“Stare, per accogliere una presenza”: il Vangelo di Giovanni commentato dalla comunità di Bose

11In quel tempo Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro 12e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. 13Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto». 14Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. 15Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». 16Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». 17Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: «Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro»». 18Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.
Gv 20,11-18

Se nel Vangelo secondo Giovanni ritorna a più riprese, quasi come un filo conduttore, il tema del “rimanere” del discepolo nel Signore, questo filo conduttore trova nella fede di Maria di Magdala il suo estremo: Maria resta, “sta” (v. 11), mentre tutti gli altri discepoli se ne sono andati, tornandosene a casa (cf. Gv 20,10). Maria osa stare presso la tomba del Maestro, all’aperto, alla luce – simbolo spaziale della disponibilità coraggiosa all’accoglienza di una novità ancora possibile –, mentre tutti gli altri discepoli si rinchiudono nella casa, a “porte chiuse” (Gv 20,19), nell’ombra – simbolo spaziale della chiusura impaurita su di sé che non attende più nulla.
Ma lo stare, il rimanere luminoso e audace di Maria nello spazio drammatico di un’assenza può divenire il luogo dell’accoglienza di una presenza che rimette in moto ciò che si era inesorabilmente fermato solo grazie alla qualità di quello stare, di quel rimanere. Colpisce, nella lettura dei versetti che il lezionario ci propone come meditazione nella festa di Maria Maddalena, la presenza attiva, vigile, energica di questa donna. Nessuna rassegnazione all’ineluttabile, bensì tensione interiore fortissima, che la muove dal di dentro, e che il suo pianto esprime bene.

“Stava … vicino … e piangeva” (v. ,11). Solo l’amore tenace, pervicace, profondo per chi essa ha amato fin oltre la morte le permette di stare così vigile, di fronte a una presenza che è ormai solo dentro di lei. Ma una presenza ancora fortissima, che quella morte non ha potuto strappare dal suo cuore. Le sue lacrime vedono. E implorano di vedere altrimenti.
Dentro questa dinamica di implorazione di un “altrimenti” entra Gesù, con una domanda che si lascia bagnare da quel pianto cogliendolo come il bacino di una ricerca intensissima: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?” (v. 15). Il pianto di Maria diviene breccia, diviene canale d’acqua che conduce la “nuova” presenza di Gesù, ora vivo, a incontrare dentro il cuore di Maria quella “vecchia” presenza di Gesù ormai morto. Dentro l’acqua di quel pianto di Maria, come dentro il liquido amniotico di un utero fecondato, si genera il “nuovo” Gesù, quello della fede. Dentro quel pianto, come dentro l’acqua del battesimo, nasce una “nuova” fede in Gesù. E come fa chi battezza, Gesù pronuncia il nome, segno della vita nuova: “Maria!” (v. 16). La novità non è nel nome, quello suo di sempre, bensì nella vita nuova messa dentro a quel nome vecchio dall’uomo nuovo, Gesù risorto.
Allora “Maria si voltò” (v. 16), in un movimento di scoperta attonita di un “nuovo” Gesù, in perfetta continuità con il “vecchio”, ma in una qualità di relazione nuova. Nel cuore ha ancora parole vecchie, quelle con cui si rivolgeva al Rabbi lungo le strade della Galilea: “Maestro mio!” (v. 16), il nome usato tante volte e che naturalmente risorge spontaneo dal cuore.
Ma Gesù osa rivolgerle parole nuove: “Per continuare a stare con me devi andare”. Questo le dicono al cuore le parole tramandate da Giovanni: “Non mi trattenere … ma va’” (v. 17). E “Maria di Magdala andò” (v. 18), per restare con il suo Maestro e Signore, per dimorare con il suo vecchio Maestro divenuto suo nuovo Signore.

Giovani e Bibbia nella prospettiva del Sinodo dei giovani

Abbiamo fin qui ricercato la componente biblica nel Sinodo dei giovani, esaminando il Documento Preparatorio (v. NPG 8/2017, pp. 44-57) e nello Instrumentum Laboris (v. NPG 7/2018, pp. 60-64). Ora intendiamo mettere in luce tale tematica nell’Esortazione Apostolica Christus vivit (Chv) di Papa Francesco, e lo facciamo in diretta connessione con il Documento finale (Df) del Sinodo, in ciò motivati dall’espressa volontà del Papa (Chv. n. 4). Prendiamo quindi avvio da Christus vivit per integrarlo poi con il Documento finale.[1] Da tali documenti riceviamo il pensiero conclusivo del Sinodo: non una visione analitica ed esaustiva sul rapporto Giovani e Bibbia, ma una prospettiva di fondo entro cui impostare una pastorale biblica giovanile.[2]
Procediamo prima esaminando Christus vivit (I) e poi l’integrazione offerta dal Documento finale (II). Una parola ultima propone una sintesi di insieme (III).

