Salesiani Betlemme: l’azienda viti-vinicola Cremisan con il vino della Pace

Il vino della pace nella cantina dove lavorano cristiani e musulmani. A Betlemme in Palestina i Salesiani hanno aperto l’azienda viti-vinicola Cremisan per avvicinare i popoli. All’esterno guardie armate, all’interno un’oasi verde.

Si riporta l’articolo pubblicato ieri sul Corriere della Sera, a cura di Luciano Ferraro, nella sezione “Buone Notizie” riguardo il lavoro svolto dai Salesiani in Palestina con la nuova azienda viti-vinicola.

Il vino della pace nella cantina dove lavorano cristiani e musulmani

Martedì 8 Ottobre 2019 (buonenotizie.corriere.it) – Le grandi mani nodose di Bashir Sarras frugano tra le foglie di un alberello d’uva bianca e portano sotto il sole di Betlemme grappoli enormi. È un contadino palestinese che lavora la terra con un mulo, come ai tempi di Cristo e di Ponzio Pilato. L’uva ha forse lo stesso Dna di quella che, come è indicato nella Bibbia, trovarono i 12 inviati di Mosè nella valle dell’Escol:

«Vedi quanto è grosso quel grappolo d’uva? Ci vogliono due uomini per trasportarlo su un’asta».

La vita di Bashir è cambiata quando è diventato un «beneficiario». Si chiamano così i contadini che hanno ricevuto la terra dai salesiani in Terra Santa, con in testa il veneziano don Pietro Bianchi, che guida la cantina Cremisan. L’avamposto cattolico in Israele si trova tra Betlemme e Gerusalemme. La zona è classificata come C: paesi palestinesi con giurisdizione israeliana. La Corte Suprema di Tel Aviv, dal 2015, ha dato il via libera per l’estensione del muro di più di 700 chilometri anche nella valle di Cremisan. Nonostante le proteste dei cittadini (a maggioranza cristiana) di Beit Jala, e dei religiosi, contrari al progetto di una barriera di 1,2 chilometri con l’effetto di dividere il convento femminile da quello maschile.

I salesiani non si sono arresi. E hanno trovato il modo di unire i popoli divisi da politica e religione. Hanno costruito una grande cantina, sotto lo sguardo bonario di Don Bosco, che campeggia nella facciata esterna. Hanno chiamato un enologo internazionale come Riccardo Cotarella (lo stesso di D’Alema, Vespa e di altre 120 cantine nel mondo, tra cui quella della comunità di San Patrignano). E hanno assunto operai musulmani e cristiani. Fianco a fianco.

Il convento che ha generato la cantina è stato costruito nel 1885. All’esterno ci sono guardie armate. All’interno è un’oasi verde di pace. Arrivano gli sposi di ogni rito, per le foto. Una coppia araba si fa largo con una limousine bianca, enorme e con lo stereo a tutto volume.

«Questo – racconta don Pietro, massiccio e sorridente – è il luogo della convivenza pacifica . Abbiamo misure di sicurezza, ma sono soft. Abbiamo cambiato tre agenzie di vigilanza. Ci siamo liberati degli sceriffi con giubbotto anti proiettile che urlavano tutto il giorno. La gente della valle è orgogliosa di poter lavorare e visitare una cantina così bella in Palestina. Il nostro forno distribuisce gratis il pane a 160 famiglie palestinesi e lo vende ad altre 100 ad un prezzo irrisorio. Quando siamo arrivati il vino era così mediocre che nelle famiglie si beveva solo succo d’uva. Adesso vendiamo il vino anche a Gerusalemme, nella casa-ristorante-hotel dei francescani e anche in molti ristoranti».

I vigneti si affacciano su una collina che fino a qualche anno era quasi disabitata. Ora è ricoperta da case di famiglie israeliane.

«Le abitazioni dei palestinesi sono state fatte saltare – indicano i salesiani – noi abbiamo buoni rapporti con il governo di Tel Aviv. Le nostre porte sono aperte, aiutiamo i poveri, stiamo con i più deboli. Produciamo 170 mila bottiglie di vino».

Fuori dal convento, con il buio, i ragazzi palestinesi portano griglie e birre: ridono e cantano fino a notte, guardando le luci di Betlemme e Gerusalemme. Dopo una discesa nel bosco, tra i resti di un’antica villa, il filo spinato e i cavalli di Frisia, appare la cantina. Ci lavorano 15 operai e impiegati. All’orizzonte la città biblica di Gilo.

«Tra noi – spiega Fadi Batarseh, 28 anni, occhi azzurri e sguardo dolce, l’enologo laureato a Viterbo – non c’è razzismo. Viviamo assieme, musulmani e cristiani e vendiamo il vino anche a ristoranti con cucina ebraica. Quando ci sono le feste religiose o nazionali ognuno ha il diritto di comportarsi come crede o di assentarsi. Durante il Ramadan i musulmani non bevono neppure l’acqua, ed è dura sotto il sole. I vigneti si trovano ad una altitudine da 700 a quasi mille metri, in terrazzamenti dove si coltivano anche gli olivi, a volte antichi».

