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Salesiani Betlemme: l’azienda viti-vinicola Cremisan con il vino della Pace

Il vino della pace nella cantina dove lavorano cristiani e musulmani. A Betlemme in Palestina i Salesiani hanno aperto l’azienda viti-vinicola Cremisan per avvicinare i popoli. All’esterno guardie armate, all’interno un’oasi verde.

Si riporta l’articolo pubblicato ieri sul Corriere della Sera, a cura di Luciano Ferraro, nella sezione “Buone Notizie” riguardo il lavoro svolto dai Salesiani in Palestina con la nuova azienda viti-vinicola.

Il vino della pace nella cantina dove lavorano cristiani e musulmani

Martedì 8 Ottobre 2019 (buonenotizie.corriere.it) – Le grandi mani nodose di Bashir Sarras frugano tra le foglie di un alberello d’uva bianca e portano sotto il sole di Betlemme grappoli enormi. È un contadino palestinese che lavora la terra con un mulo, come ai tempi di Cristo e di Ponzio Pilato. L’uva ha forse lo stesso Dna di quella che, come è indicato nella Bibbia, trovarono i 12 inviati di Mosè nella valle dell’Escol:

«Vedi quanto è grosso quel grappolo d’uva? Ci vogliono due uomini per trasportarlo su un’asta».

La vita di Bashir è cambiata quando è diventato un «beneficiario». Si chiamano così i contadini che hanno ricevuto la terra dai salesiani in Terra Santa, con in testa il veneziano don Pietro Bianchi, che guida la cantina Cremisan. L’avamposto cattolico in Israele si trova tra Betlemme e Gerusalemme. La zona è classificata come C: paesi palestinesi con giurisdizione israeliana. La Corte Suprema di Tel Aviv, dal 2015, ha dato il via libera per l’estensione del muro di più di 700 chilometri anche nella valle di Cremisan. Nonostante le proteste dei cittadini (a maggioranza cristiana) di Beit Jala, e dei religiosi, contrari al progetto di una barriera di 1,2 chilometri con l’effetto di dividere il convento femminile da quello maschile.

I salesiani non si sono arresi. E hanno trovato il modo di unire i popoli divisi da politica e religione. Hanno costruito una grande cantina, sotto lo sguardo bonario di Don Bosco, che campeggia nella facciata esterna. Hanno chiamato un enologo internazionale come Riccardo Cotarella (lo stesso di D’Alema, Vespa e di altre 120 cantine nel mondo, tra cui quella della comunità di San Patrignano). E hanno assunto operai musulmani e cristiani. Fianco a fianco.

Il convento che ha generato la cantina è stato costruito nel 1885. All’esterno ci sono guardie armate. All’interno è un’oasi verde di pace. Arrivano gli sposi di ogni rito, per le foto. Una coppia araba si fa largo con una limousine bianca, enorme e con lo stereo a tutto volume.

«Questo – racconta don Pietro, massiccio e sorridente – è il luogo della convivenza pacifica . Abbiamo misure di sicurezza, ma sono soft. Abbiamo cambiato tre agenzie di vigilanza. Ci siamo liberati degli sceriffi con giubbotto anti proiettile che urlavano tutto il giorno. La gente della valle è orgogliosa di poter lavorare e visitare una cantina così bella in Palestina. Il nostro forno distribuisce gratis il pane a 160 famiglie palestinesi e lo vende ad altre 100 ad un prezzo irrisorio. Quando siamo arrivati il vino era così mediocre che nelle famiglie si beveva solo succo d’uva. Adesso vendiamo il vino anche a Gerusalemme, nella casa-ristorante-hotel dei francescani e anche in molti ristoranti».

I vigneti si affacciano su una collina che fino a qualche anno era quasi disabitata. Ora è ricoperta da case di famiglie israeliane.

«Le abitazioni dei palestinesi sono state fatte saltare – indicano i salesiani – noi abbiamo buoni rapporti con il governo di Tel Aviv. Le nostre porte sono aperte, aiutiamo i poveri, stiamo con i più deboli. Produciamo 170 mila bottiglie di vino».

Fuori dal convento, con il buio, i ragazzi palestinesi portano griglie e birre: ridono e cantano fino a notte, guardando le luci di Betlemme e Gerusalemme. Dopo una discesa nel bosco, tra i resti di un’antica villa, il filo spinato e i cavalli di Frisia, appare la cantina. Ci lavorano 15 operai e impiegati. All’orizzonte la città biblica di Gilo.