I. IL FILO BIBLICO DI CHRISTUS VIVIT

Osserviamo subito tre cose.
* Lo scopo dei due documenti (Chv e Df) non è per sé biblico, non aspettiamoci quindi una riflessione esplicita in tal senso, e quindi se si appellano alla Bibbia, come di fatto ampiamente fanno, ciò assume un significato speciale, un ruolo particolare nei due testi.
* Nei due documenti tutto ciò che si dice di Bibbia, in forma diretta o indiretta, ha per riferimento i giovani, ma in un’ottica diversa: nel suo documento Papa Francesco intende fare una “esortazione”, cioè parlare direttamente ai giovani, dando loro del tu, in funzione di un convincimento dell’intelligenza e del cuore; invece il documento finale del Sinodo nomina i giovani in terza persona, ponendosi davanti a loro come una fonte ufficiale di sicura informazione.
* Si noterà che pur nella voluta connessione di Chv con Df, anche i contenuti biblici e il modo di enunciarli sono diversi. Si pensi soltanto al titolo dei due documenti: Christus vivit, attinto da una fonte paolina per il testo del Papa; “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” per il testo sinodale. Si potrà parlare di una differenza nella continuità.

Un dato statistico

Punto di partenza illuminante in documenti come questo è il dato statistico, che in certo modo, dalla ripetizione o meno di termini, rivela l’intenzione dell’autore, cosa gli sta a cuore. Nel caso del nostro tema, abbiamo fatto una attenta ricerca a proposito delle citazioni dell’ AT e NT, dei vocaboli Bibbia, Sacra Scrittura, Vangelo, e specificamente sulla nomina della persona di Gesù, sia in citazioni bibliche sia in termini assoluti. Sono arrivato a questi risultati.
* Assolutamente maggioritario e centrale è la nomina di Gesù, a partire dal titolo dell’Esortazione Christus vivit. Il più delle volte si nomina Gesù a se stante, altre poche volte si usa il termine Cristo, Gesù Cristo, Signore. (ove il riferimento è a lui e non genericamente a Dio). Sovente è nominato con il pronome in terza persona “Egli, Lui…”. Si registrano 164 volte. È presente in tutti i 9 capitoli, il maggior numero compare nei cc. 2, 5.
Il riferimento alla persona di Gesù è continuo. Egli è il dato biblico dominante.
* Ma non mancano riferimenti espliciti alla Bibbia: 47 sono le citazioni dell’AT, in particolare nei cc. 1 e 4; 105 le citazioni del NT, in particolare dei vangeli, e ciò nei cc. 1,2,5. Sono citazioni pertinenti all’argomento, anche se esegeticamente non approfondite. Chiaramente il referente maggiore è Gesù.
*Infatti il vocabolo Vangelo è nominato 21 volte; Sacra Scrittura solo 3 volte, e così Bibbia 3 volte. In compenso si usa il termine Parola di Dio, 16 volte, per indicare la fonte biblica.

Puoi essere santo #lìdovesei: orientamenti per il Tema Pastorale

Il percorso sinodale su “Giovani, fede e discernimento vocazionale” che ci ha coinvolto e appassionato prosegue nella sua fase di recezione e attuazione. Il Convegno Nazionale di Pastorale Giovanile che si è tenuto a Palermo i primi giorni di maggio ci ha consegnato delle “parole coraggiose” e ha prospettato delle linee progettuali che sono in fase di definizione. Aspettiamo con trepidazione questa “scatola degli attrezzi” per camminare come Chiesa con i giovani facendo tesoro dell’intero Sinodo, dall’Istrumentum Laboris al Documento Finale all’Esortazione Christus Vivit. In attesa di indicazioni su cui intendiamo articolare il prossimo triennio, i Salesiani, le Figlie di Maria Ausiliatrice e il Movimento Giovanile Salesiano Italia hanno, come da tradizione, elaborato alcuni orientamenti per il Tema del prossimo anno educativo-pastorale, fonte per l’elaborazione dei sussidi per le fasce d’età: fanciulli, preadolescenti, adolescenti. In particolare il “Quaderno Giovani” è un punto di riferimento, base per gli educatori nel comprendere e contestualizzare il tema nel percorso ecclesiale. L’anno in corso chiude un triennio contrassegnato dalla ripresa dei nuclei della Spiritualità Giovanile Salesiana alla luce della Esortazione Apostolica di papa Francesco Evangelii Gaudium. Nel 2016-2017: “Maestro, dove abiti?” #Con Te o senza Te non è la stessa cosa – Incontro con Gesù e quotidiano; nel 2017-2018: “Casa per molti, Madre per tutti” #nessunoescluso – L’appartenenza gioiosa alla Chiesa e la Vergine Maria; nel 2018-2019: “Io sono una missione” #perlavitadeglialtri – Il servizio responsabile e la risposta vocazionale.

Il prossimo anno avrà come tema “Puoi essere santo #lìdovesei”il dono, la chiamata, il compito della santità. Il tema prende spunto dalla Strenna per il 2019 che il Rettor Maggiore, don Ángel Fernández Artime, ha indirizzato alla Famiglia Salesiana: “Perché la mia gioia sia in voi (Gv 15,11). La santità anche per te”. Il referente della santità è nato nel Rettor Maggiore a partire dalla Esortazione Apostolica Gaudete et exsultate; in essa il Papa, nell’additare la santità come “autentica fioritura dell’umano” e come una chiamata e dono che il Signore rivolge a tutti, ripresenta come testo biblico di riferimento quello delle Beatitudini nella versione dell’evangelista Matteo (Mt 5,3-12), suggerisce per ciascuna una efficace espressione sintetica (nn. 67-94), fornisce cinque caratteristiche della santità nel mondo attuale che ci sono parse concrete, praticabili e decisive (nn. 110-157). Particolarmente ispirativo è il riferimento alla “giovinezza dei santi” così come suggerisce il n. 114 dell’Instrumentum Laboris:

… Tutti i Santi sono passati attraverso l’età giovanile e sarebbe utile ai giovani di oggi mostrare in che modo i Santi hanno vissuto il tempo della loro giovinezza. Si potrebbero così intercettare molte situazioni giovanili non semplici né facili, dove però Dio è presente e misteriosamente attivo. Mostrare che la Sua grazia è all’opera attraverso percorsi tortuosi di paziente costruzione di una santità che matura nel tempo per tante vie impreviste può aiutare tutti i giovani, nessuno escluso, a coltivare la speranza di una santità sempre possibile.

