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Sbagliare e crescere

di Stefano Siso Clerici
Da Note di Pastorale Giovanile

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La scuola è un ambiente unico. Nascono relazioni, amicizie, si cresce, ma è anche il primo luogo dove i ragazzi iniziano a conoscere il fallimento, l’insuccesso e la frustrazione. Soprattutto alle medie, quando il cambiamento sia fisico che psicologico inizia a caratterizzare le giornate dei nostri ragazzi. Ed è qui che la figura dell’educatore è fondamentale, dove il carisma salesiano riesce ad incunearsi e a far sbocciare qualcosa di bello! È faticoso e impegnativo mettersi in gioco con i preadolescenti, ma è una vocazione che ripaga di tante cose; soprattutto nelle situazioni difficili. Mi è successo più volte di essere dentro a situazioni spiacevoli come quella volta con Marco, ragazzo semplice, ma al quale la vita aveva già messo davanti molti ostacoli; dalla separazione dei genitori, alle loro nuove famiglie, condite da un disturbo dell’apprendimento che lo faceva sentire diverso agli occhi dei suoi compagni. Mi ricordo bene quella mattina, Marco si era preparato per l’interrogazione di Storia, aveva studiato, ma al momento di rispondere si era bloccato, non riusciva ad interloquire con la professoressa, sembrava proprio che la sua mente fosse priva di ogni nozione e così il voto non potè essere che negativo.
Io non avevo assistito all’interrogazione e stavo lavorando nel mio ufficio organizzando i tornei del pomeriggio, ma sentii le urla provenire dal corridoio e le porte del bagno sbattere prepotentemente. Subito mi alzai per andare a vedere cose fosse successo e quando entrai in bagno vidi Marco sbattere forte i punti contro le porte dei bagni; non è mai facile entrare subito in empatia con un ragazzo pieno di rabbia, la prima cosa che ho fatto è stata esserci e premurarmi che non si stesse facendo male. Per un ragazzo così, già il fatto che qualcuno si interessi a lui è fondamentale, quante urla e manifestazioni di rabbia vengono lanciate nel nulla senza che nessuno risponda, sono richieste d’aiuto che noi adulti dobbiamo recepire e immagazzinare.
“Cos’è successo?” gli dissi.
“Niente!” tipica risposta dei ragazzi.
“Allora perché te la prendi con la porta?”
“Perché sono arrabbiato!”
“Allora sto qui a difendere la porta dal tuo niente! Ma appena finisci vieni con me in ufficio e facciamo 4 chiacchiere.”
Vedendo che non me ne andavo, ma anzi cercavo di interagire con lui, Marco ha cominciato a tranquillizzarsi e a lasciare in pace la povera porta verde del bagno ed è scoppiato a piangere. Ci sono pianti e pianti, quello di Marco era di frustrazione, come di rassegnazione dell’ennesimo insuccesso della sua vita. A quel punto l’ho accompagnato da me, l’ho fatto sedere, gli ho dato qualcosa di dolce da mangiare, che non fa mai male, e mi sono fatto raccontare tutto quello che era successo.
Anche solo raccontando il fatto, Marco stava già meglio, sentire che qualcuno era lì per lui solo per ascoltarlo era già un gran risultato, al giorno d’oggi i ragazzi cercano come oro qualcuno che li ascolti senza essere giudicati, qualcuno che dimostri loro che possono essere amati e compresi con i loro pregi e i loro difetti.
A scuola è più facile, ma non sempre scontato, di ragazzi come Marco ce ne sono tanti e tutti hanno bisogno di qualcuno che li aiuti a sbagliare e a crescere dai propri errori.

L’orizzonte della chiamata. Ripartiamo con coraggio dalla “grande domanda”

Dal numero estivo di Note di Pastorale Giovanile.

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di don Rossano Sala

“Noi ci stiamo!”. È questo il motto sintetico della proposta pastorale per l’Italia salesiana per l’anno 2022-23. È una chiamata a mettersi in gioco con coraggio, offrendo la propria disponibilità. Ma se questa parola è la punta di un iceberg, bisogna che noi andiamo in profondità, che scaviamo per trovarne le radici, che cogliamo i grandi orizzonti di questa chiamata alla corresponsabilità con Dio e alla collaborazione tra noi.
In questo contributo, che ha appunto lo scopo di indagare i dinamismi della chiamata, ci proponiamo di percorrere insieme alcuni piccoli e preziosi passaggi che ci possano assicurare una base sicura per riaffermare che davvero “noi ci stiamo” con cognizione di causa, e non semplicemente nella logica di un’emozione mutevole e passeggera. Partiamo da lontano, riconoscendo il dono di esistere, e arriviamo, passo dopo passo, alla necessità di prendere oggi delle decisioni coraggiose.

Il dono dell’esistenza

Prendiamo il via dalla nostra esistenza concreta. Dalla consapevolezza che quello che siamo non è primariamente opera nostra. Ovvero dal fatto incontestabile che siamo preceduti, che siamo figli. Sembrerebbe una banalità, ma spesso ce lo dimentichiamo proprio. Un modo di pensare molto aggressivo a volte ci convince che ci facciamo da soli, che siamo figli di noi stessi e che non abbiamo nessuna responsabilità verso gli altri.
Un pensiero onesto, che fa perno intorno al reale, ci restituisce una socialità originaria che caratterizza la nostra esistenza. Non c’è mai stato un momento nella storia in cui io esistevo e gli altri invece no. È vero esattamente il contrario: c’è stato un tempo in cui il mondo e gli altri esistevano e io invece non c’ero ancora. I nostri genitori esistevano prima di noi, così come i nostri nonni, e anche i nostri fratelli o sorelle maggiori.
Nelle diverse epoche che studiamo sui libri di storia il nostro nome non compare. Per molto tempo io non ci sono stato e ad un certo punto sono nato, sono venuto al mondo. E non per mia iniziativa. E questo vale per tutti. Ci sarà anche un momento in cui sarò chiamato a lasciare questo mondo, che continuerà senza di me.
In base a questa realtà sperimentiamo continuamente di essere stati amati e voluti prima ancora di averne la percezione. Non è stata opera nostra, ma un dono che abbiamo ricevuto da altri. Primariamente da parte di coloro che si sono presi cura di noi. La vita è un dono che abbiamo ricevuto, senza alcun nostro merito. Altri hanno impiegato senza troppi calcoli e con tanta generosità tempo, risorse e affetti per farci crescere.
Ecco allora la sintesi del primo passaggio: bisogna rifiutare la menzogna dell’autofondazione, riconoscendo che siamo stati donati a noi stessi e che la vita è prima di tutto un dono gratuito che abbiamo ricevuto. Ecco che il primo e più importante atteggiamento dell’esistenza rimane sempre la gratitudine.

