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Quattro semplici verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare

Dal numero di novembre di NPG

di don Rossano Sala

Il secondo “snodo cruciale”

Durante la discussione sinodale della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi dal tema I giovani, la fede e il discernimento vocazionale (3-28 ottobre 2018) sono stati individuati “tre snodi cruciali” che indicano l’originalità del nostro tempo. Quasi tre cerchi concentrici che caratterizzano il cambiamento d’epoca che stiamo vivendo.
Il primo snodo, quello più ampio e che tocca tutti e tutto è la digitalizzazione del mondo: tutti noi siamo stati inondati da questa rivoluzione che sta modificando ciò che siamo: il nostro cervello e le nostre posture relazionali, il nostro modo di apprendere e di lavorare, e così di seguito[1].
Il secondo snodo, che qui ci interessa più da vicino, è quello dei migranti. Tali persone vengono identificate come “paradigma del nostro tempo”, ovvero come figure particolarmente eloquenti per comprendere il mondo in cui viviamo con tutte le sue contraddizioni[2].
Il terzo snodo è rappresentato dalla triste realtà degli abusi. Un velo si è scoperto sulla vita della Chiesa e le tante ferite inferte a molti giovani sono venute alla luce. Siamo chiamati a fare verità e a chiedere umilmente perdono, ad andare alla radice del problema e ad affrontarlo con coraggio e responsabilità[3].

Di che cosa si tratta?

Quando parliamo di migranti e migrazioni, parliamo innanzitutto di un fenomeno mondiale e pluriforme. Mondiale perché è una realtà strutturale che riguarda tutti i continenti e non certo un fenomeno passeggero, ma di un qualcosa che riguarderà sempre di più il futuro dell’umanità. Pluriforme perché ci sono situazioni e motivazioni molto diverse che fa mettere in moto le persone: si può migrare all’interno di uno stesso paese, si può andare via per motivi climatici, oppure per mancanza di giustizia e pace, oppure ancora per persecuzione razziale o religiosa. Sempre, comunque, coloro che si mettono in viaggio sono desiderosi di una vita migliore. In Europa molti migranti arrivano ricchi di sogni e anche di illusioni.

Partono attirati dalla cultura occidentale, nutrendo talvolta aspettative irrealistiche che li espongono a pesanti delusioni. Trafficanti senza scrupolo, spesso legati ai cartelli della droga e delle armi, sfruttano la debolezza dei migranti, che lungo il loro percorso troppo spesso incontrano la violenza, la tratta, l’abuso psicologico e anche fisico, e sofferenze indicibili. Va segnalata la particolare vulnerabilità dei migranti minori non accompagnati, e la situazione di coloro che sono costretti a passare molti anni nei campi profughi o che rimangono bloccati a lungo nei Paesi di transito, senza poter proseguire il corso di studi né esprimere i propri talenti[4].

In questa situazione arrivano a casa nostra, bussano alle porte delle nostre comunità cristiane, cercano da noi sguardi di misericordia e gesti di accoglienza. Prima che un problema da affrontare sono prima di tutto persone in cerca di casa e di famiglia.

Minaccia o opportunità?

La presenza di migranti, nell’immaginario sociale, sembra essere in primo luogo uno spazio di allarme e di paura, «spesso fomentate e sfruttate a fini politici»[5]. Se però osserviamo con attenzione alla realtà dell’incontro, ci accorgiamo che quelle dei migranti sono anche storie di incontro tra persone e tra culture: per le comunità e le società in cui arrivano sono una opportunità di arricchimento e di sviluppo umano integrale di tutti. Le iniziative di accoglienza che fanno riferimento alla Chiesa hanno un ruolo importante da questo punto di vista, e possono rivitalizzare le comunità capaci di realizzarle[6].

In tale direzione la presenza di persone, soprattutto di minori, costretti a fuggire dalla loro terra di origine, diventa un’opportunità per far rifiorire le comunità di accoglienza. In primis le comunità cristiane, che dovrebbero avere nell’ospitalità uno dei loro tratti distintivi: attraverso un vero incontro con questi giovani sono costrette a svegliarsi, a mettersi in discussione, a recuperare la propria missione, a ripensare alla loro condizione originaria di «stranieri e pellegrini sulla terra»[7].
In questo senso i migranti sono un paradigma con cui è bene confrontarci: lo sono sia dell’umanità del nostro tempo, sia della vita di fede. Forse ci fanno paura perché ci mettono di fronte alla nostra vocazione di “uomini viatori”: come credenti sappiamo di essere un’umanità creata da Dio senza una residenza fissa in questo mondo. Siamo, o almeno dovremmo essere, persone che «aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste»[8].

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Lettera del Direttore Editoriale Elledici, Don Rossano Sala

Il nuovo Direttore Editoriale Elledici, Don Rossano Sala, in vista del nuovo anno pastorale, sottolinea attraverso una lettera, come la creatività sia centrale nel pensare a nuove presenze nel mondo editoriale e comunicativo. Invita inoltre tutte le realtà locali, ad estendere il più possibile gli inviti e le richieste, continuando a mantenere uno stile di vita cristiano nelle parrocchie e negli oratori.

 

Da Elledici:

Cari Amici di Don Bosco,
vi raggiungo, come nuovo Direttore Editoriale ELLEDICI, con alcune comunicazioni importanti, da estendere a tutte le vostre realtà locali, soprattutto quelle parrocchiali e oratoriane.

LDC, come già sapete, in dialogo con i superiori maggiori e con l’Ispettoria salesiana ICP (che è titolare dell’editrice) a partire da quest’anno hanno fatto scelte importanti in vista di un autentico e serio rilancio dell’editrice.

Pian piano si stanno riprendendo in mano le cose da tutti i punti di vista. È un cammino impegnativo, ma anche una sfida esaltante per tutti noi.

