Respirare a due polmoni

Pubblichiamo l’editoriale di don Rossano Sala sull’ultimo numero di Note di Pastorale Giovanile.

***

L’importanza dell’ascolto e i dinamismi del discernimento

Come abbiamo affermato nell’editoriale del numero precedente di NPG, seguiamo nel 2025 il filo rosso del cammino sinodale vissuto con i giovani dal 2016 al 2019 per riscoprirne i dinamismi e le prospettive, certi che in quei percorsi ci sono istanze da recepire per il rinnovamento della pastorale giovanile che attendono ancora di essere riscoperte e valorizzate.
Incominciamo mettendo a fuoco quelli che possiamo definire i due “polmoni” con cui abbiamo respirato per tutto il cammino fatto con e per i giovani: l’ascolto e il discernimento. Sono due disposizioni o posture che stanno una nell’altra: la prima è la condizione indispensabile per la seconda e la seconda è il frutto maturo e la destinazione naturale della prima.

La disciplina dell’ascolto

Anche oggi, se vogliamo fare una buona pastorale per e con i giovani, il punto di partenza rimane l’ascolto empatico della loro esistenza. Si sente nell’aria un grande bisogno di ascolto autentico.
Il Documento finale del Sinodo al n. 64 afferma che i giovani vanno considerati un “luogo teologico”. Che cosa significa? Che Dio – lo sappiamo – si esprime in molti modi, e non ultimo anche per mezzo della vita e della parola dei giovani di oggi. La loro esistenza è un “segno dei tempi”, perché essi sono un appello, un richiamo, e perfino una provocazione, che Dio rivolge alla Chiesa e al mondo. Attraverso i giovani Dio ci parla.
Perciò i giovani vanno quindi prima di tutto ascoltati. In un mondo adulto e in una Chiesa che nel suo insieme sembra essere in debito di ascolto questo non è facile, perché siamo abituati a parlare molto, un po’ meno a sentire, e poco ad ascoltare. Ascoltare è infatti più che sentire, ed è meglio che parlare. Significa essere aperti alla parola e all’esperienza degli altri, essere in grado di fare silenzio e spazio per ciò che mi vogliono comunicare, a partire dalle loro fatiche e sofferenze. Significa perfino avere il coraggio di “dare la parola” predisponendo un ambiente ricettivo e disponibile a lasciarsi anche trafiggere dalla parola viva dell’altro.
È scomodo e anche umiliante mettersi davvero in ascolto. È molto più facile sedersi al tavolo del confronto arrivando già con delle soluzioni preconfezionate o delle proposte già decise nella pastorale giovanile, perché pensate a monte rispetto all’ascolto dei giovani o ad un momento di confronto creativo. A volte si invitano i giovani a tavoli importanti, ma non sempre la disposizione nei loro confronti è aperta all’ascolto sincero del loro punto di vista.
C’è fatica ad ascoltare. E tale difficoltà ha una radice teologica. Nel senso che se non facciamo spazio nella nostra vita all’ascolto di Dio che continuamente parla e agisce nella storia, facendoci attenti alla sua parola nella meditazione quotidiana e a ciò che lo Spirito ci sta dicendo attraverso persone ed eventi, faremo fatica ad aprirci ai giovani. L’ascolto come esercizio spirituale ordinario va di pari passo con l’ascolto dei giovani: queste due realtà sono direttamente proporzionali.
L’ascolto ha bisogno di una disciplina specifica che non s’improvvisa, ma è frutto di un’esistenza aperta e disponibile. È un dinamismo che vince l’autoreferenzialità e fa diventare umili, disponibili ad imparare sempre di nuovo dalla vita e dal silenzio che lascia spazio agli altri e all’Altro. D’altra parte non si può essere discepoli del Signore senza l’assunzione di una disciplina che ci mette in ascolto attento della sua esistenza storica e della sua presenza attuale. In maniera sintetica, la parola del Sinodo sui giovani così affermava:

L’ascolto è un incontro di libertà, che richiede umiltà, pazienza, disponibilità a comprendere, impegno a elaborare in modo nuovo le risposte. L’ascolto trasforma il cuore di coloro che lo vivono, soprattutto quando ci si pone in un atteggiamento interiore di sintonia e docilità allo Spirito. Non è quindi solo una raccolta di informazioni, né una strategia per raggiungere un obiettivo, ma è la forma in cui Dio stesso si rapporta al suo popolo. Dio infatti vede la miseria del suo popolo e ne ascolta il lamento, si lascia toccare nell’intimo e scende per liberarlo (cfr. Es 3,7-8). La Chiesa quindi, attraverso l’ascolto, entra nel movimento di Dio che, nel Figlio, viene incontro a ogni essere umano (Documento finale, n. 6).

L’ascolto è il modo specifico in cui Dio si relazione con il suo popolo. E a noi, pastori dei giovani, è richiesto di assumere questa postura specifica nei confronti dei giovani che incontriamo in tutti gli ambienti. È il primo passo, necessario e insostituibile, per incominciare l’opera della pastorale giovanile. Senza tale ascolto la nostra opera è senza fondamenta, oppure ha fondamenta molto fragili.
Nell’Esortazione Apostolica postsinodale Christus vivit si parla dell’ascolto come disposizione fondamentale per una Chiesa che desidera essere significativa per le giovani generazioni. Al n. 65 si dice che, purtroppo,

i fedeli della Chiesa non sempre hanno l’atteggiamento di Gesù. Invece di disporci ad ascoltarli a fondo, “prevale talora la tendenza a fornire risposte preconfezionate e ricette pronte, senza lasciar emergere le domande giovanili nella loro novità e coglierne la provocazione”. D’altra parte, quando la Chiesa abbandona gli schemi rigidi e si apre ad un ascolto disponibile e attento dei giovani, questa empatia la arricchisce.

