Forti nella tribolazione: il testo della Via Crucis del Papa

La Libreria Editrice Vaticana ha pubblicato il testo con le meditazioni della Via Crucis che Papa Francesco farà venerdì santo in Piazza San Pietro. Il testo, scaricabile, è disponibile in cinque lingue.

Cinque detenuti, una famiglia vittima di omicidio, la figlia di un ergastolano, un’educatrice, un magistrato di sorveglianza, la madre di un carcerato, una catechista, un sacerdote accusato ingiustamente, un frate volontario, un poliziotto, tutti collegati alla Cappellania della casa di Reclusione “Due Palazzi” di Padova: sono questi gli autori delle meditazioni.

Il libro pensato dal Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede  è disponibile gratuitamente sul sito internet della Libreria Editrice Vaticana: un compendio ausiliario per condividere, meditare e pregare assieme. “La fede – scrive Andrea Tornielli nell’introduzione – non annulla il dolore, non annulla la sofferenza e non toglie automaticamente l’angoscia. Però aiuta ad avere una speranza”.

La Via Crucis si svolgerà venerdì santo e verrà trasmessa in diretta TV su Rai Uno, a partire dalle ore 21.

Vivere in un mondo digitalizzato. Un invito a coltivare uno sguardo profondo

Pubblichiamo l’editoriale di don Rossano Sala sul prossimo numero di Note di Pastorale Giovanile.

Sono connesso dunque esisto!

È sempre più una realtà che il mondo giovanile viva immerso nella nuova atmosfera offerta dalla connessione alla rete virtuale: la vita reale tende a coincidere con l’interazione senza interruzione con la rete, creando non semplicemente un doppione della vita “in carne e ossa”, ma un suo perfezionamento o una sua mutazione. Attraverso i personal media in qualunque momento si può essere contemporanei con tutti gli eventi che avvengono nel mondo (pensiamo, ad esempio, alle potenzialità di “Twitter” che ci rende partecipi in tempo reale degli eventi che accadono). Il concetto stesso di vita diviene socializzato in un modo nuovo, in una forma deterritorializzata in cui lo spazio e il tempo assumono forme differenti rispetto all’esistenza passata.
In questo nuovo mondo ciò che viene a mancare radicalmente, dal punto di vista educativo, è la possibilità dell’assistenza nel senso classico del termine: per definizione i personal media sono individuali e prevedono un uso “asociale” e non accompagnato, perché l’educatore non può essere presente e non può quindi “assistere”. Se invece il personal media è utilizzato per relazionarsi ad altri – come di solito avviene –, attraverso un social network, allora in questo nuovo areopago è possibile che un singolo educatore o un’istituzione di pastorale giovanile sia presente, ma certamente in una maniera molto differente rispetto al passato: egli è presente, ma in forma leggera e amicale, paritaria e non gerarchica. È il giovane che decide con chi essere collegato e con chi relazionarsi: la privacy garantita dal personal media esclude di principio la presenza di un educatore e lascia il soggetto in situazione di sostanziale solitudine autoreferenziale nella gestione della propria relazione con le offerte della rete.
Il vero fulcro della decisione e dell’azione è il soggetto individuale ritenuto in genere responsabile e capace di decidere al meglio delle sue amicizie, delle sue frequentazioni e soprattutto delle sue azioni in rete. Sappiamo però, dai dati emergenti e soprattutto dall’esperienza educativa, che non è sempre così: gli adolescenti e i giovani appaiono troppe volte vittime sottomesse di questi strumenti più che gestori responsabili della loro “libertà virtuale”. Solo per fare un esempio, la diffusione a macchia d’olio della pornografia, del sexting e del gioco d’azzardo via internet sono piaghe del mondo giovanile – e non solo – che non si possono sottovalutare, ma emergono come segni di un autismo esistenziale e una relazione oggettivante che deve far riflettere seriamente la società nel suo insieme, nel momento in cui si vorrebbe proporre come società educante.