L’esistenza come dono

Il secondo passaggio è logico rispetto al primo: se esistiamo nella forma del dono, la realizzazione della nostra esistenza avrà la medesima forma del dono. Di solito, di fronte ad un favore ricevuto, rispondiamo: “A buon rendere”. Come a dire, ho ricevuto un dono da qualcuno, magari inaspettato, e adesso questo diventa un impegno di restituzione, un piccolo debito da onorare. Non è un obbligo stringente, ma una risposta naturale, eticamente importante, una spinta che ci porta al contraccambio. Ne va della nostra dignità.
Se riconosciamo che siamo frutto di un dono inatteso, ecco che la nostra vita diventa se stessa se impostata come un’esistenza capace di dono e di servizio. San Francesco di Sales, di cui quest’anno celebriamo i 400 anni dalla morte, parla a questo proposito di “estasi della vita”. È una bella espressione, che non ha nulla di intimistico, ma tutto di apostolico. Egli, guardando all’esempio di Gesù, l’uomo per eccellenza che sa riconoscere la sua esistenza come un dono ricevuto, indica al cristiano la via del dono concreto. Al di là dell’estasi della contemplazione – che ci eleva a Dio in una preghiera particolarmente intensa – e di quella dell’intelletto – che ci fa conoscere in maniera limpida le cose di Dio e degli uomini –, l’estasi dell’azione è caratterizzata da una continua carità, dolcezza, benevolenza e dedizione. È la via della generosità sistemica verso tutti. Tale estasi diventa il criterio di discernimento radicale sulla qualità della vita umana e cristiana:

Quando dunque si incontra una persona che nell’orazione ha dei rapimenti per mezzo dei quali esce e sale al di sopra di se stessa fino a Dio, e tuttavia non ha estasi della vita, ossia non conduce una vita elevata e congiunta a Dio, con la mortificazione dei desideri mondani, della volontà e delle inclinazioni naturali, per mezzo di una dolcezza interiore, di semplicità e umiltà, e soprattutto per mezzo di una continua carità, credimi, Teotimo, tutti i suoi rapimenti sono dubbi e pericolosi; sono rapimenti adatti a creare ammirazione negli uomini, ma non a santificare chi li prova[1].

L’estasi della vita è quindi il criterio reale, autentico e decisivo per la santità, per il semplice motivo che è nella vita di tutti i giorni che essa si riceve, si costruisce e si esprime:

Ci sono molti santi in cielo che non sono mai andati in estasi né sono stati rapiti nella contemplazione; infatti, quanti martiri e grandi santi e sante troviamo nella storia che nell’orazione non hanno mai avuto altro privilegio se non quello della devozione e del fervore? Ma non c’è mai stato santo che non abbia avuto l’estasi o il rapimento della vita e dell’azione, superando se stesso e le proprie inclinazioni naturali. […] Chiunque è risuscitato a questa vita nuova del Salvatore, non vive più né a sé, né in sé, né per sé, ma con il suo Salvatore, nel suo Salvatore e per il suo Salvatore.

Il mistero della Visitazione racchiuso in un cortile

di Valentina Laici – Note di Pastorale Giovanile

Mi presento, anche se sento sempre abbastanza imbarazzante parlare di me, ma lo faccio soprattutto per parlare di una cosa che mi sta davvero a cuore!
Ho 29 anni e vivo nell’oratorio di Figline Valdarno nella provincia di Firenze, da 8 anni presto servizio come operatrice pastorale nell’oratorio che mi ha accolta da adolescente e dove da pochi mesi realizzo uno dei miei sogni nel cassetto.
C’è stato un momento della mia vita che mi sono chiesta se stessi facendo qualcosa di serio, qualcosa per cui valesse la pena vivere. La mia vita era abbastanza mediocre, ma nel punto più basso mi sono sentita dire: “Valentina, tu sei amata!”. Macché non è vero, come è possibile, non sono amata sono una fallita.
“Valentina tu sei amata” per un attimo mi sono chiesta se fosse vero e di lì è iniziata la ricerca di Chi mi stesse amando in quelle condizioni, ho cercato insistentemente e l’ho trovato in oratorio attraverso i ragazzi e i giovani che Dio mi aveva messo accanto.

L’8 settembre del 2017 ho fatto il mio ingresso nella Fraternità della Visitazione a Piandiscò per iniziare il cammino di consacrazione; qui mi hanno accolto tre suore Simona, Letizia e Lucia che da vent’anni hanno fondato questa fraternità che si occupa di una casa famiglia per mamme con bambini e donne in difficoltà. Mi hanno accompagnato per tutti questi anni e ora, nell’ultimo anno di noviziato, mi hanno permesso di realizzare il progetto “CiVivo16” nell’oratorio di Figline, in accordo con il parroco e il Vescovo.

Cosa lega una casa famiglia ad un oratorio? Il filo conduttore che per me è sempre stato evidente è l’accoglienza. Il legame profondo che lega due porte aperte, due soglie pronte per accogliere Cristo in chiunque si presenti. Capisco che il nesso non è così immediato ma ogni ragazzo porta in sé il mistero dell’incontro tra Maria e Elisabetta, porta un dono da scoprire, da cercare, da annunciare; e allo stesso tempo la mia persona può essere uno strumento trasparente e silenzioso che porta all’incontro con Gesù. Oratorio come luogo di incontro e di missione, per mettersi al servizio di giovani e ragazzi con aspetti e modalità molteplici e creative, una testimonianza semplice e genuina ma contemporaneamente profonda ed esigente che richiede tempo, amorevolezza e pazienza. Nel cortile le vere partite si giocano sugli incontri e sulle relazioni, sulla testimonianza e sulla quotidianità vissuta per far sentire amato ognuno di loro come Gesù ama me. Tutto questo non si può racchiudere esclusivamente sotto il cappello dell’accoglienza, se pur estremamente affascinante, ma c’è qualcosa di più. C’è una fraternità che vive le stesse cose che vivo io, con altre persone, con altre povertà; una fraternità che desidera incontrare Cristo in chiunque gli viene incontro, ogni viso porta impresso il volto di quell’Amato che tanto cerchiamo. La fraternità è un abbraccio che può tenere insieme molteplici diversità e carismi; in questo la Fraternità della Visitazione ne è un esempio vivo.