«Tra noi – spiega Fadi Batarseh, 28 anni, occhi azzurri e sguardo dolce, l’enologo laureato a Viterbo – non c’è razzismo. Viviamo assieme, musulmani e cristiani e vendiamo il vino anche a ristoranti con cucina ebraica. Quando ci sono le feste religiose o nazionali ognuno ha il diritto di comportarsi come crede o di assentarsi. Durante il Ramadan i musulmani non bevono neppure l’acqua, ed è dura sotto il sole. I vigneti si trovano ad una altitudine da 700 a quasi mille metri, in terrazzamenti dove si coltivano anche gli olivi, a volte antichi».

La produzione di vino è iniziata nel 1863 grazie a don Antonio Belloni, missionario ligure che voleva aiutare i ragazzi orfani della valle. La prima cantina è stata costruita nelle grotte naturali, poi è stato edificato il convento e in seguito l’edificio che ospita botti e barriques. Nel 2013 la cantina è stata rinnovata, sono arrivati un trattore Fiat, un frantoio regalato dall’ex sindaco di Orvieto Stefano Cimicchi, un distillatore piemontese con il quale si ricava un brandy invecchiato 35 anni.

«Quando a Beirut una ragazza che lavorava con i salesiani mi disse che c’era una cantina da aiutare a Betlemme, ho chiesto una mano agli amici imprenditori. È scattata – racconta Cotarella – la molla dell’altruismo per questa terra di nessuno. Mi sono immerso tecnicamente e umanamente in questa nuova avventura. Qui sono tutti fratelli, nonostante culture e religioni diverse».

Anche grazie alle donazioni della Chiesa austriaca, la cantina storica (ma fatiscente) che produceva 20 mila bottiglie si è trasformata. Ora dispone di buoni macchinari enologici.

«Puntiamo a 300 mila bottiglie. Presto – annuncia Cotarella – arriverà anche la birra Cremisan».

A due passi dai checkpoint, dalle strade blindate, dalle città in perenne stadio d’assedio, Cremisan si è lasciata alle spalle il periodo della beneficenza. E con la forza delle energie condivise dalla squadra multireligiosa in maglietta blu, è diventata una azienda vinicola pronta a conquistare i mercati mondiali. Il professor Attilio Scienza, l’Indiana Jones dei vitigni, ha analizzato terre e piante di Cremisan. La gamma dei vini si chiama Star Bethlehm, la stella cometa,

«ma senza enfasi religiosa, vogliamo vendere i vini perché sono buoni non per il richiamo religioso».

Mentre in Israele le cantine hanno scelto i vitigni internazionali (dal Cabernet franc al Sauvignon), Cremisan ha puntato soprattutto su due autoctoni, il bianco Dabouki che profuma di ginestra e somiglia al siciliano Cataratto; e il rosso Baladi, una sferzata agrumata e speziata, simile all’Aglianico, con eleganza beneventana e profondità irpina.

«Qui la natura è rigogliosa come ai tempi della Bibbia e dei grappoli così grandi da dover essere trasportati con un’asta», dice don Pietro. La nostra sfida è far capire che si può convivere in armonia nella natura, rispettando ogni diversità».

 

Prime Professioni Religiose al Colle Don Bosco: “Fate quello che vi dirà”

Domenica 8 settembre 2019 si sono svolte le prime Professioni Religiose al Colle Don Bosco per 18 giovani Salesiani:

  • Giovanni Maria Andreetta (INE)
  • Fabio Aroldi (ILE)
  • Matteo Maria Aynaudi (ICP)
  • Martin Böing (GER)
  • Melad Elia (GER)
  • Giona Filippo Favrin (ILE)
  • Gilles Françoise-Boieru (FRB)
  • Marco Domenico Gobbato (INE)
  • Fitwi Carlo Maria Grilli Colombo (ILE)
  • Vincent Kergourlay (FRB)
  • Tomas Kivita (ICP)
  • Alessio Moretto (ICP)
  • Alban Pelletier (FRB)
  • Leopoldo Matteo Pinto (IRL)
  • Roberto Pizzulo (ILE)
  • Marco Giuseppe Rossi (ILE)
  • Nicolas Schreiber (FRB)
  • Cătălin Petruț Sociu (INE)

Momenti di gioia e di fede hanno contraddistinto la celebrazione della S.Messa presieduta dal Vicario del Rettor Maggiore, don Francesco Cereda, al quale hanno partecipato con esultanza le famiglie gli amici dei novizi che hanno emesso i loro primi voti.

Lungo tutta la giornata hanno riecheggiato così le parole del Vangelo scelte per questo importante evento: “Fate quello che vi dirà” (Gv 2,5).

Rivivi l’evento:

 

Prime Professioni Religiose – Colle Don Bosco 8 settembre 2019

“Fate quello che vi dirà”

(Gv 2,5)
Basilica del Colle Don Bosco 8 settembre 2019 – ore 15.00.