L’abito del discernimento

L’ascolto non è fine a se stesso, nel senso che è necessario, ma in sé insufficiente. L’ascolto è il passo iniziale per poter discernere. Il discernimento è il movimento successivo all’ascolto, nel senso che partendo dall’ascolto il discernimento è quella laboriosità personale e comunitaria guidata dallo Spirito del Signore che arriva a prendere delle decisioni pastorali adeguate alla situazione concreta.
Oggi il discernimento è sempre più essenziale, perché non è più possibile avere uno schema prestabilito da ripetere. Perché quando siamo in un’epoca di grandi cambiamenti – come la nostra – il discernimento diventa la modalità operativa ordinaria e permanente. Sempre la storia della Chiesa, se la osserviamo con attenzione, nei periodi di grande confusione e cambiamento è stata abitata da alcune minoranze creative in grado di discernere e inaugurare forme inedite di risposta ai problemi nuovi del proprio tempo.
La pratica del discernimento è quindi richiesta in forma imperativa dal “cambiamento d’epoca” che stiamo vivendo. Ecco alcune parole, tra le tante disponibili che circolano sul tema, che ne rendono chiara la sua estrema utilità in questo frangente storico:

La cultura dell’abbondanza a cui siamo sottoposti offre un orizzonte di tante possibilità, presentandole tutte come valide e buone. I nostri giovani sono esposti a uno zapping continuo. Possono navigare su due o tre schermi aperti contemporaneamente, possono interagire nello stesso tempo in diversi scenari virtuali. Ci piaccia o no, è il mondo in cui sono inseriti ed è nostro dovere come pastori aiutarli ad attraversare questo mondo. Perciò ritengo che sia bene insegnare loro a discernere, perché abbiano gli strumenti e gli elementi che li aiutino a percorrere il cammino della vita senza che si estingua lo Spirito Santo che è in loro. In un mondo senza possibilità di scelta, o con meno possibilità, forse le cose sembrerebbero più chiare, non so. Ma oggi i nostri fedeli – e noi stessi – siamo esposti a questa realtà, e perciò sono convinto che come comunità ecclesiale dobbiamo incrementare l’habitus del discernimento. E questa è una sfida, e richiede la grazia del discernimento, per cercare di imparare ad avere l’abito del discernimento. Questa grazia, dai piccoli agli adulti, tutti (Cfr. Visita pastorale del Santo Padre Francesco a Milano, Incontro con i sacerdoti e con i consacrati, Duomo di Milano, 25 marzo 2017).

Siamo bombardati mediaticamente. Riceviamo stimoli molto superiori alle nostre capacità ricettive. Fatichiamo quindi ad orientarci per cogliere il bene. Rischiamo perciò una radicale incapacità di deciderci con cognizione di causa. Ecco perché imparare a discernere è sempre più determinante, se non vogliamo annegare nelle sabbie mobili del nostro tempo, che è più liquido che solido, più plurale che univoco, più oscuro che limpido, più frastagliato che lineare, più virtuale che virtuoso. Tanto ricco di opportunità da confonderci continuamente.
Il discernimento ci aiuta ad intuire ciò che viene da Dio e ciò che invece proviene dal Maligno, a chiarire le impercettibili differenze tra il bene e il male, ad approfondire la provenienza e la destinazione di ciò che ci si presenta davanti e infine di scegliere con coraggio ciò che si è riconosciuto vero, buono, bello, giusto e santo.
Si dice giustamente che il discernimento è chiamato a divenire un “abito”. Ovvero una modalità feriale di vivere, uno stile di Chiesa normale e perfino scontato, una metodologia operativa che ci fa procedere sicuri nel cammino. Quando si parla di “virtù” la teologia morale ne ha sempre parlato come di “abiti”, cioè di dinamismi presenti in forma permanente nella vita delle persone, capaci di interagire in tempo reale con le situazioni concrete in vista di decisioni e azioni buone.
Proprio così va pensato il discernimento. Un abito costruito con una regola precisa che sa tenersi aperta all’apporto di tutti, e che va declinato con alcuni verbi scanditi secondo un ordine preciso, che nel cammino di progettazione nella pastorale in genere e nella pastorale giovanile in particolare vanno presi davvero sul serio:
• Ascoltare con attenzione: è il primo passo, quello dell’apertura all’altro che arricchisce il punto di vista di tutti, perché è solo con l’apporto di ogni membro della comunità che essa si esprime in pienezza;
• Dialogare con rispetto: saper reagire con intelligenza critica alla parola udita, non tanto per biasimare ciò che non ci ha convinto, ma per sottolineare ciò che di buono si è udito;
• Confrontarci con apertura di spirito: mettere insieme le varie posizioni, cercando di far emergere il meglio ed eliminando il superfluo. Qui si tratta di qualificare il dialogo, facendo sintesi positiva;
• Progettare con lungimiranza: mettere insieme una serie di decisioni e di prospettive capace di fare forma ad un cammino fecondo per generare frutti di vita buona;
• Verificare con umiltà: essere in grado di rivedere ciò che si è fatto, sottolineando con realismo ciò che ha generato frutti positivi e ciò che invece non è andato a buon fine
• Rilanciare con entusiasmo: riproporre una prassi rinnovata dopo il laborioso percorso scandito dai cinque passaggi esposti sopra.
È evidente che se il discernimento diventa un habitus, questo vero e proprio “circolo virtuoso” è vissuto in forma perenne, cioè diventa uno stile normale di animazione di un gruppo di persone che guidano la pastorale giovanile in tutti i suoi cammini. Diventa perfino uno stile per la vita e la missione di ogni comunità cristiana.

* * *

A partire dai dinamismi dell’ascolto e del discernimento emerge un invito chiaro per noi tutti, che ci viene dalla parola autorevole del Santo Padre: «Esorto le comunità a realizzare con rispetto e serietà un esame della propria realtà giovanile più vicina, per poter discernere i percorsi pastorali più adeguati» (Christus vivit, n. 103). È una spinta a mettersi in gioco a partire dall’ascolto della nostra realtà giovanile in vista di un discernimento pastorale appropriato e conveniente. Facciamolo con serietà e rispetto.

Il tempo e la speranza

Da Note di Pastorale Giovanile.

