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“Il liceo scientifico dei Salesiani è come una casa”: la testimonianza di una ex allieva di Treviglio

Per lanciare gli open day online, l’istituto salesiano di Treviglio si è affidato alla testimonianza di una sua ex allieva, pubblicando un articolo e un video su Bergamo News.

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Nella tradizione educativa dei Salesiani di Treviglio al centro sta il singolo studente con la sua personalità unica e irripetibile, esprimendo liberamente ciò che è e valorizzando le potenzialità che ognuno porta dentro di sé, come racconta Chiara, che si è diplomato al Liceo Scientifico nel 2018.

Per prendere visione dei curricoli e dei vari ambienti, vi aspettiamo ai nostri Open Day, che si terranno ON-LINE, nel rispetto delle norme di sicurezza anti Covid-19. Maggiori informazioni sul link https://openday.salesianitreviglio.it/

Pubblichiamo anche un breve video di presentazione del Liceo Scientifico

Ed ora lasciamo la parola a Chiara.

Sono passati ormai dieci anni da quando ho varcato per la prima volta quel cancello di via Zanovello che così tante volte avrei nuovamente attraversato respirando sempre quell’aria di casa e di famiglia della quale erano impregnati i cortili e ogni altro ambiente della bella casa salesiana di Treviglio. In tutta sincerità, se penso a quel lunedì 13 settembre 2010, il primo aggettivo che mi viene in mente per definire il mio stato d’animo non è propriamente entusiasta, anzi tutt’altro. Iniziavo la nuova avventura delle medie in una classe che non conoscevo, mentre le mie amiche avrebbero frequentato tutte la scuola del paese; dovevo alzarmi prima delle 7 quando avrei potuto cadere dal letto e arrivare in classe, se fossi rimasta a Trezzano Rosa dove abitavo, senza contare che era una scuola di preti, e poi questo Don Bosco, del quale il nonno mi parlava sempre, non capivo proprio cosa avesse di tanto speciale. Dopotutto per fare scuola bastano i professori, una lavagna e qualche banco: valeva davvero la pena stare due ore al giorno seduta in pullman per andare dai salesiani? Sì vi dico, e ringrazio quel giorno in cui i miei genitori decisero di farmi frequentare quella che negli anni si è trasformata ai miei occhi da “cosa” come un’altra a casa come nessun’altra. Don Bosco diceva che la prima felicità dei ragazzi è sapersi amati. Quanto posso dire di aver sempre sperimentato l’affetto grande dei compagni, dei professori, dei salesiani, degli educatori e perfino dei portinai, quanto posso affermare con sicurezza di aver vissuto otto anni vivendo davvero quell’allegria salesiana, contagiosa, semplice, duratura.

Quanto soffro adesso che sono studentessa universitaria quelle relazioni da “Freccia rossa” che la contraddistinguono, così rapide e instabili, con tanta gente che sale nella tua carrozza, condivide con te un tratto di viaggio più o meno lungo e poi va via, semplice passeggera dello stesso treno della quale conserverò probabilmente solo lo sbiadito ricordo del volto. Nella casa di Don Bosco non c’è ragazzo che non sia conosciuto e chiamato per nome, quasi per ricordarti che tu non sei uno tra tanti, non sei uno che passa per caso per questo corridoio, ma sei atteso, sei cercato.  Non sei il quattro che hai preso nello studio di funzioni o nella prova di ascolto di inglese; nonimporta quanto tu ti senta sotto le aspettative, l’importante è che tu ti senta aspettato sempre, quando arrivi carico al massimo per aver passato l’esame di patente e quando entri in classe a testa bassa perché hai litigato con un’amica.

L’educazione è cosa di cuore, Don Bosco lo sapeva bene, e il mio per una buona parte è rimasto tra quei cortili nei quali ho imparato l’amicizia vera, in quelle aule che mi hanno avviata alla vita, in quell’angolo di terra trevigliese che così tanto sapeva di cielo.

MGS ILE, Forum Giovani: Operatori di Pace

Si svolgerà con la modalità online il Forum MGS della ILE rivolto ai giovani. “Operatori di Pace” è il titolo e si svolgerà il 29 novembre.

Il Forum Giovani MGS è un’occasione di riflessione e confronto tra giovani che richiama i giovani dai 18 anni ai 29 anni, con un’attenzione particolare ad animatori degli oratori, giovani educatori e formatori, universitari di Lombardia, Emilia Romagna, Svizzera e San Marino.

La giornata si svolgerà quasi interamente in forma online, su piattaforma Zoom. Per le realtà in cui sono permessi spostamenti (Emilia Romagna) è possibile riunirsi negli oratori di riferimento per partecipare insieme al Forum Giovani MGS.

