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La parete e il rifugio: tra fatiche e conferme

di Raffaele Mantegazza

La montagna è tutto: è fatica ma è anche gioia, è frescura ma è anche gelo, è rischio e perciò è avventura, è poter-fare ma è anche non-riuscire-a-fare o rinunciare-a-fare. La montagna è tutto perché è la vita, e così dovrebbe essere l’educazione. Accompagnare un ragazzo sulla strada dell’esistenza dovrebbe significare condurlo attraverso percorsi di liberazione ma anche di fatica, insegnargli a godere ma anche a soffrire. Tutto, non la metà di tutto. L’accompagnatore non può trattare la vita come una specie di menu del ristorante, nel quale si sceglie solo ciò che piace o come una specie di percorso a ostacoli predisposto da un sadico.

È piuttosto triste assistere alla contrapposizione in campo educativo tra le posizioni di chi non elogia mai i ragazzi e si limita a criticarli e attaccarli (“altrimenti si adagiano”) e chi invece non vuole mai sottolineare i loro errori per blandirli illudendosi così di averli dalla propria parte. Il genitore che continua a rimproverare e a punire i figli magari portando altri ragazzi come esempi positivi e quello che invece nega l’evidenza davanti alle loro mancanze sono due facce della stessa medaglia: una educazione dimezzata che non si rivolge alla persona intera ma a una personalità spaccata in due a seconda delle convenienze. Ma l’uomo è uno, tutto intero, e deve essere accompagnato educativamente nella sua integralità.

Da qualche tempo è di moda parlare di emozioni in ambito educativo. Ma educare alle emozioni ha senso se ad essere educate sono tutte le emozioni; paura, gioia, rabbia, speranza, ogni umano moto dell’animo deve essere compreso in un progetto educativo. Nulla di umano ci è alieno: la frase di Terenzio non è solo un monito filosofico ma può e deve essere anche un programma pedagogico. In montagna si va con corpo e anima, con paura e rispetto, con gioia e trepidazione.

In un percorso educativo sottolineare esclusivamente la fatica significa mettere in moto un percorso cieco e far entrare i soggetti in un labirinto senza uscita. La fatica insensata distrugge una persona dall’interno, la rode come una malattia. Non è detto che si debba sempre sapere nei dettagli il motivo della fatica richiesta, non è detto che la meta che faticosamente occorre raggiungere sia del tutto chiara e visibile; a volte è la fiducia nell’educatore che permette al ragazzo di affrontare percorsi faticosi. Ma la fatica di per sé non è educativa, essa è un’esperienza che deve essere collocata su uno sfondo di senso, deve avere una finalità, deve stagliarsi sullo sfondo di una relazione. Altrimenti è fatica inutile, e non è il caso di dimenticare che Primo Levi la presenta come uno dei principali strumenti di spersonalizzazione utilizzati dall’anti-pedagogia dei campi di sterminio.

Vivere in un mondo digitalizzato. Un invito a coltivare uno sguardo profondo

Pubblichiamo l’editoriale di don Rossano Sala sul prossimo numero di Note di Pastorale Giovanile.

Sono connesso dunque esisto!

