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Cnos-Fap Forlì, i ragazzi trovano lavoro – Un progetto per i futuri falegnami

Da “Il Resto del Carlino”, pubblichiamo un articolo di Fabio Gavelli sull’esperienza del Cnos Fap di Forlì.

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«Ancora prima che finiscano il corso, molti nostri ragazzi sono già occupati. In questo senso, i risultati sono molto brillanti». Sergio Barberio, direttore del Cnos-Fap di Forlì, il centro di formazione dei salesiani in via Episcopio Vecchio, affronta da un’altra angolazione – la formazione professionale – l’inchiesta che il Carlino sta conducendo da giorni: la mancanza di manodopera lamentata dalle aziende. Barberio, quali corsi fate e quanti allievi escono ogni anno? «I corsi più gettonati sono meccanico, tornitore, disegnatore meccanico, elettricista, autoriparatore. In totale vengono formati 80-90 giovani ogni anno, ma la tendenza ormai è di prolungare gli studi fino al quarto anno, come avviene in collaborazione con l’istituto Ipsia di Galeata». Quanti trovano lavoro appena completato il ciclo dai salesiani? «Quasi tutti. Capita anche che fin dal secondo dei tre anni normali di corso, le aziende inseriscano gli allievi. Abbiamo rapporti con circa 140 imprese del territorio, oltre che con le associazioni di categoria dell’artigianato. È una rete che funziona». Perché allora molte aziende fanno così fatica a individuare i profili professionali richiesti? «I problemi sono di varia natura. Tanto per cominciare, molti studenti scelgono i licei e al termine conseguono una laurea breve. Ma tanti allievi dopo un anno di liceo si pentono. Il nodo è l’orientamento, che dovrebbe partire già in seconda e terza media. Invece assistiamo alla scelta delle superiori in base a quello che decidono gli amici o i compagni di scuola». Quanto incidono i fattori culturali? «Moltissimo. Bisogna far capire che ci si può realizzare anche tramite l’Iti o gli istituti professionali. Io preferisco parlare di ‘specializzati in manodopera’ invece di ‘manodopera specializzata’.

Abbiamo tutti la nostra quota di responsabilità, anche noi ovviamente. E penso che sarebbe il caso di fare brevi corsi di formazione anche ai docenti delle medie». Le aziende come si comportando, a suo giudizio? «Con tantissime collaboriamo proficuamente, in generale si stanno interrogando sulla questione». Avete delle forme di accompagnamento degli studenti nelle prime esperienze lavorative? «Sì, sono molto importanti, anche la Regione sulla formazione è lungimirante e mette in campo dei progetti che funzionano. Noi abbiamo poi investito su una figura professionale incaricata di capire quali saranno le figure maggiormente ricercate dalle nostre aziende nel prossimo futuro». I vostri ex studenti sono impiegati soprattutto nel settore metalmeccanico e  industriale? «È così. Non posso parlare di quanto avviene in altri settori, come commercio, edilizia o servizi». All’inizio del 2021 venne annunciato anche un laboratorio per aspiranti falegnami a Rocca San Casciano: è partito? «No, sono sorte delle difficoltà. Ma sarà potenziato un grande laboratorio nella zona industriale di Forlì, con ampie collaborazioni fra le associazioni d’impresa e le istituzioni locali. È prematuro parlarne, ma ha l’ambizione di diventare una sorta di distretto indirizzato alla formazione di falegnami per le nostre aziende del mobile imbottito».

“Attanasio visitò la nostra comunità due giorni prima del tragico agguato”: la testimonianza di un missionario salesiano

Su Il Resto del Carlino è uscito un articolo dove si riporta la testimonianza di don Pietro Gavioli, missionario in Congo nella comunità visitata dall’ambasciatore Luca Attanasio due giorni prima di essere ucciso.

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FINALE EMILIA Due giorni prima di essere ucciso nel tragico agguato presso il villaggio di Kibumba, l’ambasciatore italiano in Congo Luca Attanasio aveva fatto visita alla comunità di Bukavu, dove opera da anni padre Pietro Gavioli, missionario salesiano originario di Massa Finalese. Proprio don Gavioli ha firmato una testimonianza, pubblicata ieri sul settimanale diocesano ‘Nostro Tempo’.

«Sabato 20 febbraio Luca Attanasio è arrivato a Bukavu proveniente da Goma con lo stesso convoglio di due macchine del Pam (Programma alimentare mondiale) messe a sua disposizione dal vicedirettore nazionale del Pam Rocco Leone che lo accompagnava – ricorda don Gavioli -. Sulla strada da Goma a Bukavu (circa 170 chilometri, quasi tutti in terra battuta) si sono fermati per visitare alcune realizzazioni del Pam a favore degli sfollati. Nella Repubblica Democratica del Congo si calcola che ci siano circa 5 milioni di persone, soprattutto donne e bambini, che sono dovute scappare dalle loro terre per sfuggire ai numerosi gruppi armati». La comunità italiana di Bukavu è composta da circa 25 persone, quasi tutti religiosi o religiose: l’ambasciatore Attanasio aveva dato loro appuntamento presso la casa provinciale dei missionari saveriani. «Da quando è stato nominato ambasciatore, Luca Attanasio ha visitato i connazionali almeno una volta all’anno – aggiunge don Gavioli -. Si faceva accompagnare dal console, a disposizione di quanti dovevano rinnovare il passaporto o la patente: in questo modo, si evitava a tutti di dover affrontare un viaggio costoso a Kinshasa». Anche durante l’incontro di sabato 20, Luca Attanasio è stato molto cordiale, ha dato notizie della capitale, ha detto che anche lui e la sua famiglia erano stati toccati dal Covid, «ha fatto parlare Rocco Leone – prosegue don Gavioli – e ci ha presentato Vittorio Iacovacci, il carabiniere sua guardia del corpo». Gli italiani di Bukavu avevano preparato un piccolo rinfresco per gli ospiti, «e qui l’ho salutato: mi ha promesso di tornare per visitare anche la nostra scuola di mestieri», dice il missionario. Padre Gavioli rammenta che «nel Nord e Sud Kivu ogni anno centinaia di persone vengono uccise da gruppi armati, e a causa del clima di violenza che regna in varie regioni, circa 5 milioni e mezzo di congolesi hanno dovuto spostarsi all’interno del Paese. Speriamo che questo assassinio spinga le autorità a prendere le misure per pacificare la nostra regione e tutto l’Est
del Congo. La pacificazione verrà quando ci saranno condizioni di vita e di sviluppo per tutti». I salesiani di don Bosco, per esempio, accolgono nelle scuole professionali i ragazzi più vulnerabili «che potrebbero essere attirati da gruppi armati. Offriamo loro un mestiere e una prospettiva d’avvenire – spiega don Gavioli -. L’ambasciatore Attanasio era molto sensibile a questo aspetto, ed è stato ucciso mentre si recava a visitare opere di soccorso e di sviluppo».