La giornata sarà così strutturata:

  • 09.00 Saluti e accoglienza (Zoom)
  • 09.15 Preghiera delle Lodi (Zoom)
  • 09.30 Incontro con la famiglia di Tiziano Chierotti, alpino caduto a Bakwa (Afghanistan) durante un’Operazione di Pace dell’ONU. In questo incontro farà da moderatore don Cesare Galbiati, salesiano cappellano militare in missione a Bakwa con Tiziano. (Zoom)
  • 11.00 – 14.00 Santa Messa e tempo libero per il pranzo (nelle realtà locali) → Ognuno nella propria realtà può partecipare ad una Messa in Parrocchia
  • 14.30 Incontro con le testimoni: Sr Carolina Iavazzo e Rosaria Cascio rispettivamente collaboratrice e allieva del beato don Pino Puglisi. (Zoom)
  • 16.00 Saluti e avvisi prossimi appuntamenti, apertura del Padlet (Zoom)

NB: Per la partecipazione sarà necessario scaricare l’applicazione di Zoom sul proprio dispositivo, è possibile farlo tramite il link che verrà inviato agli iscritti.

Iscrizioni entro lunedì 23 novembre

 

Ovunque nella vita. Testimonianze di giovani

Sarah Bortolato

«Testimoniare il Vangelo ovunque nella propria vita» (ChV 175)

Abbiamo chiesto ad alcuni giovani di consegnarci qualche vissuto o visione di “Chiesa in uscita” a partire dalla rilettura della loro esperienza di vita. Sono emerse prospettive interessanti, parole sorgive che indicano aperture convergenti e rinnovate prospettive… espressione di un sentire che dall’ascoltarsi dentro punta ad un orizzonte ampio come l’ecumene. Desideriamo lasciare spazio alla loro voce per coglierne le suggestioni, consapevoli che il “prossimo passo da compiere”, frutto del discernimento in comune, nasce sempre da sguardi che lo Spirito intreccia.
La nota più ricorrente che i giovani, esprimendosi sulla Chiesa, ci consegnano è quello di una decisiva e concreta apertura al mondo. Una chiesa che riduce le proprie zone comfort e si spinge ad abitare altri luoghi dell’interagire umano, fiduciosa che anche dalle eventuali ferite dell’incontro continua a scaturire un’umanità rinnovata.

A tal proposito Rossella P., giovane laureata in economia, afferma: «Mi piace molto l’idea dello stare nel mondo senza essere del mondo. Mi spiego: pensando ad un’immagine di chiesa, mi viene subito in mente o quella inquadrata nelle realtà “consacrate” (chiese, oratori, scuole cattoliche, diocesi, ecc.) o quella totalmente dedicata al Terzo Settore (tutte le realtà “no profit” e le varie iniziative sociali rivolte ai poveri materiali). Sento che manca una presenza di rilievo nella porzione di mondo “normale”, fatta dai “poveri del terzo millennio” – come li chiamo io – che poi sono i ricchi materiali, ma poveri di spirito. Non quelli delle beatitudini, ma coloro che si ritrovano poveri interiormente perché hanno perso la profondità e la gioia. La concretezza della chiesa che desidero passa proprio dallo stare nel loro mondo: quello delle aziende, del commercio, dell’industria, del digitale, delle nuove frontiere di sviluppo…
Se penso alla realtà in cui mi trovo a vivere e lavorare, la città e l’università, attorno a me circolano potenti slogan: “non ci fermiamo”, “siamo l’eccellenza”, “siamo competitivi”, “siamo il traino del paese”. Valori sicuramente buoni, che tuttavia rischiano di essere enfatizzati fino al dis-umano. Mi piacerebbe una chiesa che provocasse maggiormente queste realtà, non per svilirle, ma per renderle più umane e vere. Farle “morire” nella loro superbia perché rinascano nella loro autenticità».

 

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Ci dite cosa sta succedendo veramente?

Pubblichiamo l’articolo di Davide e Francesca, responsabili dell’oratorio di Vallecrosia impegnati in prima linea contro l’emergenza sanitaria.

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Per il mondo salesiano, Francesca ed io, siamo Incaricati dell’Oratorio di Vallecrosia. La nostra vita professionale però è ben diversa: siamo entrambi ingegneri dipendenti dell’ASL 1 di Imperia; Francesca si occupa di edilizia ed impianti, io di elettromedicali.

Ci viene chiesto di dare una testimonianza dall’interno del mondo sanitario sull’emergenza sanitaria che stiamo vivendo.

L’inizio della pandemia ha per noi una collocazione precisa. Da giorni si parlava di questa “influenza”, le scuole erano state chiuse e, immaginavamo come tutti, che questo avrebbe comportato la necessità di chiudere anche i nostri Oratori. Sabato 29 alle ore 17.00 è stato l’ultimo giorno di apertura del cortile fino “a data da destinarsi. Onestamente ancora non avevamo idea di cosa stesse per accadere e, in fondo, il pensiero che fosse un po’ tutto esagerato per “un’influenza un po’ più forte” c’era… Poi abbiamo ricevuto la telefonata del capo per una riunione urgente in ospedale alle 18:00. Da qui il sentore che poteva essere qualcosa di più…
Nell’arco di 15 giorni abbiamo stracciato l’organizzazione di tutta la sanità della provincia: chiuso tutto ciò che non fosse salvavita, fermato le sale operatorie, creato terapie intensive, isolato le cure fondamentali (oncologia, dialisi). Una vera rivoluzione che attraverso le fonti di informazione (e disinformazione) è arrivata a tutti e, per questo motivo, volutamente non ci soffermiamo sulle conseguenze sanitarie che questo virus ha causato.