La produzione di vino è iniziata nel 1863 grazie a don Antonio Belloni, missionario ligure che voleva aiutare i ragazzi orfani della valle. La prima cantina è stata costruita nelle grotte naturali, poi è stato edificato il convento e in seguito l’edificio che ospita botti e barriques. Nel 2013 la cantina è stata rinnovata, sono arrivati un trattore Fiat, un frantoio regalato dall’ex sindaco di Orvieto Stefano Cimicchi, un distillatore piemontese con il quale si ricava un brandy invecchiato 35 anni.

«Quando a Beirut una ragazza che lavorava con i salesiani mi disse che c’era una cantina da aiutare a Betlemme, ho chiesto una mano agli amici imprenditori. È scattata – racconta Cotarella – la molla dell’altruismo per questa terra di nessuno. Mi sono immerso tecnicamente e umanamente in questa nuova avventura. Qui sono tutti fratelli, nonostante culture e religioni diverse».

Anche grazie alle donazioni della Chiesa austriaca, la cantina storica (ma fatiscente) che produceva 20 mila bottiglie si è trasformata. Ora dispone di buoni macchinari enologici.

«Puntiamo a 300 mila bottiglie. Presto – annuncia Cotarella – arriverà anche la birra Cremisan».

A due passi dai checkpoint, dalle strade blindate, dalle città in perenne stadio d’assedio, Cremisan si è lasciata alle spalle il periodo della beneficenza. E con la forza delle energie condivise dalla squadra multireligiosa in maglietta blu, è diventata una azienda vinicola pronta a conquistare i mercati mondiali. Il professor Attilio Scienza, l’Indiana Jones dei vitigni, ha analizzato terre e piante di Cremisan. La gamma dei vini si chiama Star Bethlehm, la stella cometa,

«ma senza enfasi religiosa, vogliamo vendere i vini perché sono buoni non per il richiamo religioso».

Mentre in Israele le cantine hanno scelto i vitigni internazionali (dal Cabernet franc al Sauvignon), Cremisan ha puntato soprattutto su due autoctoni, il bianco Dabouki che profuma di ginestra e somiglia al siciliano Cataratto; e il rosso Baladi, una sferzata agrumata e speziata, simile all’Aglianico, con eleganza beneventana e profondità irpina.

«Qui la natura è rigogliosa come ai tempi della Bibbia e dei grappoli così grandi da dover essere trasportati con un’asta», dice don Pietro. La nostra sfida è far capire che si può convivere in armonia nella natura, rispettando ogni diversità».

 

“Conviene che ci aiutiamo”: le lettere tra Don Bosco e Antonio Rosmini

Riportiamo un articolo a firma di Ercole Pelizzone, uscito sul “Corriere di Novara” dove viene presentato un volume che parla del rapporto epistolare tra Don Bosco e Antonio Rosmini: “Carteggio Rosmini-Don Bosco”, di don Gianni Picenardi.

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“Conviene che noi ci aiutiamo reciprocamente, giacché abbiamo un solo fine”: così, affidandosi alla divina Provvidenza (e a una strenua forza di volontà), scriveva Antonio Rosmini (1797-1855) a Giovanni Bosco (1815-1888) da Stresa il 19 febbraio 1855, dopo essersi conosciuti a Torino una quindicina d’anni prima circa, quando Rosmini aveva fatto catechismo ai suoi ” biricchini ” .

A cura di don Gianni Picenardi, rosminiano, è uscito il carteggio tra queste due grandi figure della Chiesa, edito dalle Edizioni rosminiane di Stresa (200 pagine, 10 euro): raccoglie anche la corrispondenza fra religiosi rosminiani con don Bosco e altre lettere di religiosi salesiani, realizzando così un quadro realistico e rivelatore dei rapporti fra i due fondatori, anche per il prezioso contributo di note del curatore e di utili appendici biografiche. L ‘ opera è stata presentata al Collegio Rosmini di Stresa alla presenza del cardinale Tarcisio Bertone, salesiano e del preposito generale dei Rosminiani, padre Vito Nardin. Don Picenardi, augurandosi in futuro un ‘ edizione completa del carteggio, individua le sei tematiche che animano le lettere: la “promozione vocazionale” , il “progetto iniziale di una comune collaborazione per Valdocco” (1850) con l ‘ idea di una casa rosminiana accanto all’istituto salesiano, la “costruzione della chiesa di S. Francesco di Sales” (1851), “progetti di aprire una casa rosminiana e una tipografia comune a Torino” (1853), l’ “acquisto del terreno a Valdocco e la sua successiva rivendita a don Bosco ” (1851-1854) e infine le “buone relazioni e l ‘ amicizia tra Salesiani e Rosminiani ” proseguite fino ai nostri giorni.

