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I “sentieri innovativi” della Dad: Avvenire parla del progetto di UsAid

Sul quotidiano Avvenire di oggi, in un articolo di Paolo Ferrario si parla del progetto “La risposta del VIS, Salesiani per il sociale Aps e CNOS-FAP all’emergenza COVID-19 in Italia – Salesian Solidarity with Italy: the Emergency Response to COVID-19”.

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«Ha veramente senso contrapporre le modalità della didattica in presenza con quelle a alla distanza?». Con circa la metà della popolazione scolastica riconsegnata alla Dad (i 2,6 milioni di alunni delle superiori più le seconde e terze classi delle medie delle zone rosse), la domanda decisiva per cercare di capire la fase che stiamo attraversando, senza alimentare polemiche ma con l’obiettivo di cogliere il buono che c’è anche nell’emergenza, la pone il pedagogista Italo Fiorin sull’ultimo numero di Tuttoscuola . L’opportunità della Dad «Emergenza significa che qualcosa che era nascosto sta venendo alla luce», sottolinea Fiorin. Per l’esperto di educazione, quella che si sta manifestando è «una grande opportunità: servirsi del digitale non per sostituire (o per supplire) la didattica in presenza, ma per allargarne le possibilità e renderla più efficace». Continua Fiorin: «Si fa strada l’idea di una didattica integrata, di un uso del digitale anche in presenza e di un lavoro a distanza che batta sentieri innovativi». Un «incubo» per gli alunni Senza dimenticare, va detto, la fatica che insegnanti e studenti stanno facendo, soprattutto in contesti territoriali ancora tecnologicamente arretrati. Stando all’ultima indagine Global campaign education , il 55,7% degli alunni ha problemi di connettività, il 42% denuncia la mancanza di strumenti e il 25% ha limitata capacità di utilizzo dei software . Inoltre, un sondaggio di Skuola.net su un campione di tremila studenti di superiori e università, rivela che per quasi uno su due la Dad è «un incubo» e il 70% è arrabbiato con il mondo degli adulti per la sospensione delle lezioni in presenza dopo poche settimane. Infine, come riporta lavoce.info citando i dati di tre ricercatori dell’università di Oxford (Per Engzell, Arun Frey, Mark Verhagen), «la riduzione dei punteggi nei test associata alle otto settimane di chiusura in Olanda corrisponde al danno cognitivo che si avrebbe con una riduzione del 20 per cento della durata dell’anno scolastico. La riduzione del punteggio risulta del 55 per cento più ampia per i bambini provenienti da famiglie con un livello più basso di istruzione». «Le scuole non sono le aule» La necessità di rendere più equa e inclusiva la didattica a distanza, non esclude, però, la possibilità di far tesoro anche di questa esperienza.

«Le scuole non sono chiuse», protesta Maria Prodi, insegnante di Storia e Filosofia al liceo classico “Giovanni Prati” di Trento, blogger ed ex assessore all’Istruzione della Regione Umbria. «Le scuole non sono le aule – ricorda -. La scuola è dove una comunità di maestri e allievi si ritrova. Anche online , se l’emergenza lo chiede». Vista attraverso uno schermo, la scuola sa riservare anche belle sorprese. «In tanti anni – racconta l’insegnante trentina – non mi era mai capitato che gli studenti mi ringraziassero alla fine della lezione. Invece, alla fine del collegamento tutti ringraziano. Si rendono finalmente conto che non sono loro che lavorano per me, ma io per loro. Hanno capito che la scuola di emergenza, ma anche la scuola normale, è per loro. Che tutto si regge su un patto, non scritto, di collaborazione e fiducia, che ha come scopo la crescita intellettuale e umana degli studenti. Ecco perché quando sento dire che la scuola è chiusa da sei mesi mi amareggio. Quando torneremo finalmente alla normalità avremo imparato un sacco di cose che potremo usare ancora per rendere più varia ed efficace la nostra didattica». 

