Vocazione e senso della vita (Mimmo Muolo)

Così il Papa parla ai giovani

Mimmo Muolo

Avvenire11 aprile 2017

Con due raduni mondiali della GMG già alle spalle (Rio de Janeiro 2013 e Cracovia 2016) e uno all’orizzonte (Panama 2019), e soprattutto con la scelta di indire un Sinodo dei vescovi dedicato ai giovani, il Papa ha ampiamente dimostrato quanto tiene alle nuove generazioni. Proprio due giorni fa, nella Domenica delle Palme, si è svolto in piazza san Pietro il rito della consegna della Croce simbolo delle GMG dai ragazzi polacchi a quelli panamensi. Un passaggio di consegne ormai tradizionale, che però introduce anche una fase nuova nella pastorale giovanile di papa Bergoglio. Da Rio de Janeiro sono passati infatti poco meno di quattro anni, ma molto è già cambiato. Il Pontefice in particolare ha dapprima segnalato il rischio che nella società liquida del terzo millennio i giovani siano trattati da «materiale di scarto» (lo ha detto chiaramente anche nella veglia di sabato scorso a Santa Maria Maggiore, presenti i responsabili nazionali della pastorale giovanile di tutto il mondo); quindi ha invitato gli stessi giovani a coltivare maggiormente i rapporti intergenerazionali. Proprio il Sinodo del 2018, il primo in assoluto sul pianeta giovanile, è l’emblema di un duplice passo avanti rispetto all’eredità delle stagioni precedenti. Da un lato il «materiale di scarto» diventa invece il fulcro del dibattito, dall’altro la voce delle nuove generazioni (Francesco ha più volte espresso il desiderio che tutti i giovani, anche i più lontani dalla fede, siano ascoltati) viene messa in rapporto con quella di tutta la Chiesa, quasi a simboleggiare quella relazione tra le diverse generazioni («ascoltate i nonni», la sua ricorrente raccomandazione, da ultimo nella già citata veglia mariana di sabato) di cui si è detto.
Queste due novità sostanziali sono la magna charta di una pastorale giovanile 2.0 che ha precise caratteristiche. Prima di tutto l’intergenerazionalità, appunto. Per Francesco i giovani non sono un mondo a parte, un universo parallelo, ma devono entrare in relazione feconda con chi li precede nel computo degli anni. Essi possono dare alla società freschezza, entusiasmo, idee nuove. Ma in cambio hanno bisogno di ricevere esperienza, saggezza e valori. La stessa scelta di un dicastero che comprende laici (e quindi pastorale giovanile), famiglia e vita può essere inquadrata in questo contesto. Tutto ciò è risultato particolarmente chiaro alla GMG di Cracovia. Per tre sere – ripetendo l’esperienza cara a Giovanni Paolo II durante le sue visite da papa in città – Bergoglio si è affacciato alla finestra dell’episcopio che dà su via Franciszkanska e ha parlato a migliaia di ragazzi che lo aspettavano nello spiazzo antistante. Ma tutte e tre le sere ha toccato argomenti a prima vista non in sintonia con un evento così gioioso come la GMG. Il 27 luglio ha ricordato Maciej Ciešla, un giovane volontario della Giornata di 22 anni, morto poche settimane prima di tumore. Il 28 luglio ha parlato delle tre parole che salvano le famiglie («Permesso, grazie, perdono»), invitando a pregare per tutte le famiglie. Il 29 luglio, venerdì, al termine di una giornata scandita dalla visita ad Auschwitz, dalla sosta in un ospedale pediatrico e dalla via crucis con i giovani, ha esortato ad avere a cuore «tutti i Gesù che ci sono oggi nel mondo», cioè per coloro che in diversa forma portano la propria personale croce.
Perché lo ha fatto? Egli stesso in una delle sere ha sottolineato: «È un po’ triste quello che vi dico, ma è la realtà». Ecco, la realtà è che il Papa non vuole giovani tenuti in un ambiente protetto, in una sorta di bambagia spirituale, ma persone in formazione capaci fin da ora di interagire con il mondo. Ciò spiega anche perché il tema del Sinodo sarà la vocazione, nel senso più ampio della parola. In altri termini il senso della vita. Quello che la pastorale giovanile del terzo millennio deve accompagnare a scoprire in un mondo che spesso si ferma al ‘qui e ora’ senza passato e senza futuro. La seconda novità è per così dire applicativa di questo quadro di principi. Non a caso, infatti, il Papa sta cadenzando il passo dei giovani in piani triennali. Tre beatitudini hanno scandito le GMG dal 2014 al 2016, tre passi del Magnificat faranno altrettanto da qui al 2019. È una scelta innovativa, dietro la quale c’è un preciso disegno pastorale. Le beatitudini sono il cuore del Vangelo. Indicandole ai giovani, Francesco li ha invitati a una sequela radicale di Cristo, fino a toccare il culmine con la beatitudine dei misericordiosi, che ha tradotto per loro il messaggio dell’Anno Santo. In continuità con questa indicazione, ecco il riferimento a Maria, «colei che tutte le generazioni chiamano beata». E dunque un modello da imitare, una creatura che sa fare memoria del passato, avere coraggio nel presente e speranza nel futuro. Nei tre anni ‘mariani’ che ci stanno di fronte il percorso sarà animato dalle tre virtù teologali: fede, carità e speranza. Il tutto, tra l’altro, in perfetta sintonia con la riflessione che Francesco ha affidato al prossimo Sinodo dei Vescovi: I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. E infatti, lo stesso Pontefice, nel Messaggio per la GMG su base diocesana del 2017 (celebrata in questa Domenica delle Palme) sottolinea: «Desidero che vi sia una grande sintonia tra il percorso verso la GMG di Panama e il cammino sinodale».
Infine, proprio il testo di questo Messaggio, pubblicato il 21 marzo scorso e accompagnato per la prima volta anche da un videomessaggio, ci introduce a una ulteriore novità: la capacità del Papa di parlare un linguaggio facilmente comprensibile anche dalle nuove generazioni e di ‘abitare’ gli ambienti multimediali della generazione digitale. A Cracovia, ad esempio, aveva stigmatizzato la condotta di quelli che aveva definito «giovani-divano» (metafora ripresa anche nel testo di quest’anno), cioè di coloro che se ne stanno chiusi in casa, su un comodo divano appunto, magari a giocare alla playstation o a guardare la tivu. Non solo: aveva ricordato che la vera felicità «non è un’app che si scarica sul telefonino» e che vivere senza Gesù è come se per un cellulare non ci fosse campo.
Francesco, dunque, sa come entrare in empatia con i giovani del terzo millennio, così come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avevano fatto con le due generazioni precedenti. A tal fine egli mescola sapientemente il nuovo e l’’antico’, ma reinventa ogni cosa alla sua maniera. Ad esempio ha voluto che si celebrasse per la prima volta un Giubileo dei ragazzi (il nuovo), per ridare importanza a un’età (quella della cresima, sacramento da lui stesso definito dell’«arrivederci») finora ai margini del discorso e tuttavia di vitale importanza per le scelte di vita. E proprio durante questo Giubileo, il 23 aprile 2016, ha compiuto uno straordinario gesto, quando a sorpresa si è recato in piazza san Pietro, sedendosi su una semplice sedia per confessare (l’’antico’) come un sacerdote qualsiasi, durante il Giubileo dei ragazzi. Il Papa ‘parroco’ non è una figura lontana, avvolta in una sacralità intangibile e quasi mitologica, ma un ‘amico’ speciale che, sull’esempio di Gesù, non esita a farsi compagno di strada di tutti. L’eloquenza del gesto diviene magistero nel momento stesso in cui è compiuto.
Possiamo ora provare a trarre qualche conclusione. Prima di tutto, come abbiamo visto, il Papa non esita a porsi sullo stesso piano. Selfie, linguaggio condito da metafore tecnologiche, vicinanza anche fisica, abbracci e gesti inattesi sono la grammatica di base di un approccio all’universo giovanile che si nutre di una dinamica inclusiva. Così i contenuti (anche quelli tradizionali) della pastorale giovanile vengono declinati con un linguaggio metaverbale particolarmente adatto ad essere recepito da chi è più a suo agio con l’immediatezza dei bit che con le riflessioni filosofiche. Nel contempo, però, questo ‘abbassarsi’ è il preludio per uno scatto in avanti, cioè per l’invito ad andare oltre l’autoreferenzialità del mondo giovanile e oltre la logica del «materiale di scarto», per mettere davvero i giovani in relazione feconda con le altre età e renderli – come il Papa stesso disse a Rio de Janeiro – «la finestra dalla quale il futuro entra nel mondo».

Con i giovani e per i giovani (Card. Lorenzo Baldisseri)

All’incontro «Da Cracovia a Panamá»
il cardinale Baldisseri parla
del prossimo sinodo

Osservatore Romano7 aprile 2017

Non un’assise «sui giovani, considerati come semplici “oggetti” di studio», e neanche «dei giovani, in quanto rimane immutato che l’assemblea dell’ottobre 2018 è riservata ai vescovi». Invece è «con i giovani e per i giovani»: lo ha sottolineato il cardinale segretario generale Lorenzo Baldisseri, intervenendo stamane, giovedì 6 aprile, all’incontro: «Da Cracovia a Panamá. Il Sinodo in cammino con i giovani».
Organizzato dall’organismo sinodale in collaborazione con il Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, il convegno in corso al Collegio Mater Ecclesiae si è aperto mercoledì 5 con il saluto del cardinale prefetto Kevin Farrell ai trecento delegati presenti. «Benvenuti a tutti a nome di Papa Francesco – ha detto loro – a questo incontro che è di grande importanza per la vita della Chiesa; il più numeroso di sempre tra quelli di questo tipo».
È seguita una riflessione sui frutti pastorali della GMG di Cracovia 2016, introdotta dall’arcivescovo emerito, il cardinale Stanisław Dziwisz, che ha parlato del raduno come di un’esperienza di cattolicità della Chiesa, di comunità e speranza di un mondo nuovo; un’esperienza di una Chiesa “in uscita” e d’impegno per una nuova evangelizzazione. Anche il segretario generale del comitato della GMG polacca Grzegorz Suchodolski e il responsabile della pastorale giovanile del paese Emil Parfiniuk hanno sottolineato l’importanza del lungo cammino di preparazione e del coinvolgimento in prima persona dei giovani. E l’accoglienza ricevuta, soprattutto nelle giornate trascorse dai pellegrini nelle diocesi polacche è stata elogiata in gran parte negli interventi dei delegati. Molto interesse ha suscitato la testimonianza di un iracheno, che ha comunque voluto andare alla GMG del 2016 perché «essere tra i giovani di tutto il mondo – ha detto – è il modo migliore per non sentirsi abbandonati a un destino incomprensibile».
Il vescovo Damian Muskus, ausiliare di Cracovia, ha poi introdotto i lavori del pomeriggio, dedicati agli aspetti tecnici e logistici. La giornata si è chiusa con la messa celebrata dal cardinale Farrell, che all’omelia ha sottolineato come il dirsi cristiani non sia sufficiente: non basta l’etichetta, ci vogliono i fatti, ovvero far coincidere il messaggio del Vangelo con la testimonianza di vita.
La giornata di giovedì è stata interamente dedicata all’appuntamento sinodale del 2018.
Commentandone il tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale», il cardinale Baldisseri si è soffermato soprattutto sui protagonisti, mettendo in luce come il cammino preparatorio sia «rivolto a tutti i giovani del mondo, non solo ai cattolici e ai cristiani, ma anche agli appartenenti ad altre credenze o fedi religiose e ai non credenti. La portata è quindi di grande respiro, nella consapevolezza comunque delle specificità che caratterizzano i giovani nelle diverse aree geografiche della terra. Perderemmo un’occasione favorevole – ha commentato – se ci limitassimo solo ai giovani che partecipano attivamente alla vita ecclesiale o alle iniziative che promuoviamo».
Anche perché, ha proseguito, «l’intenzione è quella di raggiungere tutti i giovani, o almeno il maggior numero possibile, nelle situazioni concrete della loro esistenza».
Del resto «i giovani non sono tanto “oggetto” dell’attenzione del mondo degli adulti, quanto “soggetti” nella costruzione della loro vita, di un mondo migliore e di una Chiesa che sia sempre più capace di creare ponti nella relazione tra Dio e ciascuna persona per favorirne l’incontro».
Quindi il porporato ha presentato il documento preparatorio del Sinodo, incentrato sull’icona evangelica dell’apostolo Giovanni, «figura esemplare del giovane che sceglie di seguire Gesù» e al contempo il discepolo da lui amato. E ha rimarcato come tutto il percorso sinodale sia stato «affidato a Maria di Nazareth, che accogliendo la parola ha portato a compimento la sua vocazione». Perché, si è detto convinto, «il Signore opera incessantemente in maniera stupenda nella vita dei giovani e, insieme con Maria, ciascuno di loro può esultare dicendo: “Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente”, come suggerisce il titolo della GMG di quest’anno».
Successivamente il vescovo sottosegretario Fabio Fabene ha illustrato il processo sinodale, individuando tre parole-chiave: ascolto, coinvolgimento e protagonisti.
A conclusione del suo intervento il presule ha auspicato che, «in questi mesi che ci separano dal Sinodo, le diocesi propongano ai fedeli momenti di preghiera specifici, promuovano iniziative rivolte a tutti i giovani, coinvolgano anche specialisti del mondo giovanile per conoscere in modo più approfondito la situazione interessandone anche le realtà civili». In proposito ha reso noto che «la stessa Segreteria del Sinodo terrà nel prossimo settembre un seminario internazionale sulla situazione giovanile nel mondo anche con la partecipazione di una rappresentanza di giovani.
In tal modo – ha spiegato – si realizza un’autentica sinodalità come auspicato dal Papa: il sinodo non si ridurrà a un affare dei vescovi, ma coinvolgerà in diverse modalità l’intero popolo di Dio» in “sintonia” anche con il percorso verso la GMG di Panamá nel 2019