Non si pensi che il dialogo tra queste anime elette non toccasse temi prosaici, perché spesso si tratta di soldi (in lire e in sterline) e cambiali, conti correnti, debiti e interessi, cedole al portatore e rendite, progetti di acquisti e vendite, disegni di fabbricati, sullo sfondo dell ‘ Italia risorgimentale e del conte Cavour, spesso nella persona del suo amministratore, Carlo Rinaldi, frequentemente impegnato a Torino per conto di Rosmini nei rapporti economici con don Bosco (tra i due epistolografo più assiduo). E può capitare di trovare (lettera di don Puecher a Rosmini, 5 luglio 1850) una descrizione di don Bosco in questi termini: ” mi pare un sacerdote fornito di molta pietà, semplicità e carità; di un ‘ indole mansueta, benevola e dolce; d’ingegno e cognizioni discrete, ma nulla più; di viste alquanto ristrette e anguste …” .

Su prevalenti questioni pratiche s ‘ innestano i propositi di ” salute delle anime ” per la quale tanto si adoperarono Rosmini e don Bosco, differenti per nascita e indole intellettuale, ma entrambi all’ insegna di un comune denominatore: la carità, attirando da subito un gruppo di collaboratori sempre crescente, per numero e zelo. Nella presentazione del volume, il cardinale Bertone parla dei due protagonisti come ” due stelle di prima grandezza nel firmamento del Cielo, due carismi che hanno impreziosito la Chiesa e dato vita a due famiglie religiose che continuano a riverberarne la luce nel mondo ” , sottolineando la ” relazione di carità ” da loro condivisa, mentre padre Nardin pone l’attenzione sulla Chiesa come ” società dei figli di Dio”: “alla vita consacrata spetta il compito di vivere e favorire il più possibile la realizzazione della preghiera di Gesù” .

Sinodo Amazzonia, intervista a mons. Jonny Eduardo Reyes

In occasione del Sinodo dell’Amazzonia indetto da Papa Francesco che si terrà in Vaticano dal 6 ottobre al 27 ottobre, Mons. Jonny Eduardo ReyesVescovo in Venezuela – ha fatto visita alla casa di Torino – Valdocco e si è reso disponibile per una breve intervista toccando i temi dell’ecologia e della situazione sociale e politica in Venezuela.

In un primo momento ci ha parlato appunto del Sinodo e di quello che si aspetterà durante questa esperienza. Per maggiori informazioni riguardo al Sinodo clicca qui.

Ha concluso infine facendo un quadro generale su quella che è l’attuale situazione in Venezuela e di come la Chiesa di stia muovendo per venire incontro alle esigenze delle persone che la abitano.

 

“Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria” (Es 10,2). La vita si fa storia”: il tema della 54ma Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali

Con la scelta di questo tema, tratto da un passo del Libro dell’Esodo, Papa Francesco sottolinea come sia particolarmente prezioso, nella comunicazione, il patrimonio della memoria. Tante volte il Papa ha sottolineato che non c’è futuro senza radicamento nella storia vissuta. E ci ha aiutato a comprendere che la memoria non va considerata come un “corpo statico”, ma piuttosto una “realtà dinamica”. Attraverso la memoria avviene la consegna di storie, speranze, sogni ed esperienze da una generazione ad un’altra.

Il tema della prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali ci ricorda inoltre che ogni racconto nasce dalla vita, dall’incontro con l’altro. La comunicazione è chiamata dunque a mettere in connessione, attraverso il racconto, la memoria con la vita. Gesù faceva ricorso alle parabole per comunicare la forza vitale del Regno di Dio, lasciando agli ascoltatori la libertà di accogliere questi racconti e riferirli anche a sé stessi. La forza di una storia si esprime nella capacità di generare un cambiamento. Un racconto esemplare ha una forza trasformativa. Lo sperimentiamo quando ci confrontiamo, attraverso il racconto, con le vite dei santi. Un punto che, ultimamente, il Santo Padre ha ripreso rivolgendosi al Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, quando ha esortato a comunicare la “grande ricchezza” offerta dalla testimonianza di vita dei martiri.

Ancora una volta, al centro della riflessione, il Pontefice pone la persona con le sue relazioni e la sua innata capacità di comunicare. Il Papa chiede a tutti, nessuno escluso, di far fruttare questo talento: fare della comunicazione uno strumento per costruire ponti, per unire e per condividere la bellezza dell’essere fratelli in un tempo segnato da contrasti e divisioni.

