“Io lo so cosa significa attraversare il mare”: l’accoglienza raccontata e testimoniata a Santeramo (Bari)

Un sabato pomeriggio, una partita a calcio … Fino a qui sembra una giornata qualunque nell’oratorio di Santeramo a Bari, ma c’è una squadra di ragazzi mai visti prima, con una divisa colorata di cui vanno fieri: provengono dal Camerun e hanno qualcosa da dirci. Dopo una vivace partita, organizzata dalla PGS e dal gruppo missionario dell’oratorio, con la collaborazione della parrocchia “Sacro Cuore” di Santeramo, gli amici del Camerun ci hanno donato un pezzo della loro storia in un incontro aperto a tutta la comunità.

Sentiamo continuamente parlare di accoglienza, integrazione, migranti, ma molto spesso ci riduciamo a numeri e dati che non contano più quando capita di guardare negli occhi,  ascoltare la storia di qualcuno che ha un nome e un cognome. Giovani che hanno rischiato il tutto per tutto, che sono partiti “quando il mare sembrava più sicuro della terra”  adesso sono nel nostro Paese e sono aperti al dialogo, al confronto, allo scambio. Non è stato difficile, è bastato un pallone, una bella partita, una chiacchierata e infine una testimonianza che ha insegnato, letteralmente “segnato dentro”, ciascuno. Il bello dell’accoglienza, come faceva notare uno dei ragazzi del Camerun, è che, diventa tale solo quando è a due direzioni: accogliere significa aprirsi all’altro e lasciare che l’altro si apra te. Bisognerebbe imparare a dare valore a tutte le culture, a partire dalla propria, come ricordava un altro giovane, ma, non credere mai che la propria cultura o una qualsiasi possa essere superiore a un’altra. Durante la testimonianza, c’erano persone di tutte le età, completamente diverse le une dalle altre, ma tutte animate dalla curiosità e dalla certezza che c’è qualcosa che va oltre i numeri, le notizie, le testate giornalistiche. Dietro questi giovani c’è davvero un mondo da scoprire ed è stato bello avere la possibilità di esplorarne una parte.

Ludovica Plantamura, oratorio Santeramo

 

IME, a Bari il convegno su economia, legalità e società: “Necessaria la civiltà dell’amore”

“Narrazione e cronaca della città che vogliamo. Economia, legalità, società”: è il titolo del I Convegno sociopolitico che si è tenuto il 23 marzo,  organizzato dall’Istituto salesiano Redentore e dal Laboratorio Don Bosco oggi,  con il patrocinio dell’Ordine dei giornalisti.  Il tema della città, inteso come manifestazione della dimensione sociale dell’umano, è stato declinato nel campo dell’economia da suor Alessandra Smerilli, docente alla Pontificia Facoltà “Auxilium” e alla University of Pennsylvania e membro della consulta femminile del Pontificio Consiglio della Cultura. La religiosa ed economista ha affrontato diverse tematiche connesse alla ripartizione della ricchezza mondiale, allo sviluppo economico e al lavoro.
Don Francesco Preite sdb, direttore dell’Istituto salesiano Redentore, ha invece centrato il suo intervento nel contesto concreto del quartiere Libertà, auspicando un’evoluzione della nozione di “economia”, da ricerca continua ed esasperata del profitto a mezzo al servizio del bene comune. Don Giuseppe Ruppi sdb, presidente del Laboratorio Don Bosco oggi, ha presentato il libro “Il riscatto. Fuori dal tunnel dell’usura” della giornalista Michela Di Trani, avviando un interessante dialogo con l’autrice

“Oggi più che mai è necessario riscoprire la nostra cultura ma in un’ottica di incontro con l’altro, di sviluppo delle relazioni e di confronto”, ha detto don Giuseppe Ruppi. “Questo è ciò che come laboratorio culturale facciamo. Proprio in un quartiere come quello del Libertà di Bari, che vive pesantemente un disagio nel non riuscire a creare dialogo e incontro. Oggi è difficile trovare il confronto, c’è solo un doppio monologo di due che si rincorrono nell’affermare le proprie idee. Invece serve arrivare delle forme di formazione al dialogo e così riuscire a creare quella speranza che nasce da una visione profonda del proprio io che si relaziona con l’altro e diventa un Altro, con la a maiuscola. Per cui c’è davvero la presenza del Suo amore. E per cui bisogna mettere in pratica quello che diceva San Paolo Vi cioè la civiltà dell’amore. Questo è il contributo che noi cristiani dovremmo dare nella società, cercare di avere dialoghi che siano di speranza”.