È dal gennaio 2019 che sono nel Consiglio di Amministrazione di LDC e passo dopo passo stiamo davvero crescendo attraverso un forte rinnovamento.

LDC sta ridisegnando la sua presenza all’interno del campo editoriale con sapienza e prudenza, attraverso un discernimento continuo.

Bisogna essere creativi nel pensare a nuove presenze e presenze nuove nel nostro mondo editoriale e comunicativo.

Dopo queste doverose premesse, trovate in allegato il Catalogo Catechismi & Sussidi 2022-23, a cui abbiamo lavorato per tutta l’estate. Rimane chiaro che LDC è leader indiscussa del mondo della catechesi, con progetti innovativi in cui ci siamo impegnati a fondo in questi ultimi anni. Soprattutto il progetto “Passo dopo passo”, concluso in tutti i suoi sussidi e passaggi, è il supporto divenuto in questi anni primario nel percorso di iniziazione cristiana di molte diocesi sparse per il territorio italiano. È la nostra punta di diamante, invidiataci da tanti e già in traduzione in diverse lingue. Tra le riviste LDC invece, Dossier Catechista si afferma come leader nella formazione e nell’aggiornamento dei catechisti in tutt’Italia: un vero e proprio supporto per programmare e organizzare al meglio gli incontri di catechismo, soprattutto in questo periodo di ripresa delle attività.

Il primo invito che vi faccio attraverso questa lettera è quindi quello di far arrivare alle vostre realtà locali questa comunicazione, che potrà certamente essere declinata da voi nel miglior modo possibile. Soprattutto l’ambito parrocchiale e oratoriano, più legato ai cammini di iniziazione alla vita cristiana, rimane per noi un campo privilegiato – seppur non certamente esclusivo – di impegno editoriale.

Con stima e amicizia.

Don Rossano Sala

Notizia Elledici

Don Rossano Sala – Nuovo Direttore Editoriale presso l’Editrice Elledici

L’Editrice Elledici nel segno di Don Bosco, leader nel campo della catechesi con più di 80 anni di storia nella diffusione della “buona stampa” a livello nazionale ed internazionale, è lieta di annunciare l’ingresso del nuovo Direttore Editoriale don Rossano Sala, salesiano di don Bosco, a partire dal 1° settembre 2022.

La nomina ufficiale, datata 14 luglio, è ad opera di don Leonardo Mancini, Superiore della Circoscrizione Piemonte e Valle d’Aosta nonché Presidente dell’Editrice Elledici, in dialogo con il Vicario del Rettor Maggiore dei Salesiani don Stefano Martoglio, e si colloca all’interno del piano di sviluppo proposto dalla Casa Editrice che potrà così avvalersi del prezioso bagaglio di professionalità ed esperienza, maturato in contesti ecclesiali, pastorali ed accademici, del neo direttore.

Don Rossano Sala

Licenziato e Dottorato in Teologia Fondamentale alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, don Rossano è Professore Ordinario di Teologia Pastorale e Pastorale Giovanile presso l’Università Pontificia Salesiana; Consultore nella Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi; Direttore della rivista «Note di pastorale giovanile»; Membro del Centro Nazionale Opere Salesiane d’Italia; Membro del Consiglio di Amministrazione dell’editrice Elledici; Già Segretario Speciale della XV Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.

“Dopo l’esperienza del Sinodo sui Giovani, insieme con gli incarichi accademici e pastorali ed in continuità con la direzione di «Note di pastorale giovanile», sono grato di poter continuare il mio servizio alla Chiesa e a don Bosco offrendo le competenze maturate e il mio lavoro per la Casa Editrice della Congregazione salesiana.

Le sfide che i giovani ed il contesto culturale odierno pongono alla catechesi, all’evangelizzazione e alla pastorale, ci esortano a proseguire con slancio e determinazione nell’elaborare un pensiero profondamente cristiano e nell’offrire proposte editoriali capaci di trasmettere la bellezza del messaggio evangelico, secondo percorsi rinnovati ed attuali”.

Don Rossano Sala – Direttore Editoriale

Il nuovo incarico di don Rossano Sala si colloca al termine del percorso di riorganizzazione e risanamento dell’Editrice portato a conclusione negli ultimi due anni con grande successo.

Nonostante le difficoltà imposte da una crisi generalizzata dell’editoria cattolica e dallo sconvolgimento creato dalla pandemia, la Casa Editrice, che nel 2021 ha realizzato più di 130 titoli tra novità a ristampe insieme a tre riviste tra le quali spicca Dossier catechista, leader assoluto nel settore da più di 30 anni, ha saputo ristrutturare la propria organizzazione, mantenere la qualità della sua offerta ed è ormai pronta a progettare il proprio futuro nel solco della missione conferita a don Bosco nella Chiesa.

“Siamo particolarmente lieti di poter accogliere don Rossano Sala come nuovo Direttore Editoriale della Elledici. Le sue competenze e la sua esperienza esprimono la concretezza del piano di sviluppo che l’editrice sta portando avanti con risultati sempre migliori.

Siamo felici di poter così mettere in gioco le migliori energie possibili per continuare a rispondere con determinazione e in modo efficace e innovativo alle mutate esigenze della società, mantenendoci fedeli alla missione formativa nel segno di don Bosco”.

Luca Priuli – Amministratore Delegato

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“Noi ci stiamo”: presentazione del Quaderno di lavoro MGS e dell’Ideario 2022/2023

Siamo arrivati al terzo anno della proposta pastorale MGS: “Noi ci stiamo” Non con le percosse ma con la mansuetudine, #sharethedream.