La santità infatti non è sinonimo di élitarismo spirituale riservato a predestinati o a eroi, ma è la risposta a un dono di Dio che si costruisce giorno per giorno attraverso fragilità, fallimenti e continue riprese. Se tutti sono chiamati alla santità, ciascuno la realizza nel tempo senza omologazioni ma con una risposta personale e inedita come frutto di una vita cristiana non anonima. Essa è cura dell’umano, non sua dimenticanza, fatta di fecondi intrecci relazionali, amicali e comunitari sorretti dalla parola di Gesù: “non vi chiamo più servi… ma vi ho chiamato amici” (Gv 15,15). Il Rettor Maggiore connota la santità in chiave di partecipazione alla gioia di Gesù, frutto del rapporto con Lui e del dono di sé.
Le Beatitudini nel Vangelo di Matteo (Mt 5,1-12) sono il testo biblico di riferimento così come raccomandato da papa Francesco: Ci possono essere molte teorie su cosa sia la santità, abbondanti spiegazioni e distinzioni. Tale riflessione potrebbe essere utile, ma nulla è più illuminante che ritornare alle parole di Gesù e raccogliere il suo modo di trasmettere la verità. Gesù ha spiegato con tutta semplicità che cos’è essere santi, e lo ha fatto quando ci ha lasciato le Beatitudini (cfr Mt 5,3-12; Lc 6,20-23). Esse sono come la carta d’identità del cristiano. Così, se qualcuno di noi si pone la domanda: “Come si fa per arrivare ad essere un buon cristiano?”, la risposta è semplice: è necessario fare, ognuno a suo modo, quello che dice Gesù nel discorso delle Beatitudini. In esse si delinea il volto del Maestro, che siamo chiamati a far trasparire nella quotidianità della nostra vita”.
(Gaudete et Exultate, 63)

Per la loro sobria solennità, la loro forza programmatica, la loro capacità di esprimere sinteticamente la bellezza del volto di Gesù e l’itinerario spirituale del discepolo, le beatitudini fanno sperimentare la sapienza illuminante e la potenza trasformante della Parola: “Cristo non solo annuncia la Parola, ma è la Parola che si annuncia. Ogni proclamazione di beatitudine è innanzitutto l’offerta di un incontro con Lui che non solo la annuncia e la spiega, ma la rende possibile e la fa accadere… Nelle beatitudini Gesù intende coinvolgere gli ascoltatori nella sua stessa esperienza” (Sicari). Esse sono il condensato di una “vita nuova” da vivere con radicalità; esse ci aiutano a vivere con maggior pienezza la nostra personale vocazione. La scelta di avere come testo biblico di riferimento le Beatitudini permette, senza tralasciare l’opzione di una strutturazione in base all’anno liturgico, di raccogliere altresì l’istanza di offrire un itinerario pedagogico-spirituale.
Il titolo “puoi essere santo # lìdovesei” è stato scelto dalla Segreteria Nazionale dei giovani del Movimento Giovanile Salesiano; interpella interiormente e mobilita esteriormente. Don Rossano Sala così lo commenta: È un frutto del loro impegno appassionato per l’edificazione del Regno che viene… Sono stati insieme ingenui, geniali e genuini! Tre parole che rimandano ai “geni”, cioè a quelle piccole sequenze del nostro DNA che garantiscono una originalità inimitabile in ciascuno di noi. 
Ingenui perché davvero credono ancora ai loro sogni: “Puoi essere Santo”. Questa sentenza è per molti di noi solo un’utopia, un’idea teorica di certo irraggiungibile, un desiderio che forse si può coltivare, ma in fondo destinato alla frustrazione. Insomma, ad una realtà senz’altro bella e attraente, ma innegabilmente lontana e impossibile. Invece questi ragazzi ci dicono che non bisogna cedere sul desiderio della santità! È un “potere” a cui dobbiamo credere, quello di essere e diventare santi! Se ci crediamo, può essere un sogno che giorno dopo giorno si avvera. Questa della santità è una fiducia che dobbiamo riacquistare dalla vita, per non cedere alla sua mediocrità. 
Geniali perché rimandano alla vita di tutti i giorni: “#lìdovesei”. Non cercano le condizioni ineccepibili per poter essere santi, ma sono certi che ognuno di noi, a partire esattamente dalla sua condizione storica – età, stato, incarico, ruolo, situazione sociale ed economica, salute, fragilità, e così via – ha tutte le carte in regola per essere santo. Non si tratta di trovare condizioni diverse rispetto a quelle che abbiamo, ma di far fiorire la nostra umanità a partire dalla realtà in cui siamo e dalla realtà che siamo…
Genuini perché molto immediati e concreti: “Puoi essere Santo #lìdovesei”. In poche semplici parole riescono a dire il compito di una vita intera… Queste quattro parole rappresentano bene la concretezza dell’ordinario che siamo chiamati ad abitare in modo straordinario. Il Signore Gesù chiede ad ognuno di noi di vivere una santità nell’ordinario della vita di tutti i giorni
(Introduzione al Quaderno Giovani).