Alla scuola che resiste è dedicato il progetto #LeScuole del ministero dell’Istruzione, che sui propri canali social vuole raccogliere e raccontare le buone pratiche che, dal basso, stanno cambiando anche il modo di fare scuola. La prima esperienza raccontata è quella dell’Istituto tecnico industriale statale “Galileo Galilei” di Roma, dove si fa didattica utilizzando anche i visori e si progettano robot. «Fin dal 5 marzo, il giorno in cui abbiamo dovuto chiudere l’attività in presenza, abbiamo pensato al futuro – spiega la dirigente scolastica, Elisabetta Giustini -. E i ragazzi ce la stanno mettendo tutta. Ci siamo preparati alla ripartenza: alcuni dei nostri studenti hanno partecipato in estate al cablaggio dei quattro piani della nostra scuola. Abbiamo riaperto le nostre porte il 4 settembre, accogliendo le classi prime e dando ad ognuno un tablet». Un impegno sottolineato dalla stessa ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, che ha voluto complimentarsi con la comunità scolastica del “Galilei”: «In questi mesi così particolari le istituzioni scolastiche hanno reagito di fronte alle difficoltà, hanno colto l’occasione per accelerare l’innovazione, hanno dimostrato coraggio, fantasia. E la comunità scolastica del “Galilei” di Roma ne è l’esempio».

C’è una categoria di alunni per cui la Dad è una sfida doppia: sono i 512mila studenti degli istituti di formazione professionale, per i quali le attività di laboratorio rappresentano una quota molto significativa del monte ore delle lezioni. Così, per non lasciare davvero indietro nessuno, in questi giorni i Salesiani per il sociale stanno distribuendo 470 dispositivi, tra tablet e pc, agli studenti più vulnerabili di sedici regioni italiane. L’iniziativa è finanziata da Usaid, l’agenzia governativa degli Stati Uniti che opera in più di 100 Paesi del mondo. L’iniziativa coinvolgerà più di 24mila destinatari totali tra studenti, insegnanti, famiglie, migranti e rifugiati per tutti i quindici mesi della durata del progetto.

«Scuola chiuse» Pasticcio in Puglia «Prendiamo una decisione difficile, sospendiamo la didattica in presenza in tutte le scuole di ordine e grado» annuncia il 28 ottobre il governatore della Puglia, Michele Emiliano. L’ordinanza entra i vigore il 30, tra le proteste dei genitori e della ministra Azzolina. Poi inizia il valzer delle sentenze dei Tar: quello di Lecce conferma tutto, quello di Bari invece ribalta la decisione. Alla fine, due giorni fa, i giudici sentenziano: scuole aperte, ma Dad sempre possibile su richiesta dei genitori.

Anche il governatore della Campania De Luca decreta che dal 2 di novembre tutte le scuole debbano rimanere chiuse, asili e nidi compresi. In questo caso il Tar blinda la sua decisione: «È nelle sue competenza, la salute pubblica prima di tutto». Le proteste di genitori e insegnanti si moltiplicano, ma la Regione tira dritto: «Fino al 24 novembre non si torna indietro». Ma proprio in queste ore De Luca ha aggiunto: «Senza sicurezza, non riapriamo». 3 Stop in Calabria e Basilicata Contagi su? Le scuole (tutte) vanno chiuse. È il ragionamento che fanno anche Basilicata e Calabria quando la seconda ondata inizia a macinare contagi e ricoveri. Entrambe le Regioni finiscono così con l’emanare ordinanze in tal senso: in Basilicata bimbi a casa fino al 3 dicembre, in Calabria fino al 28 (ma è difficile pensare che l’ordinanza non venga prorogata). 

 

Progetto UsAid: tablet e pc contro le disuguaglianze scolastiche

Pubblichiamo il comunicato stampa di Vis, Salesiani per il Sociale APS e Cnos Fap sulla prima distribuzione di tablet al CFP del Pio XI di Roma, nell’ambito del progetto UsAid.

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Problemi di connettività (44,7%), di mancanza di strumenti (42%) e limitata capacità di utilizzo del software necessario (25,9%) sono tra le cause che, secondo una recente ricerca, hanno aumentato le disuguaglianze tra gli studenti durante la didattica a distanza.
C’è una categoria di alunni per cui la dad rappresenta una sfida doppia: sono gli oltre 512mila studenti degli istituti di formazione professionale presenti in Italia. Per loro fare dad significa non solo seguire le materie teoriche tramite un pc o tablet a disposizione, ma anche cercare di esercitarsi nelle attività di laboratorio.