Il “CiVivo16” nasce dalla lettura di un’esigenza nei giovani e nei ragazzi di avere una casa accogliente dove poter condividere un pezzo di strada della propria vita insieme ad altri giovani. Un luogo fraterno e informale senza i limiti e le esigenze di un gruppo parrocchiale, ma accogliente e con la porta aperta per avere la libertà di entrare e sostare quando se ne ha più bisogno. Secondo Don Bosco l’oratorio è “una casa che accoglie, una chiesa che evangelizza, una scuola che avvia alla vita ed un cortile per incontrarsi da amici e vivere in allegria”, il desiderio di avere una casa per i giovani è quello che ci ha mosso nel far partire questa esperienza. L’oratorio, a partire dalla casa, è vissuto dai giovani e per i giovani; non solo per coloro che già frequentano gli ambienti parrocchiali, ma anche per coloro che si sono allontanati o sono curiosi di scoprire cosa ci muove in quest’avventura. Il nome del progetto prende ispirazione dalla frase di Piergiorgio Frassati “Vivere, e non vivacchiare” e ai numerosi inviti di Papa Francesco nell’essere protagonisti della Chiesa realizzando i nostri sogni. Il nostro desiderio è quello di condividere la nostra vita quotidiana per affrontare le scelte importanti della nostra giovinezza al fianco di qualcuno che ci sostiene e che vive le nostre stesse domande esistenziali. Il progetto consiste in un periodo di vita fraterna condiviso con altri giovani che desiderano cogliere questa opportunità e mettersi in gioco in prima persona per conoscersi meglio e sperimentarsi nel servizio. Fare casa sarà luogo di incontro, di studio e di confronto in un clima familiare e accogliente. Lo stile che identifica questa esperienza è semplice e sobrio, attento all’essenzialità e alle tematiche di ecologia e sostenibilità. L’oratorio in mano ai giovani che lo abitano e che fanno famiglia con chiunque voglia farne parte. Il filo conduttore che collega stile e obiettivi è la crescita spirituale e umana nel confronto continuo. In poche parole è un cammino condiviso nella vita quotidiana: a tavola e nelle relazioni, nell’accoglienza, nel servizio e nella preghiera. È rivolto a giovani dai 20 ai 30 anni, universitari, lavoratori o servizio civile con un massimo di 5 persone. Ad ognuno verrà chiesto un contributo per la cassa comune ed un impegno nel servizio in oratorio, o altrove, proporzionato alle possibilità ed agli impegni. Il tempo di permanenza può essere da 1 a 2 anni. In ogni momento si può aggiungere un membro, se ci sono posti liberi, ed in ogni momento si può andare via se si ritiene concluso il proprio percorso. Per accedere a questa esperienza occorre il desiderio di far proprio lo stile della casa: dall’accoglienza al servizio, alla condivisione dei pasti e della vita ai momenti di preghiera insieme.
Se sei rimasto a leggere fino in fondo forse un po’ interessa anche a te questa esperienza di vita fraterna, basta un messaggio su istagram #civivo16 per venire a cena e conoscerci, la porta rimane sempre aperta!

Canto per te!

di Romilda Cozzolino

Avevo 11 anni e non volevo fare la cantante, sebbene frequentassi regolarmente scuola di canto e facessi tantissimi concorsi canori, regionali e nazionali. La mia voce era circondata da aspettative, dovevo diventare famosa, calcare il palco dell’Ariston. Studiavo e allenavo le mie corde vocali per quello, per diventare una cantante famosa. Mi dicevo: “A cosa serve avere una bella voce se poi non diventerò famosa? A cosa serve avere un’ottima tecnica se poi rimarrò nella mia città a cantare in qualche locale?”. Ecco, se fosse stata proprio questa la mia strada (anche se non ne fossi pienamente convinta, anche se già dentro di me avvertivo di essere chiamata ad altro) avrei dovuto raggiungere i massimi livelli della professione, altrimenti, nulla, non avrei più cantato.

Mi dicevo che Dio si era sbagliato nel darmi quel dono: non ero ricca per poter investire tanti soldi nella discografia, non ero abbastanza ‘personaggio’ per poter accedere alla tv e, soprattutto, non sapevo a cosa potesse servire quel talento nell’evangelizzazione, anzi, per me era un ostacolo profondo nella mia relazione con il Signore. Finché un giorno, sono arrivata dalle sorelle clarisse della mia città, le quali mi hanno cambiato la vita e mi hanno fatto comprendere che quel dono non era un errore di distrazione di Dio, ma la chiave della mia felicità: lì ho capito come il canto fosse la forma di preghiera più alta che un uomo possa elevare al cielo e di come Dio si serva di una voce per trasmettere il suo amore. Solo 7 anni dopo, però, ciò che avevo capito davanti a quella grata finalmente si concretizza: inizio a cantare per il Signore come servizio a 360º con la mia canzone ‘Al posto tuo’ che diventa l’inno nazionale della XXXIX Marcia Francescana, e da lì molte altre canzoni che parlano della bellezza della fede. Realizzo un album che volevo incidere a 12 anni per diventare famosa, ma stavolta è dedicato a Lui e parla di speranza, di come il dolore sia un’occasione preziosa per diventare ciò che da sempre sei chiamato ad essere, per essere la versione migliore di te e potenziare le tue capacità. Dio si è servito di molte cose per farmi comprendere che mi aveva pensato per cantare e, oggi, il Suo sogno è diventato il mio. Non riesco a immaginare un solo giorno senza cantare o scrivere canzoni.

Inventare il futuro. La testimonianza di Armida Barelli

di Paola Bignardi

La beatificazione di Armida Barelli è un evento di grande significato, in particolare per la Chiesa e per la società italiane. La sua spiritualità, i suoi linguaggi, il suo modo di fare sono quelli tipici del suo tempo, eppure sono percorsi, come linfa sotterranea, da una tensione verso il futuro che molte delle sue scelte hanno indicato e precorso. Penso in particolare a ciò che la Barelli ha fatto per le giovani donne, in un tempo in cui erano semplicemente “angeli del focolare”, con espressione poetica a coprire tante storie di umiliazione, di sfruttamento, di subordinazione.
Con la sua beatificazione, la Chiesa propone un modello cui guardare, in un tempo in cui la promozione della donna nella Chiesa e nella società è un processo tutt’altro che compiuto.

Una vita straordinaria

Armida Barelli nasce a Milano nel 1882, seconda di sei figli. La sua è una famiglia borghese che guarda con sospetto il mondo clericale. Tuttavia Armida frequenta la scuola delle Orsoline e poi il collegio in Svizzera. Qui vive le sue prime esperienze religiose; non una folgorazione ma la scoperta a poco a poco del valore dei passi che conducono verso Dio. E Dio la condusse a scegliere di vivere verginità e apostolato, restando nel mondo.
Profonda è la sua gioia nello scoprire come nella sua vita di laica permaneva la possibilità di una comunione con il Signore: «Mi canta nell’animo l’amore del Signore; in strada dico ogni giorno il Rosario intero e mi pare di essere sola con lui anche in mezzo al frastuono; Dio mi ha investita». Si è colpiti dalla gioia di questa scoperta che è una grande acquisizione per la vita dei laici: la possibilità della comunione con il Signore dentro la vita ordinaria, dentro il frastuono della città, dentro un’esistenza fatta delle cose comuni a tutti, in tram o tra gli impegni, facendo anticamera o incontrando le persone.