Introducendo il Quaderno di lavoro va detto che l’idea di fondo sta nell’accompagnare la comunità educativo pastorale nel suo insieme, e ogni singolo giovane e adulto ad entrare sempre più e sempre meglio nella spiritualità apostolica salesiana, mettendo a fuoco il nostro sistema educativo. È uno strumento di “formazione per la missione”.
Come ogni anno ci lasciamo anche interpellare dalla Strenna del nostro Rettor Maggiore, che per il 2022 ha scelto di concentrarsi su san Francesco di sales, il Dottore dell’amore: «Fate tutto per amore, nulla per forza» ne è il motto di riferimento.
Al centro c’è la volontà di prendere la decisione di appartenere alla Chiesa e di lasciarci infiammare dallo spirito missionario che dovrebbe caratterizzare la vita di ogni credente: per questo il titolo del presente quaderno è “Noi ci stiamo”. Significa che desideriamo renderci disponibili per Dio e per la sua proposta, per la Chiesa e la sua missione. Chiamati ad un’alleanza d’amore, non ci tiriamo indietro, ma siamo spinti a deciderci per Dio e per gli altri, riaffermando la nostra piena apertura vocazionale.

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Dall’introduzione del Quaderno, scritto da don Rossano Sala:

Il presente Quaderno non è stato né pensato né scritto per essere un “libro da leggere”, ma è concepito per essere uno strumento interattivo. Un quaderno “di lavoro”, cioè un compagno di viaggio per il nostro cammino di formazione per la missione. La scelta riconfermata – sulla scia positiva di quella degli ultimi tre anni (Puoi essere santo #lìdovesei, Nel cuore del mondo #LiveTheDream, Amati e chiamati #MakeTheDream) – è quella di dare dei contenuti solidi capaci di interagire con il singolo e con il gruppo attraverso la richiesta di partecipazione attiva.

Dall’introduzione dell’Ideario 2022/2023:

Anche quest’anno abbiamo scelto di proporre uno strumento pastorale per ogni realtà salesiana: “l’Ideario MGS”. Dopo l’esperimento dell’anno scorso, è sembrato opportuno affiancare al “Quaderno di lavoro MGS” una “bozza di progettazione pastorale”. È questa la natura e lo scopo di questo strumento: offrire spunti e intuizioni che aiutino a trasformare i contenuti del “Quaderno” in possibilità concrete di percorso e cammino formativo. Come in una piccola sartoria, ogni equipe educativa potrà partire da questi suggerimenti pastorali per cucire il proprio cammino locale. Unica infatti è la proposta, ma differente è la personalizzazione locale. Unico è lo spirito e il carisma salesiano, molteplici sono le coloriture e sfumature che esso assume in ogni territorio. Unica è la pedagogia salesiana, ma differenti sono i bisogni educativi nei diversi territori e nelle singole opere educative.
A ciascun “laboratorio sartoriale” il compito di tagliare la stoffa e cucirla su misura della propria realtà.

Scaricalo qui

“Noi ci stiamo” #sharethedream: la nuova proposta pastorale MGS

Dal dossier di Note di Pastorale Giovanile sulla proposta pastorale 2022/2023, “Noi ci stiamo” «Non con le percosse, ma con la mansuetudine» #sharethedream

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L’orizzonte della chiamata. Ripartiamo con coraggio dalla “grande domanda”

di don Rossano Sala, autore del Quaderno di Lavoro.

“Noi ci stiamo!”. È questo il motto sintetico della proposta pastorale per l’Italia salesiana per l’anno 2022-23. È una chiamata a mettersi in gioco con coraggio, offrendo la propria disponibilità. Ma se questa parola è la punta di un iceberg, bisogna che noi andiamo in profondità, che scaviamo per trovarne le radici, che cogliamo i grandi orizzonti di questa chiamata alla corresponsabilità con Dio e alla collaborazione tra noi.

In questo contributo, che ha appunto lo scopo di indagare i dinamismi della chiamata, ci proponiamo di percorrere insieme alcuni piccoli e preziosi passaggi che ci possano assicurare una base sicura per riaffermare che davvero “noi ci stiamo” con cognizione di causa, e non semplicemente nella logica di un’emozione mutevole e passeggera. Partiamo da lontano, riconoscendo il dono di esistere, e arriviamo, passo dopo passo, alla necessità di prendere oggi delle decisioni coraggiose.

Il dono dell’esistenza

Prendiamo il via dalla nostra esistenza concreta. Dalla consapevolezza che quello che siamo non è primariamente opera nostra. Ovvero dal fatto incontestabile che siamo preceduti, che siamo figli. Sembrerebbe una banalità, ma spesso ce lo dimentichiamo proprio. Un modo di pensare molto aggressivo a volte ci convince che ci facciamo da soli, che siamo figli di noi stessi e che non abbiamo nessuna responsabilità verso gli altri.
Un pensiero onesto, che fa perno intorno al reale, ci restituisce una socialità originaria che caratterizza la nostra esistenza. Non c’è mai stato un momento nella storia in cui io esistevo e gli altri invece no. È vero esattamente il contrario: c’è stato un tempo in cui il mondo e gli altri esistevano e io invece non c’ero ancora. I nostri genitori esistevano prima di noi, così come i nostri nonni, e anche i nostri fratelli o sorelle maggiori.
Nelle diverse epoche che studiamo sui libri di storia il nostro nome non compare. Per molto tempo io non ci sono stato e ad un certo punto sono nato, sono venuto al mondo. E non per mia iniziativa. E questo vale per tutti. Ci sarà anche un momento in cui sarò chiamato a lasciare questo mondo, che continuerà senza di me.
In base a questa realtà sperimentiamo continuamente di essere stati amati e voluti prima ancora di averne la percezione. Non è stata opera nostra, ma un dono che abbiamo ricevuto da altri. Primariamente da parte di coloro che si sono presi cura di noi. La vita è un dono che abbiamo ricevuto, senza alcun nostro merito. Altri hanno impiegato senza troppi calcoli e con tanta generosità tempo, risorse e affetti per farci crescere.
Ecco allora la sintesi del primo passaggio: bisogna rifiutare la menzogna dell’autofondazione, riconoscendo che siamo stati donati a noi stessi e che la vita è prima di tutto un dono gratuito che abbiamo ricevuto. Ecco che il primo e più importante atteggiamento dell’esistenza rimane sempre la gratitudine.