Una Chiesa amica (Bruno Forte)

Dall’«Evangelii gaudium»

Bruno Forte  

Osservatore Romano18 marzo 2017

È lucida e precisa la valutazione che l’Evangelii gaudium dà dell’azione della Chiesa verso le nuove generazioni: «La pastorale giovanile, così come eravamo abituati a svilupparla, ha sofferto l’urto dei cambiamenti sociali. I giovani, nelle strutture abituali, spesso non trovano risposte alle loro inquietudini, necessità, problematiche e ferite» (n. 105). Papa Francesco aggiunge: «Anche se non sempre è facile accostare i giovani, si sono fatti progressi in due ambiti: la consapevolezza che tutta la comunità li evangelizza e li educa, e l’urgenza che essi abbiano un maggiore protagonismo» (n. 106).
Il primo passo da compiere è l’ascolto: «Ogni volta che cerchiamo di leggere nella realtà attuale i segni dei tempi, è opportuno ascoltare i giovani». Essi «ci chiamano a risvegliare e accrescere la speranza, perché portano in sé le nuove tendenze dell’umanità e ci aprono al futuro, in modo che non rimaniamo ancorati alla nostalgia di strutture e abitudini che non sono più portatrici di vita nel mondo attuale» (n. 108).
È stato osservato come il tema della prossima assemblea generale ordinaria del sinodo dei vescovi del 2018 – «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale» – intenda stimolare le comunità ad «accompagnare i giovani nel loro cammino esistenziale verso la maturità affinché, attraverso un processo di discernimento, possano scoprire il loro progetto di vita e realizzarlo con gioia, aprendosi all’incontro con Dio e con gli uomini e partecipando attivamente all’edificazione della Chiesa e della società». Siamo tutti invitati a porci in ascolto dei giovani, in primo luogo intercettandoli nel loro cammino di vita cristiana, con attenzione al «discernimento vocazionale» che riguarda tutte le scelte di vita.
La sfida costituita dalla realtà giovanile chiama la Chiesa a “uscire ” dall’autoreferenzialità, per incontrare i giovani e chi nella nostra società li ha veramente a cuore, dialogando con tutti i possibili interessati.
L’auspicio è che non si guardi al sinodo come a un evento lontano, verso cui restare semplici spettatori, ma che ci si senta coinvolti e si accompagnino i giovani a esserne protagonisti.
In tal senso, il sinodo dovrà essere anche un’esperienza di amicizia cristiana e di fraternità: un camminare insieme verso Gesù e con Gesù nella Chiesa.
Ci chiediamo: le comunità parrocchiali, le realtà associative e i movimenti sono ancora capaci di suscitare interesse tra i giovani? Dal nostro punto di vista e in base alla nostra esperienza, che contributo potrà apportare al mondo giovanile il sinodo indetto da Papa Francesco? E come i giovani potranno esserne effettivi protagonisti? È poi necessario chiederci come oggi i giovani immaginano la Chiesa: nel lavoro preparatorio al nostro convegno si è evidenziato che essi sognano una Chiesa capace di essere umana, di vivere la presenza di Gesù in ogni situazione e di aiutarli a credere in Lui nel quoti- diano, perfino nelle contraddizioni della vita. I giovani sembrano desiderare una Chiesa che non escluda nessuno, in cui tutti siano in cammino e che riconosca come unica cartina da tornasole il Vangelo: una Chiesa che vada incontro all’uomo così com’è, perché nella piena libertà possa incontrare Gesù. Una Chiesa che aiuti l’uomo a essere e volersi umano davanti a Dio e con Lui, capace di obbedire al Signore cercando nel suo amore le risposte a tante situazioni che ci mettono in crisi nel mondo e sapendo camminare anche con chi ha una strada diversa, senza perdere se stessa e senza rinunciare a dialogare con la diversità. I giovani vogliono una Chiesa che confidi solo in Dio e sia gioiosa perché è Lui che le dona la gioia, una comunità cristiana che si assuma con passione il compito di educarli, guidarli e accompagnarli verso una religione che non sia lettera morta, bensì fonte di speranza nella vita di tutti i giorni.
Sul piano pratico, ciò significa per tutti noi vivere una presenza quotidiana e costante accanto ai nostri giovani, attraverso forme di aggregazione culturali e religiose che li aiutino a sognare e a impegnarsi in modo autentico e fecondo. Bisogna aiutare i giovani a riacquistare fiducia, entrando in un processo di miglioramento delle proprie condizioni e di rigenerazione del paese. Occorre una nuova missione verso il mondo giovanile, in cui i nostri ragazzi siano chiamati a “compromettersi” per Gesù nei luoghi della loro vita: scuola, università, lavoro, centri Caritas, luoghi di svago. In questo senso, va colto l’invito di Papa Francesco a dare un «maggiore protagonismo» (Evangelii gaudium, 106) ai giovani. Dobbiamo chiederci: come possiamo concretizzare quest’invito del Papa nel nostro territorio e nei nostri ambienti ecclesiali? Un dato è certo: quando la comunità ecclesiale riesce a condividere la vita dei suoi giovani, è allora che acquisisce l’autorevolezza per dire loro sia le parole più facili da accogliere, sia le parole “scomode” che l’obbedienza al Vangelo chiede di proferire. Una Chiesa incarnata ha il compito di far crescere la comunione con e fra i giovani cristiani, perché a loro volta essi siano segno e strumento di un modo diverso di impostare le relazioni tanto all’interno della comunità ecclesiale, quanto nella vita sociale.
Un’altra dimensione in cui i giovani chiedono più o meno esplicitamente di essere accompagnati dalla comunità ecclesiale è quella del discernimento: un territorio come il nostro, esposto a non poche difficoltà socio-economiche, offre prospettive innanzitutto a giovani che, oltre ad avere qualificate competenze di studio e professionali, sono sorretti da tenacia e capacità di perseveranza nei progetti che perseguono. Se ogni cammino autenticamente umano è anche cristiano, come non vedere qui un appello per la comunità ecclesiale a promuovere il consolidamento morale e spirituale dei nostri giovani, affinché essi, con la luce e la forza della fede, abbiano quella marcia in più che consenta loro di sperare e lottare serenamente anche in mezzo a situazioni particolarmente complesse? È significativo che il lavoro preparatorio al nostro convegno abbia evidenziato come i nostri giovani sognino una Chiesa attenta ai bisogni del luogo e che non dimentichi la sua vocazione missionaria globale. Alcuni ragazzi hanno detto a quanti preparavano il materiale di riflessione per il nostro convegno: «Noi giovani sogniamo una Chiesa dove vescovi e sacerdoti non abbiano più paura di sporcarsi le mani con noi. Sogniamo una Chiesa dalla parte degli ultimi e libera da ogni condizionamento che ne infici il messaggio. Sogniamo una Chiesa che abbia il coraggio non solo di essere madre che educa, ma anche sorella con cui camminare e figlia che sappia ascoltare, aperta alle dimensioni del mondo».
Va infine onestamente riconosciuto come i nostri giovani spesso non riescano a riconoscere nelle parrocchie cammini a misura di giovane: anche se in tanti dei nostri presbiteri i giovani trovano un riferimento da amare e stimare, non sempre nei parroci e nei sacerdoti in genere riconoscono un esempio che li porti a dire «vorrei essere come loro». Essi non si accontentano delle mezze misure e sognano una Chiesa radicalmente cristiana, che non solo dica «questo non si deve fare», ma spieghi loro il perché, mostrando con l’eloquenza della vita ciò che va fatto, una Chiesa amica, che non viva solo di tradizioni, anche se è nelle tradizioni più autentiche che si trova il miglior collante tra passato e futuro.
È nella complessità di questo quadro che dovremo sognare e vivere il nostro essere Chiesa dei giovani e per i giovani: quali scelte compiere in tal senso? Quali passi suggerire?

I giovani e la questione sessuale (Lucetta Scaraffia)

Lucetta Scaraffia

Storica e giornalista italiana  

Nella nostra società ipersessuata, in cui il sesso viene usato per vendere qualsiasi prodotto e proposto come soluzione a tutte le questioni esistenziali, come si può pensare di evitarlo quando si affronta il tema dei giovani, come si propone il prossimo sinodo? La definizione della propria identità sessuale e la ricerca di un equilibrio nel modo di vivere il sesso costituiscono infatti un problema centrale e assillante per i giovani di oggi, credenti oppure no, e sono comunque un momento fondamentale del loro processo di discernimento interiore, in vista della scelta della loro vocazione.

È un processo di discernimento che procede necessariamente in modo diverso se si tratta di un ragazzo o di una ragazza, che vivono oggi, proprio dal punto di vista del loro rapporto con la sessualità, situazioni diverse e contrastanti. Si tratta di un tema che non va trattato in modo astratto, perché finirebbe subito per diventare un catalogo di norme, una morale che oggi ha pochissime possibilità di venire condivisa realmente.

Per questo è utile la lettura del libro Una gioventù sessualmente liberata (o quasi), pubblicato in Italia da Sonzogno e scritto da una sessuologa trentenne, Thérèse Hargot, che si definisce una nipote della rivoluzione sessuale, sposata e madre di tre bambini. Una felice eccezione nel panorama attuale, che la porta a guardare con occhio critico il politicamente corretto dell’ideologia sessuale che condiziona la vita dei suoi coetanei, ma anche dei suoi allievi, che vanno dai dieci ai diciotto anni.

Hargot scopre innanzi tutto che oggi «l’individuo crede di vivere una vita sessuale e affettiva svincolata dalle proibizioni, dalle regole e dalle istituzioni ma in realtà si conforma in ogni punto, e a sua insaputa, ai “bisogna”, “si deve” ed “è normale” della sua epoca, ai nuovi comandamenti». Perché in una società in cui il bisogno di sicurezza è esacerbato dal disorientamento generale, la norma rassicura, particolarmente nell’adolescenza, e per questo motivo, «lungi dall’e s s e re una prova di libertà, il discorso degli adolescenti sulla sessualità è il prodotto di un condizionamento».
La prima realtà che la sessuologa belga svela impietosamente ai nostri occhi è quella dell’uso purtroppo diffusissimo ed esteso della pornografia che costituisce, soprattutto per i maschi, la prima via di conoscenza della sessualità, il primo e spesso l’unico modello in materia.

Quasi sempre all’inizio imposta o suggerita da qualcuno più grande di loro, costituisce una specie di stupro, «uno stupro dell’immaginario ». È una pratica che condiziona i rapporti che questi giovani avranno con le donne, considerate oggetti di piacere, e che li rende troppo spesso, anche negli anni successivi, dipendenti dall’uso del porno e incapaci di padroneggiare le proprie pulsioni sessuali.