Promuovere le donne: la Gioventù Femminile di Azione Cattolica

La grande opera della Barelli fu soprattutto la fondazione della Gioventù Femminile di Azione Cattolica, L’avventura ha inizio nel ’17, quando il card. Ferrari, arcivescovo di Milano, le propone di impegnarsi per incrementare l’associazionismo cattolico ambrosiano, presente in appena quattro parrocchie della città. Armida, in pochi mesi, favorì la nascita di 90 circoli con 5000 iscritte. Dopo l’eco di quei successi Benedetto XV la nominò vicepresidente delle donne cattoliche, con particolare incarico per il settore giovanile: è il 1918. In ogni diocesi nacque la Gioventù Femminile di Azione Cattolica (GF), che riunì oltre un milione di giovani. Esse venivano formate ad una religiosità consapevole e matura che doveva esprimersi in famiglia e nella società.
L’opera di formazione e di alfabetizzazione religiosa compiuta dalla Barelli attraverso la GF fu veramente straordinaria. Si pensi ai catechismi e ai corsi di esercizi spirituali, che coinvolsero un numero imponente di giovani donne in un’esperienza di formazione spirituale che non poteva non lasciare un’impronta. Nel 1936 si iscrissero alla gara di “cultura religiosa” per giovani donne più di 500 mila socie. Nel 1938 “Squilli di risurrezione”, il giornale che arrivava alle socie, raggiunse 1 milione e 119 mila copie che arrivavano nelle case: una cifra sbalorditiva, soprattutto considerando i tempi.
Nel 1928 la Barelli fondò insieme a padre Gemelli l’Opera della Regalità, impegnata nella promozione del movimento liturgico, attraverso iniziative per convegni e ritiri e la diffusione di un opuscolo settimanale che illustrava i testi della messa. La celebrazione eucaristica, infatti, era in latino e la gente non capiva la Parola di Dio e il senso della liturgia: ben prima del Concilio, dunque, Armida promuove la vita liturgica della comunità cristiana attraverso dei sussidi che, settimana dopo settimana, intendevano porre alla portata di tutti la Parola di Dio e il contenuto della liturgia. Ancora una volta un’azione formativa, mossa dalla necessità di una vita cristiana consapevole, che non fosse fideistica e fondata su un volontarismo vuoto, bensì capace di esprimere ragioni prima di tutto davanti a se stessi.
La Barelli si è adoperata moltissimo per portare le donne fuori dalle mura domestiche in un tempo in cui questo non era abituale; per aiutarle a superare un atteggiamento di sottomissione affidando loro una missione ecclesiale e sociale; per favorire l’emancipazione ecclesiale e sociale della donna attraverso la cultura e la responsabilità: due ambiti in cui ancor oggi nella Chiesa le donne più difficilmente riescono ad essere coinvolte.
Si tratta di iniziative che, tutte, parlano di intraprendenza, di coraggio, del gusto di inventare il futuro.

Nostalgia, viaggio dal passato al futuro

Da Note di Pastorale Giovanile.

di Maria Rattà.