Hong Kong, intervista al card. salesiano Joseph Zen: “È venuto il momento di parlare”

Pubblichiamo un’intervista di Filippo Santelli per La Repubblica del 29/09/2019, al cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong

“È venuto il momento di parlare, perché a Hong Kong si rischia una tragedia. I giovani che protestano sono coraggiosi, generosi, ma la violenza può scappare di mano. Dobbiamo fermarci, unirci e rivedere la strategia, altrimenti il loro sarà un sacrificio inutile”. In questi lunghi mesi di protesta il cardinale Joseph Zen è rimasto in silenzio. Il vescovo emerito di Hong Kong, 87 anni, anticomunista militante, leader delle battaglie non violente per la democrazia in città, ha seguito l’evolversi delle manifestazioni in disparte. Parla ora, nel quinto anniversario degli “ombrelli”, perché ha paura che questo movimento possa fallire allo stesso modo, “alienandosi le persone”. E perché martedì, 70 anni della fondazione della Repubblica popolare cinese, una festa che i ragazzi mascherati vogliono rovinare, sarà una giornata «pericolosissima». “Può morire qualcuno”, dice, in italiano, in una saletta del grande complesso dei salesiani, l’ordine in cui è entrato dopo avere lasciato Shanghai nel 1948. Un anno prima del trionfo di Mao. La protesta contro la legge sull’estradizione è diventata una battaglia contro il governo locale, contro la polizia, per la democrazia.

Che cosa succede a Hong Kong?
Quando la Cina ha rivoluto indietro Hong Kong tutti conoscevamo la natura del suo regime, così per farcelo accettare ha inventato una formula intelligente di autonomia, “un Paese, due sistemi”. Soltanto che piano piano il comunismo ha mostrato i denti, la voglia di controllo totale, oggi dei “due sistemi” è rimasto ben poco. Il suffragio universale promesso si è rivelato una democrazia con caratteristiche cinesi, falsa: un voto su candidati prescelti da Pechino».

Cinque anni fa Occupy Central, il movimento per la democrazia che lei sosteneva, non ha ottenuto nulla. Questo può essere diverso?
Occupy, occupare, era solo l’ultima risorsa. Prima il movimento aveva discusso per un anno, producendo tre ipotesi di legge elettorale su cui si erano espresse 800mila persone. Quando Pechino ha rifiutato l’esito di quel voto gli studenti hanno messo fuori gioco gli  iniziatori e tutto il campo democratico, assumendo la guida senza una strategia. Occupare le strade non è un piano, il governo li ha lasciati fare e il disordine creato ha fatto perdere loro l’appoggio della gente».

Hanno imparato: invece di occupare strade ora sono più aggressivi, più violenti.
Vero. Il 12 giugno, mentre noi pacifici ci disperdevamo alla fine della marcia, i “coraggiosi” o “violenti” hanno avuto il merito di circondare il Consiglio legislativo e impedire l’approvazione della norma. Quella era una resistenza passiva, poi però l’aggressività è cresciuta, all’inizio verso le cose, ora qualcuno sembra prendere di mira anche i poliziotti.

I cittadini sono comunque dalla loro parte.
La gente apprezza il loro coraggio di fronte a un governo che non ascolta e a poliziotti che agiscono come belve, esce dalle case in ciabatte per sostenerli. Il problema è che Carrie Lam non ha alcun potere. Ma se andiamo avanti così l’escalation continuerà e il rischio è che finisca come Occupy, che l’appoggio venga meno. Il popolo non vuole la violenza».

Manca una strategia?
Non si può andare avanti, soltanto avanti, senza raccogliere nulla. Si sono già sacrificati in tanti, oltre mille arrestati, più di cento incriminati. Tutte queste sofferenze non sono giustificate. Dicono di non avere leader, di agire “come acqua”, ma la guerriglia funziona contro degli invasori, quando puoi nascondersi e attaccare a sorpresa. Invece qui siamo di fronte a un governo forte, mentre loro non hanno armi.

Ma anni di marce pacifiche che cosa hanno ottenuto?
Non è vero che noi “vecchi” in passato non abbiamo ottenuto nulla, senza le nostre battaglie i giovani sarebbero già delle Guardie rosse. Certo, se i comunisti insistono con la loro stupidità, se non capiscono che “un Paese, due sistemi” è anche il bene della Cina, sarà comunque difficile. Ma con la violenza perdiamo più di quanto otteniamo. Se i giovani possono avanzare è perché dietro hanno due milioni di persone pacifiche, lo sanno loro e lo sa il governo. Quindi ora dobbiamo fermarci, unirci e rivedere il nostro metodo, cercare metodi di pressione non violenti e efficaci. Sarà una lunga battaglia, non la si può affrontare senza strategia.

Su Hong Kong il Vaticano tace. Teme di compromettere il disgelo con la Cina, dopo l’accordo per la nomina dei vescovi?
Purtroppo nella Santa Sede ci sono delle forze che spingono in ogni modo per questa Ostpolitik, una politica che piace anche a Francesco. Con quell’accordo sbagliato hanno venduto la Chiesa clandestina. L’ultimo atto è del 28 giugno scorso, un documento che incoraggia i fedeli a entrare in quella ufficiale, una Chiesa scismatica. In cambio non hanno ottenuto niente, solo abbandonato chi aveva fede e bisogno di sostegno.

