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“Il sogno che fa sognare”: la lettura teologica di don Bozzolo, Rettore Magnifico dell’UPS

Dall’agenzia ANS.

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(ANS – Torino) – Il secondo appuntamento nella Basilica di Maria Ausiliatrice di Torino-Valdocco sul Sogno dei Nove Anni di Don Bosco, in relazione alla Strenna 2024 del Rettor Maggiore, ha proposto lunedì 15 gennaio 2024, l’approfondimento teologico di don Andrea Bozzolo, Rettore Magnifico dell’Università Pontificia Salesiana (UPS) di Roma.

Come atteso, questa rilettura del momento fondante del carisma salesiano ha fornito, all’ampio uditorio presente e a quello collegato in streaming, gli elementi che mostrano l’ancoraggio pieno dell’esperienza del piccolo Giovannino alla tradizione biblica e all’annuncio del Vangelo. Una via originale, quella percorsa dal Rettore Magnifico dell’UPS, per allargare lo sguardo oltre il “programma” educativo del Padre e Maestro dei Giovani – evidente al primo approccio – ed entrare nel cuore della sua spiritualità.

L’incontro, desiderato e organizzato dal Rettore della Basilica, don Michele Viviano, è stato aperto dalla visione delle sequenze del film di Leandro Castellani “Don Bosco” (realizzato nel 1988, a cento anni dalla morte del santo) nelle quali Pio IX chiede al prete di Torino, ancora incerto sulla sua strada, di individuare il momento fondante della sua esperienza. Siamo nel 1858, Don Bosco riscopre con l’aiuto del Papa il nucleo della chiamata per lui, avvenuta nel linguaggio del sogno, quando si stava affacciando alla vita e l’interrogativo che portava con sé era: “Che cosa farò da grande?”.

Il fondatore dei salesiani impiegherà molto tempo a rispettare la richiesta di Pio IX di mettere nero su bianco la memoria di quell’evento così intimo: le reazioni – quando l’aveva raccontato al mattino in famiglia – erano state tra l’ironico e il perplesso: i fratelli prefigurarono un lavoro da mandriano o da capo di una banda di malfattori, la nonna suggerì di non dare peso ai sogni; solo Mamma Margherita intravide il germe di una chiamata al sacerdozio. Lo stesso Giovannino propese per considerarlo una fantasia da cui non farsi condizionare.

Nella sua attività non “userà” esplicitamente quel sogno per attirare i giovani a Valdocco o per delineare il metodo dell’accoglienza, ma continuerà a custodirlo nel cuore. Solo nel 1874, seduto alla scrivania, risponderà al Papa ricostruendo gli elementi di quella che – solo al termine della vita, nell’Eucarestia ultima che celebrerà nella Basilica del Sacro Cuore a Roma, davanti all’immagine di Maria Ausiliatrice – comprenderà essere sarà stata una chiamata personale straordinaria.

È questa la chiave disponibile per rileggere la biografia di questo “fondatore”, pareggiabile a Benedetto da Norcia, a Francesco d’Assisi, a Domenico di Guzman, a Ignazio di Loyola. Con un compito adeguato ai tempi della Storia e della Chiesa: quello della riconducibilità di ogni giovane a un cammino di avvicinamento a Dio, fino a toccare le vette della santità, in una società percorsa dalla teorizzazione della lontananza da Lui come valore apparente di libertà.

Il “caso” di san Domenico Savio – giovane chierichetto di Don Bosco, desideroso di accostarsi al sacramento dell’Eucarestia prima dei tempi allora previsti dalla prassi cattolica – richiamato da una domanda dei presenti, ha dato al relatore l’opportunità di sottolineare quanto la valutazione che dovettero fare i presbiteri, chiamati a dare una risposta, corrispondesse all’invito di Gesù agli apostoli di considerare i piccoli un modello per accogliere il Regno.

C’è una perfetta aderenza teologica del “Sogno dei Nove Anni” alla tradizione ebraica e cristiana: la stessa “via” del sogno è stata seguita da Dio per rivolgersi a Giacobbe e ai patriarchi; e poi a Maria di Nazareth, a Giuseppe, a Paolo di Tarso. È una modalità che non assicura certezze, se non la possibilità di capire retrospettivamente la portata della sollecitazione ricevuta dallo Spirito.