Nostalgia: parola potente, evocativa di un viaggio nel tempo e nello spazio; in mondi lontani, passati o futuri; fra volti conosciuti e incontro a persone e paesi ancora distanti; verso dimensioni possedute o da possedere; termine che scatena nell’uomo sentimenti contrastanti e che scava nell’animo con la trivella del rimpianto, del dolore… o della speranza.
Nostalgia è vocabolo a noi tutti familiare, ma non antico quanto ciò che significa. Fu “inventato” nel 1688 da un medico, Johannes Hofer, giovane laureando all’università di Basilea. La parola nacque con connotati prettamente scientifici, per descrivere lo stato patologico dei soldati mercenari svizzeri di Luigi XVI, afflitti dalla mancanza del proprio paese.
Un termine nuovo per indicare qualcosa di ancestrale come l’uomo, così “secolare” che già al mondo greco si deve il primo poema della nostalgia: l’Odissea, storia di un uomo che si lascia muovere dal desiderio struggente della propria terra e della propria famiglia, rifiutando, pur di farvi ritorno, finanche i doni dell’immortalità e dell’amore di una dea.
Per lungo tempo la nostalgia rimase un “malanno”, così come era nata. E in effetti, anche se poi essa si è staccata da questa sua connotazione strettamente patologica, non si può negare che contenga in sé un aspetto oscuro, dato che la tristezza che essa ingenera può portare fino alla malinconia e alla depressione. Lo stesso Ulisse, in diverse rappresentazioni pittoriche, appare ora come impietrito dalla sua nostalgia, ora come in corsa verso ciò di cui sente il richiamo. Perché, come scrive anche lo psichiatra Eugenio Borgna, «ci sono nostalgie che fanno vivere, e nostalgie che fanno morire» (L’arcipelago delle emozioni, 2001). La nostalgia, allora, può essere una malattia che pietrifica e paralizza oppure una risorsa che fa guardare a ciò che rappresenta la casa dell’uomo in senso lato: le sue radici (abitazione fisica, infanzia, affetti, patria, in primis), ciò che ne forma l’identità più profonda e che fa andare avanti, per costruire il futuro senza dimenticare il passato.
E, così, la nostalgia, a ben vedere, se parla di radici, di identità e di origine, parla – volente o nolente – anche di Dio, vera e propria sorgente di ogni essere umano. E vera meta, anche, verso cui andare. Furono sempre gli antichi Greci a teorizzarlo per primi, con il filosofo Plotino, secondo cui l’anima del saggio, comprendendo che tutto è “uno”, si può innalzare verso l’Alto, verso il divino, verso l’Uno da cui proviene, per fare ritorno alla propria casa.
Nella letteratura spirituale cristiana è Agostino l’uomo che forse meglio canta questa nostalgia di Dio. Quel Dio di cui si ha spesso desiderio senza saperlo, come poi ammette lo stesso santo nelle sue Confessioni (10, 27.38) prorompendo nelle famose parole: «Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai». L’esperienza di Agostino è il paradigma di chi vive inconsapevolmente la nostalgia del divino come nostalgia di molte, mille altre cose, a cominciare soprattutto da quelle materiali, sulle quali gettarsi “deforme” (dice sempre Agostino), ma senza mai esserne appagati. Solo prendendo coscienza del limite che la nostalgia stessa comporta (non tutto si può “ritrovare” o trovare” in maniera totale e definitiva in questo tempo terreno; non ogni cosa che che desideriamo di riavere è un bene per noi; quanto bramiamo è rimando a una realtà più alta) è possibile intraprendere un cammino di fede, in cui la nostalgia non è più una catena che imprigiona, ma una chiave di libertà.
Non è però facile o scontato arrivare a questa consapevolezza, e l’arte ha saputo e sa esprimere bene questa lotta interiore, questo conflitto fra passato, presente e futuro, fra mondo materiale e mondo immateriale, fra tempo interiore e tempo cronologico. Ungaretti scriveva nella sua poesia Dannazione: «Chiuso fra cose mortali / (Anche il cielo stellato finirà) / Perché bramo Dio?» (Vita d’un uomo. Tutte le poesie, 1992), esprimendo il tormento dell’uomo che comprende che il solo mondo terreno non basta e che finanche le cose più vaste e lontane, come il cielo, danno in verità sete di bellezza, di eterno, di infinito… sete di Dio. Una sete colma dell’interrogativo esistenziale sul futuro ultimo dell’uomo. Così ogni nostalgia contiene in sé il “dubbio” del “non ancora”: non ancora raggiunto, non ancora visto, non ancora esistente, non ancora ritrovato. Viaggiare nella nostalgia è come imbarcarsi per mare, proprio al pari di Ulisse, e attraversare anche la nebbia, come ben rappresenta Il viandante sul mare di nebbia ritratto da Caspar David Friedrich nel 1818.
Incognita e possibilità sono i due poli entro cui ci si muove nella mappa della nostalgia, e l’arte, quale linguaggio della nostalgia stessa, consente di recuperare con arte il passato, proprio come si evince dalla conclusione dell’opera di Proust, Alla ricerca del tempo perduto.
«Forme di linguaggio quali la poesia e la narrazione mostrano come quello a cui non si può tornare possa trovare una nuova presenza. Mostrano come dall’irreversibile possano salire parvenze, immagini, figure con cui dialogare. E come il finito possa rivivere, facendosi ritmo di un dire e di un pensare» (Prete, Nostalgia. Storia di un sentimento).
La nostalgia, che si declina attraverso mille sfaccettature (nostalgia dell’amore, della bellezza, del cielo, del proprio paese), può diventare un viaggio di ritorno verso la nostra personale Itaca, quell’Itaca vista dal poeta greco Kavafis quale metafora della vita. Perché «non provare nostalgie non è vita, o almeno non è vita che si riconosca fino in fondo nei suoi orizzonti di senso. Certo, i luoghi, le stagioni della vita, e soprattutto il tempo, a cui ci portano i sentieri tracciati dalla nostalgia, sono, o almeno possono essere, lieti o dolorosi, oscuri o luminosi, ma in ogni caso ci fanno pensare agli sbagli commessi, al bene che non abbiamo fatto; e allora la nostalgia ci consente (anche) di ripercorrere il cammino, più o meno lungo, della nostra vita, aiutandoci a riconoscere le cose che avremmo dovuto fare, e quelle che potremmo ancora fare: rimeditandole, e modificandole, nella loro realizzazione» (Borgna, La nostalgia ferita, 2018).
Fanno eco a queste parole quelle di una canzone di Enrico Ruggieri, Nostalgia del futuro: «Ogni rimpianto di questa giornata / sarà una commedia lasciata nel tempo / Ogni occasione che è stata perduta / non può ritornare in un altro momento / La nostalgia del tuo futuro / non deve incatenarti più / Ogni ripiego sul sicuro / è una limitazione / Prendi la vita al volo / e portala via».
In questa nuova rubrica online cercheremo di prendere la vita al volo, parlando delle varie declinazioni della nostalgia, dei suoi mille volti di un’unica sostanza: la nostalgia di Dio, di ciò che è l’Altro per eccellenza, ma che assume poi le fattezze delle molte nostalgie che attanagliano il cuore dell’uomo e lo uccidono dentro o, al contrario, lo fanno rinascere a vita nuova, in attesa di quella vita eterna in cui non ci sarà più nostalgia, ma appagamento totale di ogni desiderio buono che alberga già in noi.

Bellezza e salvezza

Giuliano Zanchi (Segretario generale della Fondazione Bernareggi di Bergamo e direttore del Museo Bernareggi)

Se dovesse avere un qualche fondamento la convinzione che «la bellezza salverà il mondo», quantomeno nella diffusione forfettaria del suo luogo comune (l’ho visto scritto a lettere cubitali sulla vetrina di una parrucchiera), noi dovremmo sentirci nel migliore dei mondi possibili. Non esiste civiltà quanto quella eretta sui paradigmi dell’attuale occidentali’s karma che abbia tanto innalzato la «bellezza» a precetto performativo di così estesa influenza. La «salvezza» dovrebbe già avere trasfigurato questa terra così animata dai suoi pervasivi standard estetici. Naturalmente i dubbi in merito sono molti.

Oggi tutto deve essere bello, dalle unghie delle signore al manico di un cucchiaino da caffè. La cura della forma ha assunto dignità di conferimento del senso. La nostra civiltà sembra aver reso strutturale e programmatica quella specie di profezia che Nietzsche, un attimo prima di impazzire, ha depositato a futura memoria nei Frammenti postumi: «La verità è brutta: abbiamo l’arte per non perire a causa della verità» (1888, 16[40]6). Il suo significato è immediato e terribile. La condizione umana, a questo portano gli sviluppi dei suoi saperi, è totalmente priva di senso, venendo dal caso e dirigendosi verso il nulla. Possiamo solo accettare di conferirgliene uno modellandoci esteticamente. La verità è brutta, costruiamocene una bella. Sembra il grande comandamento in vigore nella città-mercato postmoderna. Il «profilo» delle nostre soggettività, proprio come accade nei social, scaturisce sempre più dalla somma dei suoi adempimenti estetici, nel look, nel food, nei cult, nei mood, e in tutte le varie forme di life styling promosse dal nostro creativo mercato del benessere.[1] Il design non è più semplicemente una qualità del prodotto industriale, quanto proprio una categoria dell’esistenza. Quella dell’«essere» sembrerebbe una forma indissociabile dalla sua intrinseca necessità di «apparire». Come Jessica Rabbit, ci disegnano così.