Continuare a pensare nell’era digitale

La rete allora, potremmo dire, non solo tendenzialmente ci rende più stupidi – in quanto indebolisce e riduce la capacità di lettura profonda della realtà e ci toglie quello spirito critico che ha bisogno di concentrazione e distanza riflessiva per essere vigile e reattivo – ma ci offre opportunità inedite e non filtrate di scadere in alcuni comportamenti che rischiano di non solo di essere moralmente inqualificabili, ma di diventare patologici sotto ogni punto di vista, disgregando un tessuto sociale, culturale e morale condiviso che sempre fa da piattaforma ad una civiltà umana degna di questo nome.
Per i giovani questo non può che aumentare la fatica nello sforzo di diventare adulti, accordando la propria esistenza con le esigenze di verità, di bontà, di bellezza, di giustizia e di santità che risiedono nel loro cuore e che rischiano di essere sempre più schiacciate:

Alla fine, quello che è davvero importante non è tanto il processo del divenire quanto ciò che diventiamo. Negli anni Cinquanta Martin Heidegger osservò: “La rivoluzione della tecnica che ci sta travolgendo nell’era atomica potrebbe riuscire ad avvincere, a stregare, a incantare, ad accecare l’uomo così che un giorno il pensiero calcolante sarebbe l’unico ad avere ancora valore”. La nostra capacità di impegnarci nel “pensiero meditante”, che Heidegger vedeva come la vera essenza dell’umanità, potrebbe soccombere a un troppo rapido progresso. L’avanzata tumultuosa della tecnologia rischierebbe di sommergere quei raffinati pensieri, emozioni, e percezioni che nascono soltanto dalla contemplazione e dalla riflessione[1].

Un indebolimento e una maggiore fragilizzazione dell’umano sono delle conseguenze inevitabili al fatto che siamo sommersi da un’enorme quantità di materiale comunicativo, che non abbiamo il tempo di valutare, ma che siamo costretti ad assumere in forma bulimicamente irriflessa. Il sovraffollamento della carta stampata, delle centinaia di canali televisivi e di connessioni continue segnano certamente una vera e propria aggressione mediatica organizzata da cui difendersi e prendere distanza critica. Capacità che, senza ombra di dubbio, nessun adolescente e nessun giovane possiede per natura propria e nemmeno per grazia infusa. Ciò che fino a questo momento risulta essere assodato è che «siamo di fronte a una crisi di proporzioni epocali: si sta verificando una sorta di sfaldamento dello statuto antropologico tradizionale dell’individuo»[2].

 

Negli archivi dei Salesiani i Faenza ritrovata la grammatica latina di Dino Campana

Pubblichiamo un articolo uscito su “Buon senso – Faenza” dove viene raccontata la storia del ritrovamento di una grammatica latina appartenuta a Dino Campana, ex allievo dei Salesiani di Faenza.

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Sono già trascorsi quasi venti anni da quando i salesiani lasciarono Faenza. Avevano abitato la nostra città per oltre un secolo, dal 1883 al 2001, segnando lungamente la nostra storia e la nostra vita quotidiana. Tutti noi faentini non più giovanissimi abbiamo frequentato più o meno assiduamente quell’oratorio e altre generazioni di concittadini l’hanno fatto prima di noi. I cortili, il campo sportivo, le sale, il cinematografo, la cappella: ampi spazi nel cuore del nostro centro storico, lunghe vicende nella nostra memoria. Il collegio, poi, attirò a lungo convittori da tutta la regione e anche da altre regioni italiane. Queste memorie, però stanno già sbiadendo. I locali ristrutturati ora sono intensamente riutilizzati da altre istituzioni, ma gli archivi non si trovano più qui: trasferiti a Milano, non sono più accessibili. Ricordiamo, fra i documenti più appetibili e non più reperibili, i registri scolastici di un alunno ribelle, che qui diede fin dalle elementari le prime prove del suo pessimo carattere: Benito Mussolini. Ora possiamo consultare solo carte di seconda mano: gli archivi dell’associazione ex alunni, le copie degli elenchi di studenti diligentemente acquisite prima della chiusura da don Giuseppe Battello, memoria storica dell’istituto, ora ospite del Santa Teresa di Ravenna.

Ad altre vicende e altri personaggi rimandano le iscrizioni commemorative che si affacciano sul porticato del primo cortile, nella sede di via San Giovanni Bosco. Alcune grandi, in marmo, rievocano alunni caduti in guerra. Una più piccola, in ceramica, è stata affissa di recente; rievoca un altro alunno, che qui frequentò il ginnasio per tre, o forse quattro anni (dal 1897, o forse dal 1896, fino al 1900). Stiamo parlando del personaggio più leggendario di tutta la nostra letteratura novecentesca, il poeta marradese Dino Campana, che alla nostra città dedicò pagine memorabili e a cui la nostra città ha dedicato nel 2016 un percorso in quattordici targhe disposte in vari punti del centro storico.