È sempre più una realtà che il mondo giovanile viva immerso nella nuova atmosfera offerta dalla connessione alla rete virtuale: la vita reale tende a coincidere con l’interazione senza interruzione con la rete, creando non semplicemente un doppione della vita “in carne e ossa”, ma un suo perfezionamento o una sua mutazione. Attraverso i personal media in qualunque momento si può essere contemporanei con tutti gli eventi che avvengono nel mondo (pensiamo, ad esempio, alle potenzialità di “Twitter” che ci rende partecipi in tempo reale degli eventi che accadono). Il concetto stesso di vita diviene socializzato in un modo nuovo, in una forma deterritorializzata in cui lo spazio e il tempo assumono forme differenti rispetto all’esistenza passata.
In questo nuovo mondo ciò che viene a mancare radicalmente, dal punto di vista educativo, è la possibilità dell’assistenza nel senso classico del termine: per definizione i personal media sono individuali e prevedono un uso “asociale” e non accompagnato, perché l’educatore non può essere presente e non può quindi “assistere”. Se invece il personal media è utilizzato per relazionarsi ad altri – come di solito avviene –, attraverso un social network, allora in questo nuovo areopago è possibile che un singolo educatore o un’istituzione di pastorale giovanile sia presente, ma certamente in una maniera molto differente rispetto al passato: egli è presente, ma in forma leggera e amicale, paritaria e non gerarchica. È il giovane che decide con chi essere collegato e con chi relazionarsi: la privacy garantita dal personal media esclude di principio la presenza di un educatore e lascia il soggetto in situazione di sostanziale solitudine autoreferenziale nella gestione della propria relazione con le offerte della rete.
Il vero fulcro della decisione e dell’azione è il soggetto individuale ritenuto in genere responsabile e capace di decidere al meglio delle sue amicizie, delle sue frequentazioni e soprattutto delle sue azioni in rete. Sappiamo però, dai dati emergenti e soprattutto dall’esperienza educativa, che non è sempre così: gli adolescenti e i giovani appaiono troppe volte vittime sottomesse di questi strumenti più che gestori responsabili della loro “libertà virtuale”. Solo per fare un esempio, la diffusione a macchia d’olio della pornografia, del sexting e del gioco d’azzardo via internet sono piaghe del mondo giovanile – e non solo – che non si possono sottovalutare, ma emergono come segni di un autismo esistenziale e una relazione oggettivante che deve far riflettere seriamente la società nel suo insieme, nel momento in cui si vorrebbe proporre come società educante.

Continuare a pensare nell’era digitale

La rete allora, potremmo dire, non solo tendenzialmente ci rende più stupidi – in quanto indebolisce e riduce la capacità di lettura profonda della realtà e ci toglie quello spirito critico che ha bisogno di concentrazione e distanza riflessiva per essere vigile e reattivo – ma ci offre opportunità inedite e non filtrate di scadere in alcuni comportamenti che rischiano di non solo di essere moralmente inqualificabili, ma di diventare patologici sotto ogni punto di vista, disgregando un tessuto sociale, culturale e morale condiviso che sempre fa da piattaforma ad una civiltà umana degna di questo nome.
Per i giovani questo non può che aumentare la fatica nello sforzo di diventare adulti, accordando la propria esistenza con le esigenze di verità, di bontà, di bellezza, di giustizia e di santità che risiedono nel loro cuore e che rischiano di essere sempre più schiacciate:

Alla fine, quello che è davvero importante non è tanto il processo del divenire quanto ciò che diventiamo. Negli anni Cinquanta Martin Heidegger osservò: “La rivoluzione della tecnica che ci sta travolgendo nell’era atomica potrebbe riuscire ad avvincere, a stregare, a incantare, ad accecare l’uomo così che un giorno il pensiero calcolante sarebbe l’unico ad avere ancora valore”. La nostra capacità di impegnarci nel “pensiero meditante”, che Heidegger vedeva come la vera essenza dell’umanità, potrebbe soccombere a un troppo rapido progresso. L’avanzata tumultuosa della tecnologia rischierebbe di sommergere quei raffinati pensieri, emozioni, e percezioni che nascono soltanto dalla contemplazione e dalla riflessione[1].

Un indebolimento e una maggiore fragilizzazione dell’umano sono delle conseguenze inevitabili al fatto che siamo sommersi da un’enorme quantità di materiale comunicativo, che non abbiamo il tempo di valutare, ma che siamo costretti ad assumere in forma bulimicamente irriflessa. Il sovraffollamento della carta stampata, delle centinaia di canali televisivi e di connessioni continue segnano certamente una vera e propria aggressione mediatica organizzata da cui difendersi e prendere distanza critica. Capacità che, senza ombra di dubbio, nessun adolescente e nessun giovane possiede per natura propria e nemmeno per grazia infusa. Ciò che fino a questo momento risulta essere assodato è che «siamo di fronte a una crisi di proporzioni epocali: si sta verificando una sorta di sfaldamento dello statuto antropologico tradizionale dell’individuo»[2].