Dall’altra parte, la banalizzazione del sesso aumenta il peso dei sentimenti, per cui la coppia, anche fra giovanissimi, è concepita solo come gioia e felicità, diventa cioè un bene rifugio, all’interno del quale uno spera di essere guarito, salvato. Si vive immersi nell’emozionale, creando già da giovanissimi rapporti di coppia molto stretti ma che si infrangono al primo scoglio, senza dare spazio all’intelligenza e alla volontà. Dalla coppia, insomma, ci si aspetta troppo, e troppo presto.

Ma il problema più grave per i giovani di oggi individuato da Hargot è la definizione del proprio orientamento sessuale perché – si chiede – «come determinare la propria identità quando questa è in funzione dei propri desideri?». Definire se stessi in base ai desideri non può che generare confusione, e la dignità umana viene calpestata se si pensa che la ricerca esistenziale, tipica e necessaria nell’adolescenza, riposi solo sulle esperienze sessuali. L’autrice riporta dunque il problema giovanile ai quesiti fondamentali della filosofia esistenziale, partendo sempre dalle questioni concrete che li vede vivere.
Le malattie sessuali, l’aborto, la contraccezione, il rapporto con i genitori, tutti problemi centrali nella vita dei giovani, vengono affrontati dalla studiosa con una costante attenzione alla differenza fra maschi e femmine, ed esplicitamente con l’intenzione di liberarli da un condizionamento pericoloso – quello ideologico – per la loro crescita.

Ma per indicare una strada diversa bisogna sapere qual è la condizione da cui partono, conoscere la loro realtà. Proprio per questo il libro, che trae le sue riflessioni dall’esp erienza concreta, dai giovani veri, dalle loro domande, costituisce un suggerimento prezioso.

(Osservatore Romano – 23 aprile 2017)

In ascolto dei giovani (Card. Lorenzo Baldisseri)

Cardinale e Arcivescovo Lorenzo Baldisseri

Intervista al segretario generale del Sinodo dei vescovi

a cura di Nicola Gori

Per il Sinodo dei vescovi è il momento dell’ascolto, della raccolta di proposte e sollecitazioni; quello in cui si condividono impressioni, attese e difficoltà, in preparazione all’assise del prossimo anno dedicata ai giovani; ma è anche il tempo delle esperienze pastorali con le nuove generazioni, come quella vissuta dal cardinale segretario generale Lorenzo Baldisseri nei giorni scorsi a Taizé. In questa intervista all’Osservatore Romano, il porporato parla del fine settimana trascorso con i ragazzi e le ragazze che in estate arrivano da tutto il mondo nella comunità ecumenica fondata da fratel Roger e commenta i dati raccolti finora dalla segreteria generale, da cui risulta che tra i temi più cari ai giovani ci sono la famiglia, l’amicizia, il lavoro e la vita affettiva.

È inusuale che un cardinale si rechi a Taizé. Cosa l’ha spinta ad andare?
Si tratta di una realtà che accoglie giovani di differenti confessioni cristiane e aperta anche ad altri. Colpisce il silenzio, i giovani sono protagonisti. Il fondatore, fratel Roger Schutz, svizzero riformato, all’inizio, durante il periodo nazista voleva lavorare per le famiglie in difficoltà e per i poveri. Ma il percorso lo portò al piccolo paesino della Francia in cui si sviluppò l’opera come la conosciamo oggi. In lui è sempre stato molto forte il senso dell’unità, sul cui cammino si avviò fin dal principio, tanto che Taizé è un centro di spiritualità ecumenica. La cappella, che attualmente può contenere fino a cinquemila persone, significativamente è chiamata chiesa della Riconciliazione. E il 5 ottobre 1986 Giovanni Paolo II vi si recò in visita.

Che impressioni ha tratto da questa esperienza?
Come segretario generale del Sinodo dei vescovi sono stato invitato dall’attuale priore, fratel Alois, in primo luogo per incontrare i fratelli, circa 80 (provenienti anche da fraternità in altri continenti), che vivono come monaci, dediti alla preghiera e al servizio dei giovani, nella loro ricerca e nel loro cammino spirituale. La vita monastica è fondata sulla Parola e sull’Eucaristia, ed è tutta incentrata sull’unità.
Ma soprattutto sono venuto per incontrare numerosissimi giovani. Ho avuto vari momenti di dialogo con i fratelli e con i giovani, e con la comunità di religiose presenti stabilmente a Taizé. Con un significativo gruppo di ragazzi di diverse culture, nazioni, continenti ho parlato dei temi del prossimo sinodo. Ho partecipato anche ai tre momenti di preghiera giornalieri che scandiscono la vita quotidiana della comunità, con una partecipazione media di 2500 persone al giorno. I fratelli sono impegnati soprattutto nell’accompagnare i giovani nella riflessione biblica e nella preghiera, così come nell’approfondimento dell’insegnamento della Chiesa. Partecipano anche adulti, vescovi e sacerdoti che vengono insieme ai giovani, così come i loro familiari. Molti volontari prestano servizio, alcuni restano settimane o mesi; assumono responsabilità e aiutano nella gestione delle attività. Taizé è un grande centro di incontro; un’espressione stupenda di una volontà di vivere insieme, di pace e di riconciliazione; un luogo di ricerca spirituale, del senso della vita, in una assoluta semplicità, trasparenza e onestà d’intenzione. «La nostra identità di cristiani ‒ si legge nella guida alla preghiera che ci ha accompagnato durante il soggiorno ‒ si forma camminando insieme, non separatamente. Avremo il coraggio di metterci sotto lo stesso tetto, affinché la dinamica e la verità del Vangelo possano rivelarsi?». La celebrazione della messa domenicale spesso è presieduta da vescovi e sacerdoti ospiti e rappresenta il momento più alto di comunione e di spiritualità. Il 16 luglio ho presieduto la celebrazione consegnando l’omelia preparata per l’occasione ai fratelli che la pubblicheranno nei loro servizi di comunicazione.

Nel cammino verso il sinodo sui giovani adesso siamo nella fase dell’ascolto. Avete già percepito i principali temi che interessano le nuove generazioni?
Com’è noto, la segreteria generale ha lanciato il documento preparatorio con la Lettera di Papa Francesco ai giovani nel gennaio scorso. Vi è stata una immediata reazione positiva, proprio da parte degli stessi giovani, che si sono mossi con interesse ed entusiasmo. Stanno facendo sentire la loro voce, non solo attraverso le Conferenze episcopali, alcune delle quali hanno già inviato le riposte richieste, ma direttamente o attraverso istituzioni cui appartengono. Essi inoltre possono accedere al questionario online proposto dalla segreteria generale e far pervenire il loro pensiero e i loro suggerimenti e così contribuire alla preparazione del sinodo. Le risposte online potranno essere inviate fino alla fine di novembre di quest’anno e solo allora ovviamente potranno essere elaborate.
Siamo quindi ancora nella fase che potremmo definire dell’ascolto, della raccolta dei dati, i quali saranno analizzati più avanti. Solo allora si potrà dire in maniera attendibile quali sono i temi che interessano le nuove generazioni. In base ad alcuni incontri che ho avuto di recente ‒ come per esempio a Lecce, dove sono stato inviato a chiudere il sinodo diocesano dei giovani o a Livorno, dove ho incontrato i rappresentanti dei vari settori della pastorale giovanile ‒ posso dire che, in linea di massima, i temi che interessano maggiormente sono in genere la famiglia, l’amicizia, il lavoro, la partecipazione ai luoghi in cui si prendono decisioni per la collettività, la vita affettiva e sessuale.

Nel mese di giugno avete attivato il sito www.youth.synod2018.va; con quale obiettivo?
Lo scopo principale della pagina internet è di avvicinare i giovani nei luoghi in cui essi si trovano: tutti i giovani. La rete è indubbiamente oggi il luogo forse da loro più “abitato”. Attraverso il sito, intendiamo presentare cosa è un sinodo, far conoscere ciò che il Papa ha detto e dice ai giovani, permettere la condivisione di esperienze significative, indicare le figure di giovani che, con la loro vita, hanno dato testimonianza di seguire la via proposta da Gesù e di incarnare quei valori che danno senso all’esistenza umana. Nel sito si trova anche il questionario online, in una versione in cui ci si rivolge a loro direttamente. Ciò permetterà ai giovani, in particolare quelli che non vengono abitualmente raggiunti dalle proposte fatte dalla Chiesa, di farsi conoscere, di comunicare le loro idee e di fornire suggerimenti.

È possibile trovare un comune denominatore per la pastorale vocazionale che si adatti ai giovani di tutto il mondo?
È la persona di Gesù, vero Dio e vero uomo, che suscita fascino, attrazione e bellezza. Una proposta di vita vissuta secondo il Vangelo dovrà caratterizzare la pastorale vocazionale, che è aperta a ogni possibile vocazione nella Chiesa, non soltanto a quella sacerdotale o religiosa. I giovani allora non sono chiamati a seguire un’idea, ma a rispondere all’invito di una persona, Gesù, e fare della propria vita un’offerta significativa rivolta a Lui per amore degli altri. Solo in questo modo potremo aiutare i giovani a trovare il senso che stanno cercando e far sì che la loro esistenza non sia vissuta come vuota e inutile. Le modalità in cui tutto questo si declina potranno poi essere diverse, a secondo dei contesti culturali, sociali, religiosi in cui essi vivono.
Si potrà puntare maggiormente sulla catechesi oppure sull’impegno a favore degli altri, in particolare di coloro che hanno maggiormente bisogno di aiuto, oppure su gruppi di preghiera.
L’importante è che tutto favorisca l’uscita da se stessi e conduca all’incontro personale con Gesù, così come il Vangelo lo presenta.
Egli è la risposta autentica alle attese più profonde del cuore di ogni persona, e dei giovani in maniera del tutto particolare.

Come ovviare al rischio per la Chiesa di mostrarsi in ritardo di fronte alla complessità e ai rapidi cambiamenti del mondo giovanile?
Papa Francesco ripete frequentemente che è importante essere vicini ai giovani, entrare nel loro mondo, imparare il loro linguaggio, condividere le loro attese e le loro speranze, farsi toccare dai loro sogni e dalle loro delusioni.
Occorre fare tutto ciò con il cuore aperto, disponibile all’accoglienza e a lasciarsi mettere in discussione da loro. Ma, al tempo stesso, nella consapevolezza del patrimonio di ricchezze umane e spirituali che possono essere loro offerte e con un atteggiamento da persone “adulte” nella fede e nei comportamenti, capaci di trasmettere ciò che ha dato senso autentico alla loro vita.
Particolare attenzione occorrerà dare all’aspetto del linguaggio, il quale ‒ come è stato sottolineato in diverse occasioni ‒ ha bisogno di essere rinnovato affinché il messaggio che si vuole trasmettere sia in grado di incontrare le attese dei giovani e risulti loro comprensibile nelle categorie, nei termini e nell’immaginario che generalmente essi utilizzano.

Come si possono inserire nella pastorale vocazionale gli insegnamenti del Vangelo nei quali si sottolinea la carità?
I giovani di oggi, forse più che in altri tempi, sono inclini a lasciarsi coinvolgere da proposte che li mettono in movimento attraverso iniziative concrete e dirette. Per questo è importante coltivare e proporre attività che conducono i giovani a impegnarsi in prima persona a favore di coloro che hanno bisogno di aiuto, gli svantaggiati delle nostre società. Al tempo stesso, questa attività di volontariato non deve esaurirsi in un semplice “fare ” qualcosa per gli altri. Occorre aiutare i giovani a riflettere sulle esperienze fatte e, soprattutto, a trovare nella persona di Gesù la motivazione appropriata per il loro servizio. La carità cristiana non è motivata da un atteggiamento filantropico, ma dalla partecipazione all’opera salvifica di Gesù Cristo, il quale è morto ed è risorto perché ogni uomo viva in pienezza e nella gioia la propria esistenza.