Anche perché questi “sogni” affidano responsabilità immani, che la persona non potrebbe mai accettare se si rendesse conto della loro consistenza. Sono vere sfide alla ragionevolezza e alla concretezza. Sono progetti “impossibili”, ha rimarcato don Bozzolo, ma proprio per questo vengono affidati a persone che hanno fiducia in di Dio. “Tu lo farai possibile” venne risposto a un Giovanni Bosco che, ancora sognante, non aveva perso il senso della realtà e intendeva sapere “come” sarebbe avvenuta la metamorfosi dei lupi in agnelli.

La risposta nel sogno, e nella realtà della fede, è la mano di Colei – alla quale Mamma Margherita ha insegnato a rivolgersi nella preghiera – che si appoggia sulla spalla del ragazzo: la “signora” non dà risposta, non dà istruzioni o raccomandazioni; ma assicura la sua vicinanza, la sua benevolenza, la sua protezione. È quanto basta per lanciarsi nella sequela di Cristo, senza aspettarsi di avere tutto chiaro. Paradossalmente, ha spiegato il relatore, più luce si riceve più ci si trova nel buio: il discepolo può far strada solo camminando. È una “scommessa” che ha fondamento nella resurrezione di Gesù, ossia nel fatto che ha lasciato traccia della vittoria sulla morte, l’impossibile più estremo.

Il sogno si conclude fra le lacrime: di paura? di gioia? Intanto si sente come pestato. Giovannino domanda ai suoi interlocutori “chi siete?” e non ha risposta. La mamma gli aveva insegnato a chiedere, agli sconosciuti che incontrava, chi fossero. Ma il loro nome non viene detto. È stato così per Abramo, così per Mosè quando sono stati raggiunti dalla Parola: Dio non ha un nome che possiamo conoscere. Quando proviamo a citarlo possiamo solo balbettare qualche consonante. Se è questa la matrice comune all’esperienza dei Nove Anni, si è di fronte a una santità che attraversa tutto il tempo, ad un’opera che supera le contingenze.

Mentre si contempla questo episodio mistico, sorge la domanda – che una giovane ha posto alla conclusione dell’incontro nella Casa di Maria a Valdocco: “Come riconoscere la trascendenza nella nostra esperienza?”. “La vita è abitata da una chiamata” ha risposto il relatore, “ciò che ci sta intorno non è uno spettacolo. La vita di ciascuno è destinata agli altri, ogni vita è strutturalmente una chiamata. È qualcosa che ci appartiene anche se non l’abbiamo messa noi dentro di noi. Per questa ragione dobbiamo dare spazio alla Parola di Dio perché possa emergere ed essere compresa”.

Questa contemplazione trova un valido ausilio nel libro che a conclusione dell’incontro è stato messo a disposizione dei presenti, e che si trova in libreria: “Il sogno dei nove anni – Lettura teologica” scritto dallo stesso don Bozzolo, edito e tradotto in più lingue dalla Libreria Ateneo Salesiano.

Antonio R. Labanca

LA MEMORIA DEL FUTURO. Abbiamo un sogno. Ed è la nostra più grande ricchezza

Dall’agenzia ANS.

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IL MESSAGGIO DEL RETTOR MAGGIORE, Card. Ángel Fernández Artime

Duecento anni fa, un ragazzino di nove anni, povero e senza altro futuro se non quello di fare il contadino, fece un sogno. Lo raccontò al mattino a madre, nonna e fratelli, che la presero sul ridere. La nonna concluse: «Non bisogna badare ai sogni». Molti anni dopo, quel ragazzo, Giovanni Bosco, scrisse: «Io ero del parere di mia nonna, tuttavia non mi fu mai possibile togliermi quel sogno dalla mente».

Perché non era un sogno come tanti altri e non morì all’alba.

Tornò e tornò altre volte. Con una carica trascinante di energia. Era fonte di gioiosa sicurezza e di forza inesauribile per Giovanni Bosco. La fonte della sua vita.