***

di Maria Rattà

Il nuovo anno comincia sotto il segno di una donna: Maria, la Madre di Dio, la Madre degli uomini.
Ma del tempo diciamo che è esso è dono di Dio, e così l’anno che inizia è il regalo che ci concede il Padre per essere, ancora una volta, immersi nella storia in un moto di rinnovamento che viviamo alla luce dei cosiddetti “buoni propositi” con cui accogliamo, in fin dei conti, ogni fine che si riversa in un ricominciare. Sono le nostre aspettative personali e globali, che riflettono, nella loro profondità più intima, il nostro bisogno di trascendenza: ciò che abbiamo non è mai sufficiente, siamo sempre alla ricerca di altro, abbiamo costantemente necessità di guardare oltre, di respirare una felicità più grande, di cogliere obiettivi più elevati, di incontrare, in fin dei conti, la versione migliore di noi stessi.
La dimensione storica che attraversiamo non è soltanto un pugno di mesi in successione l’uno dopo l’altro, ma un cammino che cresce con noi e in cui noi stessi cresciamo, nella speranza di andare incontro agli altri e all’Altro, e che gli altri e l’Altro facciano altrettanto con noi.
Ogni nuovo anno è, insomma, una piccola Genesi, in cui desideriamo essere ricreati, per riprendere la nostra corsa con più slancio, lasciandoci alle spalle le cose che di quello precedente non ci sono piaciute, che ci hanno provocato sofferenza, ferite, traumi; ma anche conservando e migliorando le situazioni nuove, belle, entusiasmanti che abbiamo vissuto; portando con noi le persone che ci hanno offerto la loro vicinanza, la loro amicizia, il loro amore.
La fine che si riversa nell’inizio ha un po’ il sapore dell’innamoramento, in cui davvero sentiamo che tutte le cose si fanno sempre nuove, sempre “principio” di un oggi che diventa un domani più bello e pieno; la fine che si consuma nel principio ha sempre un po’ il gusto dell’amore che sboccia, in cui la speranza ha la parola più forte, e ci fa realmente credere che tutto sia possibile.
L’anno nuovo, come la vita e come l’amore, richiede allora un Padre e una Madre per essere veramente generativo, vitale, vivente. Qualcuno che non solo ci porti alla luce, ma che ci prenda anche per mano e ci accompagni, ci insegni ciò che ci serve e poi ci lasci liberi di andare con le nostre gambe.
L’anno nuovo, come la vita e come l’amore, necessita di un Padre e una Madre che rigenerino in noi la fiducia nella freschezza di nuove possibilità; che riaccendano in noi la capacità di scorgere grandi orizzonti anche quando tutto sembra cupo; che rianimino in noi il desiderio di rialzarci anche se siamo caduti.
Se Dio è il Dio della speranza, del tempo e della storia, allora ogni nuovo anno è, principalmente, un tempo di speranza: non c’è virtù umana per esercitare un qualche potere sul tempo – diceva papa Francesco nel 2013 – ma l’unica virtù per guardare al tempo è la speranza [1].
Nella speranza, proprio il tempo che apparentemente si riavvolge intorno al nastro di partenza non è semplicemente una fiaba, ma lo spazio di nuove, concrete possibilità: e laddove non si possono cambiare vicende e persone, allora, che nella speranza, possiamo almeno cambiare noi stessi, per avere sguardi, pensieri e cuore allenato. Per vivere meglio, più padroni di noi stessi, autonomi e forti come quel Padre e quella Madre che ci introducono in questo nuovo inizio per farci guardare dentro di noi e nelle nostre esistenze, e farci scoprire, proprio nella speranza, ricchezze che forse non sapevamo di possedere.
Questa è la vera speranza: essere consapevoli di non essere soli, e che ogni tassello che compone la nostra vita ha un senso, anche quando non si incastra secondo i nostri progetti umani, perché tutto procede verso Colui che raccoglie e armonizza in sé tutta la storia.
La nostra, insieme alla Sua.

Buon 2025 a tutti, buon Giubileo della speranza!

[1] Papa Francesco, Meditazione mattutina a Santa Marta, 25 novembre 2013.

Il viandante di Samaria. Appunti sulla fraternità

Da Note di Pastorale Giovanile.