Il primo mese è stato tosto: orari di lavoro dilatati e imprevedibili, evoluzione rapidissima dell’emergenza, tanti colleghi contagiati e quindi risorse e forze ridotte. Una corsa contro il tempo in attesa del picco!
Ricorderò per sempre quando, a fine giornata, ho ricevuto una chiamata dalla Rianimazione di Sanremo. Mi chiedevano l’ennesimo respiratore ma erano finiti e non sapevo quando quelli nuovi (comprati in fretta e furia) sarebbero arrivati. Non avendo altre soluzioni, ho preso un respiratore dal Pronto Soccorso di un’altra città, sperando che almeno per qualche giorno lì non sarebbe servito. L’ho caricato nella mia macchina e l’ho trasportato di corsa. Il giorno successivo ho saputo che quel respiratore è servito per intubare un mio collega.

Ora la situazione è migliorata e da qualche settimana riusciamo a parlare con i nostri giovani. A loro possiamo rispondere alla domanda regina: “Ci dite cosa sta succedendo veramente?”

Ci accorgiamo che la nostra realtà è divisa in 3 mondi ben distinti (e già sulla terminologia si potrebbe fare più di un trattato):
Esiste il mondo sporco, quello dei pazienti gravi in terapia intensiva o ricoverati perché critici e bisognosi di terapie. Un inciso è doveroso: i pazienti gravi sono una piccola percentuale ed effettivamente spesso anziani, ma resta un numero tale che le nostre strutture non avrebbero potuto accogliere, perché molto oltre la capienza ordinaria.
La frontiera del mondo sporco è netta e importante. Si passa attraverso il rito del “vestirsi”: camice, sovrascarpe, cuffia, maschera e occhiali. Di queste, la prima fa annebbiare gli altri, provocando un impedimento banale ma che rende tutto ancor più complicato… Pur svolgendo un lavoro tecnico, mi trovo a disagio nello stare di fronte ai pazienti bardato in questo modo, perché inevitabilmente marchio a fuoco il loro “essere pericolosi”. Chi si prende cura di loro (medici e infermieri che meritano le tante lodi per quanto fanno) mi racconta di quanto sia difficile non mostrare loro un sorriso; un gesto che normalmente trascuriamo ma che in questa situazione è di vitale importanza. Il doverci imbardare ci rende “impersonali” ai loro occhi e noi siamo le uniche persone che loro possono vedere a causa dell’isolamento. I pazienti covid non possono ricevere visite, al massimo videochiamano con un tablet. E chi muore, lo fa solo.
C’è poi il mondo pulito, al quale ritorni da quello sporco con il secondo rito (molto più attento e rigoroso nei passaggi) dello spogliarsi. Siamo ancora dentro l’ospedale e tutto ruota intorno alla parola “Covid”, di cui peraltro molti ignorano il significato. Positivo o negativo. Tampone. Mascherina. Disinfettante. Qui si vivono le uniche relazioni personali di chi opera in ospedale (almeno le abbiamo!), tutte comunque sottomesse ad un filo continuo e spossante di preoccupazione: oggi me la sarò presa? E non è tanto la preoccupazione di “prenderla” nelle forme più forti e pericolose, ma quella di portarlo con sé e contagiare altri, a partire dai propri cari. Nel nostro caso ad esempio, lavorando entrambi, non abbiamo altra soluzione se non quella di lasciare i figli ai nonni, che per età sono sicuramente più a rischio.

Infine, c’è il mondo fuori, i cui abitanti spesso sono talmente riempiti di informazioni dalle fonti più disparate, da non avere la minima idea di quello che sta succedendo negli altri due mondi. Il mondo fuori subisce le conseguenze sociali ed economiche, non riuscendo a capire il problema sanitario a monte. Capita quindi di dover tranquillizzare chi vive nel panico, o di spiegare i motivi per cui siamo chiamati alle tante dure misure per ridurre il contagio.

Chiudiamo con una storia che raccontiamo ai nostri giovani, perché ci ha colpito.
E’ l’esempio di un elettricista, papà di una ragazza che pratica rugby nel nostro ambiente. Francesca lo conosce da tempo perché spesso ha lavorato nei nostri ospedali, arrivando anche a lanciargli una proposta di impegno in Oratorio, declinata per “mancanza di Fede”.
In questo periodo, diverse ditte si sono tirate indietro per la paura del contagio, ma non la ditta di questo elettricista, il quale per primo ha lavorato senza sosta per adeguare gli impianti allo stravolgimento dei reparti, “sporchi o puliti” che fossero.
Francesca, questa volta, ha fatto una proposta diversa: “Prenditi un paio di giorni e riposati, puoi far venire qualche tuo collega per questo lavoro (in un reparto pulito). La risposta è stata nuovamente un rifiuto: “Ne avrei anche bisogno, ma io conosco meglio degli altri i vostri impianti e, in questo momento, è giusto fare la mia parte con il mio servizio”

Davide e Francesca