Il cammino del prossimo anno pastorale ci permetta di risentire la voce del Signore che ci chiama, ci sproni a seguirlo comunitariamente nel cammino delle Beatitudini per poter un giorno in Cielo “gaudere et exsultare” al compimento dei nostri giorni.

NPG, è uscito il nuovo numero: proposta pastorale salesiana in primo piano

Il nuovo numero di Note di Pastorale Giovanile è uscito: ecco l’indice

Voci dal Sinodo /5
Venite in Africa per apprezzare la vita
Intervista a monsignor Andrew Nkea Fuanya, Vescovo di Mamfe (Camerun)
A cura di Gioele Anni

DOSSIER

MGS: PROPOSTA EDUCATIVO-PASTORALE 2019-2020
La santità anche per te
Le Beatitudini come via e metodo per una santità giovanile “in vita quotidiana”

1. Introduzione
Orientamenti per il Tema Pastorale 2019-2020
Puoi essere santo # lidovesei
Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice d’Italia – Movimento Giovanile Salesiano Italia

2. Beatitudini, vocazione alla felicità
Aspetti letterari e teologici di Mt 5,1-12
Giuseppe De Virgilio

3. La “bella” follia della santità
Paolo Paulucci

4. Le Beatitudini, strada alla santità genuina
Diego Goso

5. Santi come modelli e compagni di viaggio
I Santi: testimoni delle Beatitudini nella vita quotidiana, ognuno a suo modo!
Pierluigi Cameroni

6. Cherofobia? No, grazie
Cristiano Ciferri

7. Magari fossi beato!
La beatitudine come stato giovanile
Raffaele Mantegazza

8. Le Beatitudini nell’arte: un percorso “visivo” di santità
Maria Rattà

9. Beati voi
Riflessioni-testimonianze dei giovani del MGS-Italia

Giovani e Bibbia
(nella prospettiva del Sinodo dei giovani) /3

La proposta finale in CHRISTUS VIVIT 
Cesare Bissoli

Temi di pastorale universitaria /12
Lo studio come vocazione
Angelo Tumminelli

Il ricordo di don Tonelli, il direttore coraggioso

Da Note di Pastorale Giovanile

di don Giancarlo De Nicolò

Le pagine che seguono non sono – come gli interventi precedenti – nella forma di un studio o di un saggio , bensì una testimonianza, un atto di omaggio verso colui che a diritto può essere considerato il “padre e fondatore” di NPG: colui che dall’inizio l’ha ideata (anche se non formalmente “fondata”) e condotta negli anni/decenni) fino a farla diventare una rivista conosciuta e apprezzata non solo in ambito ecclesiale ma anche in ambito laico, sui temi dei giovani e della loro educazione: uno spazio di dibattito, di innovazione educativa e pastorale, di pensiero e di azione verso il soggetto “giovani” che rientra come “soggetto-destinatario” privilegiato nel carisma di don Bosco (e del salesiano d. Riccardo Tonelli) ma anche come nuovo soggetto sociale e culturale soprattutto verso la fine degli anni Sessanta in Italia e nel mondo, e dove esso comincia anche ad essere cura e “preoccupazione” specifica della Chiesa.

Tali pagine dunque non hanno nulla di “scientifico” propriamente detto (accurato studio e citazioni delle fonti…), ma si presentano come un racconto empatico (tanto più con l’avvenuta morte di d. Tonelli il 1 ottobre 2013, mentre questi appunti venivano redatti, procurando sconcerto e il senso di un grande vuoto, ancora più in chi scrive queste note), fatto più a colpi di memorie e di sentimenti, di un amico e collaboratore che quasi dagli inizi (dal 1978, poi più direttamente dal 1987) ha lavorato, condiviso, progettato con d. Tonelli, in una collaborazione franca e rispettosa, che – almeno per me – mi ha fatto crescere nella comprensione sempre più viva della progettualità salesiana che si chiama pastorale giovanile (almeno, confido), pur conservando un certo spirito “critico” perché proveniente da altri riferimenti teorici e studi accademici. Non si tratta dunque di una smaccata “laudatio” del “capo”, quanto di un racconto dal punto di vista “interno” di un amico, collaboratore, estimatore, che ha redazionalmente gestito la rivista da ormai 25 anni.