(Osservatore Romano, 20 luglio 2017)

Il cammino della Chiesa italiana verso il Sinodo 2018 (Nunzio Galantino)

Nunzio Galantino

Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana

Nello scambio di auguri con la Curia romana, in occasione del Natale appena trascorso, Papa Francesco si è soffermato sul Sinodo che sta impegnando la Chiesa universale:

“Chiamare la Curia, i Vescovi e tutta la Chiesa a portare una speciale attenzione alle persone dei giovani, non vuol dire guardare soltanto a loro, ma anche mettere a fuoco un tema nodale per un complesso di relazioni e di urgenze: i rapporti intergenerazionali, la famiglia, gli ambiti della pastorale, la vita sociale… Lo annuncia chiaramente il Documento preparatorio nella sua introduzione: «La Chiesa ha deciso di interrogarsi su come accompagnare i giovani a riconoscere e accogliere la chiamata all’amore e alla vita in pienezza, e anche di chiedere ai giovani stessi di aiutarla a identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la Buona Notizia. Attraverso i giovani, la Chiesa potrà percepire la voce del Signore che risuona anche oggi. Come un tempo Samuele (cfr. 1 Sam 3,1-21) e Geremia (cfr. Ger 1,4-10), anche oggi ci sono giovani che sanno scorgere quei segni del nostro tempo che lo Spirito addita. Ascoltando le loro aspirazioni possiamo intravedere il mondo di domani che ci viene incontro e le vie che la Chiesa è chiamata a percorrere»”. [1]

Il cammino sinodale sta mostrando, un po’ alla volta, ciò che solo l’atto stesso del camminare può permettere di scoprire: che mettere a tema i giovani non significa metterli sotto la lente del microscopio per farne oggetto dell’ennesima (!) indagine socio-religiosa, ma scoprire che le nuove generazioni sono come il reagente in chimica. Esse hanno il potere di dire qualcosa che è altro da sé: occuparci di giovani ci sta permettendo di comprendere un po’ alla volta che il tema svela, come dice il Papa, “un complesso di relazioni e di urgenze” che riguardano soprattutto gli adulti e la comunità cristiana.
A condizione, però, che si abbia il coraggio di aprire gli occhi e di non cacciare la testa sotto la sabbia: le farisaiche “cattedre di Mosè” di cui parla Gesù nel vangelo (Mt 23, 1) sono ancora oggi occupate da chi preferisce puntare il dito sui tempi che corrono, o aprire l’ombrello della secolarizzazione sotto cui trovano riparo tutte le scuse, soprattutto quelle atte a nascondere le fragilità della nostra pastorale.

La risposta italiana al questionario del Sinodo

Per la verità, le Diocesi italiane sono entrate in un percorso di discernimento che sembrano aver preso davvero sul serio. Nello scorso mese di settembre il Consiglio Permanente ha discusso e messo a punto il questionario da inviare alla Segreteria del Sinodo dei Vescovi, secondo le indicazioni presenti nelle conclusioni del documento preparatorio. La risposta è frutto di una sintesi fatta a partire dai contributi arrivati in Segreteria CEI dalle Diocesi italiane. Più di centocinquanta testi letti e incrociati fra loro: una buona fotografia dello sguardo che la Chiesa italiana ha sui giovani e sulla vita pastorale che li riguarda. Le considerazioni che intendo offrire sono una mia “risonanza” della lettura di questo testo che a breve sarà reso disponibile a tutti. Partirò da considerazioni più generali, provando poi a sottolineare alcuni aspetti che ritengo snodi strategici.
Anzitutto scelgo un numero (tra i diversi offerti nel questionario): i battezzati in Italia. Il dato statistico più recente (2015) dice che il 95,3% dei bambini italiani viene fatto battezzare; dunque una domanda religiosa altissima in occasione della vita che comincia. Viene spontaneo chiedersi: cosa accade dopo? E ancora: perché sopravvive la domanda che il gesto sacramentale venga posto sulla vita di un figlio in genitori che (a quanto pare) vivono senza più riferimenti costanti alla fede? Non si può che salutare con gioia la notizia di un dato che sopravvive in una misura ancora così larga, ma – contemporaneamente – sembra giunto il tempo di prendere sul serio un discernimento pastorale che chiami in causa i diversi soggetti ecclesiali e la comunità nel suo insieme.
Molti questionari riprendono l’espressione forse più conosciuta di Papa Francesco: la “chiesa in uscita”. È curioso annotare che il modo con cui l’espressione viene citata tradisce una idea di “uscita” sulla quale dovremmo quanto meno metterci d’accordo. Anche se nessuno utilizza le parole come io sto per fare, si ha la sensazione – leggendo – che in più di qualcuno sopravviva l’idea che “uscire” è sì necessario, ma per trovare il modo di “riportare dentro”. I giovani per primi, ovviamente. Perché essi sono percepiti come quelli più lontani; ma, di nuovo, perché sono “loro” a essersi persi.
Giungerà il tempo in cui gli adulti cristiani riconosceranno di essersi persi di fronte ai propri figli? “Chiesa in uscita” è un’espressione che effettivamente identifica bene il problema; ma, ancora, non se ne dà la soluzione. Questo è bene ricordarlo, perché l’istanza di un Sinodo (che esso parli di famiglia, di giovani o di qualunque altro argomento nel cuore della Chiesa) chiede di affrontare la fatica di un cammino.
La chiarezza dell’espressione è stata forse la ragione del suo successo: tutti hanno riconosciuto l’esigenza di uscire da un recinto nel quale si percepiva aria viziata e ammuffita. Ma nessuno ha in mano la strategia vincente per sapere cosa fare “fuori”. Potrebbe non essere così folle accettare di essere un po’ “erranti” in mezzo alle mille “erranze” che questo tempo propone: non per rassegnazione o per assecondare il clima, ma – prima di decidere ogni altro passo – per comprendere la storia e l’uomo di oggi; condizione necessaria per poter intessere buone relazioni e mettersi in condizione di poter offrire, dire, annunciare. Ormai lo abbiamo capito tutti: non è semplicemente questione di cambiare il linguaggio, non si tratta di dare una mano di vernice alla comunicazione. Credere nella forza della verità, significa fare i conti – anche – con l’esigenza di servirla, di mostrarla, di esserne testimoni: non è un caso che molte diocesi hanno segnalato le critiche schiette e sincere dei giovani alla Chiesa (e in particolare ai suoi rappresentanti) quando non mostra coerenza con ciò che va predicando.

La vita pastorale italiana

La Chiesa italiana ha sempre custodito ed espresso in sé una forte vocazione educativa. Senza falsa umiltà, dobbiamo riconoscere che davvero molte sono le azioni registrate di accompagnamento nella crescita delle nuove generazioni. Alcune hanno radici lontane nel tempo: penso all’oratorio (seppur in modi diversissimi tra loro, è radicato in ogni regione e diocesi italiana) e alla catechesi, attività che hanno sempre avuto il merito di intuire che la mistagogia richiesta dall’iniziazione cristiana è quel tempo/spazio di vita decisivo in cui si forma la coscienza e la libertà, luoghi strategici per poter passare dalla consegna della fede alla scelta consapevole di una vita di fede. E il merito di queste attività sta soprattutto nella scelta di mantenere l’educazione cristiana in un contesto di relazioni e di comunità.
Forti sono le espressioni di vita pastorale offerte da molti soggetti ecclesiali: le associazioni, i movimenti e la presenza (ancora diffusa) della vita consacrata. Due sfide mi sembrano apertissime. La prima riguarda la capacità di un’interconnessione più virtuosa fra le diverse realtà: pare che sia ancora lontano il tempo di uno scambio virtuoso e di una collaborazione efficace fra la Diocesi e il suo naturale prolungamento (le parrocchie) e le altre realtà ecclesiali. Talvolta rischiamo di essere come un grande centro commerciale: tutti sotto lo stesso tetto, ma ogni esercizio in concorrenza con gli altri… La seconda sfida riguarda una sorta di “gestione delle risorse”: la mancanza di collaborazione, genera l’ansia da prestazione. Non sarebbe più sano poter in qualche modo “diversificare” le azioni cercando di non ripetere ciò che già è presente in una Chiesa? Questo richiede un cammino (sinodo, di nuovo…) che permetta di riconoscersi gli uni negli altri, come una famiglia. Non posso non ricordare, qui, un passo eloquente di Evangelii Gaudium:

“Le altre istituzioni ecclesiali, comunità di base e piccole comunità, movimenti e altre forme di associazione, sono una ricchezza della Chiesa che lo Spirito suscita per evangelizzare tutti gli ambienti e settori.
Molte volte apportano un nuovo fervore evangelizzatore e una capacità di dialogo con il mondo che rinnovano la Chiesa. Ma è molto salutare che non perdano il contatto con questa realtà tanto ricca della parrocchia del luogo, e che si integrino con piacere nella pastorale organica della Chiesa particolare. Questa integrazione eviterà che rimangano solo con una parte del Vangelo e della Chiesa, o che si trasformino in nomadi senza radici” (EG, 29).

Vengono segnalati, infine, nel documento, alcuni luoghi significativi dove (effettivamente) sono stati fatti dei passi nuovi: la scuola, universalmente riconosciuta come luogo rilevante per la crescita dei giovani; il mondo dello sport che incrocia la dimensione del corpo, tanto percepita dai ragazzi e per troppo tempo considerata come realtà lontana dal tema educativo cristiano; gli spazi di vita quotidiana e del tempo libero verso cui ormai i giovani si sono spostati in massa. Non mancano nemmeno molte iniziative che si prendono cura della dimensione spirituale e dell’accompagnamento nel discernimento vocazionale: incontri, dialoghi, momenti di preghiera. La creatività pastorale è forte nell’identificare esperienze forti e significative: pellegrinaggi, missione e carità, tempi di vita comune.
Ho ripreso queste note, presenti nella risposta al questionario inviata al Sinodo, non per fare un mero elenco di attività che ci possano far dire di essere a posto in coscienza (in fondo stiamo facendo molto…), ma piuttosto per dire che non siamo chiamati a “fondare” qualcosa di nuovo o a partire dal niente. Nella generosità e nella creatività della pastorale giovanile vocazionale della Chiesa italiana ci sono molte indicazioni a proposito di ciò che, con pazienza, andrebbe ripreso e coltivato. A una condizione: che non ci si crogioli nell’idea che si sta facendo tutto il possibile o che ci si debba rassegnare.
Perché rimane il fatto: la quantità e varietà di azioni non trovano una corrispondenza di “risultati” (ammesso che si possa parlare in questo modo) in ciò che alla fine ogni buon parroco registra quando la domenica mattina guarda il popolo di Dio che siede fra i banchi della chiesa. Evidentemente c’è anche qualcosa che non si muove, qualche meccanismo che si è inceppato e che proprio il cammino sinodale potrebbe aiutarci a identificare e a correggere.

Gli snodi problematici

Vorrei provare a indicare alcuni snodi più problematici che credo di poter indicare a partire dal mio osservatorio. Ovviamente li offro come temi di riflessione e non di giudizio, come condivisione per un contributo al cammino che il Sinodo ci sta chiedendo di fare.
Anzitutto mi pare che non abbiamo ancora deciso bene quale sia il luogo ecclesiale dove si gioca la partita. Veniamo da un lungo tempo di post-concilio, tempo in cui quale sono stati fatti molti tentativi: alcuni annunciati con grande enfasi e poi miseramente naufragati; altri che hanno vissuto stagioni di grande fermento e oggi vivono di rallentamenti e crisi. Se guardo indietro, mi pare di intuire che la sfida all’incontro con la contemporaneità, che il Concilio aveva lanciato, si è risolta nel tentativo (alla lunga un po’ ingenuo) di rinnovare le strutture ecclesiali, di studiare nuove strategie pastorali.
Come se le persone e il contesto in qualche modo rimanessero sempre uguali.
Credo che sia mancato un ascolto attento e appassionato delle istanze degli uomini di oggi: cosa che i giovani (oggi senza più freni inibitori) hanno il coraggio di dire con chiarezza e ad alta voce.
È come se ci fossimo improvvisamente svegliati (grazie anche al magistero di questo Pontefice) e ci fossimo accorti che, mentre eravamo impegnati a dare una mano di bianco alle forme di annuncio del Vangelo, le persone rimanevano intrise di una cultura che si ubriacava di tecnologia, di benessere, di consumo e mercato (che alla fine vuol dire concorrenza, egoismo e spreco). Cultura a cui anche noi cristiani non abbiamo mancato di fare l’occhiolino. Non si tratta di imprecare contro le logiche della globalizzazione (contro la quale possiamo ben poco), ma di tornare a credere alla forza di un Vangelo preoccupato – anzitutto – di mettersi in ascolto delle istanze più profonde degli uomini che abitano in un pezzo di storia specifico.
In questo i giovani ci possono davvero aiutare nel capire cosa c’è di tanto affascinante nei percorsi di ricerca che oggi intraprendono. Ovvia- mente a patto di non maledire tout court questi percorsi e a patto di imparare a saper ascoltare.
Questo vuol dire interagire con i giovani senza mettersi dalla loro parte in modo ideologico (sono ragazzi, libertà ancora in costruzione e dunque bisognosi di vicinanza e cura), ma anche senza continuare a considerarli bambini viziati che non hanno nulla da dire alla generazione dei loro genitori e anche dei loro nonni. Mi piace citare una frase del cardinal Martini che credo sintetizzi bene questo concetto:

“Nella gioventù ho trovato la più valida conferma di tale principio pastorale, sempre che di questo si tratti. Nella Chiesa nessuno è nostro oggetto, un caso o un paziente da curare, tanto meno i giovani. Perciò non ha senso sedere a tavolino e riflettere su come conquistarli o su come creare fiducia: deve essere un dono. Sono soggetti che stanno di fronte a noi, con cui cerchiamo una collaborazione e uno scambio. I giovani hanno qualcosa da dirci. Essi sono Chiesa, a prescindere dal fatto che concordino o meno con il nostro pensiero e le nostre idee o con i precetti ecclesiastici. Questo dialogo alla pari, e non da superiore a inferiore o viceversa, garantisce dinamismo alla Chiesa: in tal modo l’affannosa ricerca di risposte ai problemi dell’uomo moderno si svolge al cuore della Chiesa”. [2]

Le riflessioni appena fatte dovrebbero, a mio parere, portarci ad alcune considerazioni ulteriori.
La prima riguarda il tema dei luoghi e dei soggetti, già sopra accennato.
I giovani sono diventati terreno di caccia, nel senso che sopravvive la convinzione che chi se li guadagna riesce poi a tenere viva la propria realtà ecclesiale. Al di là delle ovvie considerazioni che ci sarebbero da fare su un ragionamento così triste, proprio questo atteggiamento è all’origine di una certa “fuga” da parte di una generazione che non accetta appartenenze, che si ritrova troppo bene in un mondo del quale vuole tenere aperte le mille opportunità. In particolare sopravvive l’idea, oggi piuttosto ingenua, che i giovani si possano astrarre dal proprio contesto per poterli in qualche modo plasmare. Per quanto possa apparirci una strada faticosa, la sfida vera è tornare a intessere relazioni con il territorio e la comunità, perché le nuove generazioni possano intravedere un’esperienza di chiesa che si radica nella storia, tra le case degli uomini, condividendone gioie e speranze. Solo una comunità di persone, con pazienza e buona volontà, può mostrare giorno per giorno il valore di una vita fraterna.
La seconda considerazione tocca la vita dei presbiteri, soprattutto di quelli più giovani. I vescovi italiani se ne sono occupati recentemente attraverso il testo “Lievito di fraternità”, che è il frutto di un percorso durato alcuni anni. In esso non manca la preoccupazione che i preti tornino alla gioia del proprio ministero attraverso la cura delle persone che vengono loro affidate. È ancora troppo diffusa l’idea che oggi il presbitero possa essere esclusivamente uomo del sacro: mi capita spesso di sentire nelle diocesi che è forte la tentazione di separare l’annuncio (inteso come catechesi e liturgia) dal compito educativo. Questo genera in alcuni preti giovani (soprattutto quelli a cui non piace stare con i giovani perché si sentono messi in crisi) una risposta “monolitica” di ricerca di certezze, di fronte alla liquefazione postmoderna, con il risultato di infragilirsi molto.
La terza considerazione riguarda la fatica a legare i luoghi di vita dei giovani con l’esperienza di Chiesa: prima questo era garantito dal prete che manteneva un legame con la scuola e l’oratorio. Oggi questo legame è considerato come una fatica supplementare: così ci perdiamo gli insegnanti di religione (abbandonandoli secondo la tattica di Uria l’Ittita…) o gli allenatori sportivi. È il tema delle alleanze educative con le diverse agenzie (istituzioni o associazioni) di un territorio. Persino una legge italiana (la famosa 285/97) provò a sostenere queste alleanze che però non sono ancora una pratica significativa nella nostra vita pastorale e civile.
Quarta considerazione: la fatica a creare una collaborazione trasversale intorno al soggetto dei giovani. Questo significa perdere una grande opportunità di radunare e far crescere gli adulti nella comunità. C’è ancora troppa difficoltà a pensare una pastorale che sia davvero di insieme: progettata, realizzata e verificata insieme. Fare squadra nella Chiesa è ancora una fatica troppo grande.
Ultima: è sotto gli occhi di tutti che esiste un problema di leadership a livello di governo che mi pare abbastanza trasversale nella Chiesa di questo tempo. La difficoltà a riconoscere ciò che è più importante e ciò che non lo è, ciò che bisogna fare e ciò che bisogna far fare. Questo dipende anche dall’aumentata complessità della realtà e delle difficoltà a livello disciplinare, ma prima di tutto, da un’incapacità di creare (o riconoscere?) una leadership collaborativa e corresponsabile. Nella nostra dinamica di governo apicale siamo in genere molto responsabili, quasi per nulla irresponsabili, ma ancora poco corresponsabili. Davvero pensiamo che tutto questo i giovani non lo vedano e in qualche modo lo compatiscano? [4].

Per chiudere

C’è un tema che mi piace richiamare per chiudere le mie “risonanze” e che risale al Concilio Vaticano II. Nel suo bellissimo “Messaggio ai giovani”, il Concilio scriveva al termine dei lavori:

“La Chiesa, durante quattro anni, ha lavorato per ringiovanire il proprio volto, per meglio corrispondere al disegno del proprio Fondatore, il grande Vivente, il Cristo eternamente giovane. E al termine di questa imponente «revisione di vita» essa si volge a voi: è per voi giovani, per voi soprattutto, che essa con il suo Concilio ha acceso una luce, quella che rischiara l’avvenire, il vostro avvenire. La Chiesa è desiderosa che la società che voi vi accingete a costruire rispetti la dignità, la libertà, il diritto delle persone: e queste persone siete voi”. [3]

Nelle moltissime riflessioni di questi anni sul Concilio è forse un po’ sfuggito questo aspetto: “La Chiesa ha lavorato per ringiovanire il proprio volto”.
In un tempo come il nostro questa operazione rischia di apparire di facciata, buona solo per rispondere alle sollecitazioni del narcisismo e dell’esteriorità.
Ma non vogliamo perdere un’istanza davvero importante per il cristianesimo: il Cristo è eternamente giovane perché capace di mostrarci l’umanità che non invecchia, quella che davvero ci rimanda al disegno originario delle origini e al destino di ciascuno. Forse dovremmo davvero ricuperare (tra le tante altre cose) l’idea che un cammino sinodale con i giovani potrebbe permettere a tutti di ritrovare la giovinezza del Vangelo. L’unica capace di non ridurci al compiacimento esteriore, ma di ritrovare il senso più profondo della vita e della Chiesa.

NOTE

1 PAPA FRANCESCO, Discorso alla Curia romana, in occasione della presentazione degli auguri natalizi, 21 dicembre 2017.
2 CARLO MARIA MARTINI, Conversazioni notturne a Gerusalemme, Mondadori, 2008, p. 47.

Lettura critica della letteratura su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” (Leonardo Catalano)

Leonardo Catalano

Docente di Teologia Morale – Istituto Superiore di Scienze Religiose Metropolitano “S. Michele Arcangelo” – Foggia

Nel mese di ottobre 2018 avrà luogo il Sinodo dei Vescovi su «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale». Il 13 gennaio 2017 è stato presentato il Documento preparatorio del prossimo Sinodo. Con l’invio del Documento e di una Lettera del Papa ai giovani è iniziata la fase di consultazione del Popolo di Dio. L’articolo si propone una lettura critica della letteratura su «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale» dell’ultimo decennio per una valutazione dei nuovi contesti culturali, sociali e religiosi delle nuove generazioni.

L’ospite inquietante: il nichilismo e i giovani

Il contesto in cui i giovani vivono è caratterizzato da un ospite inquietante: il nichilismo, che rappresenta la negazione di ogni valore. Siamo nel mondo della tecnica e questa non tende a uno scopo, non produce senso, non svela verità. Finiscono sullo sfondo, corrosi dal nichilismo, i concetti di individuo, identità, persona, libertà, amore, ma anche quelli di natura, etica, politica, religione, storia, di cui si è nutrita l’età pretecnologica. Chi più sconta la sostanziale assenza di futuro che modella l’età della tecnica sono i giovani, contagiati da una progressiva e sempre più profonda insicurezza, condannati a una deriva dell’esistere che coincide con il loro assistere allo scorrere della vita in terza persona. I giovani rischiano di vivere parcheggiati nella terra di nessuno, dove il tempo è vuoto e non esiste più un “noi” motivazionale. Le forme di consistenza finiscono con il sovrapporsi ai riti della crudeltà o della violenza.

In questo modo Umberto Galimberti presenta il nichilismo come fenomeno che riguarda la gioventù. Di fronte ad una società chiusa sempre più nei vincoli della tecnica, i giovani in particolare, non ravvisando risposte di senso per la loro vita, finiscono per perdere ogni speranza nel futuro. Il nichilismo «si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive ed orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui». Si può mettere alla porta l’ospite inquietante? C’è una via d’uscita? Nell’ultimo capitolo, Il segreto della giovinezza, Galimberti lascia pensare che disvelare ai giovani la loro “pienezza”, la loro “espansività” sia il primo passo per ricondurre a verità il Salmo 127: «Come frecce in mano a un eroe sono i figli della giovinezza». Bisogna accogliere la sfida della gioventù senza temerne le difficoltà e soprattutto evitare un distorto immaginario collettivo sui giovani.

In cammino con i giovani per una crescita personale e comunitaria

In un mondo che cambia bisogna rischiare. La parola d’ordine che ha sempre animato l’impegno di tutti coloro che si sono dedicati alla gioventù è rischiare per non smettere di sognare. Ecco l’obiettivo dell’opera Pastorale giovanile. Sfide, prospettive ed esperienze dell’Istituto di Teologia Pastorale dell’Università salesiana di Roma, in continuità con il prezioso Dizionario di Pastorale Giovanile. Si tratta di un volume di 400 pagine con un cd-rom di aggiornamento. La prima parte studia il soggetto dell’azione pastorale: i giovani nell’attuale contesto culturale, per coglierli come vera e concreta risorsa e per raccogliere le sfide che essi lanciano a chi si sente depositario di un progetto che viene da lontano. La seconda parte studia il soggetto operativo dell’azione pastorale: la comunità ecclesiale, nella sua concretezza e nelle sue fondamentali articolazioni. La Chiesa condivide la gioia del Vangelo attraverso la parola, il sacramento e il ministero. La terza parte contiene il cuore della “pastorale giovanile” e ne affronta il modello operativo concreto, nelle sue grandi linee e nelle preoccupazioni che lo orientano (linguaggio, luoghi, persone). La quarta parte presenta la proposta di Gesù come unico Signore nella comunità dei suoi discepoli. La quinta parte pone la questione del metodo per l’azione pastorale. La sesta parte chiama in causa gli operatori della pastorale giovanile.
Strumento duttile e di continuo aggiornamento sulle varie tematiche che riguardano il mondo dei giovani è la rivista Note di Pastorale Giovanile. La conoscenza e l’accompagnamento dei giovani sono stati trattati in due originali collane di psicologia e di pastorale giovanile e vocazionale dell’editrice San Paolo. Si tratta di una serie di agili pubblicazioni che offrono indicazioni semplici e concrete per affrontare con serenità i problemi della vita quotidiana e le trasformazioni in atto nei giovani e nelle famiglie del nostro tempo.

Nel 2005 la collana diretta da Claudio Risé “Dodici gradini per la felicità” propone una serie di tematiche psicologiche appassionanti per un rapporto sereno con il prossimo e con se stessi. Nel 2007 sempre il prof. Risé dirige la collana “Amare se stessi per amare gli altri”: dodici titoli per coltivare una circolarità amorosa verso la felicità.

Nel 2017 inizia la pubblicazione di “Sorridi alla vita”, una collana della San Paolo articolata in nove volumi per aiutare a stare bene con sé stessi e con gli altri. Giuseppe Sorvernigo si rivolge con la propria produzione a quanti svolgono attività formative (genitori, educatori e animatori) e a chiunque, a partire dai 17/18 anni, desideri compiere un cammino di maturazione affettiva. Si tratta di un percorso a tappe, quasi un laboratorio sugli affetti. Per migliorare la propria capacità di amare è necessario conoscere le dinamiche delle proprie relazioni, attraverso un cammino personale e comunitario. Fare la scelta giusta richiede il coraggio nel prendere decisioni in ogni momento della vita. Anselm Grün ammonisce: possiamo scegliere tra il lamento e il cambiamento, tra la rabbia e la serenità interiore, tra il dolore e la felicità.