***

Appunti sulla fraternità secondo la parabola del buon samaritano

A cura di Massimo Maffioletti 

Fraternità, l’unica via

Autunno 2022. Metrò di Parigi. L’occhio viene immediatamente catturato dall’immagine di una magnetica campagna pubblicitaria dove riecheggia il celeberrimo aforisma di Sartre mandato a memoria negli anni del liceo: L’enfer, c’est les autres [1]. L’inferno è gli altri.
Il filosofo esistenzialista padre militante della rive gauche parigina veniva, però, “corretto” da un prete dei poveri piuttosto autorevole in Francia, l’abbé Pierre: L’enfer, c’est soi-même coupé des autres (l’inferno è se stessi quando l’io viene reciso degli altri). Il claim chiudeva così, molto alla francese: Fraternité: quelques lettres de plus pour faire la différence. (Fraternità: qualche lettera in più per fare la differenza) [2]. L’ho trovato perfetto per iniziare il nostro racconto sul viandante di Samaria (la parabola cosiddetta del buon samaritano), ma anche per tratteggiare subito i contorni della stagione culturale che stiamo attraversando dove, forse, è proprio la fraternità a mancarci.
Ci manca l’essere fraterni tra noi. Ci manca quell’essere “Noi” [3] in grado di liberarci dalla tentazione di immaginarci soltanto come monadi autarchiche o delle isole [4]. Ci manca quella fraternità che ci fa sentire tutti sulla “stessa barca” [5] e che fa dell’umanità intera una “comunità di destino” [6]. Ci manca quel senso di ospitalità che fa dell’essere umano quello che deve essere per essere appunto umano.
Quell’ospitalità che viene da lontano, che percorre in lungo e in largo in maniera insistita, come un basso continuo, tutta la letteratura ebraica (ma anche quella greco-latina), fin dal primo omicidio della storia (Caino e Abele in Genesi 4), passando per l’accoglienza dei tre stranieri (o uno solo?) ai quali Abramo offre cibo e attenzione e cura (Genesi 18) per il solo fatto di essere uomini, prima ancora che forestieri o stranieri e comunque mai estranei (filoxenìa, amore gli stranieri). Proprio come recita l’antico adagio del commediografo latino Terenzio: «Homo sum, humani nihil a me alienum puto» [7].
L’invenzione dell’individuo è stata sinteticamente la grande conquista della modernità, e non va demonizzata, ma l’esito è stato il trionfo dell’individualismo (la “seconda rivoluzione individualistica”) con la conseguente inaugurazione della “cultura dello scarto”: «L’avventura individualistica si rivela più rischiosa di quanto potevamo immaginare! L’individuo non è soltanto più fragile o disorientato; ad essere messa in discussione è la sua intima consistenza» [8]. L’uomo post-moderno è diventato un «uomo di sabbia» [9] o «di vetro» [10].
Sbarazzandosi del “Noi”, l’Io è rimasto solo, anzi l’Unico. Gioca a pensarsi in chiave onnipotentistica – nel classico format del self-made- man – ma in realtà senza l’altro, senza la comunità del “noi”, è solo più povero e triste, non sa più chi è. «Il “noi” (la communitas [11]) sembra ormai sottomesso al potere dell’“io”. Viene così inficiato anche il tessuto della democrazia, che rischia di finire sotto la “tirannia degli individui”» [12]. Viviamo nel tempo della cosiddetta “espulsione dell’Altro” [13]. Espellere l’altro da sé significa espellere sé dalla vita.
Chiuso in sé, l’individuo muore [14].
La fraternità non può essere vissuta come una maledizione, una iattura, una condanna o un inciampo alla realizzazione del nostro Ego; non possiamo nemmeno immaginare che sia una sommatoria di tanti “Io” che s’accordano soltanto per salvaguardare il proprio interesse.
L’altro c’è solo se funzionale al mio stato di benessere. Troppo poco. Eppure, la fraternità è l’unica chance che abbiamo per tenere in piedi il mondo, respingendo le pulsioni di morte di un’umanità che si trastulla pericolosamente sul baratro dell’autodistruzione [15].
Non abbiamo alternative alla fraternità. Oggi, però, della “trinità” laica sembra la più difficile da assicurare. Infatti, mentre la libertà e l’uguaglianza – i fondamentali della società moderna – sono garantiti dalla Legge o dal Diritto, la fraternità no. Bisogna continuamente ricercarla, volerla, perché non si dà in natura, come appunto ci insegna la vicenda di Caino e Abele. Scrive un grande pensatore francese, ormai centenario ma decisamente profetico, Edgar Morin: «Non è possibile imporre la fraternità tramite la legge. La fraternità non può derivare da un’ingiunzione statuale superiore, deve venire da noi. La trinità libertà-uguaglianza-fraternità, per altro, è del tutto differente dalla Trinità cristiana, in cui i tre termini si inter-generano.
Al contrario, dobbiamo associare e combinare libertà e uguaglianza, a costo di fare dei compromessi tra questi due termini, e suscitare, svegliare o risvegliare la fraternità» [16]. La fraternità, dunque, non può essere imposta dall’alto o dall’esterno – e nemmeno Dio la può imporre. «Sin dall’infanzia abbiamo bisogno del “noi” e del “tu” che riconosce “te” come soggetto analogo a “sé” e vicino affettivamente a sé, pur essendo altro. Gli esseri umani hanno bisogno dello sbocciare del proprio “io”, ma questo non può prodursi pienamente che all’interno di un “noi”. L’“io”? Senza “noi” si atrofizza nell’egoismo e sprofonda nella solitudine. L’“io” ha non meno bisogno del “tu”, vale a dire di una relazione da persona a persona affettiva e affettuosa. Pertanto, le fonti del sentimento che ci portano verso l’altro, collettivamente (noi) o personalmente (tu), sono le fonti della fraternità» [17]. Mi piace pensarla come virtù sociale (perfino politica) oltre che attitudine personale. Abito che insignorisce l’uomo che lo indossa. Ma è delicata e ha bisogno di molta manutenzione perché «tutto ciò che non si rigenera degenera, la fraternità che non si rigenera senza posa degenera» [18].
Proprio quel giorno di metà ottobre sul metrò della capitale illuminista e laica, Ville Lumière della liberté, égalité e fraternité, ho pensato che avrei dovuto rileggere la parabola cosiddetta del buon samaritano. Ero convinto che il testo di Luca non parlasse soltanto di un enorme gesto di carità – il che comunque non sarebbe stato poco – ma soprattutto del riconoscimento dell’alterità fraterna (a suo modo una forma di trascendenza in orizzontale) come condizione dello stare al mondo degli umani, che sono tali solo quando misurano la propria identità al passo del riconoscimento dell’altro.
L’altro è la condizione per diventare quello che siamo [19]. La parabola sembra suggerire di primo acchito che per il malcapitato sulla strada da Gerusalemme a Gerico l’altro (i briganti) è l’inferno. La strada è l’inferno. Ci vuole il gesto fraterno del samaritano per restituire alla vita offesa la statura della promessa.
Il racconto dei primi capitoli di Genesi parla chiaro: mai più da soli (Adamo ed Eva), mai senza l’altro (Caino e Abele).
Mai senza l’altro è il titolo di un impareggiabile saggio di Michel de Certeau, gesuita teologo e intellettuale francese, dove l’altro si presenta sempre con il volto dell’estraneo, lo straniero per via, misconosciuto e proprio per questo necessario. Più che necessario. L’altro come condizione per definire la mia stessa identità. L’altro è lo straniero sulla strada di Emmaus (Luca 24,13-53), l’altro è il fratello non riconosciuto nella parabola dei due fratelli (Luca 15,11-32), l’altro è l’uomo lasciato mezzo morto sulla strada da Gerusalemme a Gerico, estraneo per gli uomini della legge ma anche per il samaritano.
Nella prefazione del libro citato si leggono già i temi che anticipano il nostro itinerario: «De Certeau ha indagato con rara incisività su ciò che apre ciascuno all’incontro dell’altro. Comunione attraverso il conflitto, la vita dell’uomo non è mai concepibile senza l’altro: tragedia allora non è il conflitto, l’alterità, la differenza bensì i due estremi che negano questo rapporto: la confusione e la separazione.
In questa nuova stagione dobbiamo imparare ad accettare il mistero e l’enigma di chi non conosciamo, di chi appare come l’estraneo e non solo lo straniero. La sofferenza e la fatica della ricerca dell’unione nella differenza permangono, ma la tragedia incombe sull’uomo soltanto quando rinuncia all’altro e se ne separa. Gli altri non sono l’inferno: sono la nostra beatitudine su questa terra» [20].
«Il mondo inizia plurale» [21] – fraterno – a partire già dagli elementi naturali: dalla coppia cielo e terra alla coppia Adamo e Eva. La congiunzione e è esplicativa. Poi si faranno i conti con il Male che è sempre divisivo (e anti-fraterno, anti-noi) [22].