Anche sugli anni trascorsi da Campana ai salesiani, non sappiamo molto. Anche i suoi registri sono sepolti a Milano: ci rimangono solo quelli degli esami finali, sostenuti al Torricelli. Abbiamo poi la testimonianza di un coetaneo compagno di collegio, che era anche suo lontano cugino. Si chiamava Michele Campana, era anche lui poeta, oltre che lo scrittore e giornalista. Ci ha lasciato il racconto di lunghe ricreazioni comuni nel “vasto cortile” dell’istituto: salti, corse, tamburello, palla avvelenata e anche giochi di ruolo in cui i futuri poeti interpretavano le parti di personaggi ariosteschi e tassiani.

A Milano ritrovata una grammatica latina appartenuta a Dino Campana

Ebbene, da qualche settimana, a questi sparuti documenti se ne è aggiunto un altro e per i non pochi appassionati campaniani è stato un ritrovamento prodigioso. Per una curiosa coincidenza proviene sempre da Milano: in questi tristi giorni è un’occasione gradita per parlare della capitale lombarda a proposito di argomenti che non siano letalmente virali. Nel sistemare vecchi archivi di famiglia, il signor Stefano Bacchiani,milanese di adozione ma originario di Verucchio, ha trovato in una cassapanca un consunto manuale scolastico: la grammatica latina redatta da uno dei primi collaboratori di don Bosco, padre Celestino Durando (1840-1907). Sul frontespizio del libro, accanto alla data di acquisto (1895), spicca appunto il nome di Dino Campana, che, dopo averlo usato per anni, lo cedette a un antenato dell’attuale possessore. Nel 1895 il futuro poeta aveva dieci anni e frequentava ancora le elementari: evidentemente acquistò in anticipo il manuale che all’epoca era adottato in tutte le scuole gestite dai salesiani e in particolare nell’istituto faentino che Dino si riprometteva di frequentare. Sorprendentemente, la grafia di Campana bambino è già assai simile a quella dell’adulto. Allo stato attuale delle ricerche, non risultano altre carte superstiti di Campana bambino, né adolescente.

In quello scorcio di fine secolo furono allievi del collegio di Faenza anche il nonno di Bacchiani, Guglielmo Cinti, e almeno due dei suoi fratelli, proziii di Stefano Bacchiani. Il nome di un prozio, Luigi Cinti, appare infatti sulla rilegatura; come e quando il libro sia passato di mano non ci è dato saperlo: si può ragionevolmente ipotizzare il 1900, anno in cui Campana terminò il ginnasio e passò al liceo Torricelli. Ma le numerose scritte, gli scarabocchi che riempiono le controcopertine e i margini delle pagine interne sono di mano del primo possessore, del poeta marradese. «I maestri dei Salesiani lo giudicavano di grande ingegno, ma era uno scarabocchione disordinato» racconterà di lui una zia, tanti anni più tardi. Non possiamo che confermare.

Sulla grammatica, rinvenuto un epitaffio profetico: “Campana prefigura qui la propria vita”

Oltre a ripetere compulsivamente la propria firma, Campana riempie i margini con esempi, frasi latine con traduzione, presumibilmente scritte su dettatura o copiate dalla lavagna, non di rado con qualche imprecisione. Fra le tante scritte, però, ce n’è una che inquieta e non ha nessuna attinenza con la routine scolastica. È nascosta presso una cucitura come si nasconde un segreto, segue il margine interno di una pagina slabbrata e consunta, quindi fu certamente apposta quando il libro era già abbondantemente consumato: viene in mente quell’anno 1900 che, secondo testimonianze convergenti, vide la prima esplosione di un malessere che gli avrebbe consumato e distrutto la vita (Campana morirà nel 1932, dopo avere trascorso gli ultimi quattordici anni in manicomio).  È una specie di epitaffio, scritto con correzioni, apparentemente in più tempi: «Dino Campana, nacque nel 1885 morì nel 1936. – Visse infelice». La data di morte è sbagliata di quattro anni, ma l’affermazione finale è quanto mai veritiera, profetica. In un primo tempo, tutti noi che ci siamo trovati il volumetto fra le mani abbiamo dato per scontato che la scritta fosse stata apposta da qualcun altro. Ma da chi, e quando? E poi quella scrittura è troppo simile alla sua, e poi ci sono diversi altri indizi su cui non possiamo qui soffermarci. Non troviamo un’alternativa che regga: quello può essere solo l’esercizio di fantasia di un ragazzo non ancora quindicenne, che si prefigura il proprio destino e la propria morte.