L’esistenza come dono

Il secondo passaggio è logico rispetto al primo: se esistiamo nella forma del dono, la realizzazione della nostra esistenza avrà la medesima forma del dono. Di solito, di fronte ad un favore ricevuto, rispondiamo: “A buon rendere”. Come a dire, ho ricevuto un dono da qualcuno, magari inaspettato, e adesso questo diventa un impegno di restituzione, un piccolo debito da onorare. Non è un obbligo stringente, ma una risposta naturale, eticamente importante, una spinta che ci porta al contraccambio. Ne va della nostra dignità.
Se riconosciamo che siamo frutto di un dono inatteso, ecco che la nostra vita diventa se stessa se impostata come un’esistenza capace di dono e di servizio. San Francesco di Sales, di cui quest’anno celebriamo i 400 anni dalla morte, parla a questo proposito di “estasi della vita”. È una bella espressione, che non ha nulla di intimistico, ma tutto di apostolico. Egli, guardando all’esempio di Gesù, l’uomo per eccellenza che sa riconoscere la sua esistenza come un dono ricevuto, indica al cristiano la via del dono concreto. Al di là dell’estasi della contemplazione – che ci eleva a Dio in una preghiera particolarmente intensa – e di quella dell’intelletto – che ci fa conoscere in maniera limpida le cose di Dio e degli uomini –, l’estasi dell’azione è caratterizzata da una continua carità, dolcezza, benevolenza e dedizione. È la via della generosità sistemica verso tutti. Tale estasi diventa il criterio di discernimento radicale sulla qualità della vita umana e cristiana:

Quando dunque si incontra una persona che nell’orazione ha dei rapimenti per mezzo dei quali esce e sale al di sopra di se stessa fino a Dio, e tuttavia non ha estasi della vita, ossia non conduce una vita elevata e congiunta a Dio, con la mortificazione dei desideri mondani, della volontà e delle inclinazioni naturali, per mezzo di una dolcezza interiore, di semplicità e umiltà, e soprattutto per mezzo di una continua carità, credimi, Teotimo, tutti i suoi rapimenti sono dubbi e pericolosi; sono rapimenti adatti a creare ammirazione negli uomini, ma non a santificare chi li prova[1].

L’estasi della vita è quindi il criterio reale, autentico e decisivo per la santità, per il semplice motivo che è nella vita di tutti i giorni che essa si riceve, si costruisce e si esprime:

Ci sono molti santi in cielo che non sono mai andati in estasi né sono stati rapiti nella contemplazione; infatti, quanti martiri e grandi santi e sante troviamo nella storia che nell’orazione non hanno mai avuto altro privilegio se non quello della devozione e del fervore? Ma non c’è mai stato santo che non abbia avuto l’estasi o il rapimento della vita e dell’azione, superando se stesso e le proprie inclinazioni naturali. […] Chiunque è risuscitato a questa vita nuova del Salvatore, non vive più né a sé, né in sé, né per sé, ma con il suo Salvatore, nel suo Salvatore e per il suo Salvatore[2].

La vita come “estasi”

Papa Francesco è in pieno accordo con san Francesco di Sales quando invita i giovani a vivere nella logica dell’estasi. Ha il coraggio di provocare ogni giovane con queste parole: «Che tu possa vivere sempre più quella “estasi” che consiste nell’uscire da te stesso per cercare il bene degli altri, fino a dare la vita»[3]. Questo significa che l’incontro con Dio produce estasi non perché strappa il credente dalla realtà e dalla trama di relazioni in cui è inserito, ma perché lo spinge a uscire da se stesso, superando i suoi stessi limiti per lasciarsi conquistare dalla bellezza dell’amore per gli altri e consacrarsi alla ricerca del loro bene:

Quando un incontro con Dio si chiama “estasi”, è perché ci tira fuori da noi stessi e ci eleva, catturati dall’amore e dalla bellezza di Dio. Ma possiamo anche essere fatti uscire da noi stessi per riconoscere la bellezza nascosta in ogni essere umano, la sua dignità, la sua grandezza come immagine di Dio e figlio del Padre. Lo Spirito Santo vuole spingerci ad uscire da noi stessi, ad abbracciare gli altri con l’amore e cercare il loro bene. Per questo è sempre meglio vivere la fede insieme ed esprimere il nostro amore in una vita comunitaria, condividendo con altri giovani il nostro affetto, il nostro tempo, la nostra fede e le nostre inquietudini. La Chiesa offre molti e diversi spazi per vivere la fede in comunità, perché insieme tutto è più facile[4].

Il senso preciso dell’estasi, come spiegato dal santo savoiardo e dal pontefice argentino, ci aiutano a mettere in luce la struttura responsoriale dell’esistenza, ovvero il nostro originario “essere per gli altri”. Siamo noi stessi quando usciamo verso gli altri, quando abbandoniamo le angustie del nostro individualismo e ci apriamo alla bellezza dell’incontro. Quando ci chiniamo con umiltà sulle ferite degli altri e siamo disponibili a dare di più a chi ha ricevuto di meno dalla vita. Contro l’antropologia della prestazione, che in fondo genera una società della stanchezza e dello sfinimento, siamo chiamati a riscoprire con determinazione che la nostra esistenza è una risposta d’amore ad un amore che a nostra volta abbiamo ricevuto. Ciò va vissuto nella concretezza della nostra vita. Che è unica e singolare. Situata nel tempo e nello spazio, vissuta nella storia in cui siamo inseriti. Questo ci porta ad entrare nello spazio del discernimento vocazionale.