Più generalmente noi potremmo parlare di prossimità, visto che la domanda del dotto interlocutore di Gesù all’inizio della nostra parabola punta a sapere “chi è mio prossimo”. Nel decimo capitolo del suo vangelo, Luca, autore che ha molto a cuore il tema della misericordia, ci invita a rintracciare le coordinate di questa fraternità perduta e riguadagnata soltanto grazie alla compassione di un viandante di Samaria.
Compassione («passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione») e prossimità («gli si fece vicino»): ruota attorno a queste due categorie il racconto parabolico. Proprio perché fragili vanno custodite. Ancora così inedite vanno scolpite sul cuore, senza se e senza ma, ma anche senza buonismi né facili ingenuità. La cura dell’altro rivela sorprese.
L’altro non sai mai fino in fondo chi è, rimane un mistero [23]. E la cura che si deve a lui non la si deve soltanto perché conosciuto. Sono i volti ignoti quelli cui essere prossimi. L’ignoto è sempre un enigma, l’altro (incrociato per strada) potrebbe essere uno straniero e perfino un nemico. La cura è sempre un rischio. L’altro è un appello alla libertà, un’invocazione alla responsabilità: impossibile sottrarsi. Nessuno può permettersi il lusso di rispondere come Caino: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Genesi 4,9). Perché, sì, parafrasando il testo, il responsabile di tuo fratello sei proprio tu e non un altro. Se ti capita davanti o ti cade (gli cadi) addosso, ricorda che il responsabile sei tu. D’accordo, la carta dell’indifferenza va messa in conto, anche le cronache quotidiane la documentano ampiamente, ma è disumanizzante.
Meglio non giocarla. Ti faresti del male.
Diciamolo subito: la grande storia biblica – nonostante l’originario stato di riconciliazione – si apre con una serie di appelli che hanno subito il compito di decidere la qualità intrinseca dell’umano. E l’umano per la parola divina si declina secondo il paradigma della fraternità compassionevole e della prossimità gratuita. Due domande presiedono i primi capitoli di Genesi dove a parlare è addirittura Dio in persona: «Adamo dove sei?» (Genesi 3,9) e – soprattutto – «Caino, dov’è Abele, tuo fratello? Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!» (Genesi 4,9-10). Scrive Francesco: «Questa parabola raccoglie uno sfondo di secoli. Poco dopo la narrazione della creazione del mondo e dell’essere umano, la Bibbia presenta la sfida delle relazioni tra di noi. Caino elimina suo fratello Abele, e risuona la domanda di Dio: “Dov’è Abele, tuo fratello?”. La risposta è la stessa che spesso diamo noi: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Con la sua domanda, Dio mette in discussione ogni tipo di determinismo o fatalismo che pretenda di giustificare l’indifferenza come unica risposta possibile. Ci abilita, al contrario, a creare una cultura diversa, che ci orienti a superare le inimicizie e a prenderci cura gli uni degli altri» [24].
La parabola del buon samaritano ricalca la storia dei due fratelli di sangue all’origine del mondo ma ne ribalta completamente l’esito. Sullo sfondo del racconto parabolico di Gesù echeggiano ripetutamente i grandi temi antropologici del libro della Genesi. Innanzitutto, si tratta di comprendere quali sono le coordinate di come deve essere l’umano per essere quello che deve. Secondo la parola di Dio. «Ciò che scopriamo dell’essere umano, questi testi (i vangeli, ndr) lo contengono già e lo lasciano intendere. Nelle loro parole qualcosa parla [ça parle]» [25].
Dio parla sempre la “lingua materna” [26] degli umani, nelle categorie fondative della vita: nascere, generare, soffrire e gioire, morire, amare, essere fratelli, essere giusti, coltivare e custodire il mondo… Le parabole sono sovente racconti che chiamano in causa la responsabilità (e non permettono l’indifferenza o l’ignavia, cioè l’inazione).
Non offrono ricette, aprono strade, coinvolgono la libertà esponendola subito in prima linea: sei tu – uditore della Parola, attento lettore costretto a metterti in gioco – a decidere l’esito finale della parabola e, quindi, il senso della tua vita: “Va’ e anche tu fa’ così”.
(Anche la cosiddetta parabola del padre e dei figli, sempre a firma di Luca, ha la stessa andatura: anche lì c’è un chiaro appello ai due fratelli stanati dalle loro comfort zone – l’una del maudit fascinoso, l’altra del perfettino intransigente – per rispondere dell’altro. Come se la questione – anche per Dio – non fosse tanto quella di riferirsi umanamente a Lui. No, la questione posta da Dio è una sola: occupati tu di tuo fratello, comincia a farlo tu perché non è detto che altri se ne occuperanno. Dio non chiede all’uomo di occuparsi di Lui. Chiede di occuparsi dell’uomo chiunque nel quale egli ha impresso la sua scintilla divina: amore per il prossimo e amore per Dio sono sullo stesso piano.) La parabola introduce «la sfida delle relazioni tra di noi» [27]: teniamo a mente questa sfida perché è il cuore della nostra vicenda umana, cioè del nostro venire al mondo e della destinazione della nostra vita (a chi decidiamo di destinarla, per quale causa decidiamo di spenderla). Le relazioni sono una prova, ma anche una promessa: dipende… Il testo di Luca è stato abbondantemente commentato, quindi noi non possiamo certo pretendere di aggiungere qualcosa di nuovo. Il fatto che noi l’affrontiamo è perché – come già segnalava padre David Maria Turoldo – questa parabola è il cuore dell’umanesimo evangelico, l’«unico umanesimo possibile»: «compendio non soltanto della storia umana, ma prima ancora compendio del vangelo», «un compendio spirituale ed etico della storia del mondo, di come si giocano le sorti dell’uomo», «l’essenza del cristianesimo» perché «qui è tutto l’uomo; ed è tutto il cristiano, che poi è la medesima e unica verità», qui si rivela «lo specifico del cristiano» [28]: «Essere cristiano non vuol dire essere più uomo di tutti gli altri uomini; è invece rivelazione e manifestazione di come dev’essere l’uomo, se vuol essere immagine e somiglianza di Dio. […] Essenza del cristiano è di essere un’epifania di Dio, e perciò realizzazione dell’uomo secondo il progetto di Dio; perciò il Cristo è l’archetipo dell’uomo, il suo modello: come è concepito l’uomo da Dio stesso, nella sua perfetta realizzazione. È scritto che non è altro che l’uomo perfetto, e che noi dobbiamo crescere per raggiungere la statura di Cristo; che vuol dire la pienezza della sua umanità; perché là dov’è questa pienezza d’umanità, c’è Dio, cioè la rivelazione di Dio. […] Dio è amore. Il sogno di Dio è che tutti gli uomini si amino come lui stesso ama» [29].
Nella parabola di Luca noi scopriamo il valore «biologico» del vangelo, da contrapporre alla concezione di vangelo come soltanto un «libro di consigli». Occorre partire dalla seguente convinzione: il vangelo «risponde alle esigenze fondamentali dell’essere» [30]. La crisi conclamata del cristianesimo occidentale (già ampiamente visibile all’interno dei contesti parrocchiali) consiste nell’aver dimenticato che il vangelo non è un ricettario etico né una teoria dottrinale ma lo svelamento dell’essere umano per come Dio desidera che l’uomo sia. L’attuale distanza dal vangelo – distanza dalla chiesa – è frutto anche di questa miopia.
«Questa parabola – scrive Francesco in Fratelli tutti – è un’icona illuminante, capace di mettere in evidenza l’opzione di fondo che abbiamo bisogno di compiere per ricostruire questo mondo che ci dà pena.
Davanti a tanto dolore, a tante ferite, l’unica via di uscita è essere come il buon samaritano» [31].
La parabola del buon samaritano ci riporta all’essenza del cristianesimo e di ciò che l’uomo è chiamato ad essere per essere all’altezza dell’umano di Gesù (e quindi di Dio).
Lo scrittore francese Emmanuel Carrère anni fa ha voluto cimentarsi con i testi cristiani della chiesa delle origini. La ricerca, confluita in un lavoro importante dal titolo Il Regno, approda a questa folgorante conclusione: «… anche voi dovete lavare i piedi gli uni gli altri. Se lo farete sarete beati […] mi sembra bello che della gente si riunisca per stare il più vicino possibile a ciò che c’è di più povero e vulnerabile nel mondo e in se stessi. Mi dico che è questo, il cristianesimo» [32]. Ecco, penso che qualcosa del genere si sia mosso nel cuore del nostro samaritano.
Il che dovrebbe interrogare anche il cristianesimo e la chiesa di questo inizio secolo che di tutto ha bisogno ma non di cadere nell’ossimoro già stigmatizzato da Arturo Paoli: «Abbiamo costruito e seguiamo un cristianesimo individualista» [33] con il quale ci si è allontanati dal messaggio originario di Gesù.