Per questo motivo con il supporto degli USA e in partnership con Salesian Missions, il progetto “La risposta del VIS, Salesiani per il sociale Aps e CNOS-FAP all’emergenza COVID-19 in Italia – Salesian Solidarity with Italy: the Emergency Response to COVID-19” prevede la distribuzione in 16 Regioni italiane di 470 dispositivi tra tablet per studenti vulnerabili, di cui 350 andranno ai centri di formazione professionale.

Tra gli studenti che beneficeranno subito di questa iniziativa, anche le ragazze che studiano al primo anno per diventare estetiste al Centro di formazione professionale salesiano Pio XI di Roma, parte di quegli oltre 35mila giovani che studiano nei centri di formazione professionale in Lazio. Oggi hanno ricevuto un tablet per poter seguire fin da subito le materie teoriche a distanza e per prepararsi a usarlo anche per i laboratori di onicotecnica, trucco e massaggi. Le materie pratiche, infatti, sono al momento le uniche ancora possibili in presenza, ma potrebbero in caso di nuove restrizioni essere svolte in dad, come è avvenuto nella scorsa primavera.

Il progetto “La risposta del VIS, Salesiani per il sociale Aps e CNOS-FAP all’emergenza COVID-19 in Italia – Salesian Solidarity with Italy: the Emergency Response to COVID-19” finanziato da USAID (agenzia governativa di sviluppo che opera in oltre 100 Paesi del mondo) punta a mitigare le conseguenze educative, sociali ed economiche della pandemia e coinvolgerà più di 24.000 destinatari totali tra studenti, insegnanti, famiglie, migranti e rifugiati in 16 Regioni italiane per tutta la durata del progetto, 15 mesi.
Nella seconda fase del progetto, saranno sperimentate in alcune scuole nuove modalità di insegnamento per le materie laboratoriali attraverso l’utilizzo della realtà virtuale.
Ad oggi, gli Stati Uniti hanno impegnato 60 milioni di dollari in assistenza all’Italia, attraverso l’esercito statunitense e USAID, per sostenere la risposta italiana alla pandemia e costruire la resilienza per il futuro

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Il progetto è realizzato da:
VIS Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, Ong salesiana che si occupa di cooperazione allo sviluppo e solidarietà internazionale in Italia e in 40 Paesi del mondo e promuove attività di sensibilizzazione, educazione e formazione alla cittadinanza globale.
Salesian Missions, organizzazione non profit statunitense che supporta progetti di aiuto in tutto il mondo a favore di giovani in condizione di povertà, emarginazione e sfruttamento.
CNOS-FAP Centro Nazionale Opere Salesiane – Formazione e Aggiornamento Professionale, ente che coordina 60 centri salesiani d’Italia che promuovono un servizio pubblico nel campo dell’orientamento, della formazione e dell’aggiornamento professionale con lo stile educativo di Don Bosco.
Salesiani per il Sociale Aps, organizzazione non profit costituita nel 1993 dai Salesiani d’Italia come strumento civilistico a sostegno della dimensione pastorale del disagio e della povertà educativa. Opera in tutto il territorio nazionale con case famiglia, comunità di accoglienza, centri diurni e altri servizi, ispirandosi al metodo educativo di Don Bosco.

I Salesiani in Italia rispondono all’emergenza Covid-19. Un aiuto da parte di USAid a VIS, Salesiani per il Sociale APS e CNOS Fap

Sull’edizione di oggi, martedì 10 novembre, dell’inserto “Buone Notizie” del Corriere della Sera, si parla del progetto Salesian Solidarity with Italy: the Emergency Response to Covid-19, finanziato da UsAid e portato avanti in Italia da VIS, Salesiani per il Sociale APS e Cnos-Fap. 

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La cooperazione internazionale? Si fa (anche) a casa nostra. Lo sa bene il Vis (Volontariato internazionale per lo sviluppo), che fino a ottobre 2021 sarà impegnato come capofila di Salesian Solidarity with Italy: the Emergency Response to Covid-19, il progetto finanziato da UsAid (U.S. Agency for International Development), l’agenzia che gestisce il programma di assistenza economica e umanitaria degli Stati Uniti in più di 80 Paesi del mondo.

L’organizzazione non governativa salesiana – che dal 1986 si occupa di cooperazione allo sviluppo e solidarietà internazionale in Italia e in altri 40 Paesi del mondo – è stata scelta per rispondere e affrontare le conseguenze economiche, sociali ed educative della pandemia. Sedici le regioni italiane interessate; 24.480 le persone che verranno raggiunte, appartenenti a categorie vulnerabili; 380 le famiglie che riceveranno aiuti alimentari. E ancora, 249mila i dispositivi di protezione individuale (mascherine, gel, guanti); 7.500 i kit didattici e 470 i supporti informatici che saranno distribuiti.