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L’orizzonte della chiamata. Ripartiamo con coraggio dalla “grande domanda”

Dal numero estivo di Note di Pastorale Giovanile.

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di don Rossano Sala

“Noi ci stiamo!”. È questo il motto sintetico della proposta pastorale per l’Italia salesiana per l’anno 2022-23. È una chiamata a mettersi in gioco con coraggio, offrendo la propria disponibilità. Ma se questa parola è la punta di un iceberg, bisogna che noi andiamo in profondità, che scaviamo per trovarne le radici, che cogliamo i grandi orizzonti di questa chiamata alla corresponsabilità con Dio e alla collaborazione tra noi.
In questo contributo, che ha appunto lo scopo di indagare i dinamismi della chiamata, ci proponiamo di percorrere insieme alcuni piccoli e preziosi passaggi che ci possano assicurare una base sicura per riaffermare che davvero “noi ci stiamo” con cognizione di causa, e non semplicemente nella logica di un’emozione mutevole e passeggera. Partiamo da lontano, riconoscendo il dono di esistere, e arriviamo, passo dopo passo, alla necessità di prendere oggi delle decisioni coraggiose.

Il dono dell’esistenza

Prendiamo il via dalla nostra esistenza concreta. Dalla consapevolezza che quello che siamo non è primariamente opera nostra. Ovvero dal fatto incontestabile che siamo preceduti, che siamo figli. Sembrerebbe una banalità, ma spesso ce lo dimentichiamo proprio. Un modo di pensare molto aggressivo a volte ci convince che ci facciamo da soli, che siamo figli di noi stessi e che non abbiamo nessuna responsabilità verso gli altri.
Un pensiero onesto, che fa perno intorno al reale, ci restituisce una socialità originaria che caratterizza la nostra esistenza. Non c’è mai stato un momento nella storia in cui io esistevo e gli altri invece no. È vero esattamente il contrario: c’è stato un tempo in cui il mondo e gli altri esistevano e io invece non c’ero ancora. I nostri genitori esistevano prima di noi, così come i nostri nonni, e anche i nostri fratelli o sorelle maggiori.
Nelle diverse epoche che studiamo sui libri di storia il nostro nome non compare. Per molto tempo io non ci sono stato e ad un certo punto sono nato, sono venuto al mondo. E non per mia iniziativa. E questo vale per tutti. Ci sarà anche un momento in cui sarò chiamato a lasciare questo mondo, che continuerà senza di me.
In base a questa realtà sperimentiamo continuamente di essere stati amati e voluti prima ancora di averne la percezione. Non è stata opera nostra, ma un dono che abbiamo ricevuto da altri. Primariamente da parte di coloro che si sono presi cura di noi. La vita è un dono che abbiamo ricevuto, senza alcun nostro merito. Altri hanno impiegato senza troppi calcoli e con tanta generosità tempo, risorse e affetti per farci crescere.
Ecco allora la sintesi del primo passaggio: bisogna rifiutare la menzogna dell’autofondazione, riconoscendo che siamo stati donati a noi stessi e che la vita è prima di tutto un dono gratuito che abbiamo ricevuto. Ecco che il primo e più importante atteggiamento dell’esistenza rimane sempre la gratitudine.

L’esistenza come dono

Il secondo passaggio è logico rispetto al primo: se esistiamo nella forma del dono, la realizzazione della nostra esistenza avrà la medesima forma del dono. Di solito, di fronte ad un favore ricevuto, rispondiamo: “A buon rendere”. Come a dire, ho ricevuto un dono da qualcuno, magari inaspettato, e adesso questo diventa un impegno di restituzione, un piccolo debito da onorare. Non è un obbligo stringente, ma una risposta naturale, eticamente importante, una spinta che ci porta al contraccambio. Ne va della nostra dignità.
Se riconosciamo che siamo frutto di un dono inatteso, ecco che la nostra vita diventa se stessa se impostata come un’esistenza capace di dono e di servizio. San Francesco di Sales, di cui quest’anno celebriamo i 400 anni dalla morte, parla a questo proposito di “estasi della vita”. È una bella espressione, che non ha nulla di intimistico, ma tutto di apostolico. Egli, guardando all’esempio di Gesù, l’uomo per eccellenza che sa riconoscere la sua esistenza come un dono ricevuto, indica al cristiano la via del dono concreto. Al di là dell’estasi della contemplazione – che ci eleva a Dio in una preghiera particolarmente intensa – e di quella dell’intelletto – che ci fa conoscere in maniera limpida le cose di Dio e degli uomini –, l’estasi dell’azione è caratterizzata da una continua carità, dolcezza, benevolenza e dedizione. È la via della generosità sistemica verso tutti. Tale estasi diventa il criterio di discernimento radicale sulla qualità della vita umana e cristiana:

Quando dunque si incontra una persona che nell’orazione ha dei rapimenti per mezzo dei quali esce e sale al di sopra di se stessa fino a Dio, e tuttavia non ha estasi della vita, ossia non conduce una vita elevata e congiunta a Dio, con la mortificazione dei desideri mondani, della volontà e delle inclinazioni naturali, per mezzo di una dolcezza interiore, di semplicità e umiltà, e soprattutto per mezzo di una continua carità, credimi, Teotimo, tutti i suoi rapimenti sono dubbi e pericolosi; sono rapimenti adatti a creare ammirazione negli uomini, ma non a santificare chi li prova[1].