“Se i cristiani convergono sulle necessità dei fratelli nel cercare soluzioni condivise, questo diventa un buon punto di partenza per la città che vogliamo”, ha detto invece don Francesco Preite. “Il cristianesimo non è ideologia, né filosofia. È incontro con la persona di Gesù nel volto dei fratelli. Se partiamo da questo ecco che rendiamo la fede più concreta, più solidale, più capace di accogliere, includere e supportare i bisogni dei fratelli e di cambiare la società nell’ottica dello sviluppo integrale della persona. Oggi l’economia di profitto ci sta portando alla massimizzazione dei costi e degli stessi proventi. Dobbiamo ritornare a pensare ad un’economia di relazione e non di profitto”. La comunità dei Salesiani vive nel concreto queste difficoltà. Sono l’unico presidio sociale del quartiere Libertà di Bari: “Nel concreto – conclude – questo quartiere è in piena emergenza educativa. Per questo bisogna che privati, istituzioni, parrocchie e associazioni investano e pensino insieme per intervenire sui bisogni dei fratelli, soprattutto più giovani. Serve che la società investa sulla creazione del lavoro perché esso è collaborazione alla creazione del Creato”.

“Abbiamo esigenza e urgenza, nell’ottica della Laudato Si’ e di un’ecologia integrale, di pensare a questo tema nel suo complesso. Di conseguenza mettere insieme ambiente, relazioni ed economia. Con dei circoli virtuosi che sono di un modello nuovo di sviluppo”, ha detto invece suor Alessandra Smerilli. “Le città oggi si stanno sempre più popolando, hanno bisogno di essere pensate in maniera diversa. Le città oggi, con i modelli attuali, non sono più sostenibili. Allora esiste certamente l’importanza delle relazioni al centro di tutto ma anche pensare in modo nuovo la città nella quale sempre più persone vivranno e avranno il loro futuro, considerando però anche il fatto che la popolazione della città sta diventando spopolamento per altre”. “Le città sono di fatto i luoghi che noi viviamo, in cui spendiamo la nostra vita”. “Per questo, dal locale possono nascere pratiche che poi diventano massa critica per tutti. Ed è fondamentale per questo mantenere l’importanza del lavoro nelle società. Nella Genesi, quando Dio crea il mondo, chiede all’uomo di dare un nome agli animali. Significa che la creazione non è compiuta e Dio chiede all’uomo la collaborazione all’opera di creazione. In una visione cristiana quindi il lavoro è partecipare alla trasformazione del mondo”.

Napoli, riparte la formazione professionale dopo 40 anni: “Torniamo a insegnare un mestiere ai ragazzi”

Meccanica e logistica: con questi due corsi regionali di formazione professionale, dopo 40 anni, attraverso l’impegno della Regione Campania e la presenza dell’attività educativa dei Salesiani, riparte la formazione presso il centro educativo Don Bosco alla Doganella di Napoli. Una ripartenza condivisa con l’ente Salesiano di formazione professionale CNOS/FAP Napoli, le fondazioni San Gennaro e Riva, Cometa, la cooperativa Il Millepiedi, l’associazione IF e l’impresa sociale Con i Bambini. Rete e sinergia di tutti questi soggetti è il segno e metodo concreto per la rinascita educativa e lavorativa dei territori, contro la dispersione scolastica. Quaranta ragazzi, dai 13 ai 15 anni, iniziano quindi un nuovo percorso di specializzazione, con 300 metri quadrati di laboratorio a disposizione, accesso e frequenza gratuiti. La ripartenza dei corsi di formazione professionale è stata celebrata con un convengo, “Futuri possibili” che si è svolto a Napoli l’11 febbraio.

“I salesiani sono venuti alla Doganella 60 anni fa – dice don Fabio Bellino, direttore dell’istituto – per dare un posto dove stare ai ragazzi più poveri e dar loro un inserimento nel mondo del lavoro. Poi per quaranta anni questo non è stato più possibile. Per noi quindi oggi è un giorno di festa, perché possiamo riprendere a fare i salesiani, essere quello che Don Bosco è stato, insegnare ai ragazzi un mestiere e dare loro dignità”.