La presenza di Maria nel cammino di fede dei giovani

I temi delle ultime tre GMG, la firma a Loreto nella “casa di Maria” dell’Esortazione dopo il Sinodo da parte di papa Francesco… riportano in prima linea un aspetto importante della vita cristiana: la presenza e il ruolo di Maria nel cammino di fede del giovane e della Chiesa.  Note di Pastorale Giovanile offre qui alcuni materiali interessanti: sia alcuni dossier elaborati nel passato, sia un fresco (anche se di vari anni fa) studio di uno specialista sui grandi temi della Bibbia: Maria
(di Alonso Schökel)

 

Mosè, l’uomo delle prove

PG e Arte / Storia “artistica” della salvezza

di Maria Rattà – (NPG 2019-04-76)

1.
La vita di Mosè si potrebbe definire come l’esistenza di un uomo messo alla prova. Da un re straniero, dalla propria impetuosità, da Dio e dal proprio popolo.
L’arte che illustra la prima parte della sua vita (dal contesto in cui nasce fino all’uscita dall’Egitto) mette sui piatti di una stessa bilancia la tenerezza e il dramma. È forte, ad esempio, l’impressione che si ha guardando tele come quelle di Edward John Poynter (Israele in Egitto, p. 4) che traccia – con dovizia di particolari e una prospettiva d’ampio respiro – la condizione degli Israeliti schiacciati dal potere. L’artista mette letteralmente in scena una vera e propria “macchina” dalle dimensioni gigantesche per il trasporto di un enorme leone in granito rosso. Il quadro si popola di figure e architetture che palesano lo sfarzo della corte faraonica, ma anche le durissime condizioni cui è sottoposto il popolo ebreo. Eppure, già qui compare uno spiraglio di umanità, nel dettaglio di un Egiziano che offre soccorso e acqua a uno schiavo caduto. È quasi un anticipo di quella tenerezza che accompagna i primi vagiti di Mosè, quando – dopo l’abbandono sulle acque del Nilo – proprio la figlia del faraone lo scopre e lo salva. Accanto all’ansia della madre che teme di essere scoperta, al suo dolore e alla disperazione (resa magistralmente da William Blake, p. 9) per un distacco innaturale, gli artisti descrivono anche la dolcezza di un “passaggio di consegne”, come fa Rupnik (p. 18) in un suo mosaico, in cui il bambino nella cesta galleggia sulle acque, mentre le braccia di due donne – la madre e la principessa – sono tese verso di lui, una per lasciare e l’altra per accogliere. Edwin Long crea invece un’immagine pervasa da una forte sensualità, ma anche da un sottofondo di tenerezza espresso nell’incontro delle mani del piccolo Mosè e della giovane principessa (p. 17). Le raffigurazioni artistiche assumono però un tono diverso quando comincia la vita del Mosè adulto. Poynter descrive la scena dell’uccisione dell’Egiziano narrando la circospezione di Mosè, l’angoscia della sua vittima e la “curiosità” di un personaggio misterioso che osserva da lontano (p. 20). Botticelli, per le Prove di Mosè nella Cappella Sistina, dispiega invece tutta l’impetuosità di Mosè, colto da una vera e propria foga che lo porta ad assassinare il nemico e poi a fuggire (p. 21). Da questa fuga comincia una vita nuova, in una nuova terra, e proprio in questa nuova terra Dio inizierà a rivelarsi al suo servo, apparendogli nel roveto ardente. Paura, stupore, indegnità, timore. Sono questi i tratti emotivi principali che connotano le opere relative all’episodio biblico (pp. 30-34). Ritornato in Egitto per chiedere al faraone la liberazione del popolo d’Israele, si srotolano, una dopo l’altra, le fila di dieci piaghe che Mosè profetizza di volta in volta al sovrano. L’arte qui parla ora il linguaggio di un realismo estremo (come nelle immagini di James Tissot) ora uno più “favolistico” (ma non meno impressionante) nei codici miniati medievali, che con la loro essenzialità non mancano di descrivere a tinte forti il contrasto tra la luce e il buio, tra il volere di Dio e l’ostinazione del faraone. Il manoscritto W.106, conservato presso il Walters Art Museum di Baltimora, ricorre a una netta separazione delle singole scene, in modo che salti subito agli occhi il divario incolmabile tra il popolo guidato da Mosè e quello capeggiato dal faraone. Immerso nella luce dorata il primo, nell’oscurità il secondo (pp. 54; 60). Il cuore del faraone si ammorbidirà solo dopo l’ultima, grande piaga: la morte dei primogeniti. Arthur Hacker immagina un angelo della morte in volo, vestito di rosso e con la spada sguainata (p. 64). Le sue vesti vermiglie sembrano vaporizzarsi in fumo all’estremità, ricordando quasi il sangue, quel sangue che per la Bibbia è segno della vita. È un angelo che affronta la propria missione coprendosi gli occhi, come a dire che la morte non guarderà in faccia nessuno, non farà sconti: anche il figlio del faraone, infatti, perderà la vita. Lawrence Alma-Tadema immortalerà in una sorta di “interno familiare” il dolore estremo che rende impietrito il padre in lutto, mentre Mosè e Aronne, sullo sfondo, giungono a fargli visita (p. 66). Finalmente il sovrano manderà via gli Israeliti… ma se ne pentirà e li inseguirà “nel” Mar Rosso aperto da Mosè. Sarà una vera e propria carneficina: gli Egiziani saranno travolti dalle acque che si richiudono, e periranno in mare. Così ce li mostrano Cosimo Rosselli, Ivan Aivazovsky e Frederick Arthur Bridgman (pp. 79-80), in immagini animate da potenti giochi di luce, in cui la vita e la morte entrano prepotentemente in scena.

 

È plausibile per i giovani d’oggi credere in Dio?