L’estasi della vita è quindi il criterio reale, autentico e decisivo per la santità, per il semplice motivo che è nella vita di tutti i giorni che essa si riceve, si costruisce e si esprime:

Ci sono molti santi in cielo che non sono mai andati in estasi né sono stati rapiti nella contemplazione; infatti, quanti martiri e grandi santi e sante troviamo nella storia che nell’orazione non hanno mai avuto altro privilegio se non quello della devozione e del fervore? Ma non c’è mai stato santo che non abbia avuto l’estasi o il rapimento della vita e dell’azione, superando se stesso e le proprie inclinazioni naturali. […] Chiunque è risuscitato a questa vita nuova del Salvatore, non vive più né a sé, né in sé, né per sé, ma con il suo Salvatore, nel suo Salvatore e per il suo Salvatore.

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Lo spessore della bellezza

Introduzione al dossier “Quale bellezza per i giovani?”, di don Rossano Sala.

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L’esperienza della bellezza

Da sempre ho vissuto nel mondo dell’educazione. L’ho conosciuto fin da piccolo, vivendo l’oratorio ambrosiano e la scuola salesiana. Non l’ho mai più abbandonato, né desidero farlo. E se devo dire qualcosa di sintetico su quelle esperienze che mi hanno strutturato il cuore e la mente, posso dire che “andare all’oratorio era bello” e che frequentare la scuola salesiana “è stato davvero bello”. Così come andare in Chiesa per vivere la liturgia era nel suo insieme bello, attraente. Un po’ meno, nei miei ricordi, lo era il catechismo!
Evidentemente dicendo questo non ci si riferisce solamente alla bellezza di un edificio, magari ben progettato e ben mantenuto. Si tratta invece di un giudizio sintetico rispetto ad un’esperienza vissuta, che può avere nell’esteriorità di una struttura un segno tangibile. È una questione complessiva che tiene insieme ascolto e dialogo, affetti e legami, strutture e spazi, tempi e ritmi. Armonia e sinfonia che lasciano un buon sapore e un profumo gradito che mai più si dimenticano e che si riconoscono all’istante, dovunque si ripropongano.
Capita spesso di fare un’esperienza con i ragazzi – un campo-scuola, un pellegrinaggio, una situazione di servizio, un cammino di gruppo – e nel chiedere loro informalmente com’è andata la risposta ha sempre a che fare con la bellezza di un insieme: “È stato bello”, “una bella esperienza”, “mi è piaciuto davvero”. Quando si attesta che un’esperienza ha avuto a che fare con la bellezza si fa una valutazione globale positiva su ciò che si è sperimentato. Che comprende, anche se non è quasi mai tematizzato, istanze forti di verità, bontà, giustizia e santità che la rendono tale.

Avvolti dalla bellezza

Nella sua accezione più ampia la bellezza segnala qualcosa che nel suo insieme è ben riuscito. Non è quindi solo una questione “estetica” nel senso più superficiale del termine. Sarebbe troppo poco, e correrebbe il rischio di essere cosa effimera. Certo, come la verità può cadere nel dispotismo e la bontà regredire nell’interesse proprio, anche la bellezza potrebbe divenire una terribile arma di seduzione, trasformandosi in qualcosa di perfido. Uno specchietto per le allodole che ci fa perdere la vita. Un’attrazione fatale, appunto. Il marketing attuale vive di questo, ne ha fatto una scienza e una tecnica sopraffina in nome del profitto.
Il peso specifico dell’autentica bellezza invece segnala – a partire dalla rivelazione di Dio, come ci ha insegnato nella sua lezione indimenticabile H.U. von Balthasar – che il mistero da cui siamo avvolti è amorevole, e viene ad esprimersi fino alla dedizione totale di sé per la nostra felicità nel tempo e nell’eternità. È una tesi di “ontologia trinitaria” questa – parola difficile che dice una cosa assai semplice: che il Dio unitrino è amore sino alla fine e null’altro, lo è da sempre e lo sarà per sempre – che ci fa bene rispolverare qui.
Bisogna saper riconoscere che la salvezza non viene da una bellezza che seduce, illude e abbandona. Viene invece da una bellezza che si fa dono concreto, capace di pagare in prima persona, che si fa carne e sangue attraverso gesti e parole che illuminano perché ardono. La vita del Signore Gesù è bella e felice perché brucia d’amore, perché è totalmente pro-esistenza, perdita di sé per la vita dell’altro e che per questo diventa pienezza di vita risorta. Espressione dello spirito di quelle beatitudini che egli ha respirato da sempre nel seno del Padre suo.

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Caro cardo salutis. Le radici vocazionali della corporeità

Da Note di Pastorale Giovanile, l’introduzione di don Rossano Sala al dossier del numero di marzo “Siamo corpo – dall’emergenza al discernimento”, a cura di Gustavo Cavagnari e Alberto Martelli.

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Un argomento difficile

Parliamo di corpo. È questo l’argomento del Dossier NPG di marzo 2022. Tema ostico, quello del corpo. Significa focalizzarci sull’unicità della nostra persona, non solo dal punto di vista esteriore. Il corpo manifesta lo spessore della nostra singolarità. Noi siamo corpo, appunto. Prima di essere un limite, il corpo è una possibilità. Con il corpo noi siamo nel mondo come oggetti e soprattutto come soggetti.
Come leggeremo nelle pagine seguenti – di cui ringrazio i diversi autori che ci hanno con fatica e soddisfazione messo mano – quella del corpo è una vera emergenza epocale. Propriamente, la condizione attuale dei nostri corpi di carne è la cartina al tornasole di una “questione antropologica” che ha nel corpo una particolare visibilità, tanto da farne un sintomo palese di una “crisi antropologica” in atto da molto tempo.
Ogni sintomo, come sappiamo, rimanda a qualcosa di più importante e radicale: potrebbe essere il segno esteriore di una grave patologia, ma anche un qualcosa che la precede e la manifesta. Se nel primo caso le cose potrebbero mettersi davvero male, nel secondo vediamo nel sintomo una spia provvidenziale, che chiede giusta attenzione e rapida azione.
Attraverso questo Dossier desideriamo pensare alla questione del corpo in questa seconda direzione: lo vediamo come un segnale chiaro per tutti di una rotta che dobbiamo almeno rimettere in discussione.