Riconoscenti al Padre, la Società di San Francesco di Sales e la Comunità del Noviziato annunciano con gioia le Prime Professioni Religiose:

  • Giovanni Maria Andreetta (INE)
  • Fabio Aroldi (ILE)
  • Matteo Maria Aynaudi (ICP)
  • Martin Böing (GER)
  • Melad Elia (GER)
  • Giona Filippo Favrin (ILE)
  • Gilles Françoise-Boieru (FRB)
  • Marco Domenico Gobbato (INE)
  • Fitwi Carlo Maria Grilli Colombo (ILE)
  • Vincent Kergourlay (FRB)
  • Tomas Kivita (ICP)
  • Alessio Moretto (ICP)
  • Alban Pelletier (FRB)
  • Leopoldo Matteo Pinto (IRL)
  • Roberto Pizzulo (ILE)
  • Marco Giuseppe Rossi (ILE)
  • Nicolas Schreiber (FRB)
  • Cătălin Petruț Sociu (INE)

150esimo anniversario della nascita di Don Pietro Ricaldone

In occasione del 150esimo anniversario della nascita di Don Pietro Ricaldone, IV Successore di Don Bosco, il paese di Mirabello Monferratoproprio dove nacque don Pietro – si sta attivando per onorare il salesiano con manifestazioni che si svilupperanno lungo tutto il 2020. Sarà infatti nella giornata di lunedì 27 luglio 2020 il giorno effettivo del compimento dei 150 anni. (27 luglio 1870 – 27 luglio 2020).

A seguire il Comunicato Stampa a cura del comune di Mirabello Monferrato.

Il 27 luglio 1870 nasceva Don Pietro Ricaldone, IV Successore di Don Bosco.

Mirabello Monferrato, il paese dove Don Pietro è nato, si sta attivando a ricordarne i 150 della nascita, il 27 luglio 2020. A partire dal 27 luglio di questo anno la comunità di Mirabello si appresta a onorare l’illustre concittadino con una serie di manifestazioni che si svilupperanno lungo il 2020.

Le iniziative si ispirano alla poliedrica personalità e attività di Don Ricaldone: grande figlio di Don Bosco e come lui Educatore e apostolo della gioventù, ha dato impulso alla spiritualità e alla formazione della Famiglia salesiana, alle Missioni che si sono diffuse nei vari continenti, alla organizzazione e progettazione degli Oratori, alla crescita della Formazione Professionale nei vari settori, soprattutto quelle delle Scuole agricole (celebri le varie esposizioni che ha organizzato e a cui partecipavano i Centri delle nazioni dove erano presenti i figli di Don Bosco). Ha curato lo sviluppo della cultura e della Scuola salesiana, attivando l’Istituto Superiore del PAS (Pontificio Ateneo salesiano), ha dato vita al Centro catechistico salesiano e all’Editrice LDC, ha dato valore ai luoghi legati a Don Bosco, in particolare il Colle Don Bosco e la casa Madre di Valdocco. Insieme al suo predecessore, il Beato Filippo Rinaldi (di Lu Monferrato, 5 Km da Mirabello), hanno dato vita ad una provincia salesiana che curasse in modo particolare la formazione di vocazioni missionarie avviate al sacerdozio (Ivrea, Mirabello, Penango, Bagnolo Piemonte) o alla vita religiosa laicale, come i Coadiutori (Istituto Bernardi Semeria del Colle Don Bosco, Istituto Rebaudengo di Torino, Istituto Agrario di Cumiana)… Insomma una multiforme attività di progettazioni e realizzazioni che hanno portato ad una diffusione meravigliosa del carisma apostolico di Don Bosco.

Il paese di Mirabello ha sempre mantenuto vivo il ricordo di questo suo figlio, non solo dedicandogli una piazza e un monumento in luogo significativo, ma collaborando generosamente con la Casa salesiana che lo stesso Don Bosco aveva aperto nel paese (primo direttore fu il Beato Don Rua, primo successore di Don Bosco), e soprattutto regalando alla Famiglia salesiana oltre 35 FMA e 30 SDB.

La cittadinanza tutta di Mirabello e dei paesi vicini del Monferrato casalese condivide volentieri questa sua ricorrenza con la Famiglia Salesiana. Mette a disposizione i luoghi più significativi del suo legame con Don Pietro: la casa natale, la Chiesa dove è stato battezzato (dedicata a San Vincenzo Ferrer, e di cui si celebrano i 400 anni della sua consacrazione), la cappella dell’Istituto salesiano (tuttora utilizzata per le celebrazioni), la cordialità accogliente della gente. Da Mirabello è possibile raggiungere in dieci minuti di auto il paese di Lu che mantiene viva la memoria del Beato Filippo Rinaldi e di Madre Angela Vallese, pioniera della Missioni delle FMA, e di oltre cento vocazioni SDB-FMA, in gran parte missionarie.

