animatore. «Quando ero bambino», racconta, «l’oratorio era l’essenza della domenica, un luogo per giocare e soprattutto per crescere. Con gli anni, ho capito che anche io potevo diventare animatore e aiutare altri bambini. Stare con i ragazzi regala soddisfazioni. Riempie un’estate e può riempire una vita». Da tre anni Fabio ha iniziato un percorso vocazionale che lo porterà a essere sacerdote di don Bosco. Un piccolo seme nato in un oratorio estivo, quando non c’era il Covid ma esisteva la medesima passione per l’impegno.

ExAllievi di Treviglio, un secolo con la bussola orientata al bene

Pubblichiamo l’articolo uscito su L’Eco di Bergamo sui centro anni dell’Unione Exallievi di Treviglio.

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Compiere cento anni rappresenta assai più che sottolineare un fatto temporale per quanto utile e necessario, è un momento che fa storia da sé, come accade per i cento anni dell’Unione Ex allievi Salesiani don Bosco di Treviglio.In questo caso l’evento – ancorché
caduto in questi giorni ma rimandato a ottobre per ovvii motivi legati al covid – connota un’epoca e trasmette un cumulo di esperienze, maturate tra gli ex allievi al di fuori delle mura dell’Istituto salesiano di Treviglio, ora in tempi non più scolastici, tuttavia ricchi dell’ardore giovanile suscitato da don Bosco verso la santità quale scopo primario, sulla scia dei «probi cittadini».

Don Bosco conosceva l’animo dei giovani, li vedeva in costante e altalenante sviluppo socio- religioso-morale, sapeva che, una volta usciti dalla realtà dell’oratorio o del collegio, avrebbero incontrato problemi di non facile approccio. Ecco il passaggio dal giovane oratoriano o studente all’ex allievo, non un salto nel buio, piuttosto uno slancio organizzato in direzione di un futuro di Bene.

A Treviglio dove i salesiani erano arrivati sul finire dell’Ottocento, gli ex allievi avevano presto maturato la necessità e la gioia di stare insieme, per aggiungere esperienza e toccare traguardi di dedizione all’ideale cristiano rivolto al Vangelo. Stare insieme e ritrovarsi nei convegni annuali e in altri eventi per realizzare lo spirito di don Bosco fu dunque il momento d’avvio di un’esperienza felice. Era il 1920. Da quell’anno la successione di impegni e di raduni ha visto crescere la partecipazione degli
«ex» all’Unione, tanto che negli anni Ottanta-Novanta del secolo scorso era additata come la più numerosa in ambito nazionale e la più attiva sul piano delle iniziative, soprattutto nel periodo del cosiddetto «presidentissimo» Manlio Possenti, così definito sia per la durata del suo mandato (22 anni) sia per la qualità e quantità delle attività programmate: incontri con lo scrittore Vittorio Messori, con il presidente del Consiglio Giulio Andreotti, con l’astronauta Flavio Guidoni, con il cardinale Pappalardo, con il fisico Antonino Zichichi e con altri illustri personaggi della vita civile e religiosa, venuti a Treviglio per sottolineare l’affetto verso don Bosco e gratificati da ampie platee. Non solo dibattiti e conferenze, anche raduni tra ex e giovani, consegne di diplomi, di attestati e di premi, infine la pubblicazione della testata unionale «Ad Alta Voce», autentico filtro informativo e di collegamento all’interno della Unione.

L’Unione di Treviglio nei suoi cento anni aveva annoverato – oltre al primo presidente cavalier Mario Ramelli di Bergamo e al presidente onorario canonico don Francesco Rainoni – il cavalier Carlo Ramelli, il commendator Guido Pozzi, il cavalier Diotallevi Zeduri, il dottor Alfredo Ferri. Non cito i numerosi viventi (oggi il presidente è Gian Luca Tirloni). Segnalo tuttavia, poiché hanno avuto un ruolo qualificato nella storia della Unione, i segretari cavalier Ernesto Merisi e Alessandro Segala, mancati anni fa, e i carissimi, e vivi, Giancarlo Colombo (che ha avuto funzioni nazionali nella Federazione),Umberto Taddeo (figura storica del Centro Salesiano e punto di riferimento di centinaia di iniziative nel tempo) ed Ezio Zanenga. Questa è la vicenda di un gruppo di ex allievi orientati ad un ideale comune di fede dentro il quale si sono sviluppate tante storie di uomini e donne che, in cento anni di intima adesione, hanno amato don Bosco non solo quale Maestro e Amico della gioventù anche come padre affettuoso e gioioso capace di farli camminare, con amore fecondo, nell’itinerario della fedeltà ai Valori umani e cristiani.
 

Istituto Salesiano S. Ambrogio di Milano, il racconto di questi mesi di didattica a distanza

Pubblichiamo il comunicato stampa dell’Istituto salesiano S. Ambrogio di Milano sull’attività scolastica svolta in questi mesi di quarantena.

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Qualcuno ha definito l’attività svolta in questi mesi di quarantena precauzionale forzata come una “didattica/formazione d’emergenza”, più che a distanza. Tuttavia la gravità e l’eccezionalità della situazione hanno fatto sì che questo fosse ritenuto come l’unico sentiero praticabile per non tarpare completamente il percorso scolastico/formativo.
Lo sforzo è stato enorme: sia da parte degli insegnanti, in tanti casi obbligati dalle circostanze ad acquisire rapidamente quelle competenze che mai avrebbero immaginato dover essere indispensabili per svolgere il loro ruolo formativo; sia da parte degli allievi, catapultati a rendersi conto della ricchezza, ordinariamente trascurata, del poter interagire quotidianamente in aula con i propri compagni e i propri insegnanti.

Gianni Rivera: “Ho iniziato all’oratorio con i Salesiani, un ambiente sano e costruttivo”

Pubblichiamo un articolo uscito su Pianeta Milan in cui si riporta l’intervista rilasciata da Gianni Rivera al settimanale spagnolo “Libero” in cui racconta gli inizi all’oratorio salesiano, come Maldini e Baresi.

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Gianni Rivera ha scritto la storia del Milan e del calcio mondiale tra gli anni ’60 e ’70. In rossonero ha collezionato 164 gol in 658 partite, e vinto numerosi trofei tra cui due Coppe dei Campioni. Nel 1969 è stato anche insignito del Pallone d’Oro, fu il primo italiano a ricevere l’ambito premio.

Il ‘Golden Boy’ ha rilasciato un’intervista al settimanale spagnolo ‘Libero’, che traccia un profilo di Rivera usando queste parole: “Durante le 19 stagioni in cui ha giocato per il Milan, non ha fatto altro che insegnare calcio. Era leggero, era leader, era angelo. Era carisma, seduzione, bellezza e altruismo. Tempo, visione di gioco e calma in un mondo, quello del calcio, che ancora non camminava rapidamente”.

Anzitutto una confessione sul Pallone d’Oro vinto nel 1969: “Quell’anno il migliore è stato Pelé. Non ci sono dubbi. Il problema è che solo gli europei potevano vincerlo”. Una volta di più, Rivera, con queste parole si dimostra campione di modestia.

Poi Rivera ha rivelato un ‘segreto’ che lui ha in comune con gli altri due grandi capitani della storia del Milan, Franco Baresi e Paolo Maldini: “Ho iniziato all’oratorio parrocchiale di Don Bosco. Era un ambiente calmo, sano, costruttivo. Non c’era pericolo, perché ci sentivamo protetti. I salesiani di Don Bosco sono stati fondamentali nella mia crescita. Anche Maldini e Baresi hanno cominciato dall’oratorio, qualcosa vorrà dire”.

Cara scuola, tu sei molto di più di quattro mura: la lettera di Lucrezia al suo liceo

Pubblichiamo la lettera di Lucrezia Massignan, studentessa che frequenta la 1B Liceo Scientifico dei Salesiani di Milano ha scritto alla sua scuola.

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Cara scuola, 

sono Lucrezia ed è da diverse settimane che mi è impossibile ritornare tra le tue mura … Non avrei mai immaginato di ammetterlo, eppure è per me difficile accettare l’idea di non poter più cam- minare per i tuoi corridoi o sedermi nelle tue aule; insomma mi manca quella normalità e quella quotidianità di cui più di una volta mi sono lamentata. La prima volta che ho varcato la tua soglia ho visto solo un semplice edificio, ma col passare dei giorni e dei mesi, quelle mura hanno assunto un valore molto importante: quelle mura, quelle sedie e quei banchi che vedono arrivare e andare via tanta gente, hanno iniziato ad essere parte di me e della mia vita. Quei volti che mi parevano tutti uguali e così insignificanti, sono per me ora amici e com- pagni di vita. Tuttavia sono solo all’inizio del mio cammino, ho ancora tanto da percorrere e da co- noscere dei miei amici, che mi accompagneranno in questo viaggio, un viaggio che va oltre la scuola e lo studio, un viaggio che mi e ci farà crescere come persone. 

In questa situazione difficile ed estremamente surreale, anche se non posso più fisicamente vederti, continua a vivere in me la tua presenza, infatti sono convinta che tu non sia definita solo da quattro mura, tu sei molto di più: sei gli alunni, sei i professori, sei i legami che si formano all’interno di quelle tue mura. Sei tutte quelle persone che in te vedono più che un semplice edificio, tutte quelle persone che hanno lasciato un pezzetto di loro stessi in quelle aule e in quei corridoi. Perché per quelle persone non sei solo una semplice scuola, ma molto di più: una casa e una famiglia. 

Sai, ora che ci penso non credo di averti mai ringraziato per quello che fai. Sei pronta ad accogliere tutti i ragazzi che si presentano tra le tue mura, trascorri l’estate in solitudine, chiedendoti quando potrai risentire le urla dei bambini durante al ricreazione, oppure alcuni discorsi segreti tra le ragazze. Tuttavia molte volte vedi i volti tristi dei ragazzi che varcano la soglia mentre si lamentano di dover andare in classe. Non immagino come tu ti senta in questi momenti; ma voglio dirti una cosa, quei volti cupi sono solo una maschera dietro la quale ci nascondiamo; in realtà alzarsi presto la mattina, camminare per i corridoi, sonnecchiare durante una noiosa lezione di matematica sono tutto per noi, sono la nostra vita. E in questo periodo che non posso fare tutte queste cose, riesco a comprendere l’importanza che ricopri nella mia vita, nel mio mondo. Proprio così, io ho bisogno di tutto questo e di te, come ho bisogno della mia ordinaria e normalissima vita e anche se a volte mi lamento dicendo che sia noiosa, io la amo con tutto il cuore. Spero vivamente di rivederti presto. 

Lombardia, oratori chiusi ma non fermi: si pensa all’estate

Pubblichiamo un articolo pubblicato sul Nuovo Torrazzo che riporta il comunicato delle Diocesi lombarde sulla possibilità di svolgere l’attività estiva.

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Nelle scorse settimane, per alto senso di responsabilità  verso la società di cui facciamo parte, tutte le Diocesi lombarde hanno condiviso la scelta sofferta di chiudere gli oratori. Gli oratori sono chiusi. Ma non si sono fermati. In questo tempo di sospensione ci siamo messi in ascolto della realtà. Abbiamo ascoltato tante situazioni difficili e penose. Ma non ci siamo scoraggiati. Abbiamo anche capito che si possono trovare nuovi linguaggi e nuove dinamiche educative, finora poco praticate. Ci siamo sentiti vicini, benché distanti. Questo insegnamento non vogliamo perderlo. Vogliamo innanzitutto esprimere una profonda gratitudine, per tutta la creatività  e l’intraprendenza che sacerdoti, catechisti ed educatori hanno saputo mettere in campo per non perdere il contatto educativo con i loro ragazzi, adolescenti e giovani. A tutti gli oratori della Lombardia vogliamo mandare un messaggio di incoraggiamento e di fiducia, di stima e di sincera disponibilità  a collaborare, pensando ai mesi che verranno. Tutti stiamo già  pensando all’estate. I cortili pieni, le gite, le esperienze, le camminate in montagna riempiono i nostri ricordi e ci mancano profondamente. Non siamo in grado oggi di poter dire quando e come riaprire gli ambienti e riprendere le varie attività. Siamo in costante dialogo con le Istituzioni regionali per poter dare delle indicazioni più precise nelle successive fasi dell’epidemia. Questo nostro messaggio vuole invitare tutti a stare pronti. E vuole umilmente incoraggiare tutti al pensiero, alla presenza, all’attenzione soprattutto alle situazioni di maggior prova, fatica e povertà  educativa, come nella migliore tradizione dei nostri oratori. Intanto noi vogliamo esserci. Vogliamo confermare la nostra scelta di stare accanto ai nostri ragazzi, adolescenti e giovani, nelle modalità  che ci saranno indicate. Nelle settimane che stiamo vivendo, i nostri ragazzi devono poter sentire che l’oratorio, anche se è chiuso, non è lontano: è vicino a loro e li accompagna giorno dopo giorno, in questo tempo faticoso e complicato. Devono poter sentire ancora che l’oratorio non è sordo alle domande più vere che sono nate nei cuori. Devono poter sentire che l’oratorio, anche in questo tempo di incertezza, non è muto ma ci regala la Parola di Gesù. I Servizi e gli Uffici di Pastorale Giovanile di ogni Diocesi sono costantemente al lavoro, per ascoltare i bisogni e per intuire e realizzare la proposta educativa più adeguata alla prossima estate. Senza la presunzione di farcela da soli, ma con la volontà  di entrare in stretta sinergia e collaborazione con tutte le altre Istituzioni del nostro territorio che hanno a cuore la cura educativa delle giovani generazioni. Crediamo essenziale compiere i prossimi passi insieme, in attento ascolto delle indicazioni delle Autorità competenti e dei nostri Pastori; e condividere, sempre insieme, la decisione di riaprire e le relative modalità  per farlo. Possiamo dire una cosa certa: in qualche modo, chiusi o aperti, l’oratorio estivo o il Grest ci sarà . Nella forma che ci sarà  permessa, continueremo a stare vicini ai nostri ragazzi e non ci fermeremo. Daremo vita a delle proposte originali e possibili e a suggerimenti adeguati alla situazione, con quella creatività dell’amore che ci rende quello che siamo. Non possiamo trascurare la cura che la comunità cristiana deve avere con i ragazzi 365 giorni all’anno, soprattutto nel tempo estivo, così fondamentale per accompagnare e far crescere le giovani generazioni. State pronti e pazientate in modo attivo e propositivo. Vogliamo lavorare con voi, mano nella mano, fianco a fianco con ogni oratorio, accogliendo ogni consiglio e spunto per camminare insieme in questo tempo che sta riscrivendo la nostra storia. Monsignor Maurizio Gervasoni (Vescovo di Vigevano, delegato per la Pastorale Giovanile della Conferenza Episcopale Lombarda) Don Stefano Guidi (diocesi di Milano) Don Emanuele Poletti (diocesi di Bergamo) Don Paolo Arienti (diocesi di Cremona) Don Stefano Savoia (diocesi di Crema) Don Fabio Scutteri (diocesi di Mantova) Don Enrico Bastia (diocesi di Lodi) Don Giovanni Milesi (diocesi di Brescia) Don Pietro Bianchi (diocesi di Como) Don Davide Rustioni (diocesi di Pavia) Don Riccardo Campari (diocesi di Vigevano) Don Paolo Caiani (Salesiani don Bosco)

25 aprile 1945: l’ordine di insorgere a Milano partì dalla scuola dei salesiani

Pubblichiamo un articolo a firma di Luca Frigerio pubblicato dal sito della Chiesa di Milano sull’istituto salesiano di via Copernico alla vigilia della festa del 25 aprile. In via Copernico si riunirono i capi della Resistenza, da Pertini a Valiani, per definire la strategia finale per la liberazione dal nazifascismo. Il ruolo di don Della Torre, coraggioso sacerdote che fece da tramite con i partigiani lombardi.

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Fu una visita memorabile: quarant’anni fa, il 25 aprile 1980, Sandro Pertini tornava nell’istituto salesiano di via Copernico a Milano. Diciamo «tornava» perché l’allora presidente della Repubblica era già stato diverse volte in quella sede e l’ultima proprio nel giorno del 25 aprile, ma del 1945. Tra quelle mura, infatti, il Comitato di liberazione nazionale alta Italia (Clnai) si era riunito fin dal primo mattino per decretare l’insurrezione generale che da lì a poche ore avrebbe portato alla liberazione dall’oppressione nazifascista e quindi alla fine della guerra.

Una lapide commemorativa, posta dal Comune di Milano nel porticato del cortile, ricorda questi fatti. I capi della Resistenza – oltre allo stesso Pertini anche altri leader politici del fronte antifascista come Arpesani, Basso, Marazza, Merzagora, Sereni, Valiani – già dall’inizio del 1945 si erano ritrovati nella “Sala verde” della scuola dei salesiani per mettere a punto le strategie finali della lotta partigiana, discutendo del futuro del Paese devastato dalla dittatura e dal conflitto.

Incontri segretissimi e assai rischiosi, come si può ben immaginare, anche perché l’Istituto Sant’Ambrogio si trovava, com’è ancor oggi, a pochi metri dalla Stazione Centrale che all’epoca era militarizzata (e quindi obiettivo di sabotaggi e di attentati da parte dei gappisti), mentre nelle adiacenze vi era il comando della brigata nera “Aldo Resega” e di un raggruppamento della guardia della Repubblica di Salò; senza contare che i tedeschi avevano requisito alcuni ambienti dei salesiani per utilizzarli come depositi (e in più occasioni vi fecero anche accampare reparti dell’esercito), così come il vicino Hotel Gallia era luogo di ritrovo degli ufficiali della Wehrmacht… Eppure, paradossalmente, proprio per questo i nazifascisti non poterono immaginare che il Comitato di liberazione nazionale si riuniva sotto il loro naso!

L’artefice di questa impresa, tuttavia, ha un nome preciso, ed è quello di don Francesco Beniamino Della Torre: figura ben nota nel mondo salesiano ambrosiano, ma che merita davvero di essere meglio conosciuta da tutti per tutto ciò che egli ha saputo realizzare in aiuto dei giovani e dei più deboli (dalle opere sociali di Sesto San Giovanni alla benemerita realtà di Arese).

Classe 1912, bresciano, laureato in lettere in Cattolica e in teologia alla Gregoriana, “Dondella” – com’era affettuosamente chiamato – fu ordinato prete salesiano allo scoppio della guerra e nel settembre del 1944 venne destinato all’istituto milanese come vicepreside. Nel più assoluto riserbo, ma avendo informato i superiori e d’intesa con l’arcivescovo Schuster, prese subito contatto con esponenti della Resistenza, fungendo da collegamento tra Milano e Como per fornire informazioni ai combattenti, ma anche per mettere in salvo ricercati e giovani renitenti (come, del resto, faceva il confratello don Enrico Cantù insieme ai giovani del contiguo oratorio di Sant’Agostino).

Colto e brillante, don Beniamino mostrò in varie circostanze un coraggio quasi spavaldo, arrivando a entrare in confidenza con ufficiali tedeschi per carpine notizie o per chiedere il loro intervento in favore di prigionieri e deportati. La mancanza di memoriali e di altra documentazione rende difficile oggi ricostruire con precisione il suo contributo alla lotta di liberazione, ma evidentemente fu proprio lui a portare gli alti esponenti del Clnai nell’istituto di via Copernico, tra lo stupore iniziale dello stesso Pertini (che pur era un ex allievo salesiano).

Tornando a quel 25 aprile di 75 anni fa, nel pomeriggio avveniva l’ultima, drammatica trattativa per la resa di Mussolini, in Arcivescovado, con la mediazione del cardinal Schuster. Ma il duce, allibito di fronte alla prova che i tedeschi da giorni stavano già negoziando con gli Alleati a sua insaputa («Ci hanno sempre trattati come servi e alla fine ci hanno traditi!», sbottò) e credendo forse di poter giocare un’ultima carta, preferì abbandonare la Curia e fuggire lungo il Lago di Como, in un disperato quanto inutile tentativo di sottrarsi al proprio destino.

Don Della Torre, intanto, sapendo bene cosa stava per accadere, riuscì ad avvertire quante più persone gli fu possibile dell’imminente battaglia per le strade della città, facendosi poi mediatore in diverse occasioni tra gli insorti e le truppe tedesche e repubblichine, per evitare ulteriori violenze e spargimenti di sangue. In questo seguendo le raccomandazioni del cardinal Schuster stesso, che da pastore voleva preservare la popolazione, che già aveva sofferto pene indicibili, da nuove tragedie nell’ora della liberazione.

Per approfondire questa pagina di storia si consiglia la lettura del libro di Francesco Motto: Storia di un proclama. Milano 25 aprile 1945: appuntamento dai Salesiani (Editrice Las).

Salesiani Treviglio: “Quest’anno viviamo l’autentica Via Crucis”

Pubblichiamo la lettera del direttore dei Salesiani di Treviglio, don Massimo Massironi sulla via crucis e la quaresima.

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Carissimi,
stiamo vivendo in questa quaresima 2020 delle autentiche vie crucis!

– La via crucis di tutti i contagiati e ammalati che in una conta inesorabile e inarrestabile ogni sera ci portiamo nel cuore e nella mente per un ricordo o una preghiera.

– La via crucis degli operatori sanitari che come soldati generosi, anche a scapito della loro salute e vita, adempiono fino in fondo il loro giuramento di servizio al benessere delle persone a loro affidate.

– La via crucis dei defunti che vengono sepolti nella fredda solitudine, senza la carezza dei loro famigliari, e senza neppure il conforto dei Sacramenti e della sepoltura cristiana.

– La via crucis dei ragazzi e dei giovani che dopo poco tempo hanno sentito che questa non è una vacanza; infatti la noia ha preso il sopravvento e la mancanza di incontri reali, di abbracci di amicizie e dell’incontro con l’amore sta rendendo questo tempo un inverno più che un’estate.

– La via crucis delle famiglie che tra angoscia e paura sono state costrette a riorganizzare la propria vita e i propri impegni, compresa la gestione dello studio dei figli.

– La via crucis della scuola che si è svuotata di presenza e ha dovuto rivestirsi di didattica a distanza e digitale, tra fatiche, lentezze e feconde scoperte: prima tra tutte la mancanza dei propri studenti, anche quelli più discoli o meno impegnati.

– La via crucis dell’economia che in ogni telegiornale ci perseguita in analisi e previsioni di borsa e di governo, ma che sarà presto alla nostra porta di casa, di nazione e di mondo, come crisi.

– La via crucis della Chiesa che pur mantenendo le porte aperte è svuotata dei suoi abitanti, dei suoi sacramenti e del suo tempo forte di Quaresima…ma non è stata abbandonata dal suo Signore Gesù.

– La via crucis della fede di tanti battezzati che hanno sentito il desiderio mancato dell’Eucarestia quotidiana o domenicale, del sacramento della Confessione e dell’incontro come comunità di fratelli, perché in diretta streaming non è la stessa cosa.

– E tutte le altre nostre vie crucis di questo tempo…

Ma la Via Crucis è anzitutto e soprattutto quella di Gesù ieri come oggi… e le nostre vie crucis o sono vissute insieme a Lui…oppure sono solo assurde o disperate!

Sì, solo alla luce di Gesù e con Gesù che compie con la Croce il suo cammino d’Amore…tutto e tutti possono essere illuminati dalla speranza anche in questo tempo! Sì perché lì si coglie la profondità dell’Amore Vero e Totale che è sempre rosso come il Sangue o come il Cuore!

Sì, perché la Via Crucis è solo la penultima stazione della vita di Gesù…perché l’ultima è la certezza della Sua Risurrezione. Con Gesù anche le nostre vie crucis si aprono alla certezza di una Speranza Risorta perché l’Amore è più forte del dolore e della morte!

L’Amore di Gesù, di un malato, di un operatore sanitario, di un defunto, dei ragazzi e giovani, di una famiglia, della scuola, dell’economia, della Chiesa e della fede è più forte di ogni Via Crucis!

La Pasqua è un Amore forte…più forte!
Sia questa Pasqua più Santa per tutti e ciascuno.

Don Massimo Massironi SdB
direttore

 

 

S. Ambrogio di Milano, la preghiera di conforto arriva dal Congo

Pubblichiamo un comunicato stampa dell’istituto salesiano S. Ambrogio di Milano che ha condiviso la preghiera di don Mario Perez, missionario in Congo, per questo periodo critico.

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L’Istituto Salesiano S. Ambrogio è davvero lieto di condividere il saluto e la preghiera mandata da Don Mario Perez, missionario in Congo presso Mbuji Mayi, così che possano essere di aiuto e conforto in questo periodo critico durante il quale abbiamo perso persone a noi care, il nostro amico e collega Tino Giulieri e il buon don Agostino Sosio già Ispettore della Lombardo-Emiliana, e in cui stiamo accompagnando nella preghiera quei confratelli della nostra comunità che stanno lottando contro il Covid-19. Abbiamo conosciuto don Mario, seppure a distanza, in occasione della sottoscrizione missionaria 2018 – 2019, i cui proventi sono stati destinati al suo progetto. Missionario salesiano, lotta ogni giorno contro il fenomeno dei bambini stregoni accogliendoli nella Casa Salesiana. Si tratta di bambini di età compresa tra gli 8 ed i 14 anni, orfani, disabili, albini, ma non solo… Vengono accusati di stregoneria, molto spesso dai loro genitori, e, costretti ad abbandonare le proprie case, si ritrovano a vivere per strada. Secondo la credenza popolare infatti questi bambini lancerebbero maledizioni: sono incolpati di provocare malessere generale, povertà, disoccupazione…” La verità, però, è che “oggi per molte famiglie l’ossessione per la magia nera è soltanto un pretesto per sfamare meno bocche”. La solidarietà crea legami anche a migliaia di chilometri di distanza, il bene che facciamo ritorna sempre e genera altro bene. Auguriamo a don Mario di proseguire il proprio cammino in mezzo ai ragazzi di strada del Congo e che l’Ausiliatrice vigili sempre e abbracci col suo manto tutti quanti invocano la sua protezione.