Da Note di Pastorale Giovanile

di Franco Garelli
(Professore di sociologia presso l’Università di Torino, dove è stato preside della facoltà di scienze politiche ed ha diretto il dipartimento Culture, Politica e Società. È membro della Associazione Italiana di Sociologia e dell’International Society for the Sociology of Religion. I suoi studi riguardano principalmente il mondo giovanile e il fenomeno religioso nella società contemporanea).

C’è molto pessimismo, vi sono tanti profeti di sventura, sia nelle analisi della situazione religiosa italiana, sia nelle ‘letture’ dell’attuale condizione giovanile. Guardando all’insieme della società vari studiosi e osservatori ritengono che la nostra nazione si stia lentamente avvicinando allo scenario che da tempo caratterizza i paesi del Centro-Nord Europa, già investiti alcuni decenni or sono da un processo di secolarizzazione che ha spezzato gli antichi legami.

Molti parlano di un cristianesimo che nel vecchio Continente ha ormai esaurito la sua traiettoria sociale, che non costituisce più la cultura comune, relegato ai margini della società e della storia. Ciò che un tempo è stata la culla della proposta cristiana oggi rischia – anche nella percezione di molti uomini del sacro – di trasformarsi nella sua tomba. Ampie quote di popolazione si starebbero spogliando poco a poco delle radici religiose, d’un legame di affinità durato per secoli, il cui segno più evidente viene individuato nella perdita della fede da parte delle nuove generazioni o nella loro indifferenza sulle questioni ultime o penultime dell’esistenza. E proprio i giovani sono al centro di numerose analisi che non si limitano a descriverli come soggetti ormai privi di antenne per Dio, insensibili ai grandi temi dell’esistenza, tutti tesi a cercare la felicità altrove dalla religione; ma che fanno risalire l’apatia religiosa all’affermarsi di una cultura individualistica e nichilista che riduce le prospettive e gli orizzonti, indebolisce le coscienze, le rende prive di valori e di riferimenti morali. Sotto accusa, dunque, c’è una società in cui tutto sta evaporando, dalla famiglia alla scuola alla chiesa.

Siamo davvero di fronte alla prima generazione incredula? A uno tzunami secolare che rende vano l’annuncio cristiano? Le chiese vuote o meno frequentate indicano che si sta riducendo la spazio non soltanto per i messaggi proposti dalle chiese e dalle religioni storiche, ma anche per la ricerca di senso e per il sentimento religioso tout court?
Le ultime indagini sulle nuove generazioni segnalano certamente che lo scenario religioso è in profonda trasformazione rispetto al passato, caratterizzato da un misto di chiari e scuri che occorre saper decifrare per evitare indebite generalizzazioni.

Le tre A della Pastorale Giovanile: ascolto, annuncio, accompagnamento

Dal sito di Note di Pastorale Giovanile:

Meditazione introduttiva di don Rossano Sala, Segretario Speciale del Sinodo, al XVI Convegno Nazionale di Pastorale Giovanile “DARE CASA AL FUTURO Le parole coraggiose del Sinodo dei Giovani”, organizzato dalla CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA  – Servizio Nazionale per la Pastorale Giovanile.

Emmaus, molto più che un’immagine biblica

Il brano biblico che abbiamo ascoltato è stato scelto dai Padri sinodali per esprimere il cammino compiuto al Sinodo e il percorso che si attendono dalla Chiesa del Terzo millennio. Conviene risentire la loro parola per metterci in comunione con loro: «Abbiamo riconosciuto nell’episodio dei discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35) un testo paradigmatico per comprendere la missione ecclesiale in relazione alle giovani generazioni. Questa pagina esprime bene ciò che abbiamo sperimentato al Sinodo e ciò che vorremmo che ogni nostra Chiesa particolare potesse vivere in rapporto ai giovani. Gesù cammina con i due discepoli che non hanno compreso il senso della sua vicenda e si stanno allontanando da Gerusalemme e dalla comunità. Per stare in loro compagnia, percorre la strada con loro. Li interroga e si mette in paziente ascolto della loro versione dei fatti per aiutarli a riconoscere quanto stanno vivendo. Poi, con affetto ed energia, annuncia loro la Parola, conducendoli a interpretare alla luce delle Scritture gli eventi che hanno vissuto. Accetta l’invito a fermarsi presso di loro al calar della sera: entra nella loro notte. Nell’ascolto il loro cuore si riscalda e la loro mente si illumina, nella frazione del pane i loro occhi si aprono. Sono loro stessi a scegliere di riprendere senza indugio il cammino in direzione opposta, per ritornare alla comunità, condividendo l’esperienza dell’incontro con il Risorto» (Documento Finale, n. 4).
Emmaus è la storia di due discepoli visitati dal Signore Gesù. Non solo: è anche la storia della Chiesa nel suo insieme; esprime poi ciò che ci viene richiesto oggi per camminare insieme con i giovani; è stata perfino l’esperienza spirituale fatta durante l’Assemblea sinodale. Penso che possa essere, a ragion veduta, il filo rosso di questi giorni.
Vorrei augurarvi proprio questo: che il Convegno che stiamo incominciando sia la riproposizione di una conversazione con Gesù capace di portarci alla conversione a Gesù: un momento di crescita integrale per ciascuno di noi; uno spazio aperto all’ascolto e all’attenzione autentici; un tempo di condivisione e di conversione radicale; un’esperienza in cui il nostro cuore possa ritrovare calore e ardore; un momento in cui prendere decisioni coraggiose per il bene della Chiesa e di tutti i giovani, nessuno escluso; un piccolo Sinodo che ci faccia vivere, lavorare e camminare insieme.