Il tratto tirannico di questo primato comincia a rendere palesi i suoi effetti collaterali. Il suo potere ingiuntivo, ancora più dispotico delle vecchie morali di cui ci siamo liberati, anima le molte euforie pubbliche dell’homo cosmeticus ma alimenta anche la frustrazione endemica indotta dagli standard di questo regno della beautitudine. Beati i belli, perché se sei brutto ti tirano le pietre, cantava Antoine nel 1967. Il sottobosco del disagio giovanile e il brusio neotribale dei social traboccano di evidenze circa la ferocia bullistica che si scatena regolarmente, e con la brutalità primaria di un villaggio arcaico, attorno agli inabili, ai mancanti, ai diversi, ai disfunzionali, ai ciccioni, alle bruttine, ai molti «brutti anatroccoli» che tirerebbero un sospiro di sollievo se fosse almeno loro concesso di vivere in solitudine in un angolo dello stagno. Al netto degli stanchi dibattiti che finiscono per far parte dello stesso spettacolo, non sembra che tutto questo abbia ha a che fare con una giustizia dell’essere fatta coincidere, in mancanza d’altro, con la perfezione della forma? Esiste una «bellezza» in nome della quale si colpevolizza senza remissione e in modo più inesorabile dei vecchi scrupoli religiosi. Nella pur asfissiante morale cattolica, se eri peccatore potevi confessarti; nel regno dell’attuale imperativo estetico [2] se sei «brutto» non c’è rimedio. Non esiste assoluzione. Nelle periferie di certe metropoli asiatiche o sudamericane questa sorta di giudizio universale anticipato sulla terra è clamorosamente visibile nella spartizione dantesca di quartieri reciprocamente alieni. Di là il glamour dei prati all’inglese e l’high-tech dell’architettura contemporanea; di qua le baracche, il fango e le fogne a cielo aperto. Una linea sottile divide, già in questo mondo, il paradiso dall’inferno. I segni della «bellezza», intesa come artificiale e ingiuntiva cura della perfezione, sono spesso indici di «sentenze definitive» proclamate nell’aldiquà. «Lasciamo le belle donne agli uomini senza immaginazione» ammoniva già quasi cento anni fa Marcel Proust.

Come gestire la rabbia?

Da Note di Pastorale Giovanile.

di don Wim Collin

San Francesco di Sales, maestro di vita spirituale per i giovani

Una delle emozioni che tutti affrontiamo e proviamo, tanto verso noi stessi quanto verso gli altri, è la rabbia. Non bisogna pensare subito ad una forma eccessiva di ira, paragonabile ad una eruzione vulcanica, bensì al sentimento in tutte le sue sfaccettature. Talvolta può accadere che qualcuno sia infastidito o arrabbiato per ciò in cui ha fallito, per una ricaduta, per un incidente, per qualcosa che non va come si desidera. A volte si tratta di piccoli sfoghi di rabbia che proviamo quando veniamo ripresi, oppure quando dobbiamo accettare qualche correzione, o ancora quando sperimentiamo qualche contraddizione o  non siamo accettati a casa o tra gli amici.[1]
Anche Francesco di Sales nella sua vita, come del resto accade a tutti gli esseri umani, qualche volta si è arrabbiato ed ha sperimentato il sentimento della collera. Nella lettera introduttiva del Trattato dell’amor di Dio indirizzata ad un amico, scrive: “Mi dà fastidio che in quest’ultima edizione, la sesta ormai, tanti errori si sono infiltrati nel libro. Nessuno sbaglio dovrebbe esserci perché un errore di stampa può facilmente dare un significato sbagliato riguardo questioni importanti.”[2]  Spesso nelle sue lettere si legge che egli è infastidito da qualcosa, che si arrabbia per diversi motivi. Noto per la sua tranquillità, per la pace, la dolcezza, la natura benevola e, non ultima, la calma, il santo della mansuetudine, così definito da alcuni dei suoi biografi, avrebbe dovuto faticare molto per diventare in tal modo, lavorando seriamente per controllare la propria ira. Non è facile, come dice in una delle sue prediche: “Quanta cura è necessaria per esercitare la pazienza e per sfuggire all’ira!”[3] Controllare la rabbia e l’ira non è cosa facile, lo stesso Francesco di Sales ha impiegato molto tempo per imparare a trattenersi. Quando qualcuno insultava sua madre tutti si aspettavano che reagisse molto duramente e rabbiosamente, invece, secondo il suo biografo, era solito dire: “Non ho avuto il coraggio per attaccarlo. A dire il vero, avevo paura di perdere in un quarto d’ora quel po’ del liquido di dolcezza che per ventidue anni ho cercato di raccogliere goccia a goccia, come rugiada nel vaso del mio misero cuore.”[4] Come accaduto per la tristezza e la malinconia, sembra che Francesco sia esperto anche dell’ira. Forse proprio per questo motivo troviamo nei suoi scritti molti consigli su come affrontare la rabbia, la collera o il fastidio.

Arrabbiarsi o irritarsi non è un problema

La buona notizia è che in alcuni dei suoi scritti il Vescovo di Ginevra afferma che non dobbiamo preoccuparci troppo: la rabbia, l’irritazione, l’ira, la collera fanno parte dell’essere umano e come tali sono radicati nella natura umana. “Finché l’uomo vivrà, camminerà e passerà su questa terra, avrà passioni, proverà fremiti d’ira, sussulti di cuore, affetti, inclinazioni, ripugnanze, avversioni e quant’altro a cui tutti siamo soggetti.”[5] Ma Francesco scrive nelle sue opere: l’ira è un’emozione che dovrebbe essere usata solo raramente perché è piuttosto pericolosa.[6] In una lettera all’amata Jeanne de Chantal spiega il perché sia così dannosa: “Ti arrabbi con l’arrabbiatura, e poi ti arrabbi con l’arrabbiatura provocata dalla rabbia. Ho veduto molti che sono divenuti collerici, in quanto il sentimento dell’ira già risiedeva in loro. Tutto ciò somiglia ai cerchi che si fanno nell’acqua quando vi si getta dentro una pietra, dapprima si crea un piccolo cerchio, e questo a sua volta ne produce uno più grande, e poi un altro e un altro ancora…”[7] Alla fine si rischia di finire in una strada senza uscita. “[La collera] diventa subito padrona della piazza e fa come il serpente che, dove riesce a far passare la testa, fa passare tutto il corpo.”[8]  O come dice nel Trattato dell’amor di Dio: “[La collera è] come un cavallo restio alle briglie e ribelle, si sottrae al controllo, porta il suo cavaliere fuori campo e ubbidisce soltanto quando le viene meno il respiro.”[9]
Secondo Francesco arrabbiarsi o irritarsi non è un problema, poiché fa parte della natura dell’uomo. Ma invece di invitare l’uomo a crogiolarsi in un atteggiamento passivo, o nel ruolo di vittima, Francesco esorta il suo pubblico ad agire. “È vero che tutti abbiamo delle inclinazioni verso il  male: alcuni sono inclini all’ira, altri alla tristezza, altri all’invidia, altri alla vanità e alla vana gloria, altri all’avarizia; e se viviamo secondo tali inclinazioni siamo perduti. […] Tuttavia, devi lavorare per sbarazzartene.”[10] Infatti, ciò che ciascuno di noi ha il compito di fare è agire. La rabbia, l’ira, la collera in genere non dovrebbero diventare linee guida della vita, non dovrebbero determinare ciò che si pensa, si sente o si vive. Piccole arrabbiature o grandi attacchi di ira sono cose che appartengono al vecchio e da cui bisogna liberarsi, o per lo meno è necessario cercare di controllarle.[11] Questo perché le emozioni incontrollate possono avere molteplici e spiacevoli conseguenze. È dunque consigliabile non fare mai eccezioni a tal proposito, in nessuna circostanza e per nessun motivo. Nell’Introduzione alla vita devota, Francesco afferma: “Questa vita terrena è soltanto un cammino verso la vita celeste, non adiriamoci dunque per la strada gli uni contro gli altri; camminiamo tranquillamente e in pace con i fratelli e i compagni di viaggio. […] Con chiarezza, e senza eccezioni, ti dico: Se ti è possibile, non inquietarti affatto, non deve esistere alcun pretesto perché tu apra la porta del cuore all’ira.”[12]