 

NPG, è uscito il nuovo numero di febbraio

La strategia preventiva. A proposito di un utile e necessario “vademecum”

Rossano Sala

Prevenire, non reprimere!

San Giovanni Bosco è famoso perché ha indicato nel “sistema preventivo” il suo programma educativo. Storicamente questa idea è stata abbozzata, nei suoi primordi, dall’incontro con i giovani nel carcere.
Appena dopo l’ordinazione, il giovane sacerdote piemontese ha frequentato per ben tre anni il Convitto Ecclesiastico (1841-1844), sotto la guida sapiente e audace di san Giuseppe Cafasso. In questo tempo, secondo le Memorie dell’Oratorio, incominciano le sue prime “esperienze oratoriane”, i suoi primi “esperimenti pastorali” che pian piano matureranno fino a diventare una scuola di santità per i giovani e per gli educatori. Egli segue il suo maestro, vivendo con fiducia le esperienze che questo uomo santo gli indica. E per questo va anche in carcere:

Per prima cosa egli prese a condurmi nelle carceri, dove imparai tosto a conoscere quanto sia grande la malizia e la miseria degli uomini. Vedere turbe di giovanetti, sull’età dei 12 ai 18 anni; tutti sani, robusti, d’ingegno svegliato; ma vederli là inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentar di pane spirituale e temporale, fu cosa che mi fece inorridire. L’obbrobrio della patria, il disonore delle famiglie, l’infamia di se stesso erano personificati in quegli infelici. Ma quale non fu la mia maraviglia e sorpresa quando mi accorsi che molti di loro uscivano con fermo proposito di vita migliore e intanto erano in breve ricondotti al luogo di punizione, da cui erano da pochi giorni usciti (Memorie dell’oratorio, Seconda decade, 11).

Famiglie e giovani nel recente cammino sinodale della Chiesa

Pastorale giovanile e famiglia /1

Gustavo Cavagnari

(NPG 2020-01-53)

La consapevolezza ecclesiale riguardo alla famiglia

Consapevole che il matrimonio e la famiglia sono tra i beni più preziosi «da cui la società non può prescindere»,[1] la Chiesa ha da sempre sostenuto, aiutato, accompagnato e illuminato coloro che vivono o si preparano a vivere il proprio progetto coniugale e familiare. La Costituzione pastorale sulla Chiesa del Concilio Vaticano II ha ricordato ancora una volta che il matrimonio è «l’intima comunità di vita e d’amore coniugale» stabilita dall’alleanza tra un uomo e una donna e strutturata con leggi proprie,[2] e la sua Costituzione dogmatica sulla Chiesa ha anche fatto presente che «da questo connubio procede la famiglia».[3]
Se tra le numerose questioni che destarono l’interesse del Concilio il matrimonio e la famiglia meritarono particolare menzione, questo è dovuto anzitutto al fatto che la loro verità ultima la si trova nel disegno divino rivelato pienamente in Gesù Cristo. Con la redenzione da Lui operata (Ef 5,21-32), il Signore riportò il matrimonio e la famiglia alla loro forma originale (Mc 10,1-12) restaurandoli a immagine della Trinità (AL 63). Per la fede cattolica, dunque, è proprio nel piano di Dio Creatore e Redentore che «la famiglia scopre non solo la sua “identità”, ciò che essa “è”, ma anche la sua “missione”, ciò che essa può e deve “fare”».[4]
In questa luce si comprende perché la Chiesa considera «il servizio alla famiglia uno dei suoi compiti essenziali».[5] Eppure, perché questo impegno pastorale possa avverarsi, la Chiesa è conscia che, oltre alla Sacra Scrittura e alla sua stessa tradizione magisteriale sull’argomento (AL 6), occorre «uno sguardo lucido e assolutamente realistico alla realtà della famiglia oggi, nella varietà e complessità dei contesti culturali in cui si trova».[6]