Ci sono pressioni sulla diocesi di Hong Kong perché non si schieri con la protesta?
In qualche modo sì, non esplicite: mentre tutto il mondo guarda a Hong Kong, il Vaticano non dice nulla. La diocesi è tutta schierata con la Santa Sede, io sono la minoranza dell’opposizione.

Martedì si festeggiano i 70 anni della Repubblica popolare. La Cina ora è una superpotenza, i suoi cittadini vivono ogni giorno meglio. Sono successi del Partito comunista?
I comunisti hanno rovinato la Cina, le persone e i valori: ora comandano la forza e i soldi, questo non è progresso. Papa Paolo VI ha detto che il vero progresso si ha quando si avanza tutti insieme, non solo in pochi, e quando progredisce tutto l’uomo, non solo la sua parte materiale. Inoltre se avesse la democrazia, oggi la Cina sarebbe più ricca dell’America, perché i cinesi sono laboriosi. Una Cina democratica non è impossibile.

Molti ragazzi di Hong Kong sognano l’indipendenza da Pechino. E lei?
No. I ragazzi che vorrebbero l’indipendenza aumentano, ma sono pochi, sfruttati dal governo come spauracchio. Capisco questi giovani, sono nati qui, non gli interessa la Cina. Ma a me sì, io
sono cinese. Adesso è in mano ai comunisti, ma la rivogliamo indietro.

Che cosa sarà di Hong Kong nel 2047?
Io di certo non la vedrò, per il resto non credo si possano fare previsioni. So solo che tutti gli uomini meritano la democrazia.

Harambée, la celebrazione della 150ma spedizione missionaria: consegnata la croce a 36 salesiani e 13 FMA

Si riporta l’articolo pubblicato dall’Agenzia d’Informazione Salesiana ANS in merito alla celebrazione dell’Harambée 2019 e la 150° Spedizione Missionaria che si è svolta lo scorso weekend a Valdocco.

(ANS – Torino) – Il Rettor Maggiore dei Salesiani, Don Ángel Fernández Artime, ha presieduto ieri, 29 settembre, la celebrazione eucaristica della 150° Spedizione Missionaria, durante la quale ha consegnato la croce missionaria a 36 salesiani e 13 Figlie di Maria Ausiliatrice, alla presenza del suo Vicario, don Francesco Cereda, del Consigliere Generale per le Missioni, don Guillermo Basañes, la Madre Generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, Madre Yvonne Reungoat e suor Alaíde Deretti, Consigliera per le Missioni.

Il Rettor Maggiore di fronte alla statua di Don Bosco nel cortile della Basilica di Maria Ausiliatrice, insieme ai 36 neo-missionari SDB della 150° Spedizione, ha iniziato a preparare il terreno per lanciare l’appello missionario per il 2019, che farà, come ogni anno, per la festa dell’Immacolata, l’8 dicembre. Attorniato dai missionari salesiani della 150° Spedizione, il Rettor Maggiore ha voluto lanciare un appello a tutti i salesiani del mondo, da questo cortile che ha visto gli inizi della nostra famiglia ed il consolidarsi del carisma salesiano.

Il momento immediatamente precedente ha visto, nel teatro dell’Oratorio di Valdocco, la presentazione molto giovanile e mediatica delle 12 neo-missionarie FMA, da parte di suor Alaíde Deretti, Consigliera per le Missioni, e dei 36 neo-missionari SDB, da parte di don Guillermo Basañes, Consigliere Generale per le Missioni), in tre gruppi di “12 apostoli”. Molto vivaci le interviste registrate di alcune missionarie ed alcuni missionari. L’evento è stato trasmesso in diretta da Rete 7 e su vari canali Facebook.

Nella celebrazione eucaristica, durante l’omelia, il Rettor Maggiore ha sottolineato il fatto che oggi è un giorno di grande festa per la Congregazione, l’Istituto e per la Chiesa, in questa 150° Spedizione Missionaria, 144 anni dopo la prima spedizione del 1875, senza interruzioni, anche durante i due terribili conflitti mondiali.

Don Á.F. Artime ha evidenziato un punto interessante. Nell’ufficio del Consigliere per le Missioni, si trova il Libro dei Missionari, che registra 9.542 missionari salesiani inviati dai Rettori Maggiori, da questa Basilica, nelle 150 Spedizioni… Pare che il numero reale totale degli inviati sia più di 10.400. Le nostre Congregazioni sono riconosciute per l’educazione e l’evangelizzazione dei giovani… Però, con tali numeri, siamo davvero un Istituto ed una Congregazione missionari. Il fuoco d’amore per Gesù non ci ha permesso di restare chiusi tra quattro mura.