Le varie realtà associative del paese si stanno attivando per offrire l’opportunità del messaggio di fede e di generosità e di valori che hanno ispirato Don Pietro Ricaldone nel diffondere il carisma di San Giovanni Bosco. E con il messaggio anche la possibilità di gustare i prodotti del nostro Monferrato.

Per saperne di più:

Visionario, tenace e accogliente: lo scrittore Fabio Geda rilegge Don Bosco

Un santo sociale, come il Cottolengo e Murialdo, impegnato a rendere la città di Torino accogliente, andando a cercare nelle strade dei nuovi quartieri in espansione i giovani, soprattutto quelli abbandonati, poveri. Fabio Geda, ex allievo salesiano dell’Agnelli di Torino, ex educatore dell’oratorio San Luigi di San Salvario ha scritto un libro su Don Bosco tracciandone un ritratto preciso: Il demonio ha paura della gente allegra. Di Don Bosco, di me e dell’educare, edito da Solferino. Geda, 46 anni di Torino, è diventato noto  con Nel mare ci sono i coccodrilli, che nel 2010 ha raccontato la storia vera del giovane afgano Enaiatollah Akbari e del suo viaggio fino in Italia.

Racconta Geda al Corriere della Sera: “Le sue visioni hanno davvero raggiunto tutti gli angoli della Terra, invece per noi rimane quello della Società Salesiana. Ma non è stato soltanto questo: si è inventato dal niente il contratto di apprendistato, le società di mutuo soccorso, scuole e dormitori serali”. Al centro della sua azione, sempre i ragazzi: “La sua azione era politica, ma non la politica dei partiti e della burocrazia. Non stava con nessuno e contro nessuno, gli interessavano i ragazzi, il loro futuro”. L’astuzia nel cercare (e trovare) sempre i soldi per i suoi progetti, la concretezza delle sue azioni: per scrivere il libro, Fabio Geda ha studiato per oltre un anno la storia di quel periodo, gli scritti di Don Bosco, i documenti che lo riguardano. Ha anche girato l’Italia, arrivando in Sicilia alla Colonia Don Bosco: “Se Don Bosco vivesse in questi tempi starebbe di sicuro qui, tra i porti del Mediterraneo, insieme a tutti i cooperatori”. E al quotidiano Avvenire che gli chiede come si troverebbe Don Bosco con i ragazzi di oggi risponde: “Benissimo, perché nel tempo non sono i ragazzi a essere cambiati, ma il modo in cui la società si rivolge a loro, da una parte criticandoli con malevolenza e dall’altra caricandoli di una responsabilità che non sono in grado di sostenere. Pare quasi che non ci sia alternativa tra lo sgridarli per qualsiasi cosa e il salutarli come salvatori di un mondo che noi, gli adulti, abbiamo contribuito a rovinare”.

L’accoglienza, lo spirito salesiano non è morto: «Io lo trovo ovunque – conclude Geda nell’intervista al Corriere -. Anche Torino è rimasta accogliente, ma è timida, preferisce il silenzio, fare del bene e subito dopo girarsi dall’altra parte. Vedo una grande energia positiva, certo, esiste anche quella negativa, ognuno però decide da che parte guardare”.

Papa Francesco: “I salesiani mi hanno formato al bello”

“Voi salesiani siete fortunati perché il vostro fondatore, Don Bosco, non era un santo dalla faccia da “venerdì santo”, triste, musone… Ma piuttosto da “domenica di Pasqua”. Era sempre gioioso, accogliente, nonostante le mille fatiche e le difficoltà che lo assediavano quotidianamente. Come scrivono nelle Memorie biografiche, «il suo volto raggiante di gioia manifestava, come sempre, la propria contentezza nel trovarsi tra i suoi figli» ( Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco, volume XII, 41). Non a caso per lui la santità consisteva nello stare “molto allegri”. Possiamo definirlo quindi un “portatore sano” di quella “gioia del Vangelo” che ha proposto al suo primo grande allievo, San Domenico Savio, e a voi tutti salesiani, come stile autentico e sempre attuale della «misura alta della vita cristiana» (Giovanni Paolo II, Novo Millennio Ineunte, 31)”: è questo l’inizio della prefazione che Papa Francesco ha scritto per il libro “Evangelii gaudium con don Bosco”, il volume curato da Antonio Carriero in cui la Famiglia salesiana riprende in chiave educativo pastorale il messaggio dell’Esortazione apostolica di Francesco.