“Ascolto”

di Gianluca Zurra

“Ascolto” è la prima parola fondamentale per lo stile sinodale della Chiesa. Dal Concilio Vaticano II in poi è stata riscoperta la Parola di un Dio che parla agli uomini e alle donne come ad amici[1], agendo nella storia quotidiana tramite il soffio imprevedibile dello Spirito. Amicizia e sorpresa, affetto e novità si rivelano così come il cuore stesso del Dio biblico, che chiede una grande apertura delle orecchie per essere percepito nelle pieghe e nelle curvature del mondo[2].
Senza questa disposizione di ascolto, sinonimo di una fiducia che ha il coraggio di non voler sapere ogni cosa in anticipo rinunciando alla tentazione del controllo, la Chiesa non potrebbe cogliere ciò che oggi lo Spirito sta realizzando, dentro e oltre i suoi stessi confini. Lo ricorda il documento preparatorio del sinodo dei vescovi: il cammino sinodale “richiede di mettersi in ascolto dello Spirito Santo che, come il vento, ‘soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va (Gv 3,8), rimanendo aperti alle sorprese che certamente disporrà per noi lungo il cammino”[3]. Dunque, prendere sul serio fino in fondo l’incarnazione significa congedarsi dal dottrinalismo, che trasformerebbe la sinodalità in una pura applicazione, seppure più allargata, di decisioni o di concetti considerati a monte rispetto alle forme concrete del vissuto umano. Si tratta invece, per la Chiesa, di approdare al riconoscimento grato di come lo Spirito abiti l’imprevedibilità della storia, senza averne paura e senza difendersi: ascoltare la realtà diventa così non un esercizio successivo al cammino sinodale, né puramente preparatorio, ma è la sua stessa condizione, poiché non c’è Vangelo che possa risuonare prima o a lato delle esperienze elementari della vita comune, anche e soprattutto per le nuove generazioni.
È necessario, tuttavia, che la parola “ascolto” non sia generica. Per darle corpo affrontiamo tre passaggi: il senso umano dell’ascolto, lo stile di ascolto proprio di Gesù e infine una Chiesa in ascolto sinodale.

Il senso umano dell’ascolto

Fin dal primo istante della nascita, le orecchie sono protese verso i suoni che provengono dal mondo circostante. Ascoltare, dunque, è un atto contemporaneamente passivo e attivo: se non ci fosse qualcuno che ci parla e cose che risuonano per noi, non sarebbe possibile attivare l’ascolto, ma al tempo stesso se ci si chiudesse alle parole e ai suoni, nulla di nuovo potrebbe accadere in noi. Ascoltare è un intreccio tra l’umiltà che lascia parlare la realtà, senza volerla incasellare prima del tempo, e il coraggio di rielaborare ciò che si ascolta.
I suoni del mondo, in effetti, richiedono attenzione paziente, silenzio profondo, tempi lunghi di comprensione; non sopportano la fretta, il “per sentito dire”, o la sicurezza del “questo lo conosco già”. D’altronde, è esperienza comune ritrovare ossigeno ogni volta che qualcuno ci ascolta davvero, prendendo tempo per noi e condividendo la nostra storia. Viceversa, l’aridità della solitudine nasce quando non si trovano più canali di ascolto reciproco, di comprensione e accoglienza della propria vita da parte degli altri. Siamo come sospesi a quel piccolo, invisibile filo di suoni, teso tra le nostre orecchie e le tonalità del mondo che risuonano attorno a noi. Siamo il nostro ascolto e possiamo esistere in quanto siamo ascoltati, accolti, compresi!
Ascoltare è un verbo da declinare all’imperativo, non in senso moralistico, ma perché senza l’esperienza dell’ascolto saremmo sterili, non potremmo essere sostenuti e risvegliati alla vita.
Il Dio biblico, non a caso, si manifesta come colui che parla, che rivolge la parola, tramite innumerevoli e imprevisti canali: gesti, avvenimenti, sogni, leggi, persone, profeti. La fede biblica non nasce da miracoli potenti, come ci si aspetterebbe dal dio Faraone, ma dalla suggestione di un vento leggero sul monte, come succede per Elia[4], o dalla promessa di vita che si fa strada in un arbusto che arde senza consumarsi, come Mosè[5], o ancora più semplicemente dalla normale fioritura di un ramo di mandorlo che annuncia cose nuove davanti agli occhi e alle orecchie di Geremia[6].
È evidente, dunque, che ascolto e fede non sono soltanto collegati, ma diventano sinonimi, perché “ascoltare”, a differenza di “sentire”, implica il coraggio di spogliarsi delle proprie certezze, l’umiltà di fare spazio a ciò che ancora non si conosce, la profondità necessaria per cogliere la ricchezza di senso degli avvenimenti che accadono attorno e dentro di noi. Ascoltare è mettersi immediatamente nella disposizione di una relazione che tiene in vita, proprio nella misura in cui non rassicura, ma apre, espone, mette a rischio, in quanto suscita il desiderio di camminare in avanti e di ripensare da capo ciò che fino a quel momento sembrava scontato.
Mettersi in ascolto è un esodo, è continua rinascita, uscita dalle acque, riedizione creativa di ciò che succede fin dal grembo materno, quando la madre – e il padre con l’orecchio appoggiato sulla pancia di lei – percepisce la vita nascente prima ancora di poterne vedere il corpo, gli occhi e la pelle.
Nell’ascolto della realtà ne va così dell’esperienza di Dio, e nulla di meno, perché mai come in quel momento la nostra identità si riconosce sospesa ad altri e ricevuta da ciò che giunge di inedito alle nostre orecchie.
Pertanto, una Chiesa che non si mette in ascolto della vita reale perderebbe in un solo colpo la prossimità di Dio e la sua stessa umanità. Ascoltare, ripetiamolo, non è un’azione successiva all’esistenza ecclesiale, ma la condizione della sua ragion d’essere e della sua missione, poiché non c’è altro Dio all’infuori di Colui che si rivela e opera nella storia e non c’è umanità che non si formi fin dall’inizio nel miracolo silenzioso dell’ascolto reciproco.