Il punto più importante è proprio che Gesù si trova al centro della nostra vita: Dio ci chiama e ci invia… per condividere la vita, per donare… Per testimoniare Gesù con la vita, con l’esempio della carità, con un grande rispetto per la diversità di ognuno…

La risposta salesiana al mese missionario straordinario – ottobre 2019, lanciato da Papa Francesco, è questo invio missionario, per arricchire la presenza di Gesù in tutti i continenti, meno l’Australia questa volta.

Il Rettor Maggiore, durante l’omelia, ha poi presentato tre esempi di testimoni particolari, poiché il mondo vuole testimoni e non docenti/insegnanti.

Mons. Marcello Melani: italiano di origine, per tanti anni missionario in Argentina. Una volta concluso il suo servizio come vescovo in Patagonia (diocesi di Neuquén), è tornato all’Ispettoria a cui apparteneva ed ha fatto il parroco ed il catechista. Si è sentito pronto a rispondere all’appello del Papa e del Rettor Maggiore, e la sua disponibilità è stata accolta. Andrà in Perù.

Don Bashir Souccar: siriano, 71 anni, esperto nel fare oratorio con i musulmani. Dall’Ispettoria MOR si è reso disponibile e andrà in Tunisia… a portare la gioia dell’oratorio, specialmente tra i giovani musulmani.

Don Germain Plakoo-Mlapa: togolese, è stato presente al martirio sia di don César Antonio Fernández (febbraio 2019) che di don Fernando Hernández (in maggio 2019), avvenuti in Burkina Faso, era accanto a entrambi… Non sa perché non sia stato ucciso anche lui. Ora è qui, sta recuperando ed ha il cuore pieno di serenità e pace, perché ha saputo perdonare e continua a vivere con il cuore pieno di Gesù e del suo amore.

Ecco la testimonianza di vita al di là delle parole.

di don Gianni Rolandi, sdb

 

 

 

 

“Tra memoria e profezia”, il Rettor Maggiore incontra i Volontari con Don Bosco

“Tra memoria e profezia”. È stato questo lo slogan che ha fatto da filo conduttore alle celebrazioni del XXV anniversario di fondazione dei “Volontari Con Don Bosco”, meglio conosciuti come “CDB”. Nei giorni 20 e 21 settembre si sono incontrati a Roma, presso la Sede Centrale Salesiana, 24 CDB provenienti da 10 diversi Paesi, in rappresentanza dei circa 90 CDB sparsi nel mondo.

L’occasione è stata proprio quella di festeggiare il XXV anniversario di fondazione dell’Istituto. La giornata di sabato 21 settembre è stata arricchita dalla presenza del Rettor Maggiore, Don Ángel Fernández Artime, da quella di rappresentanti di diversi Gruppi della Famiglia Salesiana e di Mons. Calogero La Piana. Una sorpresa molto gradita è stata la visita di Monsignor Cristóbal López, Arcivescovo di Rabat, recentemente nominato Cardinale da Papa Francesco; egli, infatti, è molto legato all’Istituto dal momento che, fin dagli inizi, ha seguito alcuni giovani del Paraguay che avevano il desiderio di vivere una consacrazione nel mondo.

Durante il suo intervento, il Rettor Maggiore ha fatto dono ai CDB di una Lettera, dal titolo “E voi chi dite che io sia (Mt 16,15). I CDB sulla strada della fedeltà”. La Lettera sarà presentata all’intera Famiglia Salesiana.

Tale documento, che ripercorre l’esperienza vissuta dall’Istituto dalla nascita a oggi, offre indicazioni sugli elementi del carisma di Don Bosco di particolare importanza per la secolarità consacrata salesiana, alcune indicazioni per il cammino futuro dell’Istituto, nonché un invito alla Famiglia Salesiana ad impegnarsi nell’accompagnamento dei giovani alla conoscenza di questa specifica vocazione.

Durante la Santa Messa, celebrata presso la Basilica del “Sacro Cuore”, due Volontari CDB hanno rinnovato la professione dei consigli evangelici; la celebrazione si è conclusa con l’affidamento dell’Istituto alla Vergine e con la benedizione di Maria Ausiliatrice.

Nel pomeriggio alcuni testimoni della prima ora hanno offerto spunti di riflessione sulle origini dell’Istituto e sulle prospettive future che vedranno impegnati i singoli CDB in una significativa testimonianza di vita apostolica nelle realtà del mondo in cui sono – per scelta e vocazione – pienamente inseriti.