A oltre cento anni dalla pubblicazione del capolavoro e a quasi novanta anni dalla scomparsa, Dino Campana non cessa di emozionarci. Prendiamo questa annotazione nascosta dentro un libro nascosto dentro una cassapanca come un messaggio per i posteri, come un biglietto pervenuto alle nostre spiagge in una bottiglia, dall’isola lontana e vicina dove abitano i poeti.

Marta e i suoi quattro figli: storia di una famiglia durante la pandemia

Pubblichiamo un articolo uscito su Vatican News che racconta la storia di Marta e Nicola, giovani genitori di Roma e animatori del Borgo Ragazzi Don Bosco, e di come vivono la pandemia a casa con i loro quattro figli.

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di Andrea De Angelis

Marta ha 33 anni, vive nel quartiere romano di Centocelle insieme al marito, Nicola, e ai loro quattro figli piccoli. Bambini delle elementari e dell’asilo, che come tutti i loro coetanei sono da un mese a casa e vivono il tempo della pandemia ponendosi interrogativi, sollevando questioni e cercando, come gli adulti, di rispettare, in modo più o meno consapevole, le regole necessarie per superare un’emergenza mondiale. Il ruolo dei genitori in questo senso è fondamentale: devono da un lato mostrarsi rigorosi, dall’altro comprendere l’eccezionalità del momento per le creature che sono chiamate a custodire. “Custodire vuol dire tutto, significa proteggere, ma anche concedere i giusti spazi, capire tuo figlio e valorizzare il tempo a disposizione”, afferma Marta Panella nel corso dell’intervista rilasciata a Vatican News. Lei come il marito è animatrice salesiana. Una famiglia, la loro, nata all’oratorio romano di “Borgo Ragazzi Don Bosco”. Animatori salesiani, da sempre vicino ai giovani ed ora che anche gli oratori sono vuoti, è nelle case che si può “animare” nel senso più profondo del termine: amando ed educando.

L’esempio forma una famiglia

“Abbiamo sempre concepito la nostra famiglia come l’essere aperti alla vita, che non vuol dire solo accogliere i figli che il Signore ti dona, ma anche aprirsi agli altri”. Inizia così il racconto della giovane mamma, nel ricordo dell’inizio della sua storia d’amore con Nicola. “All’oratorio abbiamo conosciuto tante famiglie, il loro esempio ha favorito la nostra unione. Anche così si costruisce ciò che oggi siamo”, spiega. Oggi, però, è la vita che chiede loro, come a milioni di altre famiglie, di aprirsi ad una sfida nuova. Quella della pandemia.

Cosa significa custodire i figli

“Quotidianamente ci chiediamo come fare a vivere questo periodo con i nostri figli”. Marta non nasconde le difficoltà, ma le affronta insieme a Nicola con una positività che trasmette, poi, ai piccoli di casa. “Desideriamo fortemente custodire i nostri figli, curando tutto: il corpo, le emozioni, lo spirito. Custodire oggi significa – sottolinea – tutelare la loro salute, dunque non uscire di casa. Non esporli a rischi inutili”. Custodire però vuol dire anche donare qualcosa. “Stiamo cercando di valorizzare questo tempo con loro, lontano da corse, impegni, appuntamenti. Il rapporto di crescita con loro ora vuol dire crescita e gioco, responsabilizzazione ed ascolto”. Un compito tanto arduo quanto naturale e prezioso.

“Siamo fortunati ad essere in sei”

Animatori dentro casa

Sono tanti i modi per supportare psicologicamente i bambini durante la quarantena. Uno di questi è sicuramente la prossimità. Giocare con loro, trasmettere allegria, fisicità. Tenere alto il morale, “animare” dunque, proprio come all’oratorio. “Questa è una grande risorsa, abbiamo fatto un campeggio ed un pic-nic a casa – dice sorridendo -, ma siamo anche andati al ristorante, anche perché ci andiamo raramente, dunque per loro questo recitare a casa di essere in un locale, con tanto di cameriere e chef li ha fatti molto divertire”. La fantasia non deve lasciare spazio all’ansia, la creatività non può essere sostituita dal panico. I figli chiedono, magari solo con gli occhi, proprio questo.