Sensibilizzazione

Il progetto è sviluppato su tre componenti: risorse digitali (kit didattici, corsi online, video con lettura delle fiabe de «L’orizzonte alle spalle», il libro realizzato dal Vis sui racconti dei migranti) per promuovere percorsi di formazione rivolti a ragazzi, famiglie e insegnanti (#restiamoattivi ); sostegno a studenti vulnerabili che hanno subito una sospensione dei loro corsi salesiani di formazione professionale, perché anche a distanza possano proseguire i loro studi ( FormAzione per la ripresa ); infine, con #noicis(t)iamo , distribuzione di protezioni individuali e beni di prima necessità a famiglie bisognose (con una card per fare la spesa da soli e scegliere cosa acquistare, accompagnati da un’azione di sensibilizzazione sui consumi responsabili e sul riciclo) e sostegno a migranti e rifugiati nei centri della Sicilia.

«I salesiani di tutto il mondo si sono mobilitati fin da marzo per cercare di essere accanto ai più bisognosi, anche nei mesi del lockdown», spiega Nico Lotta, presidente di Vis: «Abbiamo convertito i nostri progetti in corso nel Sud del mondo per cercare di rispondere ai nuovi bisogni emersi con la pandemia. Allo stesso tempo ci siamo sentiti chiamati a intervenire in modo urgente anche in Italia». Per questo «ci siamo uniti ad altri tre enti salesiani, Salesiani per il Sociale Aps , Salesian Missions e CNOS-FAP , in un progetto che potesse rispondere alle conseguenze dell’emergenza sanitaria nel nostro Paese», aggiunge, richiamando quello che dalle origini è il focus di tutti gli interventi portati avanti: «Secondo il carisma di don Giovanni Bosco operiamo nella convinzione che solo attraverso l’educazione si possano promuovere i diritti, superare le disuguaglianze e combattere alla radice le cause della povertà. Per questo, ad esempio, anche nei progetti che riguardano più in generale l’ambiente o il contrasto alla migrazione irregolare, c’è sempre una componente legata alla formazione che permette una vera autonomia e un reale sviluppo delle persone e della comunità», conclude.

Innovazione

Non è, quindi, un caso se tra gli 83 progetti di cooperazione internazionale portati avanti si trovano anche Ghana Greenhouse , volto a introdurre le serre come strumento innovativo per permettere ai contadini di coltivare in un ambiente protetto anche piante non autoctone; Etiopia Since , destinato a mitigare il fenomeno migratorio creando opportunità di impiego per giovani tra i 18 e i 35 anni in condizioni di vulnerabilità, potenziali migranti e migranti di ritorno; o Palestina Nur , che vuole favorire l’impiego di fonti rinnovabili e l’autonomia energetica della Palestina con corsi di formazione e il posizionamento di pannelli solari negli edifici pubblici.

Lo spirito che anima questi progetti è ben sintetizzato nel motto «Insieme, per un mondo possibile» e nella spiga e nel ramoscello di ulivo nel logo del Vis, simbolo del diritto al cibo e a un’esistenza serena per ogni bambino e giovane sulla terra.

 

VIS, Nico Lotta intervistato da l’Espresso: “Non bisogna accontentarsi di rispettare alcuni diritti umani, vanno rispettati tutti”

Pubblichiamo un’intervista rilasciata da Nico Lotta, presidente del VIS all’Espresso firmata da Giancarlo Capozzoli.

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Ho avuto modo di approfondire le questioni legate alla cooperazione e lo sviluppo con l’ingegner Nico Lotta, presidente del VIS, Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, una ONG legata ai Salesiani per la realizzazione dei progetti all’estero. Questa intervista, realizzata durante il periodo di emergenza sanitaria e sociale che sta affliggendo gran parte del mondo, vuole essere una ulteriore testimonianza in merito a tali questioni.

Gentile Presidente, lei come ha iniziato la sua attività con il VIS?
Subito dopo aver conseguito la laurea in ingegneria, mi sono interessato ai progetti connessi con le comunità salesiane all’estero, e ho deciso di fare come ex allievo salesiano una esperienza di volontariato in Madagascar in qualità di tecnico, all’interno del VIS, e poi nella fase di ricostruzione post crisi in Sri Lanka.