Famiglia Salesiana, primo incontro mondiale dei delegati

Dal 10 al 14 settembre, presso l’Istituto “Pio XI” di Roma, si è svolto il primo incontro mondiale dei Delegati per la Famiglia Salesiana. Promosso dal Segretariato per la Famiglia Salesiana, ha visto la partecipazione di 36 Delegati provenienti da 33 Ispettorie: 5 dall’Africa-Madagascar, 5 dall’Europa Centro e Nord, 10 dalla Mediterranea, 8 dall’Interamerica e 8 dall’America Cono Sud. Oltre a quest’appuntamento, rivolto ai Delegati che parlano le lingue neo-latine, il Segretariato per la Famiglia Salesiana ha organizzato anche un analogo incontro riservato ai Delegati anglofoni, in programma dal 17 al 22 settembre.

L’incontro è stato coordinato da Don Eusebio Muñoz, Delegato del Rettor Maggiore per la Famiglia Salesiana, con l’equipe del Segretariato: don Giuseppe Casti, Delegato per i Salesiani Cooperatori; don Joan Lluis Playà, Assistente spirituale per le Volontarie di Don Bosco (VDB) e i Volontari con Don Bosco (CDB); don Pierluigi Cameroni, Animatore spirituale dell’Associazione di Maria Ausiliatrice (ADMA); e don Jayapalan Raphael, Delegato per gli Exallievi di Don Bosco.

Lo scopo del raduno è stato quello di presentare la figura e il ruolo del Delegato ispettoriale per la Famiglia Salesiana, attraverso la condivisione di alcune tematiche: “La Carta d’identità carismatica della Famiglia Salesiana”; la vocazione e la missione dei laici nella Chiesa e nella Famiglia Salesiana; i rapporti della Famiglia Salesiana con la Pastorale Giovanile e la Formazione; la Consulta ispettoriale e locale; il Movimento Salesiano.

Significativi gli interventi e la presenza di alcuni responsabili mondiali dei gruppi: il Sig. Antonio Boccia, Coordinatore dei Salesiani Cooperatori; il Sig. Renato Valera, Presidente dell’ADMA; il Sig. Michal Hort, Presidente degli Ex-allievi; la Vice Responsabile delle VDB, che hanno fatto toccare con mano la bellezza e la varietà dell’unico carisma, soprattutto nelle maniere in cui è vissuto e interpretato dai laici.

Molto apprezzata è stata la visita alla Sede Centrale Salesiana, sia per l’incontro con don Francesco Cereda, Vicario del Rettor Maggiore, sia per la visita alla Basilica del Sacro Cuore e alle camerette di Don Bosco.

Nella condivisone finale è stata unanime la soddisfazione per l’incontro, per la ricca esperienza di fraternità e di conoscenza; per i contenuti proposti e discussi; per la costatazione della ricchezza di vita, di varietà e di possibilità presente nell’unica famiglia carismatica; e, soprattutto, per il riconoscimento e l’attualità del grande dono di Don Bosco e del suo carisma alla Chiesa e alla società.

Capitolo Generale 28, al lavoro la commissione precapitolare

Da ANS – Poco meno di un anno fa, era lo scorso 3 ottobre, il Rettor Maggiore, Don Ángel Fernández Artime, nominava i membri della Commissione Precapitolare sul tema del Capitolo Generale 28 (CG28). A poco più di 150 giorni dall’inizio del CG28, e dopo essersi preparati con grande cura a livello individuale nelle settimane precedenti, lunedì 9 settembre i membri della Commissione si sono ritrovati a Roma per un raduno di due settimane che li porterà ad elaborare lo “strumento di lavoro” del CG28.

“Compito di questa Commissione precapitolare – ha spiegato il Regolatore del CG28, don Stefano Vanoli – è studiare tutti i Capitoli ispettoriali e i contributi personali sul tema Quali Salesiani per i giovani di oggi?, e assumere pure i contenuti della lettera del Rettor Maggiore per l’indizione del CG28, al fine di preparare una sintesi”. Sintesi che servirà per l’appunto come linea guida dei lavori del Capitolo.

Fino a venerdì 20 settembre, giorno di chiusura del raduno, i membri della Commissione nominati dal Rettor Maggiore – accompagnati dal Regolatore – sono impegnati nello studio dei tre nuclei tematici:

–         priorità della missione salesiana tra i giovani di oggi;

–         profilo del salesiano per i giovani di oggi;

–         insieme ai laici nella missione e nella formazione.

La Commissione è suddivisa in tre gruppi di lavoro, su basi linguistiche. Importante è l’impegno a cui sono chiamati i membri della Commissione: ogni membro del Gruppo deve studiare circa 10 Capitoli ispettoriali e farne una sintesi personale. Successivamente ciascun gruppo ricaverà, a partire dalle valutazioni personali, un’unica sintesi, che presenterà all’intera Commissione.

Nello studio di ognuno dei tre nuclei tematici ciascun gruppo di lavoro utilizzerà lo stesso schema tripartito della metodologia proposta ai Capitoli ispettoriali:

Ascolto – è la fase in cui si chiede di riconoscere la situazione, le espressioni promettenti e rischiose riguardanti le priorità della missione, le esigenze della formazione, il coinvolgimento dei laici.