Non c’è nulla di più interiore dell’esteriorità

Che cosa può dirci un corpo disseminato di piercing e di tatuaggi? O il modo di curare i nostri capelli? O, ancora, il nostro modo di vestire? Oppure che cosa ci dicono le difficoltà alimentari degli adolescenti, che siano l’anoressia per le ragazze e la bulimia per i ragazzi? O alcuni comportamenti estremi che palesemente maltrattano e puniscono il nostro corpo?
Di certo dicono molto rispetto all’anima umana e alla postura spirituale di un ragazzo, di un giovane o di un adulto [1]. Sappiamo che ci sono tanti modi di comunicare, e sicuramente il corpo ha il suo linguaggio che dobbiamo almeno cercare di intuire. Il corpo parla in molti modi. Ultimamente è diventato quasi una tela bianca a completa disposizione del soggetto, su cui ognuno dipinge se stesso per manifestarsi agli altri.
Azzardiamo quindi la tesi per cui la nostra interiorità si fa visibile attraverso il nostro corpo. Il disagio e la fatica, il dolore e l’ansia, la gioia e la felicità si esprimono attraverso di esso, che in genere diventa sempre meno qualcosa da accogliere, accettare e rispettare e sempre più uno spazio espositivo costantemente visibile. Quasi una “mostra permanente”, aperta tutti i giorni dell’anno e a tutte le ore del giorno.
Attraverso il nostro corpo diciamo noi stessi, perché il corpo ha a che fare “interiormente” con la nostra persona. Sappiamo, per esempio, che violare il corpo di un altro attraverso un abuso sessuale significa segnare in profondità la sua interiorità, sfigurare per sempre la sua anima, ferire indelebilmente il suo spirito. Penetrare nel corpo dell’altro significa invadere il suo spazio vitale, entrare in un mondo altro rispetto al proprio, superare quella “distanza di sicurezza” che ha nei confini corporei un limite da valicare solo con sapienza, prudenza e rispetto… e mai con violenza.

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Annunciare il Vangelo con i giovani

Da Note di Pastorale Giovanile.

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di don Rossano Sala


L’istituzione del ministero di catechista

Ho avuto il dono di partecipare al Sinodo speciale sulla Regione Panamazzonica nell’ottobre del 2019. Tutti sappiamo che uno dei grandi temi sollevati in quell’assise è stato quello dei “ministeri”. Superare il clericalismo in fondo non è solo una questione teorica, ma potrà avvenire solo attraverso un autentico coinvolgimento del popolo di Dio nella vita e nella missione della Chiesa. Tutto ciò passa attraverso decisioni istituzionali vincolanti, che creano una nuova mentalità e rendono possibili nuovi percorsi ecclesiali. È necessario infatti trovare modi concreti perché la sinodalità sia vissuta realmente, altrimenti rimarrebbe solo una teoria astratta.
Penso che Antiquum ministerium, la lettera apostolica in forma di “Motu proprio” con cui papa Francesco istituisce il ministero di catechista, sia un segnale inequivocabile che va in questa precisa direzione. Dare un volto istituito ad un servizio che prima aveva dei confini piuttosto labili e dei riconoscimenti lasciati ai singoli è una forma preziosa di riconoscenza e di riconoscimento.
Riconoscenza perché si tratta prima di tutto di essere grati per la schiera di persone – e sono davvero molte – che con generosità e gratuità da sempre si spendono nell’immenso mondo dell’iniziazione alla vita cristiana non solo verso i più piccoli, ma anche nei confronti di tutto il popolo di Dio.
Riconoscimento perché è importante dare visibilità e forza a questo servizio ecclesiale che è sempre più imprescindibile in una società exculturata e postcristiana (soprattutto in Europa, ma non solo). Al di là delle possibili lamentele rispetto a ciò, va visto il lato positivo della faccenda: per la Chiesa si tratta di un’opportunità per riscoprire i dinamismi propri della fede e dell’evangelizzazione, che in un tempo di cristianità rischiavano di rimanere attenuati e inoperosi.

Una forma nobile di diakonia

Di solito la “diakonia” è immaginata unilateralmente come il servizio della carità verso i più poveri. Incarnata nell’immaginario ecclesiale dalla Caritas e nel servizio silenzioso e generoso svolto da molti singoli credenti, movimenti e associazioni verso le tante forme di povertà che attanagliano un numero crescente di persone nel nostro mondo in cui la forbice tra ricchi e poveri è sempre più ampia.
Senza nulla togliere a questa forma fondamentale di diakonia, oggi siamo chiamati a prendere sempre più coscienza che c’è povertà di Vangelo tra la nostra gente, nel popolo di Dio stesso, nella Chiesa stessa. Ignorare il Vangelo è la più grave mancanza per l’uomo, che ha diritto a sentirsi annunciare la buona novella da coloro che l’hanno ricevuta in dono e che non possono tenerla per sé.
Mi chiedo a volte se siamo convinti, come Chiesa, che la povertà di parola di Dio e di annuncio della bellezza della fede è davvero una mancanza grave. Se siamo consapevoli che facciamo un torto grave se non annunciamo il Signore Gesù come fonte di vita buona, di salvezza integrale, di giustizia piena, di speranza certa. Che è solo nel suo nome che si trova ciò che il cuore dell’uomo desidera davvero.
Di certo il Vangelo non è un tesoro da custodire, ma un dono da condividere. Non è un qualcosa che ci è consegnato per l’autoconsumo personale, ma perché sia fecondo e fruttuoso per tutti. La fede è luce che illumina, e quindi non si può tenere sotto il moggio.
Diventa quindi chiaro che la catechesi è una forma di diakonia ecclesiale di cui oggi non possiamo fare a meno. Insieme alla carità concreta, al servizio gratuito, alla generosità sociale, è uno spazio di espressione e di risposta alla povertà più grande, che è quella di Dio: del suo vero volto, della sua parola salvifica, della sua bellezza strabiliante, della sua bontà infinita e della sua volontà di amicizia con ogni sua creatura.