La sua collaborazione ad Haiti dopo il terremoto, partiva dalla sua formazione come ingegnere…
Sì ma ero anche parte del comitato esecutivo dell’ente.

A partire proprio da questa sua prima esperienza, quanto crede che sia importante la formazione anche dei volontari? Voglio dire… dopo la liberazione della Silvia Romano in Kenya, mi sono chiesto, intervistando anche responsabili di altre organizzazioni, sulla formazione e sulla educazione di base di questi ragazzi che decidono di fare queste esperienze all’estero…
La formazione e l’educazione sono fondamentali. A tutti i livelli. Con formazione intendo sia una formazione universitaria che una formazione di carattere professionale.

Di quali questioni negli ultimi anni vi siete occupati maggiormente come VIS?
I progetti in corso sono molti. Sicuramente la questione del contrasto al traffico di esser umani, con il progetto Stop Tratta, ci ha interessato molto. È un tema strettamente congiunto con il tema della migrazione, a tutti i livelli. Diversi componenti del VIS assieme al nostro partner Missioni Don Bosco e ai Salesiani si occupano di questa questione a partire proprio dal percorso migratorio che porta tante persone qui in Europa.

Proprio da dove partono…
Attraverso i luoghi di passaggio e fino al punto di arrivo…. è uno degli strumenti che abbiamo per combattere il fenomeno della migrazione irregolare.

Conoscere un fenomeno per proporre anche delle alternative…
Sì, l’idea di fondo è quella di proporre alternative concrete di cooperazione allo sviluppo. Molti dei nostri progetti sono sia nell’Africa est che in quella ovest, dall’Etiopia al Senegal, al Mali e in Nigeria per intenderci.

Quando si parla di vittime di tratta a chi ci si riferisce principalmente, a partire dalla esperienza che avete maturato nel corso del tempo, sul campo?
Sono uomini e donne, ragazzi e ragazze, purtroppo, membri delle comunità dei villaggi più isolati. A cui vengono proposti dei viaggi che non si concretizzano.

…che non si concretizzano già in partenza, immagino. in questi anni ho avuto modo di realizzare io stesso interviste a ragazze giunte in Italia davvero con la prospettiva di un lavoro o di una realizzazione economica che era di base già finta… Si puo parlare di consapevolezza- inconsapevolezza anche riguardo alla destinazione finale?
La situazione è purtroppo più drammatica di quel che si pensa. Lei dice il vero. Spesso non si ha neanche la consapevolezza della destinazione finale. Ma la situazione è anche più grave. Basti pensare che il fenomeno dei trafficanti porta in qualche modo ad una vera e propria riduzione in schiavitù delle persone che vengono spinte a partire. E a questo fenomeno è anche legato il traffico di organi… I trafficanti chiedono sempre più soldi lungo la strada. Continuamente. E il debito dei migranti cresce. È una esperienza concreta quella di cui sto parlando. Esperienza di cui sono testimoni i Salesiani. Si tratta di un vero e proprio pagamento per il riscatto. Il problema concreto allora è se pagare per saldare il debito oppure no. È evidente l’inganno e lo sfruttamento della situazione drammatica da parte dei trafficanti di esseri umani.

Nonostante tutto alcuni ragazzi preferiscono affrontare il viaggio, consapevoli dei rischi che corrono…
Il nostro progetto contro la tratta parte proprio dall’esperienza di chi ha subito questo fenomeno. Vuole raccontare la verità, vuole raccontare attraverso la voce dei testimoni diretti il viaggio che hanno vissuto, anche per scoraggiare altri migranti. E altri trafficanti, soprattutto. Ma per aver successo in questo tipo di progetti è necessario proporre anche delle alternative.

Progetti e programmi di sviluppo…
Sì, a partire da una reale formazione professionale in loco, con l’avvio, ad esempio, di piccole attività professionali, che spingano i ragazzi a restare nella loro terra. Mi riferisco ad esempio a progetti per attività agricole finanziate a partire da un microcredito, che serve per comprare un terreno, e poi ad iniziare l’attività lavorativa vera e propria.