Al processo diocesano per la causa di beatificazione di Don Bosco, Don Rua, suo primo successore, testimoniò: «Mi raccontò Lucia Turco, appartenente a famiglia, ove D. Bosco recavasi sovente a trattenersi coi di lei fratelli, che un mattino lo videro arrivare più giulivo del solito. Interrogato quale ne fosse la causa, rispose che nella notte aveva avuto un sogno, che tutto l’aveva rallegrato. Pre­gato a raccontarlo, espose che aveva visto a venire verso di lui una Signora, che aveva dietro di sé un gregge molto numeroso, e che avvicinatasi a lui, lo chiamò per nome e gli disse: – Ecco Giovannino: tutto questo gregge lo affido alle tue cure. Intesi poi da altri che egli chiese: – Come farò io ad aver cura di tante pecore? E tanti agnelli? Dove troverò i pascoli per mantenerli? La Signora gli rispose: – Non temere, io ti assisterò, e poi sparì.

Da quel momento i suoi desideri di avvicinarsi agli studi per riuscire prete diven­nero più ardenti; ma gravi difficoltà si opponevano per le strettezze della famiglia, ed anche per opposizione che faceva il fratellastro Antonio, il quale avrebbe voluto che egli pure attendesse ai lavori di campagna come lui…»

Effettivamente tutto sembrava impossibile, ma il comando di Gesù era stato “imperioso” e dolcemente sicura l’assistenza della Madonna.

Don Lemoyne, il primo storico di Don Bosco, infatti riassume così il sogno: «Gli era parso di vedere il Divin Salvatore vestito di bianco, raggiante per luce splendidissima, in atto di guidare una turba innumerabile di giovanetti. Rivoltosi a lui aveagli detto: – Vieni qua: mettiti alla testa di questi fanciulli e guidali tu stesso. – Ma io non sono capa­ce, rispondeva Giovanni. Il Divin Salvatore insistette imperiosamente finché Giovanni si pose a capo di quella moltitudine di ragazzi e cominciò a guidarli giusto il comando che eragli stato fatto».

In seminario, Don Bosco come motivazione della sua vocazione scrisse una pagina di umiltà ammirevo­le: «II sogno di Morialdo, mi stava sempre impresso; anzi si era altre volte rinnovato in modo assai più chiaro, per cui volendoci prestar fede doveva scegliere lo stato ecclesiastico, cui appunto mi sentiva propensione: ma non voleva credere ai sogni, e la mia maniera di vivere, e la mancanza assoluta delle virtù necessarie a questo stato rendevano dubbioso e assai difficile quella deliberazione».

Noi possiamo essere sicuri: egli aveva riconosciuto il Si­gnore e sua Madre. Nonostante la sua modestia, non dubi­tava affatto di essere stato visitato dal Cielo. Non dubitava nemmeno che quelle visite fossero destinate a svelargli il suo avvenire e quello della sua opera. Lui stesso l’ha detto: «La Congregazione salesiana non ha fatto un passo sen­za che un fatto soprannaturale glielo avesse consigliato. Non è arrivata al punto di sviluppo in cui si trova senza un ordine speciale del Signore. Tutta la nostra storia passata, noi avrem­mo potuto scriverla in anticipo nei suoi più umili partico­lari…».

Per questo le Costituzioni salesiane cominciano con un “atto di fede”: «Con senso di umile gratitudine crediamo che la Società di san Francesco di Sales è nata non da solo progetto umano, ma per iniziativa di Dio».

Il testamento di Don Bosco

Il Papa stesso chiese ordinò a Don Bosco di scrivere il sogno per i suoi figli. Lui cominciò così: «A che dunque potrà servire questo lavoro? Servirà di norma a superare le difficoltà future, prendendo lezione dal passato; servirà a far conoscere come Dio abbia egli stesso guidato ogni cosa in ogni tempo; servirà ai miei figli di ameno trattenimento, quando potranno leggere le cose cui prese parte il loro padre, e le leggeranno assai più volentieri quando, chiamato da Dio a rendere conto delle mie azioni, non sarò più tra loro».

Don Bosco lascia trasparire chiaramente l’intenzione di coinvolgere il lettore nell’avventura narrata, fino a renderlo partecipe di essa come una storia che lo riguarda e che egli, trascinato nel racconto, è chiamato a proseguire. La narrazione del sogno diventa chiaramente il “testamento” di Don Bosco.

Qui c’è la missione: la trasformazione del mondo incominciando dai più piccoli, dai più giovani, dai più abbandonati. C’è il metodo: la bontà, il rispetto, la pazienza. C’è la sicurezza della protezione forte della Santa Trinità e quella tenera e materna di Maria.