Il dono del discernimento

Il discernimento è una realtà alla quale bisogna essere iniziati; richiede un approccio esperienziale-razionale. Il discernimento va imparato accanto ad un maestro, nella fatica di un cammino progressivo. Il dono del discernimento è uno dei segni dei tempi del mondo di oggi. Il Papa invita alla riflessione sul discernimento vocazionale con tre verbi:
a) “riconoscere”, con l’aiuto della Parola di Dio, desideri, sentimenti ed emozioni, per una ricaduta di essi nell’esperienza di fede;
b) “interpretare” con pazienza e vigilanza, confrontandosi con la realtà in un dialogo interiore col Signore e con l’aiuto di una persona esperta nell’ascolto dello Spirito;
c) “scegliere”: esercizio di autentica libertà umana e di responsabilità personale che libera dalla paralisi e dalla paura di sbagliare. Edith Stein resta un prezioso esempio e un modello di discernimento vocazionale. La vocazione va considerata, per Edith, da tre differenti prospettive: la vocazione dell’essere umano in generale, la vocazione dell’uomo e della donna in quanto appunto uomo e donna, la vocazione personale di ogni uomo e di ogni donna, cioè cosa ogni persona è chiamata a realizzare nella Chiesa e nella società; questa incarnazione naturalmente presuppone il solido fondamento delle prime due. Dio chiama ogni essere umano, ogni uomo e ogni donna, a fare qualcosa di unico ed irripetibile.
Fondamentale è vivere in pienezza. Ogni istante, infatti, è “tempiterno”, cioè carico di eternità, sempre e comunque.

Il libro di Marko Ivan Rupnik Il discernimento va in questa direzione. Nella prima parte (Verso il gusto di Dio) l’autore si concentra sul discernimento come arte attraverso la quale il cristiano giunge ad assaporare e sperimentare in pienezza l’amore personale di Cristo. È un cammino di purificazione, che porta ad un’autentica conoscenza di sé in Dio e di Dio nella propria storia. Nella seconda parte (Come rimanere con Cristo) tratta del discernimento come arte di seguire Cristo, sia nelle grandi scelte di vita, di lavoro, sia nelle piccole opzioni della vita quotidiana. Si evince come il discernimento è uno stile di vita. Un altro maestro del discernimento è l’indimenticabile card. Carlo Maria Martini, in particolare con la pubblicazione Il sole dentro. Le nostre fragilità e la forza di Dio. Il gesuita Silvano Fausti, nel suo libro Occasione o tentazione, attingendo dalle tradizioni più antiche e collaudate per imparare l’arte di discernere e decidere, aiuta a comprendere la differenza tra piacere apparente e gioia, tra tristezza positiva e negativa, e propone esercizi da fare per vivere il dono più grande dell’uomo: la libertà.
Giuseppe De Virgilio in Fatica di scegliere. Profili biblici per il discernimento vocazionale propone il profilo di alcune figure bibliche, i cui racconti vocazionali mettono in evidenza le resistenze a scegliere, nel più ampio e articolato orizzonte teologico della categoria di “appartenenza” a Dio e al suo progetto di salvezza. La fatica a scegliere viene rintracciata in cinque personaggi dell’Antico Testamento (Abramo, Mosè, Samuele, Geremia, Giona) e cinque del Nuovo Testamento (Maria di Nazareth, Simon Pietro, I discepoli, Paolo di Tarso, il discepolo che Gesù amava), che rappresentano le figure esemplari della dialettica vocazionale.

Jacques Philippe, membro della “Comunità delle beatitudini”, che si situa nel movimento del rinnovamento carismatico, assicura che anche nelle circostanze esterne più sfavorevoli rimane per tutti uno spazio di libertà che nessuno può violare e del quale Dio è la sorgente e il garante. L’asserzione fondamentale dell’autore è di grande portata: l’uomo conquista la sua libertà interiore nella misura in cui si fortificano in lui la fede, la speranza e l’amore. Coltivare il cuore – Storie vocazionali e percorsi di discernimento in terra di Sicilia è una proposta editoriale che viene da tutta la Chiesa siciliana in preparazione al Sinodo dei Giovani che traduce in esperienza locale quanto viene indicato dalla Chiesa universale.

Si segnala, inoltre, che la rivista “Vita Pastorale”, nuova sia nella veste grafica che nei contenuti, dedica mensilmente, dal primo numero del mese di novembre 2017, una serie di rubriche che riguardano anche la pastorale giovanile e vocazionale.

Altre pubblicazioni insistono sul tema della “speranza” che libera da ogni paura e guida alla gioia dell’amore.

Il Vangelo della vocazione per un futuro pieno di speranza

Il tema della “vita consacrata” è stato oggetto di molte pubblicazioni e servizi online.

Il 21 novembre 2014 papa Francesco ha indirizzato una Lettera apostolica a tutti i Consacrati in occasione dell’Anno della vita consacrata (30 novembre 2015-2 febbraio 2016), in occasione del 50° anniversario della Costituzione dogmatica Lumen gentium sulla Chiesa del Concilio Vaticano II, che nel capitolo VI tratta dei Religiosi, come pure del Decreto conciliare Perfectae caritatis sul rinnovamento della vita religiosa. Gli obiettivi di quest’Anno sono stati gli stessi che san Giovanni Paolo II aveva proposto alla Chiesa all’inizio del terzo millennio, riprendendo quanto aveva già indicato nell’Esortazione post-sinodale Vita consecrata: «Voi non avete solo una gloriosa storia da ricordare e da raccontare, ma una grande storia da costruire! Guardate al futuro, nel quale lo Spirito vi proietta per fare con voi ancora cose grandi». Il servizio all’annuncio del Vangelo della vocazione è curato dall’Ufficio Nazionale per la Pastorale delle Vocazioni della Conferenza Episcopale Italiana. Una variegata ricchezza di proposte e di esperienze è proposta sui siti ufficiali dell’U.S.M.I. (Unione Superiori Maggiori d’Italia), della C.I.S.M. (Conferenza Italiana Superiori Maggiori), dell’U.C.E.S.M. (Unione Conferenze Europee Superiori Maggiori), [37] dell’U.S.G. (Unione Superiori Generali) e dell’U.I.S.G. (Unione Internazionale delle Superiori Generali). Nel 2003 è stato pubblicato il Supplemento al Dizionario Teologico della Vita Consacrata, che completava e aggiornava il Dizionario Teologico della Vita Consacrata realizzato nel 1994, tradotto dall’originale spagnolo del 1992. Il testo propone l’analisi approfondita della natura della vita consacrata nella sua dimensione teologica, senza trascurare quella giuridico-istituzionale.

Una pietra miliare resta lo studio di Juan Mari Ilarduia sul versante del progetto personale e comunitario dei Consacrati, che introducono nel dinamismo della comunione fraterna in comunità, cosparsa di fragilità e di rinnovati sforzi.

Un sussidio molto utile per orientarsi nel vasto panorama della Pastorale vocazionale è il Dizionario di Pastorale Vocazionale, del Centro internazionale vocazionale “Rogate”. A pochi anni di distanza vede la luce un nuovo strumento per la pastorale delle vocazioni: il Dizionario Biblico della Vocazione, curato da Giuseppe De Virgilio. Il principio ermeneutico che guida il Dizionario è costituito da un’opzione di base: considerare la “vocazione- chiamata” non solo come oggetto della teologia biblica, ma come categoria-orizzonte-principio-simbolo di tutta la rivelazione della Sacra Scrittura.
Dello stesso autore è il volume Grammatica della vocazione che intende offrire, soprattutto agli educatori e ai giovani, un itinerario sulla fede come «risposta» all’appello di Dio.
La preziosa collana “Psicologia e formazione”, diretta da Amedeo Cencini e Alessandro Manenti dell’Editrice Dehoniana di Bologna, ha superato le cinquanta pubblicazioni e insiste sul tema dei valori e degli ideali, in vista di una maggiore salute mentale e anche di una più matura vita di fede dei giovani. Ai nostri giorni, alla luce delle Esortazioni apostoliche Evangelii gaudium (2013) e Amoris laetitia (2016) di papa Francesco, Giuseppe Crea, Gloria Conti e Gianfranco Poli, nel loro ultimo lavoro Tutta la gioia che mi hai messo in cuore, si interrogano se la Vita Consacrata contemporanea sia in sintonia con questo rinnovato magistero pontificio, o se, invece, sia troppo occupata in affannosi calcoli di personale, in problematiche rivisitazioni dei carismi, in forzati ridimensionamenti. Per gli autori la Vita Consacrata è chiamata, per vocazione, ad indicare per prima le sorgenti della gioia e della felicità.

Amedeo Cencini, partendo dall’Esortazione Apostolica Postsinodale Verbum Domini, sulla Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa di papa Benedetto XVI, del 30 settembre 2010, prospetta la vita cristiana “al ritmo della Parola di Dio”. Nell’ultimo suo libro Io ti ho scelto. I primi chiamati: una storia da raccontare, lo stesso autore parte da una scommessa: «La Bibbia è vocazionale in ogni sua parte ed in ogni sua pagina. Non occorre andare a cercare in essa un particolare episodio, poiché essa è tutta una storia di chiamate, tra un Chiamante – che è sempre lo stesso – ed una serie discreta di chiamati, più o meno attenti, consapevoli d’esserlo e generosi nella risposta».

Preziosi strumenti di aggiornamento permanente sul vangelo della vocazione restano le riviste: Vocazioni , Mondo Voc,  Rogate Ergo e Cenacoli Voc.

Conclusione

Al termine di questa breve indagine all’interno della letteratura su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” mi piace concludere che i giovani, oggi, ci invitano a non demonizzare la stagione della loro giovinezza, ma a scoprirne la bellezza e le immense potenzialità. La loro giovane vita è un cammino aperto verso la maturazione per diventare un dono per gli altri, in ascolto della propria coscienza e in compagnia di testimoni-maestri.

Il cammino verso il Sinodo dei Giovani del 2018 costituisce un’occasione privilegiata per approfondire la realtà giovanile nella Chiesa e nella società, perché in un mondo che cambia bisogna scommettere sui giovani.

Primo ascoltare (Guido Mocellin)

Il Documento preparatorio della
XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo

Guido Mocellin

Le scelte compiute sinora sotto il pontificato di Francesco in tema di sinodi e sinodalità autorizzavano più di un’attesa per l’avvio del processo sinodale intestato a «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale», che culminerà nell’ottobre 2018 con la celebrazione della XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi.
A seguito della presentazione, avvenuta il 13 gennaio scorso, del Documento preparatorio, si sono potute apprezzare allo stesso tempo, da parte della Segreteria generale, la consapevolezza di doversi muovere in un solco di continuità con l’intera tradizione di questa istituzione, e la convinzione che si debba continuare a liberare tale tradizione da quegli elementi che hanno rischiato di ingessarla.
E in effetti quel che si può in primo luogo sottolineare è un pacchetto di novità che, se non sono così appariscenti come quelle apprezzate in avvio del doppio Sinodo sulla famiglia, sono tuttavia altrettanto significative.
A cominciare dalla qualifica del genere letterario, di fatto il titolo: non Lineamenta ma Documento preparatorio, termine «vernacolo» certamente più comprensibile all’opinione pubblica e segnatamente alla sua fetta più giovane, e segno di coerenza con quanto il testo dichiara sul finire della terza parte: «Talvolta ci accorgiamo che tra il linguaggio ecclesiale e quello dei giovani si apre uno spazio difficile da colmare».
Legittimo immaginare che su questa scelta abbia influito l’esperienza delle Conferenze generali dell’episcopato latinoamericano e dei Caraibi, da Medellín 1968 ad Aparecida 2007: sui documenti che le hanno preparate si è esercitata molta fantasia redazionale, ma sempre privilegiando il concetto, e talvolta l’aggettivo stesso, di «preparatorio».
Nuova anche la scelta di non lasciare solo il Documento preparatorio a reggere la fase di consultazione. Lo ha accompagnato il giorno stesso della presentazione una Lettera del santo padre Francesco ai giovani, centrata su due icone bibliche: Abramo chiamato da Dio a uscire dalla sua terra e i discepoli chiamati alla sequela dallo sguardo di Gesù.
Lo accompagneranno inoltre, come è stato spiegato durante la conferenza stampa (da mons. E Fabene), altre due iniziative: una presentazione del testo ai responsabili della pastorale giovanile delle conferenze episcopali, che avverrà a Roma nel contesto dell’incontro internazionale «Da Cracovia a Panama. Il Sinodo in cammino con i giovani», a sua volta molto articolato nei segni e nei linguaggi; un seminario di studi che a settembre esplorerà, nella stessa chiave della I parte del documento, la realtà giovanile nel mondo contemporaneo e il «debito» che le altre generazioni hanno verso quelle giovani.
Nuova soprattutto l’architettura della «consultazione di tutto il popolo di Dio», che si reggerà su due architravi. Da un lato, quella tradizionale del «questionario» posto alla fine del Documento preparatorio (del quale è «parte integrante», ha ricordato il card. L. Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei vescovi), che è rivolto «agli organismi aventi diritto» (conferenze episcopali, organi collegiali delle Chiese orientali, dicasteri della curia romana, rappresentanze dei religiosi).
Contiene, nella prima e nella terza parte, una richiesta quantitativa (dati demografici) e una qualitativa: segnalare tre pratiche di accompagnamento / discernimento vocazionale meritevoli d’essere condivise con tutta la Chiesa.