NOTE

1 La celeberrima frase di Jean Paul Sartre proviene dai dialoghi dell’opera teatrale Huit clos (in italiano A porte chiuse) che il filosofo compose nel 1943 per poi essere pubblicata nel 1947. Siamo in piena seconda guerra mondiale. Sartre la giustifica così: «Si è pensato che volessi con questo dire che le nostre relazioni con gli altri sono sempre avvelenate, che si tratta sempre di rapporti infernali. In realtà, quello che voglio dire è un’altra cosa. Voglio dire che, se i nostri rapporti con gli altri sono intricati, viziati, allora l’altro non può che essere l’inferno.
Perché? Perché quando noi ci pensiamo, quando cerchiamo di conoscerci noi utilizziamo quelle conoscenze che gli altri hanno già di noi. Noi ci giudichiamo con i mezzi che gli altri hanno, ci hanno dato per giudicarci. Qualsiasi cosa io dica su di me, c’è sempre dentro il giudizio degli altri. Ma questo non vuol dire assolutamente che non si possano avere rapporti differenti con gli altri. Sottolinea semplicemente l’importanza capitale di tutti gli altri per ognuno di noi».
2 La campagna pubblicitaria curata dalla Fondazione Abbé Pierre oltre al manifesto citato aveva prodotto altri tre slogan molto istruttivi anche per il tema della nostra parabola. Il primo: On ne meurt pas d’amour di Marcel Pagnol, scrittore drammaturgo e cineasta francese. In questo caso la correzione dell’abbé Pierre suona così: «Non si può morire d’amore ma si muore d’indifferenza» (mais on meurt d’indifference). Il secondo: Le 21e siècle sera religieux ou ne sera pas.
La correzione: «Il 21° secolo sarà religioso o non sarà proprio» diventa «Il 21° secolo o sarà fraterno o non sarà» (Le 21e siècle sera fraternel ou ne sera pas).
Il terzo di Nietzsche: Souviens-toi d’oublier ritradotto con Souviens-toi d’aimer (Ricordati di amare, non di dimenticare).
3 «La globalizzazione ci ha ravvicinati in un unico “noi”: una sola umanità. Eppure sembra che il “noi” si sia impoverito della sua forza. Anzi che sia crollato. C’è bisogno, e con urgenza, di inventare una nuova fraternità. È la sfida più alta che abbiamo di fronte. Ai “mercati senza frontiere” deve fare da contrappunto una “fraternità senza frontiere”» in V. Paglia, Il crollo del noi, ed. GLF tempi nuovi, 2017 (p. 22). Vedi anche M.M. Zuppi (con L. Fazzini), Odierai il prossimo tuoPerché abbiamo dimenticato la fraternità, ed. Piemme 2019 (pp. 9-33) 4 È rimasta nel Dna della nostra educazione sentimentale il versetto dello scrittore inglese del XVII John Donne, Nessun uomo è un’isola, che successivamente lo scrittore Ernest Hemingway farà propria così come ne farà tesoro anche il monaco americano Thomas Merton.
5 È nella memoria di tutti l’omelia che papa Francesco tenne davanti al mondo la sera del 27 marzo 2020. Da solo, in piena pandemia e in una piazza San Pietro completamente deserta, commentava il vangelo dei discepoli e di Gesù nella tempesta (Marco 4,35-40): «Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: “Siamo perduti”, così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme».
6 «Siamo invitati a una presa di coscienza permanente della comunità di destino del genere umano che è, al tempo stesso, una comunità di pericolo». La categoria è stata da tempo introdotta dal filosofo Edgar Morin e ripresa anche nel suo ultimo Svegliamoci!, ed. Mimesis, 2022 (p. 56).
7 «Sono un essere umano, niente di ciò ch’è umano ritengo estraneo a me»: Publio Terenzio Afro nella commedia Heautontimorùmenos (“Il punitore di se stesso”) del 165 a.C.
8 J.-C. Guillebeaud in V. Paglia, Il crollo del noi, ed. GLF tempi nuovi, 2017 (p. 9).
Seguo alcune suggestive considerazioni dell’autore.
9 Vedi il suggestivo saggio di C. Ternynck, L’uomo di sabbia. Individualismo e perdita di sé, ed. VeP 2012.
10 V. Andreoli, L’uomo di vetro. La forza della fragilità, ed. Rizzoli 2007.
11 La communitas è il vero antidoto all’immunitas: la condivisione del munus (dono- compito) ci libera dal sogno illusorio di un’immunità che invece di garantirci salvezza ci isola sempre di più. È stata la nostra esperienza della pandemia. Vedi Roberto Esposito, Immunitas, ed. Einaudi 2020.
12 L’osservazione è di C. Todorov in V. Paglia, Il crollo del noi, ed. GLF tempi nuovi, 2017 (p. 10).
13 B.-C. Han in V. Paglia, Il crollo del noi, ed. GLF tempi nuovi, 2017 (23).
14 Le attuali osservazioni non intendono assumere quella certa retorica buonista del noi come se non si dovesse riconoscere che proprio il cristianesimo è stata la religione che ha valorizzato la singolarità di ogni persona.
15 I segnali sono noti: incuria dell’ambiente, sfruttamento delle risorse, crisi climatica, divario sociale planetario, moltiplicazioni dei conflitti, corsa agli armamenti… Sono tutti temi che papa Francesco affronta nelle sue encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti nelle quali invoca una nuova alleanza umana, un “nuovo umanesimo” come da tempo suggeriscono alcuni intellettuali europei come Julia Kristeva, Jürgen Habermas, Edgar Morin. Già qualche anno prima dell’inizio della Seconda guerra mondiale Simone Weil rilasciava un saggio dal titolo Non ricominciamo la guerra di Troia dove scriveva: «Tutte le assurdità che fanno assomigliare la storia ad un lungo delirio hanno la loro radice in una assurdità essenziale: la natura del potere. […] Per costringere gli uomini alle più assurde catastrofi non servono né dei né congiure segrete: basta la natura umana».
16 E. Morin, Fraternità, perché?, ed. Ave 2020 (p. 13).
17 Ibid., p. 14.
18 Ibid., p. 54.
19 «La nostra identità e la conoscenza di noi stessi sono il risultato di un processo che non finisce mai: si costruisce il nostro “io” avvicinandosi agli altri, incontrando gli altri senza però mai “con-fondersi” con gli altri. L’identità non è un ordito fisso, è invece il risultato di un processo durante il quale è possibile anche incontrare lo straniero che ci sconquassa ma ci fa pensare. Incontri difficili che non vanno affrontati col buonismo. Nel Vangelo non c’è buonismo di sorta» (M. Cacciari, Lectio Magistralis «Dal vangelo (che non è buonista) insegnamenti sul “nostro prossimo”» al Festival della filosofia di Modena, 2010).
20 Vedi la prefazione di E. Bianchi in M. de Certeau, Mai senza l’altro, ed. Qiqajon 2019 (pp. 5-9).
21 V. Paglia, Il crollo del noi, ed. GLF tempi nuovi, 2017 (pp. 33ss).
22 Come illustrano i capitoli 1-11 di Genesi: il peccato originale, Caino e Abele, il diluvio, la torre di Babele… 23 Come nel bellissimo aforisma di Giorgio Caproni: «Errata / Non sai mai dove sei / Corrige / Non sei mai dove sai.» (in Poesie 1932-1986, ed. Garzanti 19954, p. 446).
24 Francesco, Fratelli tutti, n. 57. «Anche Caino muore uccidendo il fratello. Muore una parte di lui, la sua parte migliore» (M.M. Zuppi, Odierai il prossimo tuo, ed. Piemme 2019 [p. 188]).
25 F. Dolto, I vangeli alla luce della psicanalisi. La liberazione del desiderio. Dialoghi con Gerard Sévérin, et al./edizioni 2012 (p. 4).
26 P. Sequeri, Iscrizione e rivelazione, ed. Queriniana 2022.
27 Francesco, Fratelli tutti, n. 57.
28 D.M. Turoldo, Anche Dio è infelice, ed. Piemme 1991 (pp. 44, 51, 59, 62, 65, 75, 100).
29 Ibid., p. 65.
30 Ibid., p. 41.
31 Francesco, Fratelli tutti, n. 67.
32 E. Carrère, Il Regno, ed. Adelphi 2015 (p. 426).
33 A. Paoli, Il cuore del Regno, ed. Dissensi 2011 (p. 21).