Il buon uso della tecnologia

I figli di Marta e Nicola desiderano avere un contatto con gli amici, i parenti, le maestre. In questo senso l’uso della tecnologia è fondamentale. “Loro di solito non usano molto questi strumenti, anche perché essendo in quattro giocano spesso insieme lontani da schermi e tv. Ora però hanno le lezioni in conferenza con i compagni di classe e le maestre, questo è importante! La tecnologia non è solo guardare la televisione o giocare con il tablet, ora possiamo farlo capire ancora di più ai bambini”. “Così – conclude Marta – riusciremo a far sentire loro più vicine le persone a cui vogliono bene”. La pagina Facebook di Marta Panella ha come foto profilo una casa di tanti colori, con una frase che racchiude molto del suo approccio da mamma, moglie e cittadina consapevole dell’emergenza in corso: “Non siete bloccati in casa, siete al sicuro in casa. Cambiate prospettiva”. Cambiamola, davvero.

 

Figure femminili dell’Antico Testamento: Eva, Dalila, Ester, Rut

Maria Rattà

Il volto femminile che emerge dalla Bibbia è complesso, multisfaccettato, e affiora di pari passo col procedere della narrazione. Dove poi il testo tace, molto spesso è l’arte a sopperire, inserendo frammenti ipotizzabili del mondo interiore di questi personaggi.

Non sono solamente profili di eroine in lotta per il bene. Certamente esse incarnano sempre il modello della donna coraggiosa e della femme fatale, che col proprio potere seduttivo rovescia le sorti di una storia saldamente tenuta in mano dagli uomini, e già scritta. Ma non in tutti i casi questo è il frutto di una riflessione ponderata sulle proprie azioni o sull’affidamento a Dio. Impavida ma irriflessiva è Eva, che da creatura quasi senza vitalità, come la presenta il Veronese (p. 8) prima che il Creatore le apra gli occhi, e così pura da sembrare quasi una Madonna Immacolata (Blake, p. 9), diventa la seduttrice che assale l’uomo, ammaliandolo per indurlo a mangiare la “mela” dell’albero proibito (Shaw, Loth e Tintoretto, pp. 14; 17), dispiegando tutta la potenza del proprio assalto sul dubbioso Adamo. Solo dopo la cacciata dall’Eden Eva comincia a portare coraggiosamente il fardello della “croce” (sotto la quale la immortala Calandrucci, p. 34), diventando così una figura degna di comprensione perché simile a tutti gli uomini nel loro cammino di cadute e risalite, di peccato e perdono, di gioie e dolori, di lavoro quotidiano e drammi familiari. E rimane pur sempre la madre dei viventi, prefigurazione di Maria che sarà la nuova Eva: interpretazione tipologica espressa chiaramente in una ricca miniatura del quattrocentesco Messale di Salisburgo (p. 30), ma a cui fa pensare anche Verbruggen nel suo pulpito in legno (1699) per la Cattedrale di san Michele e Gudula a Bruxell (p. 29).

Personaggio completamente negativo è invece Dalila, che con coraggio gioca coi sentimenti di Sansone – uomo dalla forza sovrumana – fino a carpirne il segreto per lui letale. Gli artisti la presentano come donna bellissima e consapevole del proprio “potere” (Cabanel, p. 68), mostrandone a volte il lato più immorale e venale (Steen, p. 56). C’è pentimento, in lei? La narrazione biblica non spende una parola sul punto, ma alcuni artisti instillano un dubbio nello spettatore attraverso gesti e sguardi che lasciano spazio per un possibile rimorso, per un senso di dispiacere e dolore… forse anche per il rimpianto. È questa la scelta di Rembrandt e Rubens (pp. 55; 58), in cui l’ultima carezza e l’ultimo sguardo di Dalila a Sansone aprono un universo di interrogativi sull’interiorità di questa donna.