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In piena metamorfosi. Dalla ricerca allo smarrimento e ritorno

Da Note di Pastorale Giovanile, di don Rossano Sala.

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Sono passati sei o sessant’anni?

L’universo giovanile è magmatico, allo stesso modo della storicità sociale dell’umanità, da sempre in perenne movimento. Le diversità sono sempre più grandi e lo scambio dinamico tra globale e locale si fa sempre più animato. Non c’è altro modo di conoscere questo mondo che frequentarlo quotidianamente. Insieme poi si può anche studiarlo con passione.
Siamo molto grati a Valerio Corradi, sociologo attento e intelligente, che con una certa scadenza ci aiuta a considerare con interesse e interpretare con sapienza i cambiamenti in atto nella religiosità dei giovani. Lo aveva fatto per noi sei anni fa nell’accattivante Dossier di marzo 2015 (Giovani e religiosità. Verso un cambio di paradigma) e ci ripropone un aggiornamento in questo numero di NPG.
Facciamo un piccolo esperimento. Proviamo a pensare al 2015, partendo dalla nostra esperienza e dalla nostra memoria personale, e anche dalla considerazione di che cosa è cambiato nella pratica della pastorale giovanile, nell’immaginario ecclesiale e nella vita della società in questa piccola manciata di anni.
L’enciclica Laudato sì’ sulla cura del creato (2015), il bicentenario della nascita di don Bosco (2015), la conclusione del Sinodo sulla famiglia con la pubblicazione di Amoris laetitia (2016), la Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia e di Panama (2016 e 2019), l’entusiasmante cammino sinodale con e per i giovani (2016-19), il Sinodo della regione Panamazzonica (2019) e poi l’avvento della pandemia, che ha rapidizzato i cambiamenti in atto, oltre che aggiungerne degli altri. Pensiamo ai repentini mutamenti climatici, alla sempre più critica situazione politica internazionale, all’aumento esponenziale del fenomeno delle migrazioni. È tutto un movimento magmatico che si fa sempre più liquido e più rapido. Fratelli tutti (2020) raccoglie alcune delle sfide globali più importanti e delicate del momento.
Talvolta mi chiedo se sono passati, dal 2015, sei o sessant’anni. Perché effettivamente i fondamentali su cui ragionavamo in quegli anni appaiono radicalmente mutati.

Decifrare la religiosità giovanile con categorie nuove

Verso la fine del Dossier Valerio Corradi definisce la nostra come “un’epoca di smarrimento”. Mi pare azzeccata questa proposta, legata sia alla condizione dei giovani che a quella degli adulti. Alcuni “fondamentali” appaiono perduti, sembrano mancare dei “punti fermi” prima assodati e siamo alla ricerca di “nuovi punti fermi” che non si intravedono ancora all’orizzonte.
Qualcuno parla di “fragilizzazione” di tutte le posizioni, perché nessuno è più così tanto sicuro delle proprie convinzioni. Questo è un elemento che ha il vantaggio di farci diventare tutti un po’ più umili e rispettosi delle posizioni e delle convinzioni altrui. Altri annotano che i percorsi sono sempre più personali. Difficile cercare di standardizzare e omologare le esperienze – soprattutto in ambito religioso giovanile – in quanto “il tempo dell’autenticità” che stiamo attraversando impone ad ognuno di cercare la sua personale via per affrontare le sfide e il senso dell’esistenza. Ancora altri avvertono i segnali una rinnovata “fioritura” della ricerca spirituale, che però non sappiamo bene dove ci porterà, perché spesso slegata da percorsi istituzionali e quindi di breve e incerta durata. La pandemia, che ha bloccato l’espressione istituzionale della preghiera (pensiamo alla partecipazione liturgica), ha aperto il campo per la ricerca di nuove soluzioni creative e tendenzialmente individuali.
L’evento pandemico globale che stiamo ancora attraversando ha segnato una certa irrilevanza della proposta ecclesiale di senso e una rinnovata fiducia nella scienza, che attraverso i vaccini appare l’unica forza che sembra essere in grado di contrapporsi alla virulenza in atto. Che la ricerca si sia tramutata in smarrimento deve farci pensare. Soprattutto se questo non riguarda semplicemente i giovani – tutto sommato è abbastanza normale che le giovani generazioni, per definizione in ricerca, abbiamo dei momenti di smarrimento – ma la società civile nel suo insieme, e anche la Chiesa. Certo, ci sono dei segnali inequivocabili che anche la nostra amata Chiesa, di cui con gioia ci sentiamo parte viva, stia attraversando alcuni momenti di disorientamento.
Una delle tante positività del Dossier di Valerio Corradi è l’invito a decifrare la religiosità giovanile con categorie nuove. Nel proporre un’analisi di alcuni campi di espressione della religiosità giovanile odierna avanza, alla fine, alcune proposte per sintonizzarsi con la sensibilità dei giovani d’oggi e per agganciare la sempre viva domanda di senso che attraversa l’universo giovanile. Quindi lo smarrimento non è l’ultima parola, perché tra le nebbie del nostro tempo si intravedono alcuni punti luce su cui far leva per il rinnovamento.

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