Ispettoria Lombardo Emiliana, formazione per giovani salesiani e FMA: Fermarsi per formarsi

Fermarsi per formarsi: con queste parole l’Ispettore, anche a nome dell’Ispettrice e dei Vicari ispettoriali, introduce la formazione rivolta ai giovani SDB e FMA delle Ispettorie ILE e ILO. Non è uno slogan, ma l’espressione di un preciso proposito: ritagliare in una quotidianità esigente e talvolta fagocitante un tempo prezioso destinato a lasciarsi potentemente rafforzare dallo Spirito nell’interiorità (cfr. Ef 3,16). 

Tema centrale è la nuova evangelizzazione: accompagnati dal sapiente testo L’anima di ogni apostolato di Dom Jean Baptiste Gustave Chautard, i formandi intuiscono che l’annuncio del Vangelo “non si riduce all’esposizione delle verità da credere, delle virtù da praticare e dei sacramenti da ricevere”, ma “impegna tutta la persona”; infatti, “ogni conversazione, ogni scritto, ogni azione deve essere preceduta da un lavoro serio dello spirito e del cuore”. Ed è proprio in questo “lavoro serio” che i giovani SDB e FMA sono accompagnati da Luca Crivellari e Arianna Scalabrin dell’Istituto Universitario Salesiano di Venezia (IUSVE).

Il training si propone di affinare alcune competenze importanti per lo sviluppo personale, l’empowerment e l’esercizio della leadership e di aiutare a creare alcune condizioni necessarie per l’annuncio del Vangelo come la costruzione di relazioni significative, il dialogo tra reale e ideale, la concezione di sé come possibilità, il coraggio di osare e sperimentare. Le attività si susseguono a ritmo serrato e permettono ai partecipanti di lavorare su tutte le dimensioni della persona umana che entrano in gioco nell’evangelizzazione: corporea, cognitiva, spirituale ed emotiva.

A conclusione del training ciascun partecipante ha potuto raccogliere una molteplicità di stimoli per migliorare la relazione con sé, con gli altri e con Dio per un’azione evangelizzatrice più generativa. Ogni intuizione merita di essere passata al vaglio dello Spirito e non c’è occasione migliore per farlo del ritiro collocato a coronamento delle giornate formative. Come Chautard insegna, le virtù necessarie all’evangelizzazione si formano nel contatto intimo con Gesù: “per parlare di Cristo bisogna vivere di Lui” e “mettersi in stretta comunione con i suoi sentimenti”. La predicazione di suor Katia Roncalli aiuta a immergersi nelle Scritture per focalizzare quei punti fermi che permettono alla Parola di Dio, tanto fragile quanto efficace e tanto scandalosa quanto sapiente, di far breccia nel mondo di oggi e nel cuore degli uomini del nostro tempo. Una lettura illuminante della pericope lucana dedicata all’invio dei settantadue (Lc 10,1-11) rilancia nel quotidiano i partecipanti alla formazione. Certamente in loro arde più forte il desiderio di annunciare ad altri la Buona Notizia che ha cambiato loro la vita. Tornano perciò alle loro case rafforzati e grati anche per la bella esperienza di fraternità vissuta. È stato prezioso condividere questo tempo insieme, FMA e SDB; è stato ancor più bello farlo nella Casa di Carisolo dove si respira aria di Famiglia Salesiana grazie all’accoglienza di Simona e Gilberto, Salesiani Cooperatori.