Poi c’è Ester, una sorta di “Cenerentola” biblica. Anche lei bellissima, come molti artisti dell’Ottocento la ritraggono in un mix di orientalismo e sensualità (Chassériau e Hayez, pp. 70; 119); il suo sangue freddo non è tuttavia quello di un essere umano insensibile o senza paura, ma si connota per quella debolezza attraverso cui i piccoli riescono a vincere i potenti, e le donne, in un contesto sociale che le privava di poteri “effettivi”, riescono ad averne al pari degli uomini. È in particolare un artista che punta su questo aspetto: Gortzius Geldorp (p. 97) che presenta Ester e Assuero come una coppia di innamorati e, soprattutto, come due sovrani di pari grado: il re tiene saldamente lo scettro, ma lo porge alla moglie, che lo tocca delicatamente con entrambe le mani.

 

 

Lettera di un’insegnante: I ragazzi sono l’evidenza

Pubblichiamo la lettera di un’insegnante della Formazione professionale di Vercelli: si chiama Valentina Rinaldin e insegna competenze trasversali nei percorsi di qualifica regionale e opera anche nello sportello dei servizi per il lavoro. La lettera è stata pubblicata sul sito del Cnos Fap Piemonte.

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Alla fine in questi giorni ciascuno a modo suo è in prima linea
Alla fine in questi giorni, ciascuno a modo suo, tiene duro.
Chi in prima linea. Medici, infermieri, Oss, Addetti alle pulizie, Commessi, ecc. A servizio degli altri. Oggi più che mai.
Altri cercano di dare il meglio di sé anche se a distanza. Anche questi a servizio degli altri.
Penso agli insegnanti, ai formatori, a chi in queste settimane sta facendo di tutto per riuscire ad accompagnare i propri ragazzi.
Nel fare che cosa?
Per quanto mi riguarda a coltivare in questa situazione di emergenza la propria resilienza, a non perdersi all’interno di un quotidiano che rischia di trasformarsi in prigione oltre che fisica anche e soprattutto emotiva.
Nessun apprendimento cognitivo, può essere coltivato se non ci si prende cura di queste dimensioni. Soprattutto in un momento tanto complesso come questo.
E allora vanno bene tutti i mezzi. Google meet, zoom, telefono, WhatsApp, messaggi, mail.
Uno non è sufficiente. Perché la realtà è complicata.
Viviamo nel tempo dei nativi digitali, ma i giga non sono infiniti e il wifi è una possibilità solo per alcuni.
Le diseguaglianze sociali, economiche e culturali emergono ancora con più evidenza in questi giorni.
E allora non accontentarsi delle video-lezioni, non considerare l’obiettivo raggiunto neanche quando hai la maggioranza della classe connessa. Perché è tua responsabilità cercare di capire dove sono gli altri, perché non ci sono. Perché la “connessione” non è mai scontata, in presenza come in rete. E allora diventa indispensabile cercare il problema e provare a trovare insieme una soluzione.
Non è facile!
Fai questo, ci metti tutto il tempo che hai. Ben oltre il tempo lavorativo. Leggi i lavori dei ragazzi, invii loro commenti e osservazioni. Ti confronti quotidianamente con i colleghi.
Poi arrivano mail, raccomandazioni nel raccogliere puntualmente evidenze di quanto si sta facendo. Non si sa ancora come tutto ciò sarà effettivamente riconosciuto… E allora pensi che bisogna raccontare a tutti la nostra idea, quella che stiamo realizzando tutti i giorni, insomma ciò che stiamo facendo per non lasciare nessun allievo “scollegato”.
Basterà?
Non importa.
Non è il momento di mollare e neanche di arrabbiarsi.
Non adesso!
Ci sono tutte le evidenze del caso. Solo che a volte ti piacerebbe che le domande fossero altre. E che lo sguardo fosse orientato ai ragazzi anche da parte delle Istituzioni. Sono loro che hanno bisogno di esser ascoltati, di uscire dall’invisibilità di queste settimane.
Loro sono l’evidenza.