Nelle Memorie dell’Oratorio, Don Bosco racconta che vent’anni dopo il primo sogno, nel 1824, fece «un nuovo sogno che pare un’appendice di quello fatto ai Becchi quando avevo nove anni. Sognai di vedermi in mezzo ad una moltitudine di lupi, di capre e capretti, di agnelli, pecore, montoni, cani ed uccelli. Tutti insieme facevano un rumore, uno schiamazzo o meglio un diavolio da incutere spavento ai più coraggiosi. Io voleva fuggire, quando una Signora, assai ben messa a foggia di pastorella, mi fece cenno di seguire ed accompagnare quel gregge strano, mentre ella precedeva…

Dopo avere molto camminato mi sono trovato in un prato, dove quegli animali saltellavano e mangiavano insieme senza che gli uni tentassero di nuocere agli altri.

Oppresso dalla stanchezza voleva sedermi accanto di una strada vicina, ma la pa­storella mi invitò a continuare il cammino. Fatto ancora breve tratto di via, mi sono trovato in un vasto cortile con porticato attorno, alla cui estremità eravi una chiesa. Allora mi accorsi che quattro quinti di quegli animali erano diventati agnelli. Il loro numero poi divenne grandissimo. In quel momento sopraggiunsero parecchi pasto­relli per custodirli. Ma essi fermavansi poco e tosto partivano. Allora succedette una meraviglia. Molti agnelli cangiavansi in pastorelli, che crescendo prendevano cura degli altri. Io voleva andarmene, ma la pastora mi invitò di guardare al mezzodì. ‘Guarda un’altra volta’, mi disse, e guardai di nuovo. Allora vidi una stupenda ed alta chiesa. Nell’interno di quella chiesa era una fascia bianca, in cui a caratteri cubitali era scritto: Hic domus mea, inde gloria mea».

Per questo, quando entriamo nella Basilica di Maria Ausiliatrice, entriamo nel sogno di Don Bosco.

Che chiede di diventare il «nostro» sogno.

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Il filo rosso: week-end di formazione CGS 2023

Pubblichiamo il resoconto del weekend formativo dell’associazione CGS.

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Si dice che nella vita di ciascuno sia presente un invisibile filo rosso che intrecci delicatamente l’esistenza di una persona a quella di qualcun altro. Appena si arriva al Centro Nazionale Opere Salesiane, a Roma, salendo le scale, risalta subito all’occhio un enorme rocchetto di filo rosso con accanto un ago, come il presagio di un sogno, che sussurra: “Attenzione, sta per succedere qualcosa di importante: delle vite si stanno per incontrare”. Così inizia la storia di tutti coloro che, da 12 circoli locali di tutta Italia, hanno partecipato al week-end di formazione per giovani animatori e dirigenti organizzato dall’Associazione nazionale CGS – Cinecircoli Giovanili Socioculturali APS, tenutosi tra il 3 e il 5 novembre 2023. Un incontro che ha fatto la differenza, e non poteva accadere diversamente, essendo opera di un abile sarto come Don Bosco.

Siamo capaci di sognare? Questa è la domanda che ha dato inizio al tutto. Don Elio Cesari, presidente nazionale del CNOS, insieme a Cristiano Tanas, presidente nazionale CGS, hanno lanciato a tutti i partecipanti una provocazione fondamentale: i sogni sono vocazioni che si coltivano nell’oggi, altrimenti restano solo illusioni. Sognare ha sempre aiutato Don Bosco a seguire il proprio cuore, e in particolare gli ha fatto da guida il suo (ormai celebre) “sogno dei nove anni”, che lo ha accompagnato, forse inconsapevolmente, in tutte le decisioni. Qualcuno ha visto più lontano di lui. Alla base delle attività proposte dai CGS, infatti, dal teatro al cinema, dall’arte alla musica, c’è sempre la concretezza di un sogno. Quale? Il desiderio di far sognare ai giovani non i sogni di qualcun altro, ma i loro.

Queste parole hanno trasportato tutti nell’idea di una “Italia Salesiana”, anche se di dimensioni ridotte, e non c’è forse momento più interessante di quello in cui delle persone sconosciute, di cui magari si è intravisto a malapena il volto, assumono un nome e un’identità. Lasciare che cinquanta persone giochino insieme, come se fossero tornati bambini in oratorio, è un’esperienza che unisce nel profondo. Da lì è seguito un flusso spontaneo di sorrisi, storie svelate, cornetti caldi, caffè, karaoke, dialetti a confronto e sogni comuni. I racconti dei ragazzi si completavano a vicenda, come se si conoscessero da sempre, a dimostrazione del fatto che non è la quantità del tempo a rendere un rapporto speciale, ma la sua intensità, a discapito di qualsiasi distanza.