Tre bagni più che necessari

Guardando il programma di questi giorni viene naturale pensare alle tre tappe di Emmaus: riconoscere con realismo, interpretare con fede, scegliere con corag­gio. Come ha strutturato il Sinodo dall’interno, Emmaus configura anche questo Convegno nei suoi diversi momenti, che ci ripropongono un cammino similare.
Siamo sul mare, qui a Terrasini, in questa splendida isola che è la Sicilia. È il tempo dei primi bagni. Forse avremo occasione di farlo! Mi sembra che l’immagine del bagno – che dice immersione, contaminazione, purificazione, esperienza – possa aiutarci a incarnare ciò che vivremo insieme.
Ascolteremo il prof. Silvano Petrosino che ci farà fare il primo bagno: il bagno della realtà. È la parte dedicata all’ascolto empatico, in cui Gesù mette tutto se stesso in stato di “attenzione ospitale”: chiede ai due viandanti di esprimersi e lascia che l’angoscia e la delusione escano allo scoperto e le respira nella sua anima. È il momento del riconoscere, che ci chiede silenzio interiore e disponibilità a lasciarci toccare dalla realtà così com’è. Sine glossa, senza fronzoli: nella sua drammaticità e anche tragicità. E questo ascolto, quando è vero, genera turbamento del cuore e stravolgimento degli affetti. Papa Francesco in Christus vivit ci chiede di saperci commuovere, di saper piangere per e con i giovani di oggi (cfr. nn. 75-76).
Ascolteremo con grande interesse fr. Alois, priore di Taizé. È il secondo bagno: il bagno della spiritualità. Al Sinodo la sua presenza è stata molto qualificante. La sua presenza, ho detto: semplice e profonda, riconciliata e gioiosa, radicale e normale. Prima delle sue parole, che sono state altrettanto efficaci. Perché la spiritualità è prima di tutto questione di presenza prima che di parola, di bellezza prima che di riflessione, come avremo occasione di percepire visitando i tesori di Monreale. La verità cristiana, nella sua delicatezza potente e nella sua attrattività luminosa ci apre il campo per interpretare alla luce della grazia le sfide emerse dall’ascolto. Certo, perché non basta il contatto e il confronto con la realtà, è necessario ritrovare i criteri della fede per poterla prima illuminare, poi comprendere e infine trasformare.
Infine il terzo bagno: il bagno della decisione. Il dialogo e il confronto fra don Salvatore Currò e don Giuliano Zanchi, mediato da suor Alessandra Smerilli ci porterà ad entrare nella concretezza della nostra Chiesa italiana, che è chiamata a prendere posizione, a fare la sua parte, a mettersi in gioco con coraggio, a non restare con le mani in mano. Come ha fatto don Pino Puglisi, con cui avremo il dono di confrontarci. Il Papa ce lo aveva detto a Firenze il 10 novembre 2015: «Ma allora che cosa dobbiamo fare, padre? – direte voi. Spetta a voi decidere: popolo e pastori insieme». Lo ha ripetuto in Christus vivit: «Esorto le comunità a realizzare con rispetto e serietà un esame della propria realtà giovanile più vicina, per poter discernere i percorsi pastorali più adeguati» (n. 103).
È importante questo passaggio: papa Francesco non vuole decidere per noi, allo stesso modo in cui Gesù non decide al posto dei due viandanti con cui cammina! Entrambi ci chiedono di attivarci attraverso un autentico discernimento che arriva a scegliere ciò che nel Signore riterremo più opportuno. Emmaus non si conclude con un invio esplicito da parte di Gesù, ma con la scelta da parte dei due di ritornare a Gerusalemme, nel cuore della comunità, per portare loro la gioia del Vangelo. Gesù li ha ascoltati con pazienza, gli ha aperto la mente con determinazione, li ha nutriti con cura, gli ha riscaldato il cuore con ardore. E poi li ha delicatamente abbandonati, è sparito dalla loro vista, nascondendosi in loro. Ora devono essere coerenti rispetto all’incontro avuto e prendere posizione. Sono chiamati ad uscire allo scoperto, a illuminare la notte!