Interpretazione – è il momento per leggere la situazione, a partire da quanto riconosciuto nella prima fase e avendo come chiavi il Vangelo, la vita della Chiesa, le Costituzioni, i segni dei tempi.

Scelte – è il tempo per trovare ciò che faccia avanzare la Congregazione verso nuovi modi di vivere la missione giovanile, di realizzare il profilo del salesiano, di coinvolgere i laici. Per essere molto pratici, questo terzo punto prevede nel dettaglio: evidenziare una o due scelte per ogni nucleo; indicare compiti e impegni precisi; e segnalare le condizioni per far meglio emergere il profilo del salesiano per i giovani di oggi.

I Volontari con Don Bosco festeggiano il 25mo anniversario dalla fondazione

I Volontari con Don Bosco (CDB) sono in un clima di festa. L’Istituto, che sin dalla sua nascita fa parte della Famiglia Salesiana, celebra il suo Giubileo d’Argento: 25 anni per Dio e per il mondo. Dio ha fatto grandi opere in questo Istituto a partire da quei pochi uomini che, provenienti da diverse parti del mondo, posero nelle mani di Don Egidio Viganò il loro desiderio di vivere il Battesimo nel mondo, in modo radicale, attraverso la vita consacrata e nello stile salesiano. E oggi tutto questo si sta riflettendo nell’espansione dell’Istituto in tante parti del mondo.

Il 12 settembre 1994 fu l’inizio ufficiale dell’Istituto, che si formò attorno a Don Viganò, VII Successore di Don Bosco, e ai suoi collaboratori. Nel dicembre 1993, egli incontrò a Roma i membri del gruppo e coloro che li accompagnavano. Li incontrò di nuovo l’anno successivo e decide di avviare ufficialmente il Gruppo dei “Volontari con Don Bosco” il 12 settembre 1994, Festa del Santo Nome di Maria.

Lo stesso giorno vennero redatte le Costituzioni ad experimentum e avvennero le Prime Professioni. Al tempo stesso Don Viganò, in qualità di Rettor Maggiore, riconobbe l’appartenenza del gruppo alla Famiglia Salesiana.

In vista del 25° anniversario di fondazione, il Moderatore Generale dei CDB ha invitato tutti a riflettere seriamente sulla nascita di questo carisma in cui “lo Spirito Santo si manifesta concretamente nella storia”. E lo fa in modo molto concreto attraverso Don Bosco. “Don Bosco non è lo Spirito Santo, ma Don Bosco è la manifestazione del carisma che lo Spirito Santo ha voluto suscitare nella Chiesa secondo alcune caratteristiche” ha scritto il Moderatore Generale.

Egli ricorda loro, nella sua lettera, ciò che diceva il giovane Cagliero: “Frate o non frate, io resto con Don Bosco”. Questo “restare con Don Bosco” significa accettare il carisma suscitato dallo Spirito Santo attraverso Don Bosco. “Restare con Don Bosco” non era né una frase giuridica e nemmeno religiosa, ma un’espressione di giovani entusiasti dello spirito e della missione di Don Bosco, che dicevano: “Noi siamo con lui”.

Gli istituti secolari non hanno comunità. “Ma non si è cristiani senza un grande senso di comunione. La comunione qui, oltre alla comunione cristiana con tutti, richiede particolare attenzione, simpatia, dedizione, sacrifici per ciò che riguarda l’Istituto: la comunione con i colleghi” prosegue il Moderatore Generale.

Egli sottolinea anche che “nella vostra vita, tutto diventa vago e sfumato se non c’è un’attività apostolica concreta. Il carisma di Son Bosco ha la ‘grazia dell’unità’, che unisce in modo vitale una sicura interiorità con l’attività concreta… L’attività apostolica è importante quanto la preghiera, perché la preghiera è l’anima dell’attività. E l’impegno apostolico è l’anima della preghiera. La grazia dell’unità è tra questi due poli: il polo dell’essere con lo Spirito Santo, il polo dell’essere con i giovani, con gli esseri umani di oggi e i loro problemi”.

I CDB sono un gruppo giovane e in fase di consolidamento. Attualmente ce ne sono 85, distribuiti in 27 Paesi. Nonostante il tratto specifico del riserbo, meritano di essere conosciuti come Istituto di Vita Secolare Consacrata salesiana. In questo caso si è realizzato il sogno di Don Bosco di avere persone consacrate salesiane “esterni” (come, al femminile, le Volontarie di Don Bosco): laici che si sentono chiamati a consacrarsi al Signore attraverso dei voti, rimanendo nei loro normali ambienti di vita, vivendo con spirito salesiano la radicalità del battesimo e del lavoro professionale e apostolico.