Un coinvolgimento a due vie

In mezzo, 18 domande attraverso le quali «leggere la situazione», delle quali le ultime tre diversificate per ciascun continente: a dire la consapevolezza di quanto sia arduo, persino per un’istituzione universale com’è la Chiesa cattolica, ricondurre la condizione giovanile a uno sguardo unitario.
Il Documento preparatorio non lo precisa, ma sappiamo per esperienza che anche le modalità con le quali i citati organismi, segnatamente le conferenze episcopali, si organizzeranno al loro interno per rispondere al questionario saranno diversificate: come per il passato, vi saranno episcopati che incoraggeranno nella consultazione il più ampio coinvolgimento «dal basso» ed episcopati che
preferiranno interpellare ambienti e organismi più ristretti e specifici, fidando sulla loro capacità «istituzionale» d’interpretare la realtà.
Come già per il Sinodo sulla famiglia, ma questa volta con una modalità meglio definita, la Santa Sede non rinuncia tuttavia a sollecitare direttamente i giovani a partecipare alla consultazione, sfruttando le opportunità offerte dal digitale. Dal 1° marzo sarà infatti attivo il sito www. sinodogiovani2018.va, che conterrà domande «ai» giovani (e non, come il questionario, «sui» giovani), relative cioè alle loro aspettative e rivolte indistintamente a chi di loro si considera cristiano e a chi no.
Per elaborare l’Instrumentum laboris, che, come si sa, è il testo d’ingresso nell’Assemblea sinodale, le risposte così ottenute saranno considerate tanto quanto quelle degli «organismi aventi diritto», mentre né per le une né per le altre viene indicato un termine entro il quale farle pervenire.
Venendo ai contenuti del documento, si nota subito (basta guardare i titoli delle tre parti: «I giovani nel mondo di oggi», «Fede, discernimento, vocazione» e «L’azione pastorale») che la sua struttura echeggia il metodo «vedere-giudicare-agire», che è nato nel secolo scorso nel Vecchio continente ma che è stato largamente adottato dalla prassi pastorale delle Chiese latinoamericane.
Come spesso accade nei testi che assumono tale schema, si avverte un piccolo scarto – nel grado d’empatia che il suo linguaggio trasmette – tra la prima parte, dichiaratamente d’impianto sociologico, e le altre due, d’ispirazione teologico-pastorale.
Ma nel complesso il testo è abbastanza unitario, e lo si può descrivere come coagulato intorno a tre espressioni-chiave: «ascolto», «discernimento vocazionale» e «accompagnamento». Esso lo dichiara già nell’Introduzione: «La Chiesa ha deciso di interrogarsi su come accompagnare i giovani a riconoscere e accogliere la chiamata all’amore e alla vita in pienezza, e anche di chiedere ai giovani stessi di aiutarla a identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la buona Notizia».
Alla necessità che la Chiesa si metta in ascolto dei giovani fa un ineludibile riferimento papa Francesco nella lettera con la quale ha affiancato il documento, chiamando addirittura a fargli da testimone il padre del monachesimo occidentale, Benedetto: «Pure la Chiesa desidera mettersi in ascolto della vostra voce, della vostra sensibilità, della vostra fede; perfino dei vostri dubbi e delle vostre critiche. Fate sentire il vostro grido, lasciatelo risuonare nelle comunità e fatelo giungere ai pastori. San Benedetto raccomandava agli abati di consultare anche i giovani prima di ogni scelta importante, perché “spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore” (Regola di San Benedetto III, 3)».
Anche le sottolineature offerte durante la conferenza stampa hanno enfatizzato questo aspetto del Documento preparatorio, attraendo i titoli delle agenzie e dei quotidiani.
Ma se si scorre il testo si vede che i riferimenti all’ascolto compaiono perlopiù nella III parte (senza egemonizzarla), quando, illustrando lo stile pastorale dell’«uscire-vederechiamare», si precisa che «uscire verso il mondo dei giovani richiede la disponibilità a passare del tempo con loro, ad ascoltare le loro storie, le loro gioie e speranze, le loro tristezze e angosce, per condividerle: è questa la strada per inculturare il Vangelo ed evangelizzare ogni cultura, anche quella giovanile».
Lo ribadisce infine la prima della serie di domande del questionario riferite «sia ai giovani che frequentano gli ambienti ecclesiali, sia a quelli che ne sono più lontani o estranei»: «In che modo ascoltate la realtà dei giovani?».
C’è poi nel documento un altro tipo di ascolto, ed è l’ascolto di sé al quale richiama insistentemente i giovani quando si sofferma sul discernimento vocazionale. Evocato dal tema del Sinodo, il «discernimento vocazionale» appare davvero il perno attorno al quale s’intende far girare tutto il processo sinodale, non limitandosi (come vedremo) alle vocazioni di speciale consacrazione.
A esso rimanda la figura dell’apostolo Giovanni suggerita come icona evangelica del percorso che inizia; a esso è dedicata, con espressioni che suoneranno suggestive anche alle orecchie dei non più giovani, tutta la seconda parte, che lo intende come il «processo con cui la persona arriva a compiere, in dialogo con il Signore e in ascolto della voce dello Spirito, le scelte fondamentali, a partire da quella sullo stato di vita», che per il credente è «ancora più intensa e profonda».
Come rispondere alla chiamata del Signore: «Attraverso il matrimonio, il ministero ordinato, la vita consacrata?». E in quale campo impiegare i propri talenti: «la vita professionale, il volontariato, il servizio agli ultimi, l’impegno in politica?». Trova la risposta chi impara a riconoscere, interpretare, scegliere gli avvenimenti della vita attraverso i quali lo Spirito parla e agisce.
In questo apprendimento, ciò su cui il Sinodo si avvia a interrogarsi più approfonditamente, sulla base del Documento preparatorio, è il modo dell’accompagnamento ecclesiale: «Che cosa significa per la Chiesa accompagnare i giovani ad accogliere la chiamata alla gioia del Vangelo, soprattutto in un tempo segnato dall’incertezza, dalla precarietà, dall’insicurezza?», si legge in apertura della III parte, che è tutta rivolta a descrivere soggetti, luoghi, strumenti dell’accompagnamento.

Vocazione, tema per tutti

Dal canto suo, la II parte si conclude con un’inequivocabile dichiarazione d’intenti: «Nell’impegno di accompagnamento delle giovani generazioni la Chiesa accoglie la sua chiamata a collaborare alla gioia dei giovani piuttosto che tentare di impadronirsi della loro fede (cf. 2Cor 1,24)».
Il documento sottolinea con molta cura (persino là dove il questionario chiede agli organismi a cui è rivolto di fornire gli elementi statistici) di voler intendere il termine «vocazione» in senso ampio e non limitato: né al sacerdozio e alla vita consacrata se si parla di stato di vita, né all’interno delle comunità ecclesiali se si parla d’impiego dei propri talenti.
Anzi, se si deve indicare un’altra costante del testo, è proprio quella di aspettarsi che i giovani siano i più pronti a «uscire» dalla comunità per «cambiare», ispirati dal Vangelo, «le cose» della vita sociale e politica, perché il cuore giovane «non sopporta l’ingiustizia e non può piegarsi alla cultura dello scarto, né cedere alla globalizzazione dell’indifferenza».
Lo scrive nella sua lettera il papa e lo ribadisce il Documento preparatorio, fino ad attribuire al «contatto con la povertà, la vulnerabilità e il bisogno» un ruolo importante nel percorso stesso di discernimento vocazionale.
Va dunque riconosciuto a questo Documento preparatorio un tratto di forte coerenza nello sviluppare il tema scelto per il Sinodo del 2018. Sebbene infatti il testo si dica consapevole delle differenze tra pastorale giovanile e pastorale vocazionale, è sicuramente più presente in esso il riconoscimento di una «inclusione reciproca» tra le due.
Non a caso, spesso lungo il testo e definitivamente nel questionario, gli aggettivi «giovanile» e «vocazionale» si trovano appaiati accanto al sostantivo «pastorale». Anzi, si può ben dire che, se il prossimo Sinodo dei vescovi procederà nel solco tracciato dal Documento preparatorio, la Chiesa ne trarrà ulteriore consapevolezza che ogni pastorale giovanile è, e non può che essere, una pastorale vocazionale: uno «stare con i giovani» non fine a sé stesso, ma mirato alla scoperta del progetto di Dio sulla loro vita.

“Dio crede nei giovani e affida loro delle responsabilità. Senza esitare” (Card. Lorenzo Baldisseri)

A colloquio con il cardinale Lorenzo Baldisseri

Segretario generale del Sinodo dei Vescovi

a cura di François Vaine

Eminenza, in quale modo i giovani cristiani della Terra Santa e del Medio Oriente verranno coinvolti nel prossimo Sinodo? Malgrado le loro difficoltà, hanno risposto al questionario? In che cosa pensa che questo evento sia anche per essi fonte di speranza?

In effetti, è molto importante che i rappresentanti delle nuove generazioni che vivono nei territori biblici vengano ascoltati in occasione del sinodo a tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Le Chiese latine e cattoliche orientali di quell’area hanno risposto piuttosto ampiamente alla consultazione preparatoria. Debbo dire che la Chiesa Madre di Gerusalemme – ovverosia la diocesi latina che si estende dalla Giordania fino a Cipro – ha preso particolarmente a cuore il fatto di partecipare alla riflessione a monte del Sinodo. L’amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme – monsignor Pierbattista Pizzaballa – mi ha trasmesso delle informazioni essenziali, spiegandomi per esempio che saranno organizzate veglie di giovani, onde condividere pensieri sul Sinodo e pregare affinché questo porti bei frutti. D’altronde, in primavera, sono invitato a intervenire in Terra Santa assieme ai giovani che si dimostrano entusiasti riguardo tale incontro internazionale voluto da Papa Francesco, malgrado le grandi difficoltà che si trovano ad affrontare essi stessi e le loro famiglie. Due di questi giovani verranno al pre-Sinodo che organizziamo a Roma, nella settimana dal 19 al 24 marzo. Tutti i partecipanti all’incontro pre-sinodale avranno la missione di testimoniare relativamente alla situazione dei giovani nei rispettivi paesi e i delegati della Terra Santa saranno ovviamente ascoltati con particolare attenzione.

Che cosa si aspetta dal pre-Sinodo dei giovani – evento piuttosto insolito – organizzato in primavera? Qual è la sua ragion d’essere e quali novità rappresenta? 