Sono attività concrete, progetti concreti..
Tenga presente inoltre il contesto particolare in cui spesso vengono realizzati. Noi lavoriamo nei campi per i rifugiati in Etiopia, nella gestione dei corridoi umanitari. In questo caso la formazione è finalizzata alla preparazione del rifugiato da un punto di vista culturale e linguistico.

Quanti sono i progetti attualmente in corso?
In questo momento siamo attivi con circa 80 progetti, tutti in ambito di sviluppo ed emergenza.

C’è un modo diverso di intervento a seconda che si tratti di sviluppo o emergenza, evidentemente…
Con i progetti di sviluppo portiamo avanti soprattutto la formazione professionale, il capacity building, che può portare ad uno sviluppo della realtà locale. È necessario gestire progetti in loco, ma anche portare avanti altri tipi di interventi come quelli che riguardano la protezione dell’infanzia in situazione di vulnerabilità. Per quanto riguarda i progetti di emergenza, appena è possibile agire si interviene soprattutto nell’ambito educativo, che in tali situazioni è comunque determinante per lo sviluppo della persona umana e per ripartire poi anche in un ambito più specifico rispetto allo sviluppo, in senso stretto.

L’emergenza Covid-19 come ha influenzato il vostro modo di agire e progettare?
Il Covid-19 ha rallentato le attività un po’ovunque. Quasi tutte le scuole e gli oratori, ad esempio, sono stati impossibilitati a portare avanti le loro attività e missioni. Pertanto, sicuramente si è modificato il nostro modo di agire. Anche se quasi tutti gli operatori sono rimasti nei propri Paesi di destinazione. Tenga presente che in alcuni contesti l’emergenza per questo virus si è aggiunta all’emergenza costante riguardante la condizione igienica. E allora uno dei punti fondamentali è stato quello di tentare di cambiare l’approccio.

Rientrare in strutture protette, immagino…
…e convincere le persone a smettere di vivere in condizioni di strada, in cui i rischi sono troppi, soprattutto dal punto di vista igienico. In alcuni contesti le persone sono davvero troppo esposte.

E’ dovuto mutare dunque anche l’approccio psicologico alla luce delle nuove questioni…
Abbiamo dovuto ripensare e reinventare la didattica a distanza, anche in questi contesti. E cercare strumenti tecnologici alternativi. Bisogna tener presente che in determinati Paesi solo in alcuni contesti è stato possibile realizzare e migliorare questo tipo di formazione. Il rischio concreto è l’interruzione della didattica. Voglio dire… in altri contesti, quelli più rurali e più isolati, c’è poco da inventare. La tecnologia non arriva neanche… In ogni singolo contesto non è semplice: attualmente non si ha ancora una reale conoscenza dei numeri dei contagi. C’è una mancanza di controlli, differente da quello che accade da noi, qui in Europa, in Italia. Come VIS abbiamo avviato una raccolta fondi in Italia, per poter sostenere i nostri progetti di educazione e formazione anche durante questa terribile emergenza.

Lei sostiene che il numero dei contagi non si può sapere con certezza…
Sì, ed inoltre sono contesti in cui anche fare una diagnosi è complicato. E sostenere delle terapie è difficile, se non impossibile, quindi è fondamentale puntare sulla prevenzione e sull’igiene.

Veniamo un po’ a quella che è stata l’occasione della nostra chiacchierata. La formazione e la educazione dei volontari che decidono di fare una esperienza all’estero. Io lo scorso anno ero in Kenya a seguire una piccola organizzazione, e ho notato una poca professionalità nei volontari. Ma anche una scarsa attenzione nei confronti della cultura locale. Questioni credo che riguardano anche il caso della ragazza rapita sempre in Kenya e liberata lo scorso maggio…
Per la nostra organizzazione la formazione è fondamentale. Ed è differenziata in base alla tipologia di persone che partono. A seconda che sia un volontario VIS in servizio civile o che siano operatori per lo sviluppo. Per cui è necessaria una formazione finalizzata anche a gestire la progettazione in loco.

Quale è il livello di formazione con cui arrivano da voi?
La gran parte delle persone che si rivolgono alla nostra organizzazione sono in possesso di una laurea e/o di master. Hanno inoltre un forte sistema valoriale e buona preparazione tecnica.