Alla fine, forse, è tutta una questione di forma e sostanza, come ha spiegato la giornalista Marta Rossi nel suo intervento formativo: oggi siamo abituati a credere a qualsiasi apparenza, senza testarne la profondità; si crede persino al fatto che Steven Spielberg sia un accanito cacciatore di triceratopi. Come si può contrastare allora la bolla irrazionale della disinformazione e andare oltre ciò che gli occhi vedono? Imparare a comunicare nel modo giusto. Ogni parola è portatrice di ciò che siamo, se è vero quando si dice che un uomo vale quanto la sua parola. Ma non può essere un processo autoreferenziale, è necessario che ci si ricordi che la domanda fondamentale rimane “per chi?”: il terreno fertile delle parole è l’ascolto di qualcun altro e persino il silenzio e il fatidico “non lo so” possono fruttare molto nella comunicazione.

In virtù di queste riflessioni, ai ragazzi è stata data in seguito la possibilità di mettersi alla prova e di decidere come comunicare al pubblico le emozioni provate nel week-end di formazione, dando libero sfogo alla loro creatività: dai trend di Tik Tok e Instagram alle rappresentazioni grafiche, dalla visione di video all’uso accurato delle parole. La realizzazione finale dei progetti ha fatto emergere la grande diversità e unicità dei singoli partecipanti, invogliati soprattutto al confronto in vista di un obiettivo comune.

Come poteva mancare, inoltre, nel week-end di formazione una tappa dedicata al cinema? Irene Sandroni, antropologa culturale, ha dato a ciascuno una lente di ingrandimento per analizzare attentamente il cuore di un film o di un cortometraggio, ma facendo un passo indietro dall’impulsività delle emozioni immediate. Nessuna inquadratura è casuale, perché sono i dettagli a fare la differenza e a raccontare agli occhi molto più di quanto possa fare un dialogo. Il cineforum serale è stato caratterizzato dalla proiezione dei cortometraggi “When you wish upon a star” di Domenico Modafferi e “Frontiera” di Alessandro Di Gregorio, grazie ai quali ci si è potuti mettere temporaneamente nei panni del regista, oltre che in quelli personali dello spettatore.

A Raffaella Zoppi, educatrice sociale, sono state affidate le battute finali dei tre giorni di formazione, incentrate sul tema dell’educazione. Si è a lungo dibattuto sulle definizioni di “educatore” e “animatore”, perché avere a che fare con i giovani richiede anima, ma allo stesso tempo competenze per aiutarli ad esprimere se stessi. Si è riflettuto sul fatto che tanto la figura dell’educatore culturale, quanto quella del giovane, rischia di incorrere ad oggi in un’idealizzazione opprimente, che non lascia spazio all’errore e all’incertezza del futuro. Il motto salesiano “Giovani per i giovani”, dunque, evolve in “Giovani con i giovani”, perché le risposte non sono mai a portata di mano e si cammina insieme per trovarle.

Concludendo, il week-end di formazione di quest’anno ha concesso al filo rosso di intricarsi talmente tanto da creare una rete che attraversa tutta l’Italia dei CGS. Ma la verità è che ha legato tutti i partecipanti ad una missione importante, affinché l’incontro annuale di formazione non rimanesse fine a se stesso. Così ha detto don Elio Cesari nell’omelia della messa conclusiva: “Quello che Gesù propone è la guarigione dalla malattia dell’ipocrisia che ci fa vivere scissi tra la verità di noi stessi e la maschera che indossiamo”. Una testimonianza credibile risiede nella capacità di accogliere le proprie debolezze e di amare quelle degli altri per curarle. La speranza è che ogni persona, che ha fatto esperienza del week-end di formazione, custodisca in sé l’importanza della verità, quando sogna, quando comunica, quando osserva, quando educa. L’unico modo è rimanere nella scia del vero Maestro, prima di poter diventare punti di riferimento per i più piccoli.

Chiara Ferraro (CGS Ubuntu, Recale)