Arriveranno giovani da ogni continente, dalle Conferenze episcopali, da Associazioni e Movimenti cattolici, ma anche scelti al di fuori degli ambienti abituali della Chiesa, affinché tutti i voti e le voci vengano adeguatamente considerati in occasione del Sinodo dei Vescovi che seguirà in autunno. Il mondo del lavoro, dello sport, dell’arte… ciascuno avrà i propri rappresentanti: Papa Francesco ha insistito perché dobbiamo avere grande sollecitudine verso i “lontani”, i giovani delle “periferie”, coloro che non fanno parte della rete di noi cattolici praticanti. I partecipanti potranno porre domande, donare idee e fungere dunque da intermediari fra l’istituzione ecclesiale che deriva dal popolo di Dio e la società laica. L’esperienza che sarà loro proposta consisterà nel conoscere meglio la Chiesa, scoprendo più in profondità ciò che noi siamo. Questi giovani un poco estranei alla Chiesa costituiranno approssimativamente il 25% dei membri del Pre-Sinodo, che radunerà in totale circa 300 giovani al Pontificio Collegio Internazionale Maria Mater Ecclesiae in Roma. Saranno altresì presenti delegati di varie confessioni cristiane e altre grandi religioni. Naturalmente, il Sinodo previsto in autunno si strutturerà in maniera molto diversa, poiché si tratta statutariamente di un incontro di Vescovi con uditori laici. I giovani uditori – non più di una trentina – interverranno in particolare nei gruppi di lavoro, come accaduto durante il Sinodo sulla famiglia. Il pre-sinodo è stato voluto affinché i giovani diventino maggiormente protagonisti. Alla fine dell’incontro approveranno un documento, frutto del lavoro dell’intera settimana, che esprimerà il loro punto di vista sulla realtà giovanile e presenterà le loro attese, i loro dubbi e le loro speranze. Tale documento aiuterà poi i Padri sinodali a indirizzare e orientare le loro riflessioni qualche mese più tardi. Alla riunione pre-sinodale si potrà partecipare anche attraverso i social media, pur non essendo fisicamente presenti a Roma.

Papa Francesco critica molto il clericalismo, invitando il clero a considerare i laici come partner nella vita della Chiesa, e non come operai o servitori. Il Sinodo dei Giovani può essere considerato come una tappa importante in queste nuove relazioni nel popolo di Dio, affinché le vocazioni future – sacerdotali o religiose – siano vissute in maniera meno “élitaria” e più in armonia con altre vocazioni che rappresentano la bellezza e la ricchezza della Chiesa?

Certamente, è uno degli obiettivi del Sinodo. Partiremo teologicamente dal battesimo e quindi dal sacerdozio comune dei fedeli, poi vedremo come – a partire da tale radice – si realizzano le diverse vocazioni nella Chiesa, il matrimonio, i ministeri ordinati e non, i carismi e la vita consacrata… Bisognerà considerare anche le molteplici forme di volontariato, non legate ad un impegno istituzionale a vita. Tutti i begli ideali dei giovani interesseranno i Padri sinodali a 360 gradi. Naturalmente le vocazioni religiose e sacerdotali ci preoccupano, pertanto avremo rappresentanti di tali vocazioni. Tuttavia, la Chiesa cattolica non desidera considerare soltanto le proprie necessità, ma aprirsi a tutti gli impegni generosi che lo Spirito Santo suscita ovunque. Non dobbiamo mettere limiti a Dio, Egli fa ciò che vuole, il suo Spirito Santo è presente e attivo al di fuori delle nostre istituzioni, non dimentichiamolo. I “semi del Verbo” di cui parlavano un tempo i Padri della Chiesa sono stati rivalorizzati dal Concilio Vaticano II: il buono del mondo deriva dal Verbo di Dio e noi lo accogliamo pienamente, senza tuttavia cadere nel sincretismo, poiché la pienezza del Verbo ha un solo nome, Gesù Cristo, centro della storia, ed è vitale per noi annunciarlo.

Lei presiederà la festa di Nostra Signora di Lourdes, l’11 febbraio, nel Santuario mariano degli Alti Pirenei. Bernadette – che aveva quattordici anni quando la Vergine Maria le affidò importanti responsabilità – rappresenta un modello per i giovani di oggi e sarà per tale motivo una delle sante patrone del Sinodo?

Ho ricevuto una pubblicazione recente dalla ‘Congregazione delle cause dei santi’ che presenta un elenco non esaustivo di 800 giovani testimoni di Cristo fino all’età di trenta anni, dai martiri dei primi secoli – come San Tarcisio – fino alla Beata Albertina, soprannominata “la piccola Maria Goretti del Brasile”. È impressionante, poiché appare chiaramente che Dio crede nei giovani nel corso della storia degli uomini e affida loro responsabilità senza esitare, irradiando la sua grazia per tutti attraverso quelle vite. Se avremo santi patroni per il Sinodo dei giovani? Questo è ancora da decidere; in ogni caso, figure come Bernadette avranno il loro spazio, tanto più che il rettore del Santuario di Lourdes – Padre André Cabes – vuole che i futuri pellegrinaggi consacrino tutti un periodo di preparazione al Sinodo dei Giovani, a partire dall’11 febbraio, 160° anniversario delle apparizioni della Vergine Maria. La sua iniziativa mi ha molto toccato: permetterà a decine di migliaia di giovani che andranno quest’anno in pellegrinaggio a Lourdes di vivere la dinamica sinodale auspicata da Papa Francesco. Padre Cabes dà l’esempio da seguire nella Chiesa… spero che la sua audacia pastorale ispiri altri Santuari nel mondo, onde incoraggiare il risveglio e il fiorire di tutte le vocazioni.

Dopo il Sinodo dei Giovani ci sarà il Sinodo speciale sull’Amazzonia, nel 2019, al quale parallelamente lei sta già lavorando molto. In cosa questo Sinodo all’apparenza “locale” avrà invece un valore universale?

Papa Francesco ha accolto la proposta dei vescovi dell’Amazzonia, felici di offrirlo al mondo, a tutta l’umanità. Egli possiede una coscienza molto viva del valore universale delle problematiche amazzoniche, come la biodiversità, che è uno dei temi della sua enciclica Laudato si’: l’ecologia integrale dove l’uomo ha tutto il suo posto, ma anche il rispetto dell’anima dei popoli e della loro identità in un mondo globalizzato… Durante il suo viaggio in Perù, ha proposto questo evento storico, mettendo per la prima volta piede in Amazzonia in qualità di Papa. Da parte mia, come Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, ho avuto una prima riunione con l’organizzazione locale – la Repam (Red Eclesial Pan Amazónica) – la quale raggruppa i rappresentanti dei nove Stati e sette conferenze episcopali che l’Amazzonia interessa direttamente, essendo una regione che si estende per oltre sette milioni di chilometri quadrati. La Chiesa vi è presente da molto tempo, tuttavia alcune diocesi grandi come l’Italia dispongono di appena una trentina di sacerdoti, che si spostano da una comunità all’altra per via fluviale, data l’assenza di strade. Dobbiamo ascoltare e comprendere i bisogni pastorali dell’Amazzonia, trovando soluzioni affinché l’evangelizzazione continui, soprattutto appoggiandosi sui diaconi permanenti cui bisogna fornire gli strumenti necessari per guidare le comunità. La nostra presenza deve essere più incisiva, più vicina alla gente e lontana dai “palazzi”, come ci indica Papa Francesco.

Qual è il suo background che l’ha portata a svolgere un ruolo così essenziale, coordinando il Sinodo dei Vescovi e in un certo modo mettendo in pratica i grandi orientamenti del pontificato riformatore di Francesco?

La mia città natale è Barga di Lucca. A Pisa sono stato ordinato sacerdote 54 anni fa. Ho celebrato l’anno scorso i 25 anni d’episcopato, potendo in quell’occasione rendere grazie per la mia vita, che è stata un vero e proprio viaggio attorno al mondo: nel servizio diplomatico della Chiesa, in quattro continenti, dal Guatemala ad Haiti, dal Paraguay all’India e al Nepal, poi in Brasile… Partito nel 1973, sono ritornato a Roma nel 2012, dopo 39 anni. Segretario della Congregazione per i Vescovi e Segretario del Collegio dei Cardinali, ho svolto anche la funzione di Segretario nel Conclave del 2013. Papa Francesco – conosciuto prima della sua elezione, quando ero Nunzio Apostolico in Brasile – mi ha dato fiducia, nominandomi Cardinale e chiedendomi di coordinare il Sinodo, sapendo che conoscevo numerosi Vescovi, in particolare quelli delle grandi conferenze episcopali di Brasile e India. Il mio motto episcopale, “Itinere laete servire domino” – che significa “Camminare nella gioia per servire il Signore” – riassume piuttosto bene la mia missione: procedere assieme ai confratelli Vescovi in una logica di collegialità, affinché la Chiesa diventi sempre più una famiglia dove regna il dialogo fraterno.

(Fonte: La Stampa 2018/02/05)

Cammino e ascolto: giovani verso il Sinodo (Michele Falabretti)

Intervista a Michele Falabretti
Daniela Pozzoli

Avvenire24 febbraio 2017

Migliaia di giovani italiani con gli zaini in spalla, sotto il sole di agosto, procedono verso i luoghi sacri delle loro diocesi. Un cammino di cinque giorni che nell’estate 2018 culmina con l’arrivo a Roma dove i vescovi, due mesi dopo, terranno il loro Sinodo dedicato proprio ai giovani. Questa è l’immagine che ha delineato rivolgendosi ai quasi 700 delegati di pastorale giovanile presenti al XV Convegno nazionale “La cura e l’attesa. Il buon educatore e l’identità cristiana” che si è chiuso ieri a Bologna.

Don Falabretti, che cos’è questa novità che proporrete ai ragazzi italiani nell’agosto del prossimo anno?
Percorrere insieme una strada, non è questo il significato della parola “sinodo”? Alla vigilia della celebrazione del Sinodo dei vescovi, che si terrà nell’ottobre 2018 sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, inviteremo i ragazzi a passare qualche giorno percorrendo un cammino sulle strade che da secoli portano i pellegrini ai luoghi di spiritualità nelle loro diocesi. Da Nord a Sud, in una calda settimana di agosto, vedremo i giovani italiani camminare sui passi dei santi e, infine, sulla via che li porterà a Roma.

I vescovi hanno parlato di questo progetto durante il Consiglio permanente che si è tenuto a gennaio…
Il Consiglio permanente della Cei ha provato a disegnare il cammino possibile del prossimo Sinodo. E ha analizzato il documento preparatorio che è stato inviato alle Conferenze episcopali di tutto il mondo, con il quale il segretario generale del Sinodo, il cardinale Lorenzo Baldisseri, chiedeva agli organismi nazionali di promuovere “un’ampia consultazione a tutto il Popolo di Dio”, aggiungendo che “sarà opportuno coinvolgere i giovani a partecipare attivamente al processo sinodale”. Il tema di una pastorale giovanile, che abbia un forte carattere vocazionale, non è nuovo per la Chiesa italiana. Un grande lavoro fu fatto negli Anni ’90 con il documento “Evangelizzazione e testimonianza della carità”. Il tema educativo è l’argomento di questo decennio che si è aperto con il documento “Educare alla vita buona del Vangelo” (2010). Il Sinodo del 2018 ci offre l’opportunità di riprendere l’impegno che la Chiesa italiana si è presa tracciando il cammino di questi anni, con lo stile che papa Francesco ha chiesto di avere.

Con quale mandato tornano a casa da Bologna i delegati?
Oltre a preparare i “cammini” dovranno rileggere le pratiche pastorali nelle diocesi e capire quanto siano valide nell’accompagnare i giovani, quale sia la testimonianza degli educatori. È necessario, poi, riconoscere che non si può procedere da soli. Costruire alleanze, fare squadra, è strategico. Ma soltanto attraverso un lavoro di discernimento pastorale sarà possibile capire i passi da compiere. E la formazione degli educatori è la vera urgenza.

Papa Francesco nella lettera che ha inviato ai giovani li invita a fare sentire ai vescovi la loro voce, ma anche i dubbi e le critiche
I giovani sono come i polmoni, i primi a percepire l’aria che tira e la sua qualità. Una Chiesa che si apre al mondo contemporaneo non ha paura di ascoltare voci e richieste, per questo chiederemo alle diocesi di dare loro retta con pazienza, in quello che viene definito “ascolto attivo”. Sarà importante inoltre uscire da parrocchie e oratori per interrogare i giovani sulla vita, su ciò che li appassiona, li fa vibrare di felicità o di paura, sui luoghi dove si sentono accolti oppure rifiutati. Un ascolto del loro mondo deve passare anche dalla Rete. È lì, nell’ambiente digitale, che si esprimono ed è lì che viene data a tutti la possibilità di partecipare e di offrire il proprio contributo. Intanto però coltiviamo questi pensieri nel nostro cuore, potranno nascerne sogni da realizzare.