L’ascolto di Gesù

“Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”[7]. È la voce che risuona al Giordano, quando Gesù viene battezzato. Ascoltare lui, dunque, significa imparare come il Figlio di Dio abbia fatto dell’ascolto lo stile della sua esistenza tra noi. Ci sono voluti trent’anni di vita nel nascondimento di Nazaret per poter udire, quel giorno, la voce di Dio, o per interpretare in sinagoga lo scritto di Isaia come inizio della predicazione pubblica[8]. Tutto ciò non è un periodo soltanto preparatorio, ma è già l’incarnazione in atto, attraverso un’iniziazione all’ascolto profondo della vita quotidiana senza la quale non sarebbe possibile percepire la presenza di Dio.
Se Gesù riesce a pronunciare le parabole, riconoscendo l’opera del Regno dentro il terreno della storia e delle cose più semplici, è perché non si è sottratto a questo lungo apprendistato, che non ha bisogno di fatti eclatanti, ma di orecchie e cuore ben tesi e profondi, pieni di passione per una vita che rimane e rimarrà per sempre la buona creazione di Dio, insieme alle fatiche e ai drammi che si porta con sé.
La rivelazione di Dio si realizza così attraverso l’ascolto con cui Gesù cammina nel mondo: si può dire che il riconoscimento credente del suo essere Figlio passa dalla consapevolezza che nessuno ha mai ascoltato come Lui, fino in fondo e fino alla fine. Ogni suo incontro vissuto lungo la strada non è mai superficiale, anzi! È dal confronto con la Samaritana, con la donna Cananea, piuttosto che con Zaccheo o con Nicodemo, che Gesù trae parole e gesti per dare corpo all’annuncio del Regno. Il tocco delle cose, dei colori e degli avvenimenti diventa così il terreno che può essere dissodato per trovarci con sorpresa il tesoro nascosto, anche là dove tutti gli altri vedrebbero soltanto sassi, spine, strade aride[9].
È un ascolto, quello di Gesù, che non si interrompe neppure durante il dramma del rifiuto e della morte: in questo caso si fa invocazione, ricerca, pianto, amore incondizionato, restituzione di tutto ciò che la vita ha saputo donare con sovrabbondanza. Il Risorto stesso non si manifesta dall’alto di un pulpito, o in maniera saccente: “Ora che ho vinto vi dico cosa fare e come vincere!”. Niente di tutto ciò: continua ad accostarsi con discrezione[10], cucinando pani e pesci[11], curando un giardino[12] e piegando lenzuoli[13]. La scena della risurrezione non ha mai il tono di un’invasione, né di un colpo di scena, ma ancora una volta è un evento di ascolto reciproco, da cui certo scaturisce una speranza nuova[14].
Non è un dettaglio di poco conto che la Chiesa nascente faccia memoria della Pasqua proprio così e non in altro modo. In obbedienza al suo Signore, che risorgendo non solo non supera la postura pre-pasquale dell’ascolto come fosse puramente preparatoria, ma la assume come stile stesso della sua definitiva presenza di Risorto, la comunità cristiana sa che il vero senso della missione riposa nella capacità di non invadere la scena, di non essere dispensatrice di certezze granitiche, ma di concepirsi come spazio aperto di prossimità e di accompagnamento per tutti. Così è la rivelazione di Dio in Gesù; così, e non in altro modo, deve ripensarsi lo stile ecclesiale.

Una Chiesa in ascolto sinodale

Perché l’ascolto innervi fin dall’inizio la missione ecclesiale, sono necessarie almeno tre importanti attenzioni, che possono diventare altrettanti cantieri su cui lavorare come comunità.
In primo luogo, la Chiesa nel suo insieme deve saper recuperare lo sguardo dei “segni dei tempi”, ponendo come prioritario l’impegno a ridire e riformulare l’esperienza della fede per i giovani. Sarebbe troppo superficiale credere che le nuove generazioni siano semplicemente lontane dal Cristianesimo. “Ascoltare”, in questo caso, significa riconoscere che buona parte dei giovani ha un altro linguaggio e un’altra modalità di fare propria la fede cristiana e di viverla. Scambiare il tramonto di una certa forma cristiana con la fine del Cristianesimo sarebbe uno sguardo miope; lasciarsi interpellare e cambiare da come la realtà giovanile si stia muovendo su nuovi orizzonti di senso e di ricerca religiosa è invece lo sguardo ispirato dallo Spirito, che non si difende, ma sa cogliere nuove esperienze di Vangelo fino ad oggi inedite[15].
In secondo luogo, questa esigenza implica che la comunità cristiana ridiventi uno spazio umano ospitale, presente là dove tutti si vive, perché si possa intravedere che non siamo soli nell’esperienza della fede, ma siamo sostenuti, guidati e incoraggiati da molti che condividono lo stesso cammino. Per fare questo è necessario che le strutture lascino la precedenza alle persone, a luoghi di incontro e di ricerca, che la rincorsa alle folle e ai grandi eventi sia sostituita dall’accompagnamento più personale e discreto. Solo uno stile sinodale sarà in grado di reggere a questa sfida, generando confronto, dibattito, dialogo, corresponsabilità laicale, esperienze che una struttura troppo verticistica e distante continuerebbe a rendere impossibili. Questo modo di essere diventerebbe una palestra di fede e di relazione realmente profetica, che farebbe della Chiesa non una madre protettiva incapace di far nascere, ma un grembo che genera alla vita adulta e consapevole nella fede.
In terzo luogo, la crisi attuale, dovuta alla pandemia e non solo, ci rende tutti molto più sensibili al tema della povertà e della sobrietà. Dovremmo con forza ritrovare gli occhi del Concilio per riconoscere che la comunità cristiana non ha nulla da perdere nel diventare concretamente più povera di mezzi e di strutture, più profetica e meno presenzialista, più coraggiosa nel superamento di forme manipolatorie di potere, a tutto favore di quello stile di ascolto che la rende più credibile e trasparente. Una sua più visibile e sana fragilità, anche strutturale, può finalmente esprimere la consapevolezza che, in fondo, c’è bisogno di poco, non appena è chiaro che la Chiesa non deve inventarsi la realtà o i luoghi dell’evangelizzazione, ma abitarli insieme a tutti, con profezia evangelica[16].
La sua testimonianza per le nuove generazioni passa in buona parte da qui, manifestando che anche per lei la crisi attuale non può essere motivo di arroccamento o di paura, ma passaggio, rinascita, movimento di purificazione e di riforma, luogo di ascolto in cui lo Spirito sta realizzando qualcosa di nuovo.

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