Seminario Vocazionale 2022: a Valdocco 3 giorni di confronto e preghiera

Dal 3 al 5 ottobre 2022 si è tenuto a Valdocco il Seminario sull’accompagnamento spirituale a servizio del discernimento vocazionale intitolato “Se ho fatto qualcosa di bene lo debbo a don Cafasso – Accompagnare i giovani nelle scelte di vita”.

L’evento ha visto la partecipazione di Salesiani, Figlie di Maria Ausiliatrice e laici provenienti dalle opere salesiane dell’intera Regione Mediterranea (Italia, Spagna, Portogallo e Medio Oriente), con l’obiettivo di fornire piste di cammino condiviso nella delicata arte di accompagnare i giovani, particolarmente quelli nella fascia 18-30 anni, seguendo le orme di don Cafasso.

L’alternarsi di relazioni invitate, sessioni di approfondimento e momenti di condivisione a gruppi ha favorito lo scambio e la riflessione sui temi trattati. In particolare, don Gustavo Cavagnari sdb, docente di Pastorale giovanile all’Università Pontificia Salesiana, ha aiutato i partecipanti ad identificare i tratti di un’identità adulta in chiave vocazionale, mentre il padre Gesuita Gaetano Piccolo, docente alla Pontificia Università Gregoriana, ha fornito preziose indicazioni sulla dinamica delle scelte essenziali nel processo di maturazione; infine, il direttore del Centro Nazionale di Pastorale Giovanile di Madrid, don José Miguel Nunez sdb, ha fornito una sintesi carismatica attualizzante.

Il confronto con figure significative di santità salesiana e la preghiera comune, culminata con la celebrazione dell’Eucarestia presieduta dal Rettor Maggiore nel santuario della Consolata, dove sono custodite le spoglie di don Cafasso, ha reso queste giornate un tempo ricco e intenso di ascolto dello Spirito.

In occasione dell’evento è stata creata una landing page dedicata che offre la possibilità di rivivere l’appuntamento con i video delle relazioni tenute ed i documenti consegnati durante l’appuntamento.

Vai alla landing page

Seminario vocazionale

Convegno Formazione Professionale 2020
“Dunque io sono la stoffa: lei ne sia il sarto; dunque mi prenda con sé e farà un bell’abito per il Signore”

Seminario Vocazionale: dal 3 al 5 ottobre 2022 a Torino-Valdocco

“Se ho fatto qualcosa di bene lo debbo a don Cafasso”

Dal 3 al 5 ottobre 2022 si riuniranno a Valdocco (Torino) rappresentanti sdb, fma e laici delle ispettorie della regione Mediterranea per un seminario di riflessione sul tema dell’accompagnamento personale dei giovani dai 18 ai 30 anni.

Attingendo alla ricca tradizione salesiana, a partire dall’esperienza di don Bosco con don Cafasso, i relatori e alcune figure significative (don Cimatti, don Quadrio e Bartolomeo Blanco) ci accompagneranno nella lettura del tempo che stiamo vivendo per individuare strade percorribili e opportunità per aiutare i giovani a diventare adulti.

Seminario Vocazionale 2022

Presentazione Gruppi Ricerca 2022 – 2023

Dall’Ispettoria ICP, la presentazione dei Gruppi Ricerca.

***

I GR sono uno spazio di vita bello.

Suor Paola Casalis

 

Per coloro che vogliono camminare, che non vogliono vivere la vita come una routine.

Don Fabiano

In vista della partenza dei Gruppi Ricerca proposti dall’Animazione Vocazionale, gli accompagnatori e i ragazzi che hanno partecipato gli scorsi anni condividono la loro esperienza, che li ha aiutati a fare spazio nella loro vita e nel loro cuore.

Mi hanno aiutato a conoscere persone della mia stessa età, con le quali potevo crescere.

Paolo

Ho trovato negli altri molta fede e voglia di mettersi in gioco: sono stati per me un esempio di vita.

Mirabel

Vai agli appuntamenti
Maggiori informazioni

ICP – Animazione Vocazionale: Gruppi Ricerca 2022 – 2023

ICP – Per il nuovo Anno Pastorale, ripartono i Gruppi Ricerca proposti dall’Animazione Vocazionale!

Don Bosco è il modello insuperabile di una passione indivisibile per la fede e per i giovani. Le attività dei Gruppi Ricerca coniugano questo attraverso il confronto con la Parola di Dio, le condivisioni, l’incontro con testimoni, i momenti di gioco.

Qui i giovani possono mettere il Signore al centro della loro vita, conoscere il Suo amore, la Sua presenza e rendersi conto che, come diceva don Bosco, “la gioia è la più bella creatura uscita dalle mani di Dio dopo l’amore”.

Le principali attività dell’Animazione Vocazionale vengono suddivise per fasce d’età: di seguito tutti gli appuntamenti dedicati, con la possibilità di aggiungerli al proprio calendario.

BIENNIO – GR Ado

TRIENNIO – GR GxG

QUINTA SUPERIORE IN SU – GR Disc

GXG E GR DISC – Settimana Comunitaria

Un’occasione per confrontarsi, per fare esperienza di fede e preghiera, amicizia, condivisione, dialogo e ascolto, condividendo la vita di ogni giorno insieme ad altri giovani con un’ équipe mista di Figlie di Maria Ausiliatrice e Salesiani.

Per maggiori informazioni

26-27 marzo Savio Club al Colle Don Bosco

Riprendono gli incontri dei Savio Club, rivolti ai ragazzi/e dalla prima alla terza media, al Colle Don Bosco nella giornata di sabato 26 marzo e domenica 27 marzo. La scelta dei giorni sarà a discrezione dei gruppi, in funzione delle singole esigenze.

Il programma delle due giornate sarà il seguente:

  • 9.30: arrivi
  • 10.00: inizio
  • 16.00: Santa Messa
  • 17.00: termine

Il costo per la partecipazione è di euro 5 comprensivo di:

  • Utilizzo ambienti
  • Merenda

Si ricorda di portare:

  • Pranzo al sacco
  • Penna per scrivere
  • Abbigliamento adatto al gioco

Per informazioni maggiori scrivere a: alberto.goia@salesianipiemonte.it | pastorale@fma-ipi.it

Volantino per la stampa