Prima mi diceva della vostra specifica formazione…
Noi come VIS forniamo una formazione specifica. Che significa fondamentalmente, oltre alla conoscenza della congregazione salesiana e di tutte le procedure e i protocolli di sicurezza, una formazione specifica relativa al ruolo, al progetto e al Paese.

Quanto è importante il rapporto con la realtà locale dei posti in cui opereranno?
Per i nostri operatori è determinante un confronto costante con le comunità così come è importante l’integrazione con lo staff locale. Ed è fondamentale per noi analizzare le motivazioni che spingono una persona a partire. Motivazioni che vanno oltre le capacità tecniche, pur importanti, ma che riguardano anche e soprattutto il sistema valoriale di ciascuno.

Una volta partiti vengono seguiti a livello locale e a livello di sede?
Sì certo, e come le dicevo hanno formazioni specifiche in base al ruolo e al contesto in cui vanno ad inserirsi.

Quanto è importante conoscere il contesto, gli usi e le tradizioni dei posti, secondo lei?
Fondamentale è formare su alcuni criteri di base indiscutibili. Il primo è il rispetto assoluto delle comunità e delle culture in cui ci si inserisce. La questione dell’intercultura non deve restare lettera morta, ma diventare reale e viva in ogni relazione, in ogni parola, in ogni azione.

Mi sembrano i principi di base, da cui ciascuno dovrebbe partire…
Spesso però non è chiaro. E dunque diventa importante ribadirlo, sempre e comunque. È necessario cancellare i propri pregiudizi interiori. Non bisogna aver paura di riconoscerli per poterli contrastare. Il confronto approfondito con una cultura diversa dalla nostra è la base dell’intercultura, dell’interazione di culture diverse e spesso anche distanti, differenti.

Quanto gli aspetti culturali a cui fare attenzione fanno parte della formazione in loco?
Come le ho accennato, è importante la conoscenza specifica del contesto in cui si va a operare e a vivere. È dirimente il lavoro con i colleghi locali, al fine di stabilire una vera relazione tra diverse culture. L’esperienza lavorativa va fatta a partire e alla luce della cultura locale.

L’esperienza pregressa e la motivazione personale, credo siano determinanti per lavorare in questi contesti…
L’incontro umano, da un lato, e la preparazione tecnica, dall’altro lato, sono fondamentali. Sono decisivi anche i percorsi formativi sulla cooperazione, con lo studio di materie specifiche. La conoscenza e la formazione sono le basi solide da cui partire. E naturalmente la formazione sul campo e l’esperienza maturata. Ma solo con un approccio valoriale forte si può avere una vera esperienza positiva.

Sono esperienze arricchenti, sotto diversi punti di vista, per tutti.
Assolutamente sì. Per quanto sia importante far conoscere il contesto prima della partenza, bisogna tener presente che si può conoscere un Paese solo vivendolo. E allora è importante entrarci in punta di piedi, per immergersi in una comunità locale, per avere un’esperienza che sia realmente arricchente, un’esperienza piena.

I valori che voi del VIS portate avanti sono chiari…
Abbiamo una identità chiara, portiamo avanti valori cristiani. Ma né gli operatori, né i beneficiari sono scelti in base al loro orientamento religioso.

Dialogo e incontro…
Lavoriamo nel contesto del sistema valoriale salesiano che è accogliente e aperto verso tutti i giovani.

Una idea di rispetto e sviluppo che si basa sui diritti umani, sulla dichiarazione universale dei diritti umani…
Lo sviluppo di ogni uomo e lo sviluppo di tutto l’uomo. Dell’uomo inteso in ogni dimensione, nella sua totalità e interezza.

Principi che in qualche modo portano avanti anche una idea di cooperazione e sviluppo che non è assistenzialista…
Esattamente. L’empowerment e l’owernship sono il contrario dell’assistenzialismo a cui lei fa cenno. La nostra missione è rendere i nostri beneficiari partecipi, indipendenti e protagonisti del proprio percorso di sviluppo. Sono fortemente convinto che la cooperazione funziona davvero se e quando poi riesce a sparire. Il nostro obbiettivo è rendere ciascuno protagonista del proprio sviluppo.

Quanto è attuale parlare oggi ancora di diritti umani?
Maggiore è la difficoltà di promuovere i diritti più è importante parlarne. Intendo di quei diritti universali per ogni uomo e per tutti gli uomini. Esistono ancora, oggi, realtà lontanissime dal rispetto di questi diritti. Ma proprio questa situazione dà un senso al lavoro della cooperazione e delle ong. Quando questi diritti non esistono, non vengono rispettati, è importante promuoverli, parlarne, pretenderli.