Tre doni che diventano compiti

Vorrei chiedere per voi e con voi tre grandi doni per questi giorni di crescita spirituale e di condivisione operativa. Essi diventano per noi compiti, perché ogni dono è sempre qualcosa che ci impegna per il suo sviluppo. I doni sono sempre talenti da investire e semi da far fruttificare, mai tesori da trattenere e nascondere.
Prima di tutto il dono/compito dell’ascolto. È il primo passo per entrare con verità nel ritmo del discernimento. Ascolto delle persone e ascolto dello Spirito che parla in loro e in noi. Ascolto empatico, capace di lasciarsi cambiare da ciò che ci tocca l’anima. La cartina al tornasole di un autentico ascolto è il mutamento del proprio punto di vista, una conversione del cuore. Un Padre sinodale – un delegato fraterno – nel suo intervento ci aveva augurato che l’ascolto dei giovani potesse provocare in noi ciò che la parola della donna di origine siro-fenicia aveva provocato in Gesù (cfr. Mc 7,24-30): un cambiamento di sguardo, una diversa posizione e una nuova decisione. È stato un bell’augurio, speriamo di farlo diventare nostro anche qui a Terrasini! D’altra parte – va detto – non è per niente facile entrare nel ritmo dell’ascolto, perché esso scardina alcune nostre sicurezze e convinzioni: è molto più facile restare al livello dell’udire (che rimane solo sul piano intellettuale) o del sentire (che ci tocca solo le emozioni), senza mai arrivare ad un autentico ascolto, che arriva ad una profondità esperienziale ed esistenziale integrali.
Il secondo è il dono/compito dell’annuncio. Il dono di accogliere la verità e il dono di dire la verità. I giovani vanno cercati nella loro sete di verità. Soprattutto oggi. Anche qui vi racconto un piccolo episodio sinodale. Un altro Padre sinodale, il superiore generale dei domenicani, padre Bruno Cadoré, un uomo di grande finezza intellettuale e spirituale, mi raccontava come tutti i giorni scendendo dalla Curia generalizia di santa Sabina sul colle Aventino per venire al Sinodo passava davanti alla Chiesa di Santa Maria in Cosmedin, dove si trova la famosa “bocca della verità”. E mi diceva che ogni mattina c’era sempre fila, e in fila molti erano giovani. “Hanno sete di verità”, mi diceva, “e noi siamo chiamati ad incontrarli esattamente lì, nel loro desiderio di verità”. E ad annunciare loro la verità che è il Vangelo. In un mondo gremito di fake news e dominato dalla post-truth siamo chiamati a farci portatori del “grande annuncio a tutti i giovani” (cfr. Christus vivit, nn. 111-133).
Il terzo è il dono/compito dell’accompagnamento. È l’acquisizione della signorilità e della discrezione di Gesù, che sa camminare con noi, aprirci la mente e scaldarci il cuore, e poi ci dice di diventare adulti, di prendere coraggiosamente in mano la nostra vita. Un Padre sinodale diceva che a Emmaus Gesù ha il coraggio di “sparire nella missione della Chiesa”, di nascondersi in noi e di lasciare alla nostra libertà lo spazio della decisione e dell’azione. Grande azzardo di Dio e immensa responsabilità per ciascuno di noi! Abbiamo parlato molto al Sinodo della presenza e dell’iniziativa dei giovani nella Chiesa e nel mondo. Abbiamo sentito Padri sinodali che hanno denunciato una pastorale che non lascia spazio ai giovani, che più accompagnarli li sostituisce, più che liberarli li incatena, più che attivarli li rende innocui, più che vivificarli li mortifica. Gesù invece rianima, riattiva, riabilita la libertà. In questo senso «Gesù esercita pienamente la sua autorità: non vuole altro che il crescere del giovane, senza alcuna possessività, manipolazione e seduzione» (Documento finale, n. 71). L’autorità non è un potere direttivo, ma una forza generativa: chiediamo dunque di diventare come Eli, che offre a Samuele la sua esperienza di vita e poi si fa da parte con prontezza ed eleganza; di imparare da Giovanni Battista, che sa indicare ai suoi discepoli l’agnello di Dio e chiede loro di seguirlo, facendo lui per primo quello che chiede loro di fare.
Soprattutto chiediamo di imitare Gesù, che non è venuto per derubarci della nostra esistenza, ma per chiederci di prenderla in mano con entusiasmo e metterla a servizio degli altri con generosità. Perché Egli desidera che noi tutti, insieme con tutti i giovani, abbiamo la vita l’abbiamo in abbondanza (cfr. Gv 10,10).
Penso, per concludere questo momento introduttivo, che la corretta e profetica integrazione di queste tre dinamiche decisive della nostra missione con e per i giovani – ascolto, annuncio e accompagnamento – possa essere il frutto maturo di questa breve, intensa e promettente esperienza spirituale che abbiamo appena incominciato. Buon Convegno a tutti!

 

Come degli sherpa: che cosa significa accompagnare

Pedagogia dell’accompagnamento educativo /1

Raffaele Mantegazza

(NPG 2019-04-64)

Taciti, soli, sanza compagnia
n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,
come frati minor vanno per via.
Dante, Commedia, Inferno, XXIII, 1-3

Che cosa significa accompagnare spiritualmente ed educativamente un ragazzo o un adolescente? Si sa che la parola “accompagnare” deriva dal latino “cum+panis”: compagno è colui che mangia il pane insieme a me, che mangia il mio pane o che condivide il suo fino a che le parole “mio” e “suo” perdono di senso; e non può non venire in mente la narrazione dei discepoli di Emmaus nella quale proprio il pane spezzato trasforma lo sconosciuto pellegrino da casuale percorritore della stessa strada a vero accompagnatore spirituale, al quale i discepoli (che adesso si sanno tali) hanno appena chiesto di prolungare il piacere della sua compagnia: “quando fu a tavola con loro prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro. Allora i loro occhi furono aperti e lo riconobbero” (Lc 24, 30.31). “Accompagnare” significa diventare compagni e spezzare il pane insieme, ri-conoscersi, dunque, conoscersi di nuovo sulla strada che si sceglie di percorrere insieme.

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