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Riscoprendo la “Lettera da Roma” del 1884, ovvero “il Vangelo di Don Bosco”

Il 10 maggio 1884Don Bosco produsse la sua celebre “Lettera da Roma”, un testamento spirituale del Santo dei Giovani. Scritta da Don Bosco per il pericolo della perdita della presenza fisica dei Salesiani tra i ragazzi, in un tempo in cui tutta la Congregazione è chiamata ad approfondire il valore del “sacramento salesiano della presenza” e dell’accompagnamento può essere utile tornare a rileggere quella Lettera, avvalendosi del contributo di Don Pascual Chávez, Rettor Maggiore Emerito. Di seguito la notizia riportata dal sito ANS.

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(ANS – Roma) – Tra le ricorrenze che rendono maggio un mese “salesiano”, oltre alle celebrazioni di molte figure di santità e alla Festa di Maria Ausiliatrice, c’è anche la data del 10 maggio, quella in cui Don Bosco, nel 1884, produsse la sua celebre “Lettera da Roma”, quasi un testamento spirituale del Santo dei Giovani. Il motivo per cui Don Bosco scrisse quella famosa lettera è il pericolo della perdita della presenza fisica dei Salesiani tra i ragazzi, della capacità quasi connaturale di capire la loro cultura, e l’amore trasparente, familiare, buono che rivela Dio e li conquista a Dio. In un tempo in cui tutta la Congregazione è chiamata ad approfondire il valore del “sacramento salesiano della presenza” e dell’accompagnamento, può essere utile tornare a rileggere quella Lettera, avvalendosi del contributo illuminante che Don Pascual Chávez, Rettor Maggiore Emerito, ne offrì poco più di due anni fa, quando la commentò in occasione dell’avvio del Capitolo Generale 28° della Congregazione.

La Lettera da Roma contiene la nota massima di Don Bosco:

“Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati”.

“È, certamente, il significato più trasparente della lettera, enunciazione del grande principio che potremmo chiamare la ‘visibilità dell’amore’” suggerisce Don Chávez. Nei testi del Nuovo Testamento l’amore è associato alla luce, come irradiazione della Luce stessa che è Dio.

E l’amore che i salesiani dimostrano per i giovani si potrebbe paragonare ad una piccola Trasfigurazione.

Occorre dunque verificare, imparare, inventare i linguaggi dell’amore, di cui il salesiano deve essere un appassionato cultore, nel senso che Don Bosco dava a questa parola: “preoccupazione, impegno, passione”.

“Oggi, è questa – continua Don Chávez – la fondamentale sfida dell’educatore: far capire che ama davvero, che ama per sempre, che ama tutto di quell’umano che gli appare innanzi e che si palesa e si modifica con l’andar del tempo; dimostrare che ama anche a fronte del rifiuto, della dimenticanza, della distorsione o dell’utilizzo profittatore; e convincere così all’amore, ossia far nascere l’interiore convinzione che si è degni di amore, e, ancor più, che si è capaci di amore (ed è la percezione del proprio inalienabile valore, è il fondamento della propria dignità, è la radice di ogni autentica speranza); e far intuire (ma questo è anche grazia) che esiste una Sorgente, che è per me e per te, sempre aperta e disponibile, mai esauribile nella sua inesausta ricchezza”.

La genialità pedagogica di Don Bosco si esprime nell’altra straordinaria frase:

“Che essendo amati in quelle cose che loro piacciono col partecipare alle loro inclinazioni infantili, imparino a vedere l’amore in quelle cose che naturalmente loro piacciono poco; quali la disciplina, lo studio, la mortificazione di se stessi e queste cose imparino a far con amore”.

“C’è dunque un elemento di razionalità che deve intervenire, ossia un bisogno di conoscenza che deve prendere e guidare l’educatore salesiano: ed è conoscere i giovani, comprendere le situazioni, le domande, le esigenze per sapervi far fronte”.

L’amore diventa, nelle due direzioni: incontro, fiducia, operosa collaborazione cordiale e soprattutto la gioia e la felicità di “star bene insieme”.

E per Don Bosco la felicità è una via privilegiata per la evangelizzazione (“vedervi felici nel tempo e nell’eternità”) e una strada che apre a Dio.