La battaglia per l’affermazione e il rispetto dei diritti umani è ancora urgente…
È necessario porre un rimedio alle disuguaglianze presenti nel mondo. Dico che non bisogna accontentarsi di rispettare solo alcuni diritti umani, ma che bisogna pretenderli tutti. Non c’è alternativa. Come può ben immaginare, la battaglia sul campo è molto dura.

Lo scopo, l’orizzonte deve essere quello però…la affermazione dei diritti per tutti…
Non c’è alternativa per rimediare alle ingiustizie in cui molti ancora vivono. Come dice padre Alex Zanotelli, l’uomo non è un tubo digerente. Non è solo uno stomaco da riempire: deve avere la possibilità di uno sviluppo totale e sostenibile della propria persona e personalità.

Vis, Smart Training intensivi per capire il mondo dopo il COVID-19

Ecco la novità dell’offerta formativa VIS, gli SMART TRAINING: corsi online intensivi, costituiti da 3 appuntamenti nell’arco di una settimana, rivolti a tutti coloro che desiderano arricchire le proprie conoscenze e avere delle chiavi di lettura per comprendere il contesto anomalo dentro al quale ci stiamo muovendo.

ll primo smart training è inerente al tema dei diritti umani: 3 video lezioni di un’ora e mezza ciascuna, tenute da docenti internazionali e professionisti del settore, per affrontare insieme come, ora più che mai, il tema della promozione dei diritti umani sia centrale nelle scelte che si faranno per ripartire dopo la pandemia.

Questo il programma:

18 Maggio, 16.00 -17.30

Il sistema dei diritti umani e i meccanismi di monitoraggio a livello globale

Barbara Terenzi

20 Maggio, 16.00 -17.30

I Comitati ONU per i Diritti Umani: il CERD e i suoi risvolti*

 Taisuke Komatsu. *Questo seminario si terrà in lingua inglese

22 Maggio, 16.00 -17.30

Un caso studio: Il Ghana e i progetti VIS al tempo del corona virus.

Giampaolo Gullotta

VIS, con resto@ttivo percorsi didattici e formativi, digitali e gratuiti

Pubblichiamo il comunicato stampa del VIS Volontariato Internazionale per lo Sviluppo con li quale viene lanciata una nuova campagna a servizio di chi è costretto a restare in casa, proponendo contenuti e strumenti digitali che per i prossimi due mesi saranno messi a disposizione di docenti, famiglie, giovani in formazione, bambine e bambini.

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Roma, 2 aprile 2020 – resto@ttivo è la campagna che il VIS Volontariato Internazionale per lo Sviluppo lancia oggi pensando a chi è costretto a restare in casa, offrendo gratuitamente sui propri canali strumenti e risorse sulle tematiche dello sviluppo sostenibile, dell’intercultura e della cittadinanza globale e continuando a svolgere la propria missione educativa con nuove modalità.

Un kit didattico pensato per spiegare ai più piccoli cosa sta succedendo con il coronavirus, web talk con esperti per aiutare gli adulti a riflettere sulle relazioni digitali o sul rapporto tra l’attuale emergenza e lo sviluppo sostenibile. E ancora, lettura di fiabe tratte dal libro “L’orizzonte alle spalle”, realizzato dal VIS sulla base di storie raccolte da migranti subito dopo il loro viaggio, videolezioni sulla progettazione nella cooperazione, l’invito a giocare online per vivere in prima persona l’esperienza di un bimbo che abita in Palestina in una città attraversata da un muro.

Queste e altre proposte saranno messe a disposizione di docenti, famiglie, giovani, bambine e bambini sui canali di comunicazione del VIS nell’arco dei prossimi due mesi, fino alla fine di maggio. Alcuni contenuti sono stati ideati e sviluppati specificamente per questo periodo; altri, già realizzati, vengono ora riproposti e attualizzati.

Il progetto si colloca nell’ambito delle iniziative già attive per aiutare tutti coloro che in questo periodo stanno fronteggiando l’emergenza coronavirus, affiancandosi all’appello già lanciato dal VIS a donare a favore della Protezione Civile per supportare medici, infermieri e personale sanitario.