Da Latina l’esperienza del volontariato con la Caritas e il Comune

Pubblichiamo l’esperienza dell’oratorio salesiano di Latina (ICC) in collaborazione con la Caritas Diocesana e l’amministrazione comunale, scatta da Luca Biancone.
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Riscoprire la cura (anche spirituale) di sé stessi, un tempo per ricentrarsi.
Una preziosa opportunità in questo necessario isolamento casalingo la quale, tuttavia, ha insito l’evidente rischio di dimenticarci degli altri che stanno fuori, del prossimo e di chi, soprattutto in questo momento, ha più bisogno. Da queste esigenze nasce all’interno della comunità salesiana di Latina il desiderio di creare opportunità di servizio da un lato, e di aiuto dall’altro. Un desiderio generatore da cui nasce un progetto realizzato in sinergia con la Caritas Diocesana ed il comune di Latina che proprio in questi giorni prende il via. Tre le principali attività: preparazione presso la mensa dei panini e dei sacchetti da asporto e di distribuzione degli stessi a chi una casa dove stare non ce l’ha; consegna a domicilio di pacchi viveri a tutti coloro che, per varie ragioni, sono impossibilitati ad uscire od in difficoltà economica; affiancamento alla croce rossa (possibilità riservata agli studenti di medicina). Più di 50 volontari, tra cui alcuni giovani maggiorenni della CEP di Latina, hanno dato subito la loro disponibilità ed il progetto è già decollato. Il tutto nel massimo rispetto delle norme di sicurezza: prima fra tutti la distanza dei corpi, ma non quella dei cuori.

Custodi della “Casa di tutti”: la lettera di don Juan Carlos Pérez Godoy, nuovo consigliere per la Regione Mediterranea

L’emergenza sanitaria dovuta al COVID-19 sta colpendo molte famiglie in Italia e in Europa, non risparmiando nemmeno la nostra Famiglia Salesiana. Ci arrivano notizie di Salesiani ricoverati e la preghiera per loro è che guariscano per tornare al più presto alle loro attività. Purtroppo arrivano anche notizie di salesiani deceduti: li affidiamo alla misericordia del Signore, certi che Don Bosco abbia preparato per loro un posto in Paradiso.

Il nuovo incaricato della Regione Mediterranea, don Juan Carlos Pérez Godoy SDB ha scritto, per la prima volta dalla nomina,  una lettera a tutti i salesiani della regione: ci affidiamo alle sue parole per esprimere il dolore per le perdite.

Affidiamo al Signore questi nostri fratelli e tutti quelli che potrebbero essere morti in altre ispettorie della nostra regione e di tutta la Congregazione, nella speranza del Signore Risorto, affinché possano già godere con Don Bosco del Paradiso promesso. Affidiamo anche a nostra Madre Ausiliatrice i nostri confratelli, parenti e amici che sono malati a causa di questa pandemia.

Don Juan Carlos Pérez Godoy prosegue poi ripercorrendo l’esperienza del CG28: 

Ho ancora nel mio cuore e nella mia memoria i giorni vissuti con i giovani, rappresentanti di tutto il mondo salesiano, che hanno condiviso con noi una settimana capitolare. La loro presenza, le loro parole, i loro messaggi, le loro testimonianze, ciò che ci hanno chiesto – almeno per me – è stata una nuova “lettera di Roma”. È come se lo stesso Don Bosco da sua propria iniziativa ci avesse inviato questi giovani per chiederci: “tornate agli origini, al primo amore; tornate a stare in mezzo a noi “. 

La Regione Mediterranea, culla della Congregazione, ha davanti a sé delle sfide:

Consapevoli anche delle nostre debolezze, partiamo dalle grandi potenzialità della nostra Regione: la prima, le persone, tutti i salesiani, di tutte le età e condizioni, i laici innamorati di Don Bosco, la Famiglia Salesiana che uniti e in convergenza di intenzioni e sinergia di forze lavoriamo per l’educazione e l’evangelizzazione dei giovani. Stare con loro, in mezzo a loro, contare con loro è il segreto della nostra fedeltà. Senza di loro non saremo fedeli al prezioso tesoro della vocazione salesiana che ci è stato donato. Essi sono la garanzia del nostro futuro.

Abbiamo la sfida di una maggiore sinergia nel campo della comunicazione, soprattutto le case editrici; un’attenzione particolarissima, con una maggiore sinergia, alla formazione, sia iniziale che permanente dei confratelli e dei laici, e in particolare, come indicava dal Rettor Maggiore nel suo discorso finale, con riferimento all’identità salesiana. E continuare con ciò che è già iniziato in questo sessennio passato: collaborazione tra i Centri Nazionali di PG, formazione dei direttori, studio delle case di formazione, ecc. 

Concludo, cari confratelli, mettendomi a disposizione di tutti. Vi assicuro che mi darò con tutte le mie energie